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Abbatto i muri
07 08 2015

Su D di Repubblica c’è la pagina dedicata ad una notiziona senza la quale non ci sarebbe stato possibile dormire la notte. Su un social è stata censurata l’ennesima foto di donna che allatta. Al solito si sono formati gruppi agguerritissimi. Le madri che rivendicano un posto al sole e altre persone che dicono che le tette allattanti devono stare coperte perché sono nudità inaccettabili da esibire. Quello che vi racconto ha a che fare con la tipologia di commenti che accompagnano una news del genere.

Ci sono quell* che hanno deciso già qual è l’età del bambino e dunque rinvierebbero la mamma a settembre per dare l’esame di svezzamento. Troppo grande per essere allattato, già adeguato a mangiare una carbonara. Ci sono donne parecchio convinte del fatto che quelle che tolgono gli abiti e allattano in pubblico siano esibizioniste, che lo facciano per esibire se stesse, perché “è tanto bello vedere un momento intimo” preservato magari con un “lenzuolino”.

Gli uomini si dividono in paternalisti e maschilisti. Ci sono quelli che dicono che una mamma che allatta è la cosa più naturale del mondo, perché il seno a che altro servirebbe altrimenti? E quegli altri che dicono che “l’uomo maschio è un organismo semplice”.

Il seno della donna è un richiamo sessuale. Le mamme dovrebbero coprirsi per evitare imbarazzanti erezioni ai maschi. Tutta questa invasione di seni allattanti, effettivamente, suona un po’ come una minaccia. Bisogna arginare il fenomeno. Ma da qualunque parte giri questa cosa non sarà mai trattata a favore delle donne. Chi dice che il seno serve per allattare e ci schiaccia alla nostra “naturale” condizione biologica e riproduttiva non è migliore di chi dice che il seno è finalizzato a dare piacere all’uomo e che bisogna avere più pudore. Si tratta sempre di una utilità decisa da altri.

Poi c’è la fascia complottista. Quella dei no gender tanto per capirci. Le tette allattanti verrebbero censurate perché la lobby gay vuole disabituare il mondo a guardare la donna nel ruolo di mamma perché presto un uomo prenderà il suo posto. Tutta colpa dei radical chic e dei “froci col cazzo di fuori al gay pride”.

C’è poi la fascia dei distinguo. Non censurerebbero la tetta allattante ma il culo di Belen naturalmente si, e così anche le scene di sesso ché sono tanto una bruttissima cosa. Da censurare ci sarebbero anche le tette e i culi di ragazze che postano le foto dei propri corpi sui social, perché la signora che allatta è una donna perbene e quella che invece mostra un seno gratis è una donna per male.

Infine c’è chi tira fuori anche i musulmani dell’Isis, perché i complotti più sono inaccessibili alla mente dei non eletti e meglio è. La scomparsa di quella foto, dunque, è addebitata a una serie infinita di fattori. I froci, Belen, le ragazzine in shorts, i musulmani e l’Isis, i radical chic, il Gender e, volendo, possiamo metterci dentro anche l’uomo invisibile e gli hobbit. Interessante, non vi pare?

laglasnost

Da 15 anni mi prostituisco e non me ne pento

  • Venerdì, 10 Luglio 2015 12:54 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
10 07 2015

Ho iniziato a prostituirmi 15 anni fa e ancora non mi pento della scelta che ho fatto. All’epoca non era come adesso. Non c’era un uso allargato di internet e i divieti sembravano moltissimi. In cambio, però, c’erano in giro meno abolizioniste che oggi sembrano ossessivamente concentrate sull’idea di redimerci e salvarci anche quando non abbiamo alcun bisogno di essere salvate. Nei paesi in cui la prostituzione era un mestiere regolarizzato si poteva stare bene e non c’era quell’enfasi dedicata alla guerra contro la prostituzione che c’è adesso.

