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Cara Angela, sull'anoressia una legge serve

  • Mercoledì, 23 Luglio 2014 15:37 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Michela Marzano, Cronache del Garantista
22 luglio 2014

Cara Angela Azzaro, hai ragione. Almeno in parte. Perché sarebbe assurdo pensare – e mi spiace profondamente se è quello che lascia intravedere la proposta di legge da me depositata sui disturbi del comportamento alimentare – che il dramma dell’anoressia e delle bulimia si possa risolvere “punendo qualcuno”. Come molto giustamente scrivi nel tuo articolo, chiunque abbia vissuto sulla propria pelle questo dramma, sa che non esiste un colpevole da spedire in prigione: “La vera questione è capire che le motivazioni che spingono una ragazza, e oggi molti più ragazzi, a cadere in un drammatico rapporto con il cibo e con se stessi non sono riconducibili a una persona”.

Ecco perché fai bene a ricordare che esistono sia motivi socio-culturali, sia motivi personali e familiari. “Dire che c’è un responsabile che istiga e deve andare in galera è come sostenere che se il conflitto è con la madre, bisogna cacciare dietro le sbarre la genitrice”.

Non è questa, però, la ratio della legge che, come ricordi anche tu, ha come scopo la prevenzione e la diagnosi precoce dei disturbi del comportamento alimentare. Esattamente come non è questo l’obiettivo dell’articolo 1 della proposta di legge, in cui effettivamente si parla di una modifica del codice penale introducendo un articolo 580 bis per punire chi “istiga esplicitamente a pratiche di restrizione alimentare prolungata”. L’oggetto di questo articolo, infatti, sono quei siti pro-ana e pro-mia che, sempre più numerosi, confortano chi ha disturbi di anoressia e di bulimia nell’idea che i disturbi del comportamento alimentare non sono affatto problematici: sono un modo di essere, sono un ideale da perseguire, sono la strada per la salvezza.

Alcuni di questi siti promuovono la “magrezza ad ogni costo” e celebrano il raggiungimento dei 35 chili di peso come ideale e conquista; altri hanno lo scopo di “aiutare gli altri a raggiungere i propri obiettivi, ossia la perfezione” indicando come eliminare il senso di fame utilizzando farmaci, come sopportare la mancanza di cibo; altri ancora spiegano come procurarsi il vomito dopo aver mangiato e come continuare a perdere peso. Chi si ritrova in questi siti, non lo fa per caso. Li cerca. Li seleziona. Ci si impantana. Perché quando si entra nella logica deviata dei disturbi del comportamento alimentare, è a tutti i costi che si devono trovare consigli utili per sopportare la fame – che aumenta, che è intollerabile, che perseguita – e persone capaci di capire che è questo quello che si deve fare, che sono gli altri che non capiscono, che solo la perfezione conta. Anche a costo della vita. Anche a costo di tutto.

È per questo che, almeno in parte, hai anche torto. E che non sono certa che la soluzione al problema che poni del “colpevole da punire” sia la cancellazione dell’articolo 1.

Io, l’anoressia la ho attraversata. Lo ricordi anche tu, cara Angela, alla fine del tuo articolo. E ho raccontato in Volevo essere una farfalla come, dopo anni di segreti e di silenzio, avessi sentito la necessità e l’urgenza di parlarne. Perché l’anoressia non è una cosa di cui ci si deve vergognare. Non è né una scelta, né un’infamia. L’anoressia è un sintomo. Che porta allo scoperto quello che fa veramente male dentro. La paura, il vuoto, l’abbandono, la violenza, la collera. È un modo per proteggersi da tutto ciò che sfugge al controllo. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire.

E per imparare a vivere si deve avere il coraggio di dare un senso a tutta questa sofferenza. Ecco allora che in Volevo essere una farfalla racconto tutti gli anni di psicanalisi che ho dovuto fare per trovare le parole per dire quello che c’era dietro questo sintomo. Tutto il coraggio che c’è voluto per ritrovare il bandolo della matassa. Quell’istante preciso in cui qualcosa si era interrotto. E che prima mi illudevo di poter dimenticare per fare “come se” nulla fosse mai accaduto. Barricandomi dietro ad un pensiero razionale capace, certo, di spiegare tutto, ma in realtà incapace  di aprire la porta ai perché e al senso della vita.

