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Il caso Uva è in cerca di verità da sette anni

Internazionale
19 06 2015

Lucia è la sorella di Giuseppe Uva, di mestiere gruista, morto esattamente in questi giorni (il 14 giugno) di sette anni fa, nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo, dopo aver passato una notte nella caserma dei carabinieri di via Saffi a Varese. Prima di raccontare la vicenda e il motivo per cui oggi, qui, vogliamo parlarne, descriviamo con alcune immagini il modo in cui Lucia ha visto suo fratello per l’ultima volta, steso sul tavolo dell’obitorio.

Lucia ha fissato il corpo di Giuseppe per oltre quindici minuti, incredula di quanto vedeva: suo fratello era irriconoscibile.
Cominciamo dal viso. Una grossa tumefazione viola ricopriva il suo naso, la nuca, al tatto, era segnata da un bozzo gonfio. Scendendo lungo il corpo, si trovava un livido enorme sulla mano e il fianco era attraversato da lunghe strisce viola. Ma la cosa più importante, l’elemento inspiegabile e tuttora inspiegato, era rappresentato da quel pannolone bianco da adulto incontinente che gli cingeva i fianchi: a spostare i lembi, di quel pannolone, si vedevano i testicoli tumefatti e una traccia di sangue che fuoriusciva dall’ano.

Una scena terrificante, un corpo martoriato che fino a poche ore prima era vivo, pulsante e libero.

Ed ecco allora il racconto delle ultime ore di vita di Giuseppe Uva, reso possibile grazie alla testimonianza dell’amico che quella sera era con lui, Alberto Biggiogero.

Le ultime ore di Giuseppe Uva

È un venerdì, il 13 giugno 2008, e in tv ci sono gli Europei di calcio. Alberto e Giuseppe guardano insieme la partita dell’Italia prima di uscire. Poi vanno al solito bar, bevono vino, incontrano altri amici con cui passano qualche ora. Hanno bevuto tutti e due e tornano verso casa a piedi ed è a quel punto che si accorgono di alcune transenne accatastate all’angolo di una strada.
Giuseppe e Alberto, euforici a causa dell’alcol, spostano le transenne in mezzo alla strada bloccando il traffico. È a questo punto che vengono avvistati da una pattuglia dei carabinieri. Da qui in poi, tutto quello che raccontiamo è riportato nella denuncia depositata da Alberto Biggiogero il giorno dopo la morte di Uva.

La pattuglia è formata da due carabinieri e uno dei due esce dalla macchina con lo “sguardo stravolto e terrificante”. Il militare comincia a inseguire Giuseppe urlando “Uva, proprio te cercavo questa notte, questa non te la faccio passare liscia, te la faccio pagare”. Comincia qui un breve inseguimento, in cui Uva scappa seguito dai carabinieri e dallo stesso amico.

Quando anche Biggiogero li raggiunge, fa in tempo a vedere i militari scaraventare Uva a terra. Biggiogero prova a mettersi in mezzo per calmarli, ma non c’è niente da fare: a furia di calci pugni e spintoni, i due uomini vengono fatti salire su due diverse automobili (Uva su quella dei carabinieri, Biggiogero su una volante della polizia arrivata successivamente).

Le auto si dirigono alla caserma di via Saffi e vengono raggiunte da altre due pattuglie della polizia, che rappresentano tutto il presidio notturno della città di Varese per quella notte e che si concentrano in quella caserma. Uva e Biggiogero vengono separati: il primo in una stanza, il secondo in sala d’aspetto. Da quella posizione, Bigioggero può sentire le urla prolungate del suo amico e le numerose richieste d’aiuto: da quella stanza, entrano e escono, alternandosi, i due carabinieri e i sei poliziotti. Biggiogero, insultato e minacciato dagli uomini in divisa, è lasciato solo. Ha ancora con sé il cellulare e chiama il 118 per richiedere l’intervento di un’ambulanza. La seguente conversazione è agli atti dell’indagine e la riportiamo integralmente (audio originale delle telefonate con i sottotitoli).

118: 118.

B: Sì buonasera sono Biggiogero posso avere un’autolettiga qui alla caserma di via Saffi dei carabinieri?

118: Sì, cosa succede?

B: Eh, praticamente stanno massacrando un ragazzo.

