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"Credo che essere cresciuto con un padre artista e una madre attivista in una specie di comune a Brooklyn, e avere assorbito quella cultura di sinistra che ha lasciato molte perplessità e delusioni anche a me, mi abbia trasmesso un'identità permanente di dissidente". ...

L’America è sempre più povera e diseguale

  • Lunedì, 27 Gennaio 2014 09:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
26 01 2014

Meno posti di lavoro, e pagati peggio. La Grande crisi continua a mietere vittime

Federico Guerrini

Sono passati 50 anni dal discorso con cui il presidente Lyndon Johnson annunciò al Congresso l’inizio della grande “War on poverty”, la guerra alla povertà, in un America in cui, come disse poeticamente, troppe persone vivevano alla “periferia della speranza”. Cinquant’anni dopo, la povertà, nella maggiore superpotenza mondiale, è lungi dall’essere sconfitta. Sarebbe sbrigativo e semplicistico affermare, come fece Ronald Reagan negli anni ’80, «abbiamo combattuto una guerra contro la povertà, negli anni ’60, e la povertà ha vinto», ma di certo la fascia di popolazione che vive nell’indigenza è assai ampia.

Nel 2012, secondo i dati del rapporto Supplemental Poverty Measure, 49,7 milioni di famiglie erano poveri secondo la definizione ufficiale, che prevede un reddito per il nucleo familiare (coppia più due bambini) minore di 23.283 dollari. Di questi, più di venti milioni vivevano in “estrema povertà”, con un reddito inferiore a 12.000 dollari per mantenere 4 persone. Altri cento milioni di persone galleggiano appena al di sopra della soglia di povertà.

La cosiddetta Grande Recessione, il cui inizio, negli Usa viene fissato agli ultimi mesi del 2007 e che, sempre negli States, ufficialmente si considera conclusa dall’estate 2009, continua a mietere vittime, sopratutto perché il mercato del lavoro, pur avendo fatto registrare una ripresa, non è mai tornato ai livelli pre-crisi. Ci sono meno posti di lavoro, e pagati peggio. In tutto, circa metà della popolazione americana è «povera o quasi povera». Gli unici o quasi, a non doversi preoccupare troppo del reddito, sono i membri del Congresso.
Come ha rivelato il sito Open Secrets, specializzato nel documentare i legami fra lobby industriali e parlamentari, la classe politica non è mai stata così ricca: lo scorso anno per la prima volta nella storia più della metà dei rappresentanti eletti era composta da milionari Dei 534 congressisti, 268 avevano dichiarato nel 2012 un reddito netto uguale o maggiore di un milione di dollari. Secondo Sheila Krumholz, responsabile del Center for Responsive Politics (che gestisce Open Secrets), il fatto rappresenta «uno spartiacque in un momento in cui i legislatori discutono di questioni come i benefici per chi non ha un impiego, i buoni per il cibo e il salario minimo, che hanno un effetto su persone con risorse molto minori».
Come sottolinea sempre Krumholz, rimane il fatto che, malgrado la profonda insoddisfazione e disaffezione di molti americani verso la politica, i politici eletti continuano ad appartenere ai circoli più benestanti. Ma è il sistema stesso a incoraggiare tale fenomeno: «Nel nostro sistema elettorale – spiega la direttrice – i candidati devono aver accesso alla ricchezza per poter condurre delle campagne finanziariamente sostenibili e i più bravi a raccogliere fondi sono quelli abituati a muoversi nei circoli che contano, tanto per cominciare». A questo si aggiunge il fatto che, come raccontano le ultime statistiche, le fasce economicamente più deboli sono anche quelle meno inclini ad andare a votare.
minimum wage