Se mi permetto di ricordare la mia storia, è perché c’è anche lei dietro questa proposta di legge. C’è la volontà di attirare lo sguardo sulla necessità della prevenzione e della diagnosi precoce. Ma c’è anche la consapevolezza del fatto che alcuni siti sono veramente pericolosi. Quando ero impantanata nel sintomo – tanti anni fa – questi siti non c’erano ancora. Se ci fossero stati, però, ci sarei andata anche io. Li avrei studiati e scandagliati. Avrei trovato consigli e ricette. Mi sarei convinta che andava tutto bene, e che dovevo solo sforzarmi di più, per essere più magra, per essere più perfetta.

Non c’è nessun colpevole dietro questi sintomi, hai ragione. Sono la prima a dirlo ogniqualvolta ne ho la possibilità. Meno che mai sono colpevoli i genitori. Ma anche in assenza di colpevoli, ci sono tante vittime. Che devono essere prese in considerazione. E che non possiamo abbandonare in balia di siti strumentali che, pur non essendo affatto all’origine dei disturbi del comportamento alimentare, sono però al servizio della sofferenza e della morte.

Non è mai una legge che risolve i problemi. Ma le leggi hanno sempre un valore simbolico. E nonostante le tue critiche mi stiano facendo riflettere sul modo migliore per modificare questa proposta di legge, resto dell’idea che si debba trovare una soluzione di fronte ai siti pro-ana e pro-mia che, facendo l’apologia dell’anoressia e della bulimia, rischiano di intrappolare per sempre chi, questi attraversi questi sintomi, cerca solo di dire tutta la sofferenza che si porta dentro.

Cara Michela, cambia la legge su anoressia

  • Mercoledì, 23 Luglio 2014 15:32 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Angela Azzaro, Cronache del Garantista
22 luglio 2014

Alla commissione Affari costituzionali della Camera giace, non ancora calendarizzata, una proposta di legge su bulimia e anoressia. Tra le prime firmatarie ci sono Michela Marzano, Mara Carfagna, Titti di Salvo, seguono numerose altre firme di deputati e deputate di tutti gli schieramenti. L’iniziativa è lodevole, perché tenta di sollevare un problema enorme, che in Italia viene spesso sottovalutato. La bulimia e l’anoressia – come c’è scritto nell’introduzione – «sono diventate nell’ultimo ventennio, una vera e propria emergenza, una piaga che attraversa tutti gli strati sociali».

In Europa, sottolineano le firmatarie della proposta, gli studi sono ancora scarsi, ma secondo «l’American psychiatric association i disordini alimentari sarebbero la prima causa di morte nei Paesi occidentali». Sotto scacco ragazze tra i 15 e i 18 anni, ma ormai si parla anche di giovani sotto questa fascia d’età. La morte è l’atto finale di un malessere profondo: parte dalla non accettazione del proprio corpo e diventa il sintomo di problemi spesso molto più complessi legati all’inconscio, alla crescita, alla propria identità.

Per questo la proposta di legge non convince assolutamente quando all’articolo 1 – un articolo che rischia di esserne il simbolo – parla di reati e di una modifica del codice penale (articolo 580 bis). Secondo questa norma «chiunque, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, istiga esplicitamente a pratiche di restrizione alimentare prolungata, idonee a provocare l’anoressia, la bulimia o altri disturbi del comportamento alimentare, o ne agevola l’esecuzione, è punito con la reclusione fino ad un anno e con una sanzione pecuniaria da 10mila euro a 50mila euro». Se la persona colpita ha meno di 14 anni, la pena si raddoppia e si raddoppiano anche le sanzioni.

Poco importa, letto questo articolo della legge, che dopo si parli di un piano d’intervento con «azioni e iniziative volte a prevenire e diagnosticare precocemente», oggi forse il punto più debole di tutta la vicenda, essendo spesso i medici non abbastanza preparati a riconoscere e quindi ad affrontare con gli strumenti adeguati i disturbi alimentari. Anche questi punti che potrebbero essere positivi sono inficiati da quel primo articolo, dall’ossessione di tradurre in termini di codice penale tutto ciò che attiene al corpo e ai comportamenti più in generale.
In questi anni, in Italia, ma non solo, abbiamo visto la cultura punitiva entrare spesso in azione. Ma questa volta si tratta davvero di un fatto incomprensibile, non tanto e non solo dal punto di vista concettuale, ma soprattutto dal punto di vista di chi vuole risolvere il problema.