118: Ma in caserma?

B: Eh sì.

118: Ho capito. Va bene adesso la mando eh.

B: Grazie.

118: Salve salve.

B: Salve.

L’uomo che risponde al centralino del 118, però, ritiene opportuno chiamare la caserma, prima di fare intervenire l’ambulanza:

Carabinieri: Carabinieri

118: Sì salve, 118

Carabinieri: Sì?

118: Mi hanno richiesto un’ambulanza. Non so mi ha chiamato un signore dicendo di mandare un’ambulanza lì da voi, me lo conferma?

Carabinieri: No, ma chi ha chiamato scusi?

118: Un signore. Mi ha detto che lì stanno massacrando un ragazzo e che voleva un’ambulanza.

Carabinieri: Un attimo che chiedo.

(dopo qualche minuto)

Carabinieri: No guardi son due ubriachi che abbiamo qui in caserma, adesso gli tolgono il cellulare. Se abbiamo bisogno ti chiamiamo noi

118: Sì sì non ti preoccupare, ci mancherebbe, ho chiesto. Ciao ciao.

Dopo questo assurdo dialogo telefonico, effettivamente il carabiniere torna nella stanza dove si trova Biggiogero e gli sequestra il cellulare, anche se l’uomo fa in tempo a chiamare il padre perché venga a prenderlo.

L’ambulanza, ovviamente, non arriva, e dopo circa venti minuti fa la comparsa in caserma un dottore della guardia medica il quale propone per Uva un Trattamento sanitario obbligatorio.

La motivazione del provvedimento coatto sarebbe l’autolesionismo: Uva si starebbe facendo male da solo sbattendo corpo e testa contro le sedie, la scrivania, gli stivali degli uomini presenti nella stanza (in una deposizione dei militari, troviamo questo passaggio: “Il collega frapponeva il suo stivale tra il pavimento e la testa di Uva, per evitare che questi si facesse più male urtando contro la superficie dura del pavimento”). È l’alba del 14 giugno, Giuseppe Uva viene ricoverato nel reparto psichiatrico dell’ospedale. Morirà intorno alle 11 di mattina.

Come si è detto, il giorno dopo Alberto Biggiogero deposita un esposto per denunciare i fatti di quella notte. Oltre al suo racconto, l’agente del posto di polizia dell’ospedale sequestra gli indumenti di Uva, tra cui i jeans, macchiati di sangue su tutta la parte posteriore.

Il fascicolo finisce in mano del pubblico ministero Agostino Abate e, da quel momento, passeranno anni di infiniti rinvii, omissioni, irregolarità all’interno di un’inchiesta che produrrà un primo, lungo e inutile processo per colpa medica.

La tesi accusatoria è la seguente: i sanitari dell’ospedale avrebbero somministrato a Uva medicinali incompatibili con il suo stato etilico. Da quel processo i tre imputati usciranno assolti con formula piena, mentre i carabinieri e i poliziotti non saranno nemmeno ascoltati, così come il testimone oculare Alberto Biggiogero.

Ben tre giudici, nei vari dispositivi emessi in quei primi anni di processo, intimeranno al pm Abate di indagare sui fatti accaduti all’interno della caserma. L’ostinato rifiuto ad adempiere questo suo primario dovere, gli costerà un atto d’incolpazione da parte del procuratore generale presso la corte di cassazione e una assai controversa azione disciplinare da parte del Consiglio superiore della magistratura conclusasi con un nulla di fatto.

In città prevale il senso comune

Veniamo ai giorni nostri. Il fascicolo è stato definitivamente tolto al pm Abate e il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’imputazione coatta per i due carabinieri e i sei poliziotti, accusati, tra gli altri reati, di omicidio preterintenzionale.

Il processo è cominciato in corte d’assise il 20 ottobre 2014 e procede lentamente e contraddittoriamente, in un clima tutt’altro che rasserenante. Non è una novità. Ciò che colpisce, infatti, è il senso comune che sembra prevalere in città. Con un eufemismo possiamo dire che da quel giugno del 2008 non è proprio accaduto che Varese “si stringesse intorno alla famiglia Uva”.