Solo il 47% degli aventi diritto con un reddito annuo inferiore a 20.000 dollari è andato a votare nelle elezioni del novembre 2012, stando ai dati dello United States census bureau, contro l’80% di chi dichiarava più di 100.000 dollari. Problemi ad accedere ai seggi, impegni lavorativi, malattie, mancanza di staff adeguato nei seggi collocati nelle zone più disagiate, sono solo alcuni dei motivi che scoraggiano o impediscono del tutto ai poveri di esercitare il proprio diritto di voto. Questo, unitamente al fatto che milioni di altri cittadini, di solito appartenenti a minoranze povere, sono privati dell’elettorato passivo, per aver subito in passato condanne penali. Malgrado la Costituzione americana non dica niente al riguardo, in positivo o negativo, diversi Stati hanno scelto di ricorrere a tale soluzione.
Nel 2010, secondo un report del Sentencing project, quasi 6 milioni di cittadini che dimoravano in 48 Stati- molti dei quali avevano già regolato i propri conti con la giustizia - erano stati dichiarati ineleggibili a causa della fedina penale non immacolata, con percentuali particolarmente alte fra ispanici e afro-americani (in Florida, Kentucky e Virginia, un afro-americano su 5 era ineleggibile).

L’insieme di questi ed altri fattori, ha portato intellettuali “dissidenti” come Noam Chomsky, ad affermare che gli Usa non sono ormai da tempo «una democrazia funzionante, bensì una plutocrazia» e testate di approfondimento come l’Atlantic a chiedersi se la povertà non stia «minando alla base» la democrazia americana, allargando oltre la soglia di rottura il divario fra chi ha troppo e chi niente, per parafrasare il titolo di un recente libro di Emanuele Ferragina, giovane sociologo italiano trapiantato a Oxford. Il libro di Ferragina è dedicato all’Italia, Paese dove anch’esso dove le disuguaglianze di reddito stanno avanzando di gran passo, anche se non ancora ai livelli di Oltreoceano. In questo senso, l’America ci può servire da specchio per capire quale potrebbe essere il nostro futuro. E magari invertire rotta. Se siamo ancora in tempo.

L’anno dell’Uruguay

  • Giovedì, 02 Gennaio 2014 15:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

L'Unità
02 01 2014

Il presidente dell’Uruguay, l’ex guerrigliero José “Pepe” Mújica, vive in una fattoria alla periferia della capitale Montevideo con sua moglie, la senatrice Lucía Topolansky, guida un vecchio maggiolino e si dichiara vegetariano sfegatato. Salvo un paio di poliziotti di guardia all’entrata, cosa peraltro molto comune quasi ovunque nelle città latinoamericane, non si serve di particolari protezioni o scorte e conduce una vita umile e dignitosa, senza eccessi né lussi. Mújica dà in beneficienza il 90% del suo stipendio di 12mila dollari al mese, un gesto piccolo rispetto ai costi generali della politica o al bilancio statale, ma di certo molto significativo e simbolico, soprattutto in una regione come il Sud America che è al primo posto per le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, cioè per la breccia tra ricchi e poveri. Per lui questo è un modo di “restare libero” e non un escamotage per creare un “personaggio” e ottenere riconoscimenti. Infatti, Mújica non ama essere chiamato “il presidente più povero del mondo”, un titolo affibbiatogli dalla stampa internazionale negli ultimi anni.

“Non sono povero, ma poveri sono quelli che hanno bisogno di molto per vivere, quelli sono i veri poveri”, replica il presidente parafrasando Seneca. Molti reportage e interviste tendono a esaltare il suo stile austero e sobrio, la sua vena contadina e la sua vita da persona “normale”, in controtendenza con una politica insultante e sempre più distante dalla gente in tutto il mondo.

Tutto vero, ma si parla poco della sua storia politica e combattente, delle prigionie e delle sofferenze e dei successi ottenuti dopo la fine della dittatura che durò dal 1971 al 1984. Quegli anni Pepe li passò prevalentemente in carcere. Fu arrestato quattro volte in quanto membro del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros e l’ultima prigionia durò 13 anni, per cui fu liberato solo nel 1985 e si reintegrò alla vita politica dopo l’approvazione delle leggi di amnistia e il ritorno a un regime democratico.