Secondo l’articolo 1 infatti si potrebbe e dovrebbe individuare, di volta in volta, un colpevole da spedire in galera e a cui far pagare la salata multa. Chi conosce la problematica, chi l’ha vissuta sulla sua pelle, sa che non è così. Se qualcuno istigasse atti lesivi dell’incolumità e della vita di un’altra persona, la legge già esiste. Ma non è questo il punto. La vera questione è capire che le motivazioni che spingono una ragazza, e oggi anche molti più ragazzi, a cadere in un drammatico rapporto con il cibo e con se stessi non sono riconducibili a una persona. I motivi sono almeno di due ordini.

Uno culturale. Riguarda i modelli di bellezza, l’immaginario che ci propongono tv, giornali, cinema e web. È l’annosa questione di una magrezza esibita come il massimo della felicità, di diete propagandate come panacea di tutti i mali, di taglie 40 come traguardi da raggiungere a tutti i costi. Pensare che punendo una persona, si possa affrontare tutto questo, non solo è da illusi, ma rischia di essere controproducente. La sfida da intraprendere è infatti quella culturale e dell’immaginario: liberare i modelli femminili, far capire alle ragazze e ai ragazzi che esistono vari tipi di bellezza e che la magrezza non può essere l’unico modello. Soprattutto se quella magrezza è malata, fonte di infelicità. Ma per fare questo non serve la modifica del codice penale, serve qualcosa di molto più alto, più importante: una sfida a tutto tondo per cambiare la testa delle persone.

L’altro motivo per cui non si può pensare che ci sia un ”colpevole”, anzi il ”colpevole”, è il fatto che anoressia e bulimia hanno una dimensione che non è solo sociale. Il disturbo alimentare è un sintomo, connotato socialmente e culturalmente, dentro cui si nascondono conflitti con le figure genitoriali, con se stessi, con il proprio Io. Dire c’è un responsabile che istiga e deve andare in galera è come sostenere che se il conflitto è con la madre, bisogna cacciare dietro le sbarre la genitrice. Ma soprattutto significa non dotarsi degli strumenti necessari per affrontare il problema.

Fino a dieci anni fa nei consultori, ormai ridotti a presidi dei comitati pro life, c’erano fior fior di psicologici, psicoterapeuti e psicoanalisti. Pagando il ticket si potevano fare terapie serissime, che oggi invece si devono pagare a caro prezzo e che pochi si possono permettere. Perché non chiedere di rilanciare i consultori e con loro il ruolo di chi aiuta le donne e gli uomini a fare i conti con se stessi? Certo è una strada più complicata e di minor presa populista. Ma è sicuramente la strada più efficace rispetto invece all’individuazione di un colpevole, cioè di un capro espiatorio da denunciare come responsabile. Questa logica rischia di tamponare il problema, facendo sì che nell’ombra continui a crescere e a mietere vittime.

Come dicevamo all’inizio, la legge è ferma in commissione Affari costituzionali e non è stata ancora calendarizzata. Per questo abbiamo deciso di scriverne ora. Nella speranza che quell’articolo possa essere cancellato, facendo risaltare il senso importante dell’iniziativa. La filosofa e oggi deputata Michela Marzano ha avuto il coraggio anche di raccontare se stessa, la sua anoressia nel libro “Volevo essere una farfalla” (Mondadori, pp. 210, euro 17,50). Non tutte hanno avuto la stessa forza, non tutte hanno saputo dare voce a un’esperienza così drammatica. Lei lo ha fatto. Per questo siamo convinte che capirà queste ragioni e proverà ad ascoltarle.

Donneuropa.it
07 05 2014

In Italia circa tre milioni di persone soffrono di anoressia, bulimia, alimentazione incontrollata e molteplici altre forme “sottosoglia”, che hanno sempre come centro dell’attenzione il corpo, il peso e il cibo. Nella società contemporanea, basata sull’immagine e sull’apparenza, per molte donne essere magre significa automaticamente essere belle, e questo le costringe a vivere sotto la tirannia di un modello estetico imposto, pensando che sia l’unico modo per avere un valore, per evitare l’esclusione e per essere amate e desiderate.

Questo ideale estetico della magrezza, incentivato dall’industria della moda, associato a difficoltà emotive, in persone fragili, può sfociare in un disturbo alimentare. Se queste patologie in passato colpivano principalmente le giovani adolescenti, negli ultimi tempi emerge un preoccupante allargamento delle fasce d’età, dalle ragazzine prepuberi alle donne in età della menopausa.

