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Io sorella di tanti Cucchi (Ilaria Cucchi, Left)

Mio fratello è diventato un simbolo, è diventato Stefano Cucchi. Potrà sembrare una magra consolazione, ma vi assicuro che non lo è. Perché se adesso è nella memoria della gente, io ho almeno l'illusione che la sua vita e la sua morte abbiano significato qualcosa. ...

La vergogna senza fine di certi applausi

  • Mercoledì, 30 Aprile 2014 09:04 ,
  • Pubblicato in Flash news

Donne Viola
30 04 2014

Schifo, vergogna, disgusto.
Ma la rassegnazione quella no, non subentra stasera.
Non accetteremo mai di vivere in un paese in cui dei poliziotti applaudono gli agenti che hanno ucciso Federico

(ANSA) – RIMINI, 29 APR – Un lungo applauso e delegati in piedi al Congresso nazionale del sindacato autonomo di Polizia, per tre dei quattro agenti condannati in via definitiva per la morte del 18enne Federico Aldrovandi durante un controllo nel 2005 a Ferrara.I tre agenti erano presenti al congresso.”Mi si rivolta lo stomaco. E’ terrificante”,reagisce Patrizia Moretti, madre di Federico. “Cosa significa? Che si sostiene chi uccide un ragazzo in strada? Chi ammazza i nostri figli? E’ estremamente pericoloso”.

Non ci rassegneremo mai a questa disumanità.

Vorremmo chiedere a questi poliziotti se hanno figli, se la sera quando i loro ragazzi escono se ne vanno a dormire tranquilli o se sostano sul divano con il cuore in fibrillazione nel timore che possa succedere loro qualcosa.
Vorremmo sapere da questi poliziotti se quando hanno indossato la divisa pensavano che un giorno qualcuno di loro avrebbe potuto abusare del potere conferitogli dallo Stato.
Vorremmo capire cosa spinge un poliziotto ad applaudire un agente che ha ucciso, a esprimergli solidarietà.
Vorremmo comprendere dove sta finendo l’umanità e soprattutto dove si trova il ministro degli interni in questo momento e che cosa pensa di questo ennesimo oltraggio perpetrato nei confronti di una famiglia che ha perso un figlio, ucciso dallo Stato.

Il Fatto Quotidiano
21 03 2014

Il water boarding a Totò Riina. Il capo di Cosa Nostra sottoposto a trattamenti non proprio ortodossi da parte della polizia. Parliamo degli anni ‘60, quando Riina era un picciotto a inizio carriera. Una storia inedita, svelata dal libro Il partito della polizia, edizioni Chiarelettere, in libreria da oggi (vai al sito), scritto da Marco Preve, uno dei migliori giornalisti d’inchiesta di Repubblica.

Per rispolverare quella vecchia pagina, il cronista ha scovato un breve passaggio nelle carte di un processo di Perugia. È il 15 ottobre del 2013. Al banco dei testimoni c’è Salvatore Genova, funzionario di polizia in pensione, ma ex commissario della squadra che liberò il generale Dozier rapito dalle Br nei primi anni ‘80. Genova è stanco di portare il peso dei ricordi degli abusi di quel periodo e racconta la sua storia nel processo che si concluderà con una pesante verità: l’ex brigatista Enrico Triaca venne torturato. Genova però aggiunge altro.

Riferendosi a un colloquio sulla pratica del water boarding (versando acqua sul volto del torturato si induce una terribile sensazione di annegamento) con il capo della squadretta di torturatori, il funzionario Nicola Ciocia soprannominato De Tormentis, spiega: “Lui stesso (De Tormentis-Ciocia) diceva ‘non tutti parlano, perché ricordava quando era stato in Sicilia negli anni ’60. Avevano preso Totò Riina e un altro… E a quei tempi si usava proprio da tutte le parti questo sistema’. E allora Ciocia disse: ‘Vedi, le persone quando hanno le palle non parlano, ed era Totò Riina’”. Preve ricostruisce gli anni delle torture. E gli episodi di violenza che costituiscono una delle pagine più nere della storia recente della polizia.

Un filo unisce le vicende: il disprezzo nei confronti di alcune vittime considerate drogati o balordi come Federico Aldrovandi o Giuseppe Uva. Per l’avvocato dei famigliari Fabio Anselmo (assiste anche i Cucchi), è un atteggiamento tenuto con metodo per denigrare chi ha subìto gli abusi e renderlo così “meno vittima” agli occhi dell’opinione pubblica. Ma il cardine del Partito della polizia è rappresentato dalla ricostruzione del gruppo di potere che ruota attorno a Gianni De Gennaro. Molte pagine sono dedicate ai rapporti con la politica e il legame con esponenti della sinistra come Luciano Violante (non è l’unico, però, a coltivare amicizie a prova di condanna con i super poliziotti).