Nel 1989 i Tupamaros entrarono a far parte della coalizione di partiti del Frente Amplio, al governo dal 2004, e si trasformarono nella sua anima maggioritaria e progressista con la fondazione dell’MPP, il Movimiento de Participación Popular. Pepe fu eletto deputato nel 1994 e poi senatore cinque anni dopo. Durante la presidenza del medico Tabaré Vázquez (2004-2009) Mújica diventa ministro dell’agricoltura, l’allevamento e la pesca ed entra quindi nel primo governo del Frente Amplio. Questa forza politica è nata nel 1971, ma è stata proscritta e i suoi esponenti perseguitati durante la dittatura. Ad oggi ne fanno parte numerosi partiti, ben sedici liste, in rappresentanza delle principali anime della sinistra ma anche di alcune forze d’ispirazione democristiana e di tradizione liberale.

Coerentemente col suo passato e il suo presente Mújica ha formulato discorsi energici e decisi nei summit internazionali contro il consumismo e il modello di sviluppo capitalista, con le sue espressioni ed eccessi degenerati e aberranti, e a favore dell’integrazione latino-americana e di una rivoluzione culturale ed educativa profonda: “Il mondo è prigioniero oggi della cultura della società dei consumi e ciò che sta consumando è la vita umana, in quantità tremende” per cui la gente ormai “non compra con i soldi, ma con il tempo che ha dovuto spendere per avere quei soldi. Non si può sprecare, quel tempo, va lasciato del tempo alla vita”. Di seguito incorporo un video, sottotitolato all’italiano da Clara Ferri, col discorso tenuto dal presidente uruguaiano alla conferenza della CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi) del 26-27 gennaio 2013.

Il 22 marzo 2012 il presidente ha letto un discorso in cui lo stato uruguaiano riconosceva pubblicamente la sua responsabilità nelle violazioni ai diritti umani durante la dittatura. In più occasioni Mújica, insieme a una parte della sua coalizione, ha promosso attivamente sia la revisione che la cancellazione della Ley de Caducidad, la legge che nel 1986 concesse l’amnistia ai repressori del regime dittatoriale, ma le misure adottate dal parlamento hanno subito in varie occasioni la bocciatura da parte della Corte Suprema (Costituzionale) che ne ha annullato gli effetti. Quindi la questione resta ancora in sospeso e, nonostante l’appoggio di Onu e Corte Interamericana dei Diritti Umani, sembra difficile che Mújica e la sua maggioranza, divisa su questo punto, riescano a trovare una soluzione e far riaprire i processi proprio a pochi mesi dalle prossime elezioni presidenziali.

Andando oltre i discorsi e le dichiarazioni, la novità rappresentata dall’esperienza dei governi del Frente Amplio e specialmente di José Mújica risiede nei fatti concreti, nella politica sociale ed economica, rivolte verso i più poveri, e nelle misure coraggiose approvate negli ultimi anni che stanno cambiando il volto del paese sudamericano e ravvivando le speranze dell’ondata progressista in America Latina.

Sicuramente i provvedimenti più trascendenti, che sono stati anche al centro delle cronache e delle inevitabili polemiche internazionali, sono quelli dell’anno che s’è appena concluso e che riguardano i matrimoni tra persone dello stesso sesso e la legalizzazione della marijuana.