A scatenare questo sintomo sono spesso cause multifattoriali, cioè complesse interazioni fra fattori biologici, psicologici, familiari e sociali. È importante precisare che i disturbi alimentari non sono malattie dell’appetito ma sintomi di un disagio e di una sofferenza profonda che non hanno trovato altro modo per esprimersi se non attraverso il corpo e il cibo.

Il corpo diventa teatro della mente, le esperienze profonde ed emotive utilizzano il corpo per manifestarsi, mentre il cibo diventa l’oggetto amato e odiato da cui si dipende. Potremmo, quindi, affermare che queste patologie sono una sorta di auto-cura, una soluzione che il soggetto ha trovato per anestetizzare una sofferenza psichica. La vita di queste persone inizia così a girare intorno ad un circuito sempre uguale costituito da corpo-peso-cibo.

L’esordio di queste patologie, solitamente caratterizzato da un tentativo di restrizione e controllo unito da un’attenzione sul corpo e sul peso e sulla propria immagine corporea, può sfociare in un’anoressia vera e propria, caratterizzata da un graduale o repentino rifiuto del cibo, da un’ossessione e dispercezione della propria immagine corporea, da iperattività e amenorrea, oppure in abbuffate alimentari.

La fase di controllo assoluto sul cibo, ma anche sul mondo emotivo e sulle relazioni, fa sperimentare al soggetto una sorta di trionfo e di felicità dandogli la sensazione di aver trovato la soluzione a tutti i suoi problemi. Spesso questa fase non dura a lungo e il soggetto, o perché ha ingoiato anche un solo boccone “non previsto” o perché si lascia travolgere dalla propria fame, cade in abbuffate bulimiche illimitate e disordinate che lo fanno sentire disperato e pieno di sensi di colpa.Seguono spesso vari tentativi di compenso volti a “rimediare i danni” come il vomito, l’abuso di lassativi o l’iperattività, nel disperato tentativo di recuperare il controllo perduto.

In questi ultimi anni assistiamo al diffondersi del disturbo da alimentazione incontrollata, responsabile di molti quadri di obesità, che colpisce in egual misura uomini e donne di tutte le fasce d’età. In questa patologia le persone sono soggette a frequenti abbuffate, non accompagnate da strategie per compensare l’ingestione di cibo in eccesso, e questo determina il sovrappeso e l’obesità.

È un sintomo che s’insinua nella vita quotidiana delle persone, talvolta senza che queste neanche se ne accorgano. Si mangia spesso in assenza di fame, ci si abbuffa in particolare di dolci e carboidrati, di nascosto e in completa segretezza provando poi un intenso senso di vergogna, frustrazione e depressione.

Queste persone solitamente si sottopongono a continui regimi alimentari per cercare di perdere peso senza ottenere nessun successo duraturo ma, anzi, spesso ottenendo l’effetto contrario, non riuscendo a comprendere il perché del fallimento di tutte le diete. E i continui fallimenti non fanno altro che alimentare gli aspetti depressivi che diventano nuovamente un fattore di spinta verso una nuova abbuffata, utilizzata come trattamento anti-depressivo, designando così un circolo vizioso.

Dai disturbi del comportamento alimentare non si guarisce da soli ma è necessario farsi aiutare. Per la complessità e multifattorialità di queste patologie è necessario che la cura sia effettuata da équipe multidisciplinari integrate che possano trattare e tenere insieme tutti gli aspetti della persona coinvolti in questo sintomo. La richiesta di cura in queste patologie rappresenta un punto di difficoltà e criticità molto elevato proprio perché, come abbiamo sottolineato, il sintomo alimentare rappresenta già una soluzione ad un disagio.

La tendenza è sempre quella di riuscire a farcela da soli, spesso ci si aggrappa al pensiero magico e illusorio che “… da domani, da lunedì tutto sarà diverso…” per poi accorgersi che passano gli anni e mai nulla cambia. Difficilmente si riconosce che la preoccupazione per corpo, peso e cibo è solo la punta di un iceberg che nasconde un sommerso di dolore, disagio e difficoltà emotive.In Italia circa tre milioni di persone soffrono di anoressia, bulimia, alimentazione incontrollata e molteplici altre forme “sottosoglia”, che hanno sempre come centro dell’attenzione il corpo, il peso e il cibo. Nella società contemporanea, basata sull’immagine e sull’apparenza, per molte donne essere magre significa automaticamente essere belle, e questo le costringe a vivere sotto la tirannia di un modello estetico imposto, pensando che sia l’unico modo per avere un valore, per evitare l’esclusione e per essere amate e desiderate.