Le prostitute si proteggevano, l’un l’altra, e avevano anche una sorta di accordo con le forze dell’ordine, per cui si pattugliavano da sole, potevano stare insieme, potevamo vivere insieme, cosa molto importante se vuoi evitare che un cliente violento possa farti male senza che nessuno lo veda. Quando ho iniziato avevo poco più di 20, un matrimonio sbagliato alle spalle e un figlio. Non ho mai pensato che la prostituzione, al contrario del mio matrimonio, fosse un lavoro umiliante. Non lo pensavo allora e non lo penso neanche adesso. Era ed è un lavoro che mi ha permesso di emanciparmi dal bisogno, di mantenere mio figlio e di fare cose che altrimenti non sarei riuscita a fare.

Ho comprato casa, ho viaggiato, ho anche vissuto relazioni amorose intense e positive, finite per altre ragioni che non c’entrano con il mio mestiere. Quello che so è che il più delle volte mi sono divertita, a prendere in giro, bonariamente, i clienti che avevano senso dello humour, a fotografare l’animo di tanti esseri umani e a osservare le esperienze da un punto di vista privilegiato. Non hai modo di conoscere bene qualcuno fin quando non ci vai a letto. Così ho visto la parte vera di certi esseri umani e ne ho goduto, perché a me chiedevano altrettanta franchezza e non c’è mai stato un solo cliente che da me si sia sentito giudicato.

Con me finiva l’ansia da prestazione, la preoccupazione di non essere all’altezza, o quella di dover per forza erigersi sull’attenti in vista dell’amata. Io sono stata in grado di confortare molti uomini e perfino alcune donne. Li ho tirati fuori da una zona buia della loro vita. Li ho rifocillati di umanità ed empatia. Li ho baciati nei punti sensibili, quelli delicati, dove fa più male. Sono stata e sono ancora la loro confidente, amica, amante, psicologa, un’ascoltatrice attenta ai loro bisogni e una terapeuta dell’aspetto più importante e bistrattato per molti esseri umani: la sessualità.

Voi non potete immaginare quanti uomini siano impreparati, imbranati, impauriti, perché non hanno la più pallida idea di come vivere una gioiosa sessualità. Chi dice che i clienti di una prostituta sono tutti violenti non ha mai fatto il mio mestiere perché altrimenti saprebbe che gli uomini, in gran parte, stanno a testa bassa, ad aspettare inutilmente un’erezione o a chiedere soltanto di non essere derisi perché la pressione è troppa. La cultura che fa male a tutti noi fa male innanzitutto a loro. Hanno il dovere di essere machi, riusciti, efficienti, dall’erezione e dalla prestazione perfetta. Ma sul serio credete a tutte le parole vuote che vengono diffuse da uomini spocchiosi che si vantano di aver “trapanato” questa o quella?

Dopo essere stati con una come me potranno anche dire di averle “sfondato il culo” perché è questo che si aspettano gli amici, i colleghi, gli altri uomini, tutti a mentirsi gli uni con gli altri, ma quasi mai è vero. Le donne sanno, ne sono certa, che dietro tanta sfrontatezza spesso c’è una montagna di insicurezza. A letto vedi gli uomini per quel che sono in realtà: fragili, impauriti, bisognosi d’affetto, di carezze, di rilassarsi, perché sempre sotto pressione per un motivo o per un altro. Non sto dicendo che la fragilità sia esclusiva degli uomini ma, secondo il mio punto di vista e secondo la mia esperienza, le donne sono più abituate a renderla evidente, gli uomini invece no.

Molti sono ancora tristemente vittime di una cultura maschilista che li vuole a misurarsi, l’un con l’altro, il pene per fare a gara a chi ce l’ha più lungo. Sono terrorizzati all’idea che si scopra che non ce la fanno ad avere una normale erezione e temono di essere etichettati come “froci”, perché per loro l’omosessualità significa il fallimento più assoluto. Sono perciò uomini, influenzati in larga parte da una cultura omofoba, come se essere froci volesse dire essere “impotenti”, che temono di essere fallimentari in quanto maschi. Non ce la fanno a dire a se stessi che il valore della propria vita non si misura dalla buona riuscita di un’erezione o dalla durata della stessa.