Nello scorso mese di dicembre è stata promulgata la legge che legalizza e regola la produzione, il consumo e la vendita di marijuana nel paese, primo e unico caso in America Latina. Il consumo era già permesso, anche in luogo pubblico, ma restavano dei vuoti per le altre attività che da quest’anno saranno sotto il controllo statale. L’Uruguay è il primo paese al mondo a mettere sotto il controllo dello stato tutti gli aspetti legati alla vendita e produzione di cannabis e dei suoi derivati attraverso la creazione di un Istituto per la Regolazione e il Controllo della Cannabis dipendente dal Ministero della Salute. Potranno comprarla in farmacie autorizzate gli uruguaiani e gli stranieri residenti maggiori di 18 anni, ma potranno anche coltivarla privatamente (al massimo sei piante e 480 grammi di raccolto all’anno) o in club speciali riservati agli iscritti con un minimo di 15 soci e un massimo di 45. Si potranno portare con sé o acquistare al massimo 40 grammi al mese. Il prezzo non è ancora stato definito, ma si pensa per esempio a una media di un dollaro al grammo per poter competere con l’attuale mercato illegale. Le persone che la coltivano in casa e i grossi produttori legali del mercato nazionale dovranno ricevere una licenza statale ed essere registrati. Chiaramente i coltivatori uruguaiani potranno esportare semi e piante nei paesi in cui l’uso medicinale o ricreativo della marijuana è permesso, per esempio negli stati nordamericani di Washington e del Colorado dove dal 1 gennaio è permesso il consumo.

Il governo farà dei piani di prevenzione e sensibilizzazione ed è stata vietata la pubblicità della marijuana, come succede già con il tabacco in numerosi paesi. Sebbene l’Uruguay non sia uno dei paesi più colpiti dalla violenza della “guerra alla droga”, promossa ipocritamente di paesi proibizionisti come gli Usa e adottata massicciamente come politica di sicurezza nazionale, per esempio, dal Messico e dalla Colombia, la presenza del narcotraffico costituisce un problema grave, considerando anche che i paesi del Corno Sud sono tra i principali punti di transito e d’imbarco della coca diretta in Europa via Africa e Suez.

Una soluzione pragmatica e alternativa, seppur sperimentale, come ha ribadito lo stesso Mújica, rispetto alle fallimentari ingerenze statunitensi nella regione e alle politiche nazionali repressive e militari, corresponsabili di centinaia di migliaia di morti in America Latina, viene quindi da un piccolo paese che ha saputo sfidare l’opposizione interna delle destre e quella della comunità internazionale, in particolare dell’Onu e del suo Ufficio su droga e crimine, l’Unodc, secondo cui si starebbe violando la Convenzione sugli Stupefacenti del 1961.

E anche gli Usa hanno intimato il rispetto della Convenzione e degli impegni internazionali mentre al loro interno i cittadini di due stati hanno scelto di legalizzare l’uso ricreativo della marijuana, sancendo una svolta storica a livello culturale e di politiche pubbliche. Ma l’Uruguay va avanti e se l’esperimento avrà successo (o comunque sia, in realtà), avrà molto da insegnare al continente e al mondo e propizierà il ripensamento dei dogmi sul traffico e il consumo di stupefacenti che risalgono alla metà del secolo scorso e che hanno permesso soprattutto agli Stati Uniti, mossi dalla politica della guerra alla droga, di giustificare il loro enorme potere d’ingerenza negli affari continentali.

Sempre nel 2013 è stata promulgata anche la Legge del Matrimonio Egualitario per cui le coppie di persone dello stesso sesso potranno sposarsi ed è prevista “l’unione di due contraenti, qualunque sia la loro identità di genere o orientamento sessuale, negli stessi termini, con gli stessi effetti e forme di scioglimento che stabilisce il Codice Civile”, recita il testo della norma. S’è anche deciso che il cognome dei figli delle coppie omosessuali sarà stabilito da un accordo tra i due coniugi o da un sorteggio in mancanza di un accordo. Inoltre è stato fissato il diritto dei figli a riconoscere il loro padre biologico nel caso in cui la madre, sposata con un’altra donna, lo abbia concepito con un uomo e non in vitro.

L’Uruguay nel 2012 è diventato il primo paese sudamericano a permettere una depenalizzazione ampia dell’aborto, ora permesso nelle prime 12 settimane di gestazione dalla nuova Legge sul’Interruzione Volontaria della Gravidanza. In America Latina esistono norme simili solamente a Cuba, a Città del Messico, nella Guyana e a Porto Rico. Mújica spiegò in quell’occasione che depenalizzare “sembra molto più intelligente che proibire”, infatti, se “lasciamo sole le donne, se non ce ne curiamo e non diamo loro sostegno, la cosa va male”.