Questo ideale estetico della magrezza, incentivato dall’industria della moda, associato a difficoltà emotive, in persone fragili, può sfociare in un disturbo alimentare. Se queste patologie in passato colpivano principalmente le giovani adolescenti, negli ultimi tempi emerge un preoccupante allargamento delle fasce d’età, dalle ragazzine prepuberi alle donne in età della menopausa.

A scatenare questo sintomo sono spesso cause multifattoriali, cioè complesse interazioni fra fattori biologici, psicologici, familiari e sociali. È importante precisare che i disturbi alimentari non sono malattie dell’appetito ma sintomi di un disagio e di una sofferenza profonda che non hanno trovato altro modo per esprimersi se non attraverso il corpo e il cibo.

Il corpo diventa teatro della mente, le esperienze profonde ed emotive utilizzano il corpo per manifestarsi, mentre il cibo diventa l’oggetto amato e odiato da cui si dipende. Potremmo, quindi, affermare che queste patologie sono una sorta di auto-cura, una soluzione che il soggetto ha trovato per anestetizzare una sofferenza psichica. La vita di queste persone inizia così a girare intorno ad un circuito sempre uguale costituito da corpo-peso-cibo.

L’esordio di queste patologie, solitamente caratterizzato da un tentativo di restrizione e controllo unito da un’attenzione sul corpo e sul peso e sulla propria immagine corporea, può sfociare in un’anoressia vera e propria, caratterizzata da un graduale o repentino rifiuto del cibo, da un’ossessione e dispercezione della propria immagine corporea, da iperattività e amenorrea, oppure in abbuffate alimentari.

La fase di controllo assoluto sul cibo, ma anche sul mondo emotivo e sulle relazioni, fa sperimentare al soggetto una sorta di trionfo e di felicità dandogli la sensazione di aver trovato la soluzione a tutti i suoi problemi. Spesso questa fase non dura a lungo e il soggetto, o perché ha ingoiato anche un solo boccone “non previsto” o perché si lascia travolgere dalla propria fame, cade in abbuffate bulimiche illimitate e disordinate che lo fanno sentire disperato e pieno di sensi di colpa.Seguono spesso vari tentativi di compenso volti a “rimediare i danni” come il vomito, l’abuso di lassativi o l’iperattività, nel disperato tentativo di recuperare il controllo perduto.

In questi ultimi anni assistiamo al diffondersi del disturbo da alimentazione incontrollata, responsabile di molti quadri di obesità, che colpisce in egual misura uomini e donne di tutte le fasce d’età. In questa patologia le persone sono soggette a frequenti abbuffate, non accompagnate da strategie per compensare l’ingestione di cibo in eccesso, e questo determina il sovrappeso e l’obesità.

È un sintomo che s’insinua nella vita quotidiana delle persone, talvolta senza che queste neanche se ne accorgano. Si mangia spesso in assenza di fame, ci si abbuffa in particolare di dolci e carboidrati, di nascosto e in completa segretezza provando poi un intenso senso di vergogna, frustrazione e depressione.

Queste persone solitamente si sottopongono a continui regimi alimentari per cercare di perdere peso senza ottenere nessun successo duraturo ma, anzi, spesso ottenendo l’effetto contrario, non riuscendo a comprendere il perché del fallimento di tutte le diete. E i continui fallimenti non fanno altro che alimentare gli aspetti depressivi che diventano nuovamente un fattore di spinta verso una nuova abbuffata, utilizzata come trattamento anti-depressivo, designando così un circolo vizioso.

Dai disturbi del comportamento alimentare non si guarisce da soli ma è necessario farsi aiutare. Per la complessità e multifattorialità di queste patologie è necessario che la cura sia effettuata da équipe multidisciplinari integrate che possano trattare e tenere insieme tutti gli aspetti della persona coinvolti in questo sintomo. La richiesta di cura in queste patologie rappresenta un punto di difficoltà e criticità molto elevato proprio perché, come abbiamo sottolineato, il sintomo alimentare rappresenta già una soluzione ad un disagio.