Mi hanno parlato di relazioni monche, donne con le quali non riuscivano a parlare abbastanza o che avevano troppi guai e troppe incertezze per pensare pure a quelle dei mariti, fidanzati, conviventi. Le prostitute diventano l’ultima risorsa, a volte anche la prima, per una larga schiera di uomini che sono troppo umiliati per fingere di voler fare i cavalieri e i nostri salvatori, giacché solo un misogino, autoritario e sovradeterminante, può ritenere di voler salvare una donna che non vuole essere salvata. Diventano una risorsa per uomini che hanno soltanto bisogno di rilassarsi e respirare, in piena libertà, senza temere giudizi e sentenze.

Ho avuto clienti di ogni tipo e alcuni volevano soltanto imparare a ridere di sé. Altri volevano essere cullati o volevano fare sesso eccitandosi per il baratto di intimità più che per la vista di due tette e un culo. Noi prostitute siamo sempre state viste come nemiche dalle altre donne, quelle che hanno bisogno di segnare limiti sulla morale sessuale di ciascuno per evitare di sentirsi inadeguate. Sono quelle che giudicano le altre, i propri compagni, se stesse e non sanno farne a meno. Sono le vittoriane del secolo corrente, le moraliste, le bacchettone che non hanno la più pallida idea di quel che noi viviamo e di quali siano davvero le nostre esigenze. Oggi potete chiamarle fanatiche, neofondamentaliste, proibizioniste o abolizioniste.

Io so solo che dopo 15 anni non ho ancora deciso di smettere e che ho ancora tanta strada davanti. E chi lo sa: un giorno, forse, potrei scrivere un libro per dire com’è stata la mia vita. Nessun@ però provi a prevedere quel che scriverò o ad immaginare la firma di una vittima. Io non lo sono e non lo sono stata. Non tutte vivono un’esperienza grama. Dunque perché non accettare che prenda voce anch’io?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata.

laglasnost

In Italia abortire è ancora un diritto a metà

Internazionale
22 05 2015

Nel 2014, negli Stati Uniti, 15 stati hanno emanato 26 nuove restrizioni alle leggi sull’interruzione di gravidanza. Si è calcolato che oltre la metà della popolazione femminile statunitense in età riproduttiva viva in stati che sono ostili o estremamente ostili al diritto d’aborto.

In Europa, a dicembre del 2013, il parlamento europeo ha bocciato la risoluzione Estrela, con cui si chiedeva un impegno concreto degli stati per il diritto all’aborto sicuro e legale ovunque nell’Unione. La risoluzione è stata respinta per soli sette voti. È stata decisiva l’astensione di sei deputati italiani del Partito Democratico: Silvia Costa, Franco Frigo, Mario Pirillo, Vittorio Prodi, David Sassoli e Patrizia Toia.

In Italia, a Roma, il 17 novembre 2014, all’ingresso del “repartino” del policlinico Umberto I, in cui si effettuano le interruzioni di gravidanza, è stato affisso un foglio di carta: “Le prenotazioni sono temporaneamente sospese”. Il motivo della comunicazione era tanto semplice quanto emblematico: l’unico medico disposto a praticare gli aborti era andato in pensione, tutti gli altri ginecologi della struttura erano obiettori di coscienza.

Questo è il presente di un diritto: la sua negazione.

