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Il Fatto Quotidiano
10 06 2014

Il notiziario di Radio Masr, la radio di stato egiziana più ascoltata nel paese, si confonde con il rumore del traffico infernale del Cairo. Il cellulare poggiato sul quadro del taxi, a fianco a un immancabile pacchetto di Marlboro Light e a un lucidalabbra, squilla in continuazione. “Ho molte persone che dopo aver viaggiato con il mio taxi prenotano una corsa”, dice Noor una delle pochissime donne tassista che lavorano nella capitale egiziana. Noor ha 47 anni e dal 2009 ha deciso di intraprendere un’attività che in Egitto è quasi esclusiva degli uomini. “L’ho fatto per necessità, sono laureata in ingegneria agricola, mio marito mi ha abbandonato con tre figli e dopo aver fatto svariati lavori per mandare avanti la famiglia ho deciso di comprare un taxi”, racconta a ilfattoquotidiano.it.

“All’inizio avevo deciso di darlo in gestione ma l’uomo che lavorava con me non è stato all’altezza, allora un giorno ho preso il taxi dal garage e ho iniziato a guidare”. Nel quartiere popolare di Imbaba dove vive è una celebrità, tutti si fermano a salutarla quando intorno alle 10 comincia la sua giornata di lavoro. “All’inizio ero titubante, ho chiesto consiglio a diverse persone ma alla fine ho realizzato che per molti avere una tassista donna è un vantaggio. Ho tanti clienti anche stranieri che sanno che la mia macchina è pulita e sono affidabile quando c’è bisogno di portarli da un capo all’altro della città in una giornata densa di appuntamenti”. Essere una donna alla guida di un taxi in Egitto non è facile, le molestie e i pregiudizi di cui il genere femminile è diffusamente vittima nel Paese si amplificano quando una donna è alla guida. Per questo Noor preferisce lavorare nelle ore centrali della giornata e cerca di evitare le zone periferiche della città.

“Quando prendo un cliente sto bene attenta – dice – ma il fatto di poter contare su uno zoccolo duro di clienti affezionati ormai rende il mio lavoro molto più semplice di com’era all’inizio”. Ora Noor vuole fare tesoro della sua esperienza e aprire una scuola per tassiste. “Una volta chiesi al mio vicino cosa pensasse del mio lavoro – racconta – lui mi disse che non ci trovava niente di male ma non avrebbe mai accettato che sua moglie guidasse un taxi. Alcuni giorni dopo proprio sua moglie è venuta a chiedermi di imparare a guidare”. La Noor Academy, prossima all’apertura, punta a formare ogni anno 15 donne non solo con lezioni di guida ma anche con corsi di inglese – per essere in grado di lavorare anche con i turisti – e workshop sui diritti delle donne. “Non voglio che le ragazze che studiano da me poi tornino a casa a fare le disoccupate”, spiega. “L’accademia fornirà anche dei taxi con cui iniziare la loro attività e metà del loro guadagno andrà a rifinanziare la scuola”.

La questione della formazione professionale delle donne è molto importante nel Paese. Secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, la disoccupazione femminile in Egitto è circa al 22%, una percentuale che aumenta tra le donne di ceto sociale basso. “Io sono stata a piazza Tahrir e ho messo il mio taxi a servizio dei manifestanti, ho portato provviste e trasportato i feriti negli ospedali”, continua Noor. “Io lotto per i diritti delle donne e la cosa da cui si deve partire è proprio il diritto di lavorare perché l’indipendenza economica delle donne cambia le dinamiche familiari e permette alle mogli di non dover dipendere più dal marito”.

Il Fatto Quotidiano
19 05 2014

di Riccardo Noury

Martedì scorso Amnesty International ha lanciato una nuova campagna contro la tortura, a 30 anni da quella che nel 1984 aveva dato vita a una delle più importanti convenzioni delle Nazioni Unite.

La Convenzione contro la tortura è stata ratificata da 155 paesi e ha un valore così cogente da vincolare anche i 40 stati membri dell’Onu che non l’hanno ratificata.

Il paradosso della tortura è che è assolutamente vietata e universalmente praticata. Le ricerche di Amnesty International hanno verificato casi di tortura in almeno 141 paesi negli ultimi cinque anni, Italia inclusa (dove manca anche il reato di tortura nel codice penale) e in 79 paesi quest’anno.