All’interno di una comunità relativamente piccola (80mila abitanti) accade un fatto a dir poco lacerante: un giovane uomo entra vivo in una caserma dei carabinieri, vi viene trattenuto illegalmente, ne esce in ambulanza per morire dopo poche ore in un reparto ospedaliero.

Seppure tutto ciò fosse dovuto al caso, sarebbe stato interesse della comunità conoscere precisamente e puntualmente i dettagli di quella morte. E invece, a distanza di tanti anni, non c’è alcuna certezza sulle cause della fine di Giuseppe Uva. Per capirci, non ci sono una sentenza o un referto definitivi in grado di escludere che Uva sia morto proprio a motivo di quanto è accaduto in quella caserma, ma nemmeno una credibile ipotesi su altre possibili cause.

Eppure la città, le sue istituzioni, la grandissima parte dell’opinione pubblica, i mezzi di comunicazione, gli intellettuali e i partiti politici, i sindacati e le associazioni (con qualche esilissima eccezione) non hanno battuto ciglio.

La solidarietà nei confronti dei familiari di Giuseppe Uva è stata tardiva, scarsa, occasionale. Le iniziative pubbliche e le conferenze stampa sono risultate poco frequentate e stendiamo un velo sull’atteggiamento dei quotidiani locali. In questo clima la procura e il tribunale sono apparsi come istituzioni lontane, imbarazzate da una vicenda che probabilmente mette in discussione antiche solidarietà, rinegozia alleanze interne e ne crea di nuove, altera le gerarchie di sempre, senza consentire un autentico
rinnovamento.

Pigrizia e conformismo, ossequio verso le autorità – e in una città come Varese i carabinieri sono tra le autorità più temute – e, su tutto, l’obbedienza al monito antico: sopire, troncare. Ciò ha consentito al pubblico ministero Agostino Abate di trattenere a sé il fascicolo fino a un anno fa e dopo che solo l’atto di incolpazione della corte di cassazione lo aveva indotto ad ascoltare il testimone oculare, a distanza di cinque anni e mezzo dai fatti (con le modalità che potete apprezzare in questi video).

D’altra parte, Giuseppe Uva era “solo un gruista”, il cui “stile di vita” sarebbe stato testimoniato dal fatto di non indossare mutande (cosa puntualmente smentita dalla testimonianza degli infermieri che dichiararono di aver tagliato lo slip con le forbici e di averlo buttato perché intriso di sangue).

Quest’ultimo dettaglio è significativo: è molto difficile, per chi non segue i processi, immaginare quale possa essere il linguaggio giudiziario, quale il genere letterario frequentato da un pubblico ministero, quale il peso maleodorante del pregiudizio scaricato su una vittima (dello “stile giudiziario” del procuratore Abate si ha conferma in molti passaggi della testimonianza di Luigi Manconi, ascoltato come “persona informata dei fatti” dallo stesso pm).

Ecco, queste sono le premesse attraverso le quali si arriva all’attuale dibattimento. E sembra proprio che tutto quel bruttissimo pregresso continui a condizionare l’attuale svolgimento: gli atteggiamenti degli attori, le modalità con cui vengono trattati i familiari di Uva e i testimoni vulnerabili come Biggiogero: qualcosa che ricorda i versi dell’antologia di Spoon River adattati e musicati da De André.

Eppure, in questa storia terribile di dolore e morte, emerge un dato impossibile da ignorare. Nell’assenza delle istituzioni, nella complicità di molti dei mezzi d’informazione, nell’indifferenza di gran parte della cittadinanza, una donna, pressoché da sola, ha reso possibile che questa storia non diventasse uno dei tanti fascicoli archiviati a prendere polvere negli scantinati di qualche tribunale.

Quella donna si chiama Lucia Uva, e il fatto che si tratti di una donna ci pare determinante. La sua storia non è così rara. Negli ultimi anni, e facendo un elenco che purtroppo non esaurisce una lunga teoria di tragedie, possiamo ricordare Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Michele Ferrulli, Aldo Bianzino, Marcello Lonzi, Dino Budroni. Accanto ai loro nomi, si ritrovano quasi sempre quelli delle loro madri o figlie o sorelle o mogli: Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi, Domenica Ferrulli, Roberta Radici, Maria Ciuffi, Claudia Budroni.