L’aborto non è una questione privata

Giugno 1973: a Padova, una donna, Gigliola Pierobon, subisce un processo con l’accusa di procurato aborto.
Nel 1973 in Italia erano ancora in vigore le norme del codice penale fascista del 1930, il codice Rocco, che definiva l’aborto reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”. Pena prevista: da uno a cinque anni di reclusione per le donne che si procuravano da sole l’aborto; da due a cinque anni per quelle che si sottoponevano all’interruzione e a chi la praticava, con una possibile riduzione della pena solo “se il fatto è commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto”.

Gigliola Pierobon aveva abortito nel 1967, quando aveva 17 anni. Stesa su un tavolo da cucina, senza sedativi, le era stato introdotto un lungo ago di ferro nella vagina. L’operazione le aveva causato un’infezione, curata da sola, in silenzio.

Ma la Gigliola del 1967 non è la Gigliola del 1973, in quegli anni si è avvicinata al femminismo, non è più sola come sei anni prima, su quel tavolo. Appena riceve la notifica del rinvio a giudizio ne parla con le compagne.

Il processo Pierobon diventa un fatto politico, un fatto pubblico. Le femministe scendono in piazza con una grande manifestazione, invadono il tribunale e si autodenunciano.

Il 6 dicembre 1975 più di ventimila donne sfilano a Roma in favore dell’aborto “libero, gratuito e assistito”.

Una parte del movimento femminista sostiene che sia importante intervenire sulla materia attraverso una legge, altre ritengono che l’unica strada verso l’autodeterminazione sia quella della cancellazione del reato di aborto. Il legislatore riesce a scontentare entrambe, approvando, il 22 maggio 1978, la legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.

Ventidue articoli, stringati, chiari, un testo di legge che possiamo capire tutti, leggendolo. Il suo intento è esplicito, già dal titolo: la legge 194 è, in prima istanza, una legge sulla salvaguardia della maternità, la disciplina dell’aborto arriva solo in seconda battuta. Molte femministe la definiscono una legge truffa, perché nega il diritto della donna di scegliere per se stessa.

Al contempo la legge scatena le ansie moralistiche e apocalittiche della società conservatrice e del mondo cattolico. Contraddizioni che si riflettono da subito e con chiarezza nella pratica, diventando ostacoli: obiezione; obbligo di indagare sui motivi che spingono ad abortire; nessun provvedimento nei confronti dei medici che si rifiutano di rilasciare il certificato di richiesta di interruzione della gravidanza.

Ostacoli che non bastano a chi non vuole una legge che renda l’aborto legale e pubblico. Nel 1981 si andrà al voto per il referendum abrogativo. La vittoria dei no all’abrogazione della legge sarà schiacciante.

Basta un poco di zucchero

Uno degli articoli della 194 prevede che ogni anno il ministero della salute presenti una relazione sull’attuazione della legge. Andamento del fenomeno, caratteristiche delle donne che fanno ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza (ivg), modalità di svolgimento e perfino un monitoraggio ad hoc su ivg e obiezione di coscienza.

A leggere le parole della ministra Lorenzin, nella relazione presentata il 15 ottobre del 2014, parrebbe che l’Italia offra il migliore degli aborti possibili.

Innanzitutto si sottolinea più e più volte la riduzione del numero di ivg, che ha subìto un decremento del 4,2 per cento rispetto al 2012. Un risultato che il ministero ritiene molto positivo e che lega direttamente all’efficacia della prevenzione: “La riduzione dei tassi di abortività osservata recentemente anche tra le donne immigrate sembra indicare che tutti gli sforzi fatti in questi anni, specie dai consultori familiari, per aiutare a prevenire le gravidanze indesiderate e il ricorso all’ivg stiano dando i loro frutti anche nella popolazione immigrata”. Analisi che si perdono nel vuoto degli eternamente inattesi impegni dei nostri governi sul fronte dell’educazione sessuale e della promozione dei metodi contraccettivi.