Nella regione geografica di cui si occupa questo blog, è difficile trovare un paese in cui la tortura non sia praticata.

I nuovi governi emersi dalle cosiddette “primavere” hanno in alcuni casi preso misure positive in tema di tortura, rafforzandone il divieto legale, come in Tunisia, Libia ed Egitto. Tuttavia, i fattori profondamente radicati che ne hanno favorito la diffusione negli ultimi decenni e la perdurante assenza di volontà politica continuano a rivelarsi ostacoli insormontabili per tradurre la legge nella pratica quotidiana. Nello Yemen, la transizione è stata accompagnata da un’amnistia generalizzata per l’ex presidente Saleh e i suoi collaboratori.

Le denunce di tortura e di altri maltrattamenti in Siria, a partire dalla rivolta del 2011, sono cresciute esponenzialmente. Le vittime sono coloro che vengono arrestati per il presunto coinvolgimento in attività di opposizione, compresi gli attivisti pacifici e i bambini. Migliaia di prigionieri sarebbero morti sotto tortura. Amnesty International ha documentato casi di tortura anche da parte dei gruppi armati.

In Iraq, la tortura resta diffusa nelle prigioni e negli altri centri di detenzione. Tra il 2010 e il 2012 Amnesty International ha documentato oltre 30 casi di torture mortali.

La tortura è praticata massicciamente anche in Libia, sia nei centri di detenzione sotto il controllo delle autorità che in quelli gestiti dalle milizie. I casi di morte sotto tortura documentati da Amnesty International dalla fine del conflitto del 2011 sono stati 23.

Una caratteristica di tutta la regione è l’ampio ricorso alla tortura e agli altri maltrattamenti per stroncare il dissenso e le proteste e reagire alle presunte o reali minacce alla sicurezza nazionale, come nel caso dell’Egitto e della Giordania.

Denunce di tortura arrivano con allarmante frequenza dall’Arabia Saudita, dove la legislazione sulla sicurezza nazionale è così generica da far rientrare tra gli atti di terrorismo anche forme di opposizione pacifica. Torture e altri maltrattamenti nei confronti di persone detenute per motivi di sicurezza nazionale sono pervenute anche da Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar.

In Egitto, durante la rivolta del 2011, le forze di sicurezza e l’esercito hanno usato la tortura come una vera e propria arma nei confronti dei manifestanti. Durante il governo militare successivo alla caduta di Hosni Mubarak, 18 donne che avevano preso parte alle proteste sono state sottoposte a test forzati di verginità. Ancora oggi nel paese la tortura rimane endemica.

In Marocco le indagini sulle denunce di tortura, tanto in territorio marocchino quanto nel Sahara occidentale, sono estremamente rare.

In Iran, le autorità si basano sulla tortura e sugli altri maltrattamenti per ottenere “confessioni” e usarle come prove anche durante processi per reati di droga, nei confronti di appartenenti a minoranze e di oppositori pacifici, e che possono terminare con una condanna a morte. La pratica è diffusa soprattutto durante gli interrogatori, cui gli avvocati non possono assistere.

In Israele e nei Territori Occupati Palestinesi, la tortura al momento dell’arresto e durante gli interrogatori dei detenuti palestinesi rimane motivo di grande preoccupazione. Dal 2001 sono state presentate oltre 800 denunce ai danni dell’Agenzia per la sicurezza ma non è stata avviata alcuna indagine.

L’Autorità palestinese in Cisgiordania e l’amministrazione di fatto di Hamas nella Striscia di Gaza si sono rese responsabili di torture e altri maltrattamenti, soprattutto nei confronti dei rispettivi oppositori politici. Un organismo di monitoraggio istituito dall’Autorità palestinese ha ricevuto, nel 2012, 132 denunce dalla Cisgiordania e 129 da Gaza.

Infine, le punizioni crudeli, disumane e degradanti – come l’amputazione, le frustate e la lapidazione – rimangono in vigore in diversi paesi della regione, ma sono imposte prevalentemente in Arabia Saudita e Iran.

 

Il Fatto Quotidiano
12 05 2014

di Riccardo Noury 

Oggi vorrei chiedere ai lettori e alle lettrici di questo blog di immaginare il dolore inferto da una frustata sulla schiena. Di moltiplicarlo per 10, poi per 100, poi per 1000.