In tutte queste vicende c’è una costante: una donna che assume suo malgrado il ruolo di protagonista. Figura tragica, ma non di vittima. Perché accade questo? Le ragioni sono molte.

Le donne stanno là, dove si manifesta più forte il vincolo profondo e intimo costituito dal legame di sangue. Ed è il genere femminile che tende a vivere con maggiore intensità quel legame. In qualche misura, la donna resta – al di là dei cambiamenti culturali e dei processi di emancipazione – la custode degli affetti familiari e la garante della loro persistenza nel tempo. Quel ruolo pubblico di madre, moglie, figlia, sorella di qualcuno che ha perso la vita attribuisce forza morale e responsabilità.

Avviene qualcosa che porta quelle madri mogli figlie e sorelle ad agire. Quell’agire, nella gran parte dei casi, non ha nulla di autocommiserevole. Anche nelle manifestazioni più dolenti dello strazio i toni si mantengono, in genere, controllati, le parole misurate, il discorso – l’atto di accusa, quando c’è – si muove sul piano razionale.

Emerge un forte e intelligente senso della giustizia offesa e del diritto negato, che si traduce in domanda di verità. Ed è proprio questo che fa Lucia Uva: parla come una cittadina consapevole, che esige giustizia e non invoca mai vendetta (così come mai l’hanno invocata Patrizia Moretti Aldrovandi, Ilaria Cucchi, Domenica Ferrulli e le altre).

E questo non accade per una presunta bontà d’animo, ma perché quelle morti sono avvenute a seguito di situazioni assai complesse, dove si intrecciano – all’interno delle istituzioni statuali e degli apparati di polizia – reati e negligenze, atti criminali e omissioni di soccorso, irregolarità e abusi, colpe professionali e ottusità burocratiche.

E dove operano più soggetti, con diverse competenze e diversi livelli di responsabilità, tenuti insieme da rapporti di correità o da vincoli di omertà, spesso tutelati da una catena di comando di cui è difficile individuare l’anello collocato al livello più alto. Da qui discende che l’affermazione più frequente – la domanda e l’impegno di Lucia Uva, in questo caso – diventi: “Voglio sapere come è morto”.

Quel “come è morto” è, effettivamente, il quesito più drammatico che attraversa la vicenda di Giuseppe Uva. E quanto fatto in questi anni da Lucia Uva corrisponde a un vero e proprio conflitto “per la verità”, mentre lo stato, le sue istituzioni e i suoi apparati risultano essersi comportati come una sorta di Sistema della Menzogna, della Dissimulazione e dell’Occultamento.

È anche questo, probabilmente, che in tanti lunghi anni ha sollecitato e sostenuto quell’azione così particolare svolta da Lucia Uva: una battaglia per la giustizia contro l’iniquità, e – in qualche modo – per la vita contro la morte. Essere sorella della vittima attribuisce una titolarità di ruolo, ma rappresenta appena una premessa. Ciò che è avvenuto dopo (e che avviene per tutte le altre storie prima citate) è davvero sorprendente e straordinario: Lucia Uva è stata capace di trasformare il suo dolore più intimo in una risorsa pubblica.

Partendo dalla sofferenza, patita nella sfera più profonda e privata, si è fatta soggetto di una iniziativa che va assai oltre il legame familiare. È diventata attore pubblico e, a suo modo politico, portando energia e innovazione alla politica stessa. Semmai quest’ultima volesse ascoltare. Se così facesse, infatti, la politica potrebbe trovare nelle vicende di Lucia e delle altre, una trama di tensioni e di passioni preziose per la politica stessa.

È per ciò che dispiace davvero molto che questa donna, con la sua storia e il suo dolore, il suo impegno e la sua speranza, in quell’aula di tribunale – ieri come oggi – si sia trovata così spesso sola.

Luigi Manconi
Valentina Calderone

la Repubblica
27 03 2015

La Corte dei Conti ha deciso che gli agenti condannati per il caso Aldrovandi devono risarcire con oltre 560mila euro il ministero dell'Interno, che pagò i danni alla famiglia. Enzo Pontani e Luca Pollastri devono versare ciascuno 224.512 euro, Paolo Forlani e Monica Segatto, 56.128 euro. La Procura aveva chiesto 1,8 milioni. "E' la giustizia che va avanti". Così Patrizia Moretti, madre del 18enne ucciso a Ferrara il 25 settembre del 2005 durante un controllo della polizia, commenta all'Ansa la notizia. Per Moretti la sentenza della Corte dei Conti è "particolarmente importante" perché "riguarda tutti e non solo la nostra famiglia. E' il riconoscimento del male che ha subito la società intera".

