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Giornalettismo
22 01 2014

Lo dice la madre, Patrizia Moretti, che sottolinea come non abbia ricevuto telefonate in merito né dalla Polizia né dal Viminale

I poliziotti condannati per la morte di Federico Aldrovandi tornano in servizio? La notizia è stata data dalla mamma del giovane ucciso a Ferrara, ripresa da Repubblica Bologna, che ha spiegato come gli agenti stiano tornando in servizio dopo aver scontato i sei mesi di detenzione ed il periodo di sospensione. Tuttavia a smentire la notizia ci ha pensato Gabriele Bordoni, avvocato di Paolo Forlani, uno dei quattro agenti coinvolti, che per il momento non tornerà in servizio perché da tempo in cura per una nevrosi reattiva dovuta «alle vicende del processo e a tutto quello che ha vissuto, con grande dolore, anche per la morte del ragazzo».


NESSUNA PAROLA DA POLIZIA E VIMINALE - Patrizia Moretti ha svelato poi all’Ansa che nessuno l’ha contattata, né dalla Polizia né dal Ministero dell’Interno, per spiegarle quanto stesse accadendo, nonostante lei stessa chieda da sempre la radiazione degli agenti che hanno causato la morte del figlio. Alla domanda relativa all’arrivo della chiamata ha donna ha risposto: «Beh, effettivamente sì». «Conoscenza diretta non ne abbiamo -ha continuato la donna- sappiamo che i tempi sono questi, tra fine gennaio e inizio febbraio, ma in realtà le notizie le ho più dai giornalisti che non dalla fonte. Con i nostri avvocati avevamo fatto una richiesta di accesso agli atti presso i vertici della polizia per vedere i loro provvedimenti disciplinari, ma ci è stata negata. Perché, ci hanno detto che ai sensi di legge non siamo diretti interessati».

LA VICINANZA DEL MINISTRO CANCELLIERI - L’ultimo ad aver sentito Patrizia Moretti è stato il ministro Cancellieri: «Allora era ministro dell’Interno. Si era in parte impegnata a seguire attentamente la vicenda, poi ha cambiato ministero… Il problema è che cambia politico e non c’è più modo di proseguire il dialogo e non hai più un interlocutore». In tutto questo tempo neanche i quattro poliziotti condannati hanno cercato un contatto con la mamma di Federico Aldrovandi che ne ha approfittato per ritornare sulla polemica relativa all’impossibilità di radiare dalla polizia agenti condannati per reati colposi.

IL NODO DELLA RADIAZIONE - La mamma di Federico ha ribadito ciò che ha sempre sostenuto insieme al marito, Lino Aldrovandi: «In tutte le sentenze che si sono succedute, in particolare la prima, hanno sancito che non è stato possibile arrivare ad una pena maggiore a causa degli insabbiamenti dei colleghi. Io ho letto il regolamento della polizia. La radiazione anche è prevista per il disonore alla divisa. E questo per me è alto tradimento. Basta leggerle le cose, basta volerle applicare, per me gli appigli ci sono. Ma forse non vogliono farlo. Qui non ci siamo solo noi ma è una questione che riguarda tutti, riguarda quello che decide di fare una istituzione di fronte ad una condanna per omicidio».

"Licenza di tortura": ecco i volti delle vittime di Stato

  • Giovedì, 28 Novembre 2013 13:22 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'Espresso
28 11 2013

Ilaria Cucchi. La famiglia di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Riccardo Rasman. La nipote di Franco Mastrogiovanni. Parenti e amici di persone picchiate o uccise da forze dell'ordine, guardie penitenziarie, medici. La giovane fotografa Claudia Guido ha deciso di immortalare i loro volti. Per mostrare che potrebbe succedere ad ognuno di noi.

Rudra Bianzino indossa una giacca blu, ha le mani in tasca, sullo sfondo le colline di Perugia. Suo padre, Aldo, è morto in carcere cinque anni fa. Era entrato in ottima salute. È uscito due giorni dopo in una bara. L'unica certezza che Rudra e i suoi fratelli hanno avuto dal processo, finora, è che il padre si sarebbe potuto salvare, se qualcuno avesse ascoltato le sue urla di dolore. Ma la guardia carceraria ch'era servizio non ha chiamato i soccorsi. Per questo l'agente è stata condannato a un anno e mezzo di reclusione: ma in carcere non ci andrà perché la pena è sospesa.

Quella di Aldo Bianzino e dei suoi figli è una delle undici storie raccontate attraverso i ritratti dei parenti e dei “sopravvissuti” da Claudia Guido, giovane fotografa padovana che li ha raccolti in una mostra itinerante intitolata “ Licenza di tortura ”. Un progetto che, spiega l'autrice, è diventato anche una forma di protesta: «Per due anni ho vissuto con queste famiglie. Ho conosciuto le loro battaglie, lo sconforto, la difficoltà di arrivare non dico a una sentenza, alla punizione dei colpevoli, ma anche semplicemente al processo: che costa tanto, economicamente ed emotivamente. Con loro ho conosciuto anche la tortura quotidiana dell'abbandono e delle parole di chi accusa, deride o rilegge le loro storie senza pensare alla sofferenza che provano intere famiglie».

Gli scatti della Guido sono frontali, scarni, senza forzature: «Non ho aggiunto elementi distintivi, non ho associato ai ritratti le immagini agghiaccianti delle vittime che abbiamo visto sui giornali», spiega l'autrice: «Perché quello che vorrei trasmettere è il sentimento che ho provato io stessa leggendo queste storie sui quotidiani: l'idea che quelle violenze sarebbero potute capitare a me. Quando mia madre ha visto la foto di Patrizia Moretti ha detto: “Potrei essere io”».

Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi , ucciso di botte da quattro poliziotti la notte del 25 settembre 2005, è stata uno dei primi contatti della ventinovenne padovana. Poi sono arrivati il padre e il fratello di Federico, insieme alle altre vittime che ora stanno girando per tutta Italia : la mostra arriverà a breve anche a Roma e a Milano. «Dopo undici casi mi son dovuta fermare: ero troppo coinvolta. Ma non escludo la possibilità di continuare: l'argomento è purtroppo sempre attuale».

Nel frattempo, dall'aprile del 2011, la Guido ha portato davanti al suo obiettivo Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano , morto dopo esser stato arrestato, picchiato, e lasciato senza cure il 22 ottobre del 2009; la famiglia di Riccardo Rasman, il giovane con problemi psichici immobilizzato, colpito e asfissiato da tre agenti, a casa sua, il 27 ottobre del 2006; un sopravvissuto come Paolo Scaroni , il tifoso che nel 2005 finì in coma per le manganellate della polizia e dal suo risveglio ha avviato una battaglia legale per individuare i colpevoli; o come Stefano Gugliotta, menato da uomini in divisa il 5 maggio del 2010 e salvatosi da una condanna per “resistenza a pubblico ufficiale” solo grazie ai video girati col cellulare dagli abitanti della zona.

Nella mostra ci sono poi Grazia Serra, nipote di Franco Mastrogiovanni , il maestro morto il 4 agosto 2009 in un reparto psichiatrico dell'ospedale di Vallo della Lucania, dopo esser rimasto per ore legato a un letto senza cure né acqua. Si sono fatti ritrarre anche il padre, la madre e la sorella di Carlo Giuliani , il ragazzo di 23 anni ucciso da un proiettile della polizia il 20 luglio 2001 durante le contestazioni del G8 di Genova ; la figlia di Michele Ferrulli , il 51enne morto d'infarto mentre veniva arrestato il 30 giugno del 2011; Luciano Isidro Diaz , fermato la notte del 5 aprile del 2009 mentre guidava troppo forte e reso vittima di lesioni così gravi da causargli la perforazione di un timpano e il distacco della retina; e infine la sorella e il migliore amico di Giuseppe Uva , l'uomo morto in ospedale dopo esser stato trattenuto per tre ore nella caserma dei carabinieri di Varese.

Ci sono i volti di tutti loro. Che interrogano, per primo, lo Stato. Perché non lasci ripetere quelle violenze.

Francesca Sironi

Musica per Federico: 21 settembre 2013

Il Fatto Quotidiano
25 09 2013


Un inno alla vita. Il concerto in memoria di Federico Aldrovandi, più che un ricordo della sua morte avvenuta esattamente otto anni fa, “vuole essere un inno alla vita”. È l’augurio che patrizia Moretti, madre del ragazzo ucciso a 18 anni durante un controllo di polizia davanti all’ippodromo di Ferrara, lancia dal palco della seconda edizione del concerto “Musica per Federico”, che si tiene simbolicamente proprio all’interno dell’ippodromo e che ora diventerà un appuntamento annuale a ridosso di ogni 25 settembre, giorno della sua prematura scomparsa.

Prima di lasciare spazio ai musicisti che hanno voluto essere presenti a Ferrara per celebrare la ricorrenza, la madre ringrazia il pubblico per la “forza che ho ricevuto da voi, che ci avete sempre sostenuto e ci avete permesso che Federico avesse quel po’ di giustizia che ha potuto ottenere”. Una giustizia che ancora manca in altre aule giudiziarie dove si stanno dibattendo o dove non sono mai arrivati casi simili a quelli di Federico. “Ci sono altre famiglie che stanno ancora lottando per la verità, penso ai qui presenti Lucia Uva, Domenica Ferrulli, Filippo Narducci. Purtroppo siamo tutti testimoni di qualcosa che non avremmo voluto vivere. Qui vogliamo dire basta a queste tragedie che purtroppo hanno colpito le nostre famiglie”.

A Ferrara non era presente Ilaria Cucchi, che ha lasciato un messaggio su facebook dedicato a Federico, “che con il suo sacrificio ha aperto tante strade in un percorso di civiltà”. Ora “viene ricordato con la musica e con l’affetto vero e sincero di tanta tantissima gente che non vi abbandonerà mai. Purtroppo – riprende la madre di Aldrovandi – siamo tutti testimoni di qualcosa che non avremmo voluto vivere. Oggi ricordiamo qui Federico in musica e tutti quelli che come lui vorrebbero essere qui. Ci tengo molto al fatto che musica ed arte accompagnino il ricordo di mio figlio, perché era un ragazzo e tutti ragazzi hanno diritto alla felicità e a una vita serena. Spero che questa musica ci possa regalare tutto ciò. E che sia una giornata di inno alla vita”.

E l’inno alla vita in musica ha avuto le note e le parole anche di Massimo Bubola, storico collaboratore di Fabrizio de Andrè, che al ragazzo ha dedicato una delle sue instant song, “Quante volte si può morire e vivere”. “Conoscevo già il caso Aldrovandi – confida ai piedi del palco -, ma mi ha colpito particolarmente la manifestazione dello scorso 27 marzo, con il presidio in solidarietà ai quattro poliziotti condannati per la morte di Federico organizzato dal Coisp. Vedere la madre costretta a scendere dal suo ufficio con in mano la gigantografia del figlio in obitorio quasi fosse una sindone mi ha ferito, addolorato, indignato”.

L’esibizione di Bubola ha fatto parte di otto ore di musica no stop, con dieci i gruppi che hanno risposto all’appello lanciato dall’associazione Federico Aldrovandi onlus e che sono venuti a Ferrara per ricordare, “e ringraziare”, come detto da molti musicisti sul palco, Aldro. Tanti gli artisti presenti: tra gli altri I Nuovi Ranti, Dubby Dub, Hate The Nation, Majakovich. Andrea Dodicianni, musicista poliedrico che con la sua canzone “Saint Michel” ha vinto il concorso nazione di Amnesty International Italia “Voci per la libertà”. Il brano rappresenta una preghiera laica dedicata alla famiglia Aldrovandi: “Stefano non sa più se mangiare non tornerà più a casa, per Federico morto ammazzato l’asfalto di Ferrara, per la sua mamma”. La musica è continuata con il songwriter Alessandro Fiori, ex cantante dei Mariposa, e Andrea Appino, frontman del gruppo Zen Circus.

Mentre sul palco regnava la musica, all’ippodromo comunale sono arrivati anche drappelli di ultrà. Banda Boccassa, Vecchia Ovest Ferrara e Cani Sciolti hanno lasciato i campi da calcio per un terzo tempo di solidarietà a suon di fumogeni e cori da stadio. In serata, attorno alle 21, è salita sul palco l’altra grande ospite della serata, Marina Rei accompagnata da Pierpaolo Ranieri, Andrea Ruggiero e Matteo Scannicchio, per cantare “Che male c’è”, una canzone scritta con Riccardo Sinigallia e Valerio Mastrandrea dedicata al caso Aldrovandi. “Questo pezzo – spiega – parla di un profondo senso di solitudine che si può provare davanti a una situazione di violenza, a un’inferiorità numerica, a un comportamento privo di senso”. Ecco allora che nelle parole della canzone si sente emergere la voce di Federico: “Troppo tardi per salvarmi, troppo presto per morire, ora che è quasi finita, non potrà mai più finire”.

Dopo il momento dell’arte e del divertimento è venuto quello della riflessione, con papà Lino che, foglio in mano, ringrazia tutti quanti per questo momento di cultura, “che è cultura come insieme di valori per Federico, cultura del rifiuto della violenza, cultura perché non accada mai più”. E poi un pensiero finale a chi uccise suo figlio e che ora riprenderà il servizio all’interno della Polizia di Stato: “noi chiediamo allo Stato che vengano deposti dall’incarico e intanto ricorderemo Federico ogni anno attraverso la cultura della non violenza. Nessuno – si rivolge al figlio – potrà più permettersi di offenderti”.

 

 

Reset Italia
25 09 2013

“Oggi ne avresti 26 di anni e chissà quante cose belle o meno belle avremo condiviso insieme. Non crescerò mai Federico, come l’hanno maledettamente impedito a te. Non cresceremo mai, ma altri bimbi forse si, se gli uomini di buona volontà sapranno prendere spunto e insegnamento da questa orribile storia, in questo nostro paese.Buon compleanno Federico, in attesa di quel che verrà…Lino”

Si conclude così il tenerissimo ricordo del figlio Federico, che avrebbe compiuto gli anni il 17 luglio 2013, del padre Lino, sul blog a lui dedicato se non fosse che fu ammazzato dalla polizia. Il 2 gennaio del 2006 la madre di Federico, Patrizia Moretti, aprì un blog su internet, chiedendo che venisse fatta luce su tutta la vicenda.
Era il 25 settembre del 2005 quando, a Ferrara, Federico Aldrovandi, a soli 18 anni, morì pochi minuti dopo essere stato fermato dalla polizia nei pressi dell’ippodromo; vennero indagati per la sua morte quattro poliziotti condannati in via definitiva il 21 giugno 2012 a 3 anni e 6 mesi per “eccesso colposo in omicidio colposo”.


Su Facebook a nome di Federico Aldrovandi scrive ancora il padre: “Sono molto stanco Federico, per tanti motivi…, come penso lo siano tanti altri cittadini…, impegnati anima e corpo nel rincorrere un poco di pace e serenità attraverso piccole giustizie e giuste richieste…, che dovrebbero essere dovute… L’altra sera, nel vedere gli occhi e gli sguardi di tanti giovani e di tante persone di ogni età ho rivisto la tua voglia di vivere Federico. Ad un certo momento, mettendomi in disparte nel buio… ho anche pianto pensando a tante cose…C’era comunque una luna bellissima, e l’amore lì si toccava con mano, o meglio si accarezzava con il cuore, come in questa canzone che ogni notte ascolto come un ragazzino mai cresciuto.


E' Stato morto un ragazzo - il docufilm su Federico Aldrovandi

 

E’ una bellissima canzone di Miguel Bosè. Vorrei solo far conoscere la storia di Federico (si chiama come mio figlio) a chi probabilmente non ne sapeva l’ esistenza. Io l’ ho appresa dalla Rete nel 2006, grazie a internet.

Doriana Goracci

Così stanotte voglio una stella a farmi compagnia che ti serva da lontano ad indicarti la via così amore amore amore, amore dove sei? Se non torni non c’è vita nei giorni miei.

 

sul tema: Non avere paura di non fare silenzio http://www.reset-italia.net/2010/07/04/non-avere-paura-di-non-fare-silenzio/#sthash.A6ZyaGaC.dpbs

Approfondimenti

http://it.wikipedia.org/wiki/%C3%88_stato_morto_un_ragazzo

http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Federico_Aldrovandi

https://www.facebook.com/pages/Federico-Aldrovandi/58564047000

http://www.beppegrillo.it/2007/06/federico_aldrov.html

 

La Repubblica
28 07 2013

Finiti i termini della condanna decisa dal Tribunale di Sorveglianza. Ancora polemico il sindacato Coisp

di LUIGI SPEZIA

Lunedì tornano in libertà tre dei quattro agenti condannati dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna a scontare in carcere o agli arresti domiciliari la pena residua di 6 mesi per la morte di Federico Aldrovandi nel 2005. Si tratta di Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri. Lo ricorda il sindacato Coisp che non manca di essere come sempre polemico sulla decisione dei giudici: "Domani sarà un giorno speciale anche perché registreremo il primo caso in Italia di condannati per mera colpa che scontano fino all'ultimo secondo della loro pena non in libertà. Finalmente la storia ha trovato qualcuno a cui far sentire tutta la severità della legge che diventa spietatezza: quando si deve rispondere all'onda emotiva che si leva dalla piazza ed alla voglia di vendetta di qualcuno che evidentemente conta più degli altri".
 
Lo dichiara Franco Maccari, segretario generale del Coisp, il sindacato minoritario di polizia che in passato si contraddistinse per aver manifestato contro il carcere sotto l'ufficio a Ferrara della madre di Federico, facendo intervenire duramente anche l'allora ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri.
Anche per il quarto condannato, Enzo Pontani, ai domiciliari come Segatto, presto scadrà il periodo di espiazione della pena, che lui ha cominciato a scontare più tardi per un rinvio delle decisioni. Il Tribunale di Sorveglianza presieduto da Francesco Maisto aveva deciso per il carcere e non per le misure alternative non solo a causa dell'estrema gravità del comportamentoi degli agenti, ma anche per la loro mancanza di ravvedimento.










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