A 1000 frustate è stato condannato il 7 maggio Raif Badawi, cofondatore del sito Liberali dell’Arabia Saudita. Impossibile che la sentenza emessa dalla corte penale di Gedda venga eseguita. Badawi morirebbe molto prima della millesima frustata e non potrebbe dunque scontare la “vera” condanna: 10 anni di carcere.

Le 1000 frustate sono un monito, crudele e arrogante, che il regno dell’Arabia Saudita lancia ai suoi oppositori pacifici, i dissidenti, gli attivisti per i diritti umani: non ci provate!

Non ci provate neanche a creare un innocuo forum online di discussione e ad esercitare il vostro diritto alla libertà d’espressione. Potreste incorrere, anzi incorrerete, nel reato di offesa all’Islam. Se sarete fortunati, però, potrete evitare l’accusa di apostasia e dunque una condanna alla decapitazione in piazza.

Badawi era stato arrestato nel 2012 per aver violato le leggi sulle comunicazioni elettroniche e aver offeso l’Islam attraverso i suoi scritti e i commenti pubblicati sul suo forum. In primo grado era stato condannato a sette anni e 600 frustate. In appello, avete letto com’è andata.

Amnesty International lancerà un nuovo appello per l’annullamento della condanna e l’immediata scarcerazione di Badawi.

Svolta in Arabia Saudita: i mariti violenti saranno puniti

  • Giovedì, 17 Aprile 2014 10:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

Articolo Tre
17 04 2014

La nuova norma sanzioni pecuniarie fino a 50.000 riyal, ma se la vittima riporta danni permanenti o muore il reato verrà giudicato secondo la legge islamica della Sharia. Molti temono che la nuova legge non verrà applicata.

Piccolo passo in avanti nel campo della lotta alla violenza sulle donne in Arabia Saudita; dalla prossima settimana, infatti, entrerà in vigore una legge, approvata lo scorso agosto, per proteggere le donne dalla violenza domestica.

Ai mariti violenti che picchiano le proprie mogli potranno essere inflitte sanzioni pecuniarie tra 1.000 e fino a 10mila euro. Lo hanno deciso le autorità del regno wahabita, culla dell'Islam conservatore dove le donne sono tenute in uno stato di tutela permanente da parte degli uomini della loro famiglia e private della maggior parte delle libertà.

Un passo avanti in un Paese in cui finora le violenze domestiche venivano considerate "questione privata"; fino ad ora, una donna che voleva sporgere denuncia doveva avere prima il consenso del "tutore": il marito o un parente stretto.

Secondo quanto riferisce la tv satellitare al Arabiya, la nuova norma prevede anche una pena detentiva di "non meno di un mese e non più di un anno in caso di recidività". Tuttavia, "in caso di decesso o di infermità permanente" della vittima la sanzione pecuniaria sarà cancellata ed il reato verrà giudicato secondo la legge islamica della Sharia, molto più severa in quanto prevede pesanti punizioni corporali, riferisce sempre l'emittente televisiva.

La legge si estende alle violenze contro i bambini e i lavoratori stranieri, che sono milioni nel Paese con diritti spesso limitati se non inesistenti.

Nonostante i buoni propositi, la paura più grande è che nonostante la legge, le norme non verranno applicate sia perché giudici e polizia sono impreparati sia perché sono poco propensi ad accogliere i nuovi diritti femminili.


Arabia Saudita: paramedici donne per salvare altre donne

  • Martedì, 01 Aprile 2014 08:24 ,
  • Pubblicato in Flash news

Atlasweb
01 04 2014

L’Arabia Saudita nominerà cento donne paramedici entro la fine dell’anno.

Lo rivela il quotidiano locale Al Riyadh, secondo cui queste donne stanno ricevendo formazione e saranno assegnate a reparti degli ospedali della capitale Riyadh, il cui accesso è limitato agli uomini.

Si tratta di una misura, spiega il giornale, dovuta ai frequenti decessi di donne registrati nella capitale. In alcuni ambienti, come le scuole per sole ragazze, è vietato l’ingresso ai paramedici uomini e pertanto i soccorsi arrivano spesso in ritardo.

Secondo le autorità sanitarie, presto al programma di formazione prenderanno parte più di 3 mila donne.

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