La decisione è della sezione giurisdizionale della Corte dei Conti per l'Emilia Romagna, nel collegio composto dal presidente Luigi Di Murro, dal consigliere Francesco Pagliara e dal consigliere relatore Massimo Chirieleison. I quattro poliziotti, condannati in via definitiva a tre anni e sei mesi - la Cassazione è del giugno 2012 - per eccesso colposo nell'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, 18enne morto a Ferrara il 25 settembre 2005 in un controllo di polizia, erano stati citati in giudizio dalla procura contabile (ed era stato loro sequestrato un quinto dello stipendio).

I pm contestavano ai quattro un danno patrimoniale per 467.733 euro ciascuno e l'udienza si era tenuta il 28 gennaio. I giudici hanno anche disposto che il sequestro conservativo, autorizzato dal presidente della sezione a suo tempo, si converta in pignoramento per le somme che Pontani, Pollastri, Forlani e Segatto dovranno risarcire.

Nella sentenza di condanna i giudici scrivono che dalla lettura degli atti del processo penale "si evince che il comportamento" dei quattro uomini in divisa. Il danno subito dall'Amministrazione, proseguono i giudici contabili "costituito dalla somma pagata a titolo di risarcimento per il danno subito dagli eredi" del giovane morto nel 2005 "costituisce conseguenza diretta e immediata del comportamento gravemente colpevole dei convenuti".

Ma perché i quattro agenti dovranno versare somme diverse? I giudici lo hanno deciso per marcare "il quantum di danno" dei poliziotti facenti parte del primo equipaggio, rispetto ai componenti della seconda pattuglia, "in relazione alla tempistica dell'operazione di Polizia, così come desunta dagli atti del processo penale, che vedeva gli agenti Pollastri e Pontani intervenuti per primi sul posto".

Donne che fanno paura

Ilaria Cucchi e Patrizia MorettiNon solo hanno perso il fratello e il figlio "nelle mani dello Stato". Ilaria Cucchi e Patrizia Moretti sono sottoposte a continui attacchi e querele. "Sono un simbolo, dimostrano che ci si può ribellare alla violenza", dice l'avvocato che segue i loro casi.
Donatella Coccoli, Left ...

Vendetta o giustizia? Patrizia Aldrovandi risponde al Coisp

  • Martedì, 08 Luglio 2014 07:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

Minima et moralia
08 07 2014

Questa intervista è uscita su Contropiano.
di Adriano Chiarelli

Abbiamo dialogato con Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi. Con lei abbiamo discusso della probabile decisione della Corte dei conti di riscuotere il risarcimento direttamente dai quattro condannati per l’omicidio di suo figlio: Paolo Forlani, Luca Pollastri, Monica Segatto, Enzo Pontani. La decisione andrà confermata in un’altra seduta prevista per il 9 luglio prossimo. Al di là dell’esito, che si presume orientato a una conferma di quanto già annunciato, va delineandosi un nuovo principio, inedito per quanto riguarda gli omicidi di polizia: la responsabilità è personale, cioè dei condannati, ed è giusto che siano loro a pagare.

Lo stato ha anticipato il risarcimento per le parti civili e ora presenta il conto, come è giusto che sia. Forse quello pecuniario è un argomento che i vertici di polizia comprenderanno a fondo, e con loro i sindacati tristemente noti come il Sap e il Coisp, che non perdono mai occasione per strepitare, offendere i vivi e i morti, o per rivendicare garanzie e diritti dei quali nessuna categoria professionale in Italia potrà mai godere.

Patrizia non fa sconti a nessuno. La sua rabbia è ancora palpitante, così come viva è la sua voglia di lottare non solo per suo figlio, ma per tutti i morti di stato.