La tendenza è sempre quella di riuscire a farcela da soli, spesso ci si aggrappa al pensiero magico e illusorio che “… da domani, da lunedì tutto sarà diverso…” per poi accorgersi che passano gli anni e mai nulla cambia. Difficilmente si riconosce che la preoccupazione per corpo, peso e cibo è solo la punta di un iceberg che nasconde un sommerso di dolore, disagio e difficoltà emotive.

Anoressia, allerta maschi

  • Mercoledì, 23 Aprile 2014 08:17 ,
  • Pubblicato in Dossier
Tina Simoniello, La Repubblica
22 aprile 2014

E non è un fenomeno propriamente marginale: il dato più citato è quello di un maschio ogni dieci casi, tuttavia secondo diversi studi le percentuali potrebbero raggiungere anche il 25 per cento del totale, considerate insieme tutte le tipologie di disturbo. ...

Articolo Tre
28 03 2014

I siti pro anoressia che speculano sulla malattia, vendendo braccialetti in tessuto con lo scopo di ricordare a chi li indossa di essere fedeli alla propria dieta e per incontrare altre persone che hanno fatto della perdita di peso la loro filosofia di vita. Ma gli esperti ricordano che l'anoressia è una patologia psichica e non una scelta legittima.

I Siti pro-anoressia che vendono i braccialetti per promuovere i disturbi alimentari-M.F.- Il web è il luogo in cui puoi trovare di tutto, basta chiedere, basta digitare un paio di parole su un motore di ricerca ed ecco che ti si apre un mondo fino a qualche minuto prima sconosciuto. Parliamo del mondo dei pro-Ana, ovvero siti e blog che parlano a favore dell'anoressia, e dei pro-Mia, a favore della bulimia. Molti sono italiani, dove adolescenti ossessionate dal peso, scrivono di come fare per perdere chili – che spesso non sono di troppo, ma solamente il giusto per sopravvivere, dove chiedono aiuto per riuscire in questa impresa, dove si scambiano consigli e confidenze. Molti, moltissimi sono i siti in lingua inglese, sparsi nel mondo, dove si cerca con ogni modo e mezzo di diffondere questa "filosofia di vita", a detta loro, dell'eccessiva magrezza a tutti i costi.

L'Huffington Post UK ha pubblicato una ricerca condotta dal Priory Group che si occupa di malattie mentali nel Regno Unito, in cui viene dimostrato come in Rete ci siano siti che oltre a promuovere la diffusione dei disturbi alimentari, come appunto anoressia e bulimia, stiano speculando sui loro utenti, considerati dal Priory Group come "soggetti vulnerabili".

Sta, infatti, spopolando in Rete, la vendita di braccialetti pro-anoressia che secondo i loro creatori andrebbero indossati come un promemoria per rimanere fedeli alla propria dieta, ma anche un modo per incontrare altri che hanno fatto dell'anoressia la loro "filosofia". Inizialmente questi ninnoli erano stati concepiti come segno di solidarietà tra coloro che erano stati colpiti dai disturbi alimentari ed erano riusciti a sconfiggerli, uscendo vittoriosi dal vortice, poi qualcuno si è appropriato dell'idea distorcendone il significato.

Lynn Grefe della National Eating Disorders Association afferma che "questo braccialetto inizialmente non era pro-anoressia, ma serviva a ricordare alle persone che non erano sole. Per quello che ne so io era questo il messaggio originale del bracciale rosso", mentre ora il messaggio che passa è totalmente opposto.

Grefe incoraggia coloro che sono affetti da tali disturbi a prendere coscienza del fatto che si tratti di una patologia mentale e non di una scelta di vita.

Il dottor Alexander Yellowlees, dirigente medico presso il Priority Hospital di Glasgow, ha spiegato che questi siti sono estremamente negativi soprattutto per coloro che sono già affetti da questa malattia, perché il loro scopo è quello di aiutare chi è affetto da queste patologie a migliorare i metodi con cui non mangiano e dimagriscono.

"Questi siti – dice Yellowlees – danno all'individuo l'idea che l'anoressia sia una scelta legittima, ma non lo è. L'anoressia ha il tasso di suicidi più alto di tutte le altre condizioni psichiche. E' un vero e proprio killer. Forniscono un falso senso di appartenenza a una comunità, favorendo e promuovendo la diffusione della malattia. E' come se fossero una specie di drinking club per gli alcolisti, dove si può imparare a bere in maniera più efficace. Queste persone incoraggiano l’anoressia, speculando sulla malattia e ricavandone un guadagno".

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