E poco importa se il numero degli aborti clandestini è enorme ed è quantificato – ottimisticamente, poiché non ci sono dati certi, con una ricognizione ferma al 2005 – tra i 12mila e i 15mila casi per le italiane e tra i tremila e i cinquemila per le straniere. Indagare su un fenomeno che tutte le analisi reputano in crescita e che è cambiato enormemente grazie alla possibilità di ricorrere ai farmaci, anche acquistandoli online, sarebbe quantomeno doveroso.

“Sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di ivg effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti aumentata rispetto a quella riscontrata nel 2011 ed è leggermente diminuita la percentuale di ivg effettuate oltre tre settimane di attesa, persistendo comunque una non trascurabile variabilità tra regioni”.

Il verbo diminuire e il segno percentuale sono lo zucchero a velo su un pandoro scaduto, in numeri significa che ben sedici donne su cento sono costrette ad aspettare più di tre settimane dal rilascio del certificato per effettuare l’interruzione di gravidanza, interruzione che è consentita entro i novanta giorni. Anche l’intervallo di 14 giorni diventa un tempo enorme, da questa prospettiva.

Nella relazione, la prima che riporta i dati di un monitoraggio sulle attività di ivg e obiezione di coscienza voluto da un tavolo tecnico attivato presso il ministero della salute a giugno del 2013, si arriva ad affermare che “il numero di non obiettori è congruo rispetto alle ivg effettuate, e il numero degli obiettori di coscienza non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le ivg”.

I dati dicono che “considerando 44 settimane lavorative in un anno, il numero di ivg per ogni ginecologo non obiettore, settimanalmente, va dalle 0,4 della Valle D’Aosta alle 4,2 del Lazio, con una media nazionale di 1,4 ivg a settimana”.

Un caso di inversione dell’onere della prova: si va a vedere quanto lavorano i non obiettori e si dice che va bene così. Il fatto che ci sia una percentuale altissima di medici obiettori non ostacola il servizio e non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre mansioni.

Dei numeri si possono fare letture mistificanti tanto quanto delle parole. In Italia il tasso di obiezione è del 69,6 per cento per i ginecologi, del 47,5 per cento per gli anestesisti e del 45 per cento per il personale medico. Sono percentuali altissime, inammissibili. È come se il 70 per cento degli edicolanti non vendesse quotidiani.

Percentuale di ginecologi che praticano l’obiezione di coscienza in Italia. Fonte: ministero della salute, 2013

Un ottimismo fuori luogo, una distorsione che contrasta con le testimonianze dei non obiettori e con le esperienze delle donne che hanno abortito. Gli alti tassi di obiezione – quello del Molise arriva al 90,3 per cento – legittimano il riferimento all’obiezione di struttura ossia la negazione del servizio, vietata dalla 194, e rendono di fatto la legge sempre più spesso inapplicabile.

Una situazione critica, quella italiana, sanzionata nel 2014 anche dal comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, che ha riconosciuto che a causa delle elevatissime percentuali di obiezione di coscienza l’Italia viola il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire.

Quella in cui viviamo è un’epoca reazionaria, ancor più che conservatrice. “Le politiche dell’utero, come la censura o la restrizione della libertà di manifestazione, sono un buon indicatore delle derive nazionaliste e totalitarie”, ha scritto Paul Preciado in un articolo su Libération (qui una mia traduzione).

I gruppi e i collettivi femministi sono stati e continuano a essere un argine resistente all’erosione del diritto di scelta, hanno condotto battaglie dure, allegre, colorate, fantasiose, radicali, fondamentali per un aborto libero e sicuro, per la salute sessuale, per i consultori laici e accessibili, per l’abolizione dell’obiezione alla legge 194.

Perché sì, la legge 194 è migliorabile. Ma dalla 194 non si può tornare indietro.

Valentina Greco

Sono vulnerabile. Non sono una vittima!

  • Giovedì, 09 Aprile 2015 13:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
09 04 2015

La prima volta che mi sono sentita vulnerabile fu dentro casa. Mia madre urlava, sbatteva le cose, fece cadere una