Patrizia come commenti il provvedimento di risarcimento per 2 milioni a carico dei quattro poliziotti che hanno ucciso Federico?
Mi risulta che non sia ancora un provvedimento definitivo. Potrebbe diventarlo il 9 luglio, giorno in cui la corte dei conti si riunirà per decidere sulla conferma o meno di tale provvedimento. Ciò che è certo è che si tratti di un segnale molto importante. Noi abbiamo sempre avuto fiducia nelle “persone oneste delle istituzioni”. Lo dico tra virgolette perché questa distinzione è l’unico schema possibile per non generalizzare, per stabilire una linea di demarcazione tra elementi istituzionali onesti e disonesti.

In questi nove anni trascorsi dalla morte di mio figlio, con la mia famiglia e con coloro che mi hanno sostenuto abbiamo improntato le nostre azioni verso un senso di fiducia nella giustizia. Ci ho sempre creduto e continuo a crederci. Nonostante ciò abbiamo avuto molte delusioni da soggetti che ricoprivano ruoli importanti nelle istituzioni, che niente c’entravano con la nostra vicenda e che tentavano di avere notorietà personale, cavalcando la tragedia e cercando lo scontro con noi. In questi momenti la fiducia ha tentennato. Abbiamo subito di tutto: dall’incommentabile Giovanardi, passando per Primadifesa (gruppo indipendente di difesa legale delle forze dell’ordine, n.d.r.), agli insulti di Forlani subito dopo la sentenza di cassazione. Tutto questo percorso così arduo, in realtà mi ha sempre visto fiduciosa.

Il processo penale si è concluso da due anni: la delusione è che i quattro non abbiano perduto la divisa. Però tutto ciò che è stato fatto – ci tengo a dirlo – sia da noi che da altre voci indipendenti, voci della società, scrittori, giornalisti, documentaristi ci ha aiutato moltissimo. Il loro pensiero e il loro agire, così attento e sensibile, ci ha accompagnato chiedendo giustizia, aiutandoci infine a ottenerla. Ogni strumento è stato utile a moltiplicare la voce di Federico e di quelle vittime che non potevano difendersi da sole. Tutti loro hanno messo insieme una forza talmente grande che il dibattito pubblico è ancora oggi incessante e prosegue anche al di là dei processi.

Adesso c’è più consapevolezza. E adesso si deve sapere che la proposta del ministero di anticipare il risarcimento alla mia famiglia è un grosso favore che lo Stato ha fatto ai condannati. Adesso lo stato chiede indietro il prestito: è giusto che sia così e io non la vedo in altro modo.

Qualcuno definisce questi e altri provvedimenti dell’autorità giudiziaria come vittorie. Faremmo volentieri a meno di queste vittorie. Ognuna di queste “vittorie” non fa altro che riaprire ferite sempre più difficili da rimarginare. Non aiutano a guardare avanti, a pacificarsi con se stessi, non fanno altro che rinnovare il dolore. È così?

È esattamente così. Se loro non avessero ucciso Federico sarebbe stato meglio per tutti, e non avremmo mai dovuto parlare di un ragazzino di 18 anni morto di morte violenta. Pertanto oggi dico semplicemente: “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. I sindacati hanno poco da recriminare o rivendicare: quei quattro mi hanno portato via Federico e ora si indulge al vittimismo, si parla di famiglie rovinate per sempre. Qui l’unica vittima è Federico, non c’è più. Sarà lui a non potersi fare una famiglia, sarà lui che non avrà mai dei figli. Perché non c’è più.

E voglio sottolineare che “loro” prima del processo, anzi nell’immediatezza dell’omicidio hanno deciso di seguire la linea dei depistaggi. Hanno deciso loro di adottare questa strategia della menzogna fin da subito, e ciò è acclarato in tutti i processi su depistaggi e insabbiamenti. Qualcuno sopra di loro ha deciso che si dovessero comportare così. Qualcuno ha deciso che i verbali di quella mattina dovessero essere tutti identici, così come sono state pianificate e concordate tutte le loro prese di posizione in questi anni. Tutto sommato, i quattro condannati sono i pesci piccoli di un sistema più grande: alla luce di ciò suggerirei a chi si lamenta dell’entità del risarcimento di andare a chiedere i soldi a chi ha ordinato loro di agire in quel modo. Che chiedano aiuto ai superiori che hanno deciso di insabbiare tutto e di infangare la memoria di Federico dandogli del tossico; li chiedano a chi offendeva Federico, la sua famiglia e i suoi amici. Andassero a chiedere ai capi quei soldi, visto che hanno deciso di tenere negli anni questa linea di comportamento. Perché deve essere chiaro a tutti che il loro comportamento è stato illegale, improntato a una crudeltà estrema, che aggiunge alla violenza fisica quella verbale. Quei soldi li raccolgano tra loro, con l’aiuto dei sindacati che tanto li spalleggiano, e che risarciscano di tasca propria i contribuenti.
Ecco veniamo ai sindacati e a personaggi come Franco Maccari del COISP…