Preve non si ferma qui. Racconta le carriere di poliziotti incappati in clamorosi incidenti professionali. Tratteggia la sorprendente rete di protezione di cui hanno goduto i super poliziotti condannati per la macelleria messicana e le false molotov nella Diaz del G8; gli appalti da centinaia di milioni gestiti da detective con scarsa dimestichezza con la matematica. Fino al capitolo dedicato alle opacità nella scelta dei membri della Direzione investigativa antimafia. Una sentenza inedita rivela un lato nascosto della Dia. È quella che dopo vent’anni riconosce a un commissario dei primi anni ’90 un risarcimento per non essere entrato nei ranghi dell’Fbi italiana nonostante avesse vinto il concorso.

Gli vennero preferiti altri colleghi scelti con un metodo che i giudici del Consiglio di Stato definiscono poco trasparente. Un’inchiesta scomoda, quella di Preve, ma non contro la polizia. Anzi. Il riconoscimento dell’importanza e della delicatezza del suo ruolo esige particolare rispetto, ma anche trasparenza. Un libro che è un contributo per trasformare la polizia e ridare fiducia ai tanti commissari Montalbano che lavorano in tutte le questure d’Italia.

Ferruccio Sansa

Articolo21
19 02 2014

Una volta un giornalista mi domandò cosa avessi imparato dalla storia di Aldro. La domanda mi colse impreparato, non ricordo cosa risposi sul momento. Forse che avrei dovuto ricordarmi di non finire mai morto ammazzato nelle mani della polizia, altrimenti avrei corso il rischio che Giovanardi mi desse dell’eroinomane su una TV nazionale, o qualcosa del genere. In realtà, in seguito, pensai a lungo a quella domanda. Che cosa avevo imparato dalla morte del mio amico? Credo di aver imparato che la gente ha paura delle cose sbagliate.

Dopo quell’infame pestaggio che costò la vita al mio amico, gli stessi poliziotti diffusero la notizia che Aldro fosse un bestione di due metri per novanta chili, tossicodipendente, dal collo taurino e con la schiuma che gli usciva dalla bocca per la rabbia. Poco importa che tutto questo fosse falso, perché basta creare questo personaggio mostruoso, oscuro, inumano, per fare leva sulle paure più ancestrali e irrazionali delle persone e ottenere il loro consenso senza che facciano troppe domande. Tanto che ancora oggi, in qualche bar della città, è possibile trovare qualche bifolco disposto a dichiarare che Aldro dopotutto se l’è cercata perché era drogato, brutto, grosso e cattivo. Tutti abbiamo paura dell’uomo nero, dello sbandato, tossico, che ci aggredirà e deruberà in un vicolo freddo e buio quando meno ce lo aspettiamo.

Nessuno invece fa mai incubi ambientati in uffici in cui alte cariche dello Stato, sedute su comode poltrone, discutono quale sia la strategia migliore per insabbiare l’ennesimo brutale atto di repressione realizzato dalle cosiddette forze dell’ordine. Nessuno fa mai incubi riguardanti depistaggi, omissioni di atti d’ufficio e favoreggiamento, riammissione in servizio di poliziotti che hanno disonorato la divisa con un omicidio. Eppure è proprio questo genere di crimini ad avere un impatto devastante sulla nostra società democratica, ma non ci colpiscono emotivamente quanto lo spauracchio di un ipotetico brutto tipo che potremmo incontrare una sera.

Beh, forse faremmo meglio a scegliere con più cura i protagonisti dei nostri incubi. Perché mentre è piuttosto improbabile che qualcuno di noi venga mai aggredito da un fantomatico tossico in un vicolo buio, sarà molto più facile ritrovarsi in uno Stato autoritario e repressivo che ogni giorno concede sempre meno diritti ai suoi cittadini, troppo distratti dalle loro paranoie per rendersene conto.
Sta accadendo proprio ora.

* Paolo era uno dei migliori amici di Federico Aldrovandi

La "lunga notte" della famiglia Aldrovandi non finisce mai. Anche oggi, anche in questi giorni, il dolore si rinnova insieme all'indignazione. Lo sdegno per uno Stato pavido, ambiguo, prende il sopravvento. ...

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