Vista la spiccata vocazione rurale, forestale e turistica dell’Uruguay, con l’84,6% del territorio dedicato all’agricoltura (primo posto al mondo) e la storica importanza dell’allevamento, anche in seguito all’incremento esponenziale negli ultimi anni del valore della terra, la stessa è considerata come un elemento strategico fondamentale per cui il governo Mújica ha proposto una legge che limita l’acquisto di terre da parte di imprese o gruppi in cui vi sia la partecipazione di un paese straniero come socio investitore. L’obiettivo è salvaguardare la sovranità alimentare e delle risorse naturali del paese, in controtendenza con quanto accade in altre realtà come l’Italia e il Messico, dove la svendita di spiagge e terreni o del patrimonio artistico e immobiliare si è trasformata in una soluzione facile per i problemi di bilancio o per ottenere l’approvazione di agenzie di rating, troike e business community internazionale. Il problema è che i conti si risanano per un anno o due, gli interessi sul debito si ripagano per un po’, però il patrimonio che viene alienato, invece di essere reso produttivo e valorizzato, è perso per sempre.

Nel 2012 è stata approvata la legge sulla donazione degli organi, pensata per ridurre in breve tempo la lunga lista d’attesa di pazienti in attesa di trapianti, stabilisce che ciascuno dei tre milioni e 400mila uruguaiani diventa un potenziale donatore di organi dopo il decesso, a meno che esplicitamente non decida il contrario e, nel caso dei minorenni, ci vuole il consenso del rappresentante legale.

Alle elezioni presidenziali e parlamentarie dell’ottobre di quest’anno il candidato del Frente Amplio sarà l’ex presidente Tabaré Vázquez che, dopo un quinquennio di pausa, ha annunciato recentemente la sua ridiscesa in campo. Più moderato rispetto a Mújica, che non può candidarsi a un secondo mandato per proibizione espressa della costituzione, e legato all’FMI, in quanto parte del Gruppo di Consulenti Regionale del Fondo per l’emisfero occidentale, il sessantanovenne Vazquez e il Frente sono in testa nei sondaggi. Nel 2008 Vázquez aveva mostrato il suo lato conservatore bloccando la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, anche se dal punto di vista economico nel 2007 aveva implementato una riforma fiscale progressiva che ha prodotto una diminuzione della povertà e delle disuguaglianze.

Inoltre, nonostante le misure “eterodosse” rispetto al dogma neoliberista, i governi del Frente hanno ottenuto buoni risultati economici con il PIL in crescita del 126% dal 2000 al 2011 (anche se una parte di questa crescita ricade negli anni del governo precedente) e del 5,7% e 3,8% nel 2011 e 2012. La riduzione della povertà è stata impressionante, dal 40% della popolazione nel 2005 al 12,5% nel 2012. La povertà estrema o indigenza è stata quasi azzerata. Statistiche a parte, non sembra comunque che ci siano intenzioni da parte del Frente e del suo candidato di fare marcia indietro sulle conquiste sociali dell’amministrazione Mújica, ma il loro destino evidentemente dipenderà anche dalla difesa che ne faranno la società e i movimenti oltre che dai risultati elettorali.

Emir Kusturica si appresta a girare un documentario sulla vita di Pepe Mújica. Mentre aspettiamo l’uscita del film, resta meno di un anno di governo al presidente guerrigliero per consolidare l’opera riformatrice che ha messo l’Uruguay al centro del mondo e ne ha fatto uno dei punti di riferimento in America Latina. Con l’augurio che anche i prossimi continuino ad essere gli anni di Mújica e dell’Uruguay. Da Carmilla.