Penso che Maccari sia uno stalker. Non scendo a indagare le motivazioni dei suoi assurdi comportamenti. Penso sia un vero torturatore morale, che non ha mai avuto scrupoli nei confronti della mia famiglia. Lo diceva anche Heidi Giuliani, perseguitata da giudizi feroci sulla simbolica “piazza Carlo Giuliani”. È uno stalker nato. Com’è possibile che una persona così rappresenti qualcuno di onesto? Forse rappresenta le persone come lui.

Secondo te qual è il progetto comunicativo di sindacati di polizia che non mancano occasione per cavalcare polemiche?
Secondo me non hanno una posizione sindacale ma decisamente politica e, direi, pericolosa: è una presa di posizione squisitamente politica, estremamente arrogante e votata alla sopraffazione. Penso sia sotto gli occhi di tutti.

Cos’è che non funziona nelle articolazioni sindacali della polizia? Pensi siano specchio delle disfunzioni della polizia in se?
Non sono competente per giudicare questi aspetti. Posso dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella strenua difesa di persone condannate. Chi ha una funzione istituzionale e prende queste posizioni contrarie al senso stesso di Stato, si mette contro gli organi dello stato che egli stesso rappresentano. Tutto ciò lo definirei sovversivo.

Il fenomeno della malapolizia stenta ad attenuarsi? Molto difficile tenere il conto dei casi ufficiali. I provvedimenti come questo della Corte dei conti, o comunque le altre condanne, non dovrebbero avere funzione di deterrente?

Non funzionano da deterrente, perché se ci pensiamo le sentenze vere e proprie sono ancora poche. Quella per Federico o quella, inequivocabile per la morte di Gabriele Sandri sono state le prime del nuovo millennio. Poi c’è stato Gugliotta che ci fa sperare che le cose prendano una piega diversa. In questo momento storico spero che abbiano un effetto di deterrenza. Ciò che vedo però è che le forze dell’ordine proprio in virtù di queste sentenze, tendano a organizzarsi di conseguenza, imparando a coprirsi meglio e ad accrescere il senso di impunità. Per questo penso che ciò che realmente funzioni sia colpirli sul lato materiale, economico: l’unico argomento che certi soggetti possono capire sono i provvedimenti relativi ai beni materiali, come si presume accadrà nel caso della Corte dei conti il 9. I quattro che hanno ucciso Federico dopo sei mesi sono tornati in servizio, con stipendio regolare e divisa ancora addosso. Tutto si è risolto cioè in un nulla di fatto, questa è la verità. Invece il risarcimento di tasca propria, è un argomento che anche i più accaniti difensori degli abusi di polizia capiranno. Penso che colpirli lì sia un argomento vincente perché questi episodi non accadano mai più. Detto ciò non credo che gli italiani siano felici di pagare per questi quattro. La responsabilità è personale, non dell’Italia intera che dovrà così accollarsi le spese risarcitorie. I condannati sono loro, loro hanno ucciso mio figlio, che paghino di tasca propria.

Sembra quasi che all’interno delle forze dell’ordine non ci sia una percezione esatta di quanto siano sotto i riflettori, ovvero soggetti al giudizio quotidiano. E sembra anche che al loro interno non riescano a darsi regole precise. Che ne pensi?