Fabrizio Lorusso

Circolo Mario Mieli
02 01 2014

I Boy Scouts d’America da oggi, 1 gennaio 2014, accetteranno giovani gay dichiarati nelle loro fila: si tratta di un cambio storico nella politica dei Boy Scouts che, come ben sappiamo, in passato si sono dimostrati più e più volte chiusi alla possibilità di avere un atteggiamento di accettazione dell’omosessualità.

Secondo Brad Haddock, del Consiglio Esecutivo Nazionale dei Boy Scouts d’America, non si tratta di un cambiamento così importante: secondo lui questa nuova politica degli Scouts è paragonabile a tutto il caos che ci fu il primo gennaio del 2000 quando il baco del millennio avrebbe dovuto creare problemi a livello globale.

Non successe nulla allora e nulla di così sconvolgente avverrà a partire da oggi. Chiosa Haddock: "Tutto continua ugualmente, non succede nulla e andiamo avanti".

A dire il vero qualcosa è successo: diverse chiese hanno iniziato a ritirare i finanziamenti all’associazione per via di questa nuova politica e anche alcune famiglia hanno mandato i propri figli alla Trail Life USA, altra associazione di scoutismo ma molto conservatrice.

Anche qui Haddock, comunque, continua nella sua linea di pensiero: Non ci sono state grandi conseguenze: se una chiesa annuncia che non lavorerà più con noi, ne arriva subito un’altra che inizia a sostenerci.

La nuova politica dei Boy Scouts d’America è stata votata a maggio dello scorso anno e si è trattato, nei fatti, di una rivoluzione a metà: l’accettazione dei gay nell’associazione, infatti, è limitata solo ai ragazzi che, in ogni caso, dovranno condannare fermamente qualunque tipo di rapporto sessuale – tanto etero quanto omosessuale – negli anni in cui saranno membri dell’associazione stessa.

Gli adulti omosessuali non erano ammessi e continueranno a non esserlo: quindi un giovane boy scout gay non potrà mai ricoprire livelli di responsabilità all’interno del gruppo.

Il che significa che se uno volesse far carriera nei boy scout dovrà dire di essere eterosessuale anche se non lo è.

Destin Holmes denuncia la scuola per bullismo omofobo

  • Giovedì, 19 Dicembre 2013 12:56 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo Mario Mieli
19 12 2013

La scuola è spesso un ambiente difficile per qualsiasi studente e adolescente. Se non si è perfettamente integrati si può essere vittima di discriminazioni e bullismo da parte dei propri compagni di istituto.

Possono essere settimane, mesi -addirittura anni- molto difficili. Ma quello che è accaduto a Destin Holmes è addirittura peggio. Perché ad essere stati causa di sofferenza nei confronti della giovane ragazza, sono stati adulti assunti nella scuola: il preside e un insegnante, incapaci di relazionarsi con lei e fonte di offese e pesanti insulti.

La giovane si è però stancata e, una volta abbandonata la scuola, ha deciso di reagire facendo causa ai responsabili. E racconta quello che le è successo al Magnolia Junior High School in Mississippi.

Destin ha raccontato di essere stata presa di mira da alcuni studenti ma che né il preside né l’insegnate l’hanno mai sostenuta nel semestre in cui ha frequentato le lezioni. Anzi, a volte sono stati proprio loro ad offenderla. Un docente le avrebbe anche impedito l’accesso al bagno delle ragazze. La sua colpa? Essere lesbica e sentirsi a suo agio con abiti maschili, più casual.

Il momento peggiore è stato sicuramente uno in particolare che ricorda con dolore:
“La classe è stata divisa tra ragazzi e ragazze e non ero in squadra, ero da sola in mezzo. L’insegnante mi ha detto che dovevo stare nel mezzo . Ha detto “Si può solo essere in una sola squadra” Mi sono sentita non voluta e lasciata fuori”.

Infine, il preside si sarebbe rivolto a lei definendola “pazza patetica” e sottolineando di non volere una lesbica nella sua scuola.

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