È vero. Penso che un cambiamento del genere sia necessario, che siano necessarie nuove regole. Adesso tocca alla politica indicare la via del cambiamento, se c’è in questa una parte onesta, trasparente. Le promesse che mi sono state ripetutamente fatte di rivedere l’organizzazione, gli schemi, l’etica della polizia sono state vane. Adesso è il momento di cambiare direzione. E ripeto, forse l’azione della corte dei conti va in questa direzione, ma non rappresenta il cambiamento interno alle forze dell’ordine. È questo che ancora manca. E manca perché il vero cambiamento incontra l’opposizione durissima di quei sindacati: vedi gli applausi del Sap, vedi il Coisp che porta avanti azioni politiche deteriori, non riconciliatorie. È in sede istituzionale che deve avvenire una vera discussione, a livello politico nel senso migliore. È necessario che se ne parli in parlamento: ci vuole una legge contro la tortura, ma più in generale una creazione di dispositivi operativi e giuridici che impediscano morti atroci come quella di mio figlio.

È dal 2005 che malgrado tutto, la storia di Federico è il faro per tutte le vicende di malapolizia. Cos’è cambiato da allora? Che eredità lascia alla società, alla pubblica opinione. E soprattutto: questa storia avrà mai una fine?

Vedi, penso che non abbia mai fine proprio perché è importante. Perché la forza di Federico non è solo in lui o in chi ci ha sostenuto a titolo personale oppure legale. La storia di Federico è universale, la gente l’ha compresa e ne è rimasta sconvolta. Non è mistificabile, nonostante gli sforzi degli stalker. Credo che Federico possa insegnare moltissimo a tutti. È imprescindibile che la gente capisca che questo è un problema vero, che riguarda molte persone e che fa molte vittime. Quindi va seriamente affrontato. Come problema nasce da lontano e Federico è solo una delle tante vittime. Forse la sua storia è diventata più evidente perché per fortuna c’è stata una sentenza, che per tanti è stata impossibile. Da lì anche le persone comuni si sono rese conto che la malapolizia esiste e va sconfitta. La politica non ascolti più me: ascolti la gente, non rappresenti solo il potere fino a se stesso, ma diventi qualcosa di effettivo, attivo. Per il cambiamento.

 

 

 

 

Aldrovandi, il Coisp: la famiglia cerca solo vendetta

  • Giovedì, 03 Luglio 2014 14:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

la Repubblica
03 07 2014

"A questo punto la famiglia Aldrovandi cerca solo vendetta": sono le durissime parole di Franco Maccari, segretario generale del Coisp, Sindacato indipendente di polizia, replicando alle dichiarazioni rilasciate dai genitori di Federico Aldrovandi dopo la notizia del sequestro conservativo di un quinto dello stipendio e dei beni mobili e immobili, a copertura di 1,87 milioni di euro, disposto contro i quattro agenti condannati in via definitiva per la morte del ragazzo.

"Non si possono lapidare quattro persone". "Ha già ricevuto 2 milioni di euro, che non bastano certamente a ripagare la perdita di un figlio - dice Maccari -, ma bastano a imporre di smetterla di pretendere la lapidazione di quattro persone condannate per mera colpa, usando argomenti che nulla hanno a che fare con la giustizia. Non è giustizia chiedere a chi porta la divisa di svolgere - per quattro soldi - un lavoro in cui la disgrazia è in agguato assumendosi da soli le conseguenze nefaste che ne possono derivare, al di là delle loro intenzioni. Nessuno di noi riceve in dotazione una bacchetta magica, siamo umani come tutti gli altri cittadini che svolgono qualsivoglia lavoro, ma nessuno in Italia è chiamato a pagare quanto noi per ciò che fa, o per ciò che può sbagliare per pura colpa. Siamo e restiamo quelli che in qualsiasi contesto rischiano di più su ogni fronte - personale, familiare, economico, disciplinare, lavorativo - avendo le minori, quando non inesistenti, tutele. Accanirsi ancora contro quattro persone la cui vita, pure, e' stata sconvolta e distrutta, è disumano".

Quel presidio sotto l'ufficio di Patrizia Moretti. Non è la prima volta che il Coisp polemizza con la famiglia Aldrovandi. Il 27 marzo 2013 il sindacato organizzo un sit-in a Ferrara, a sostegno degli agenti condannati, a pochi passi dall'ufficio dove lavorava Patrizia Moretti, la madre del ragazzo. Lei stessa, per tutta risposta, scese in piazza tenendo mostrando la foto del figlio morto (guarda la fotogallery). Episodio che allora venne condannato dall'ex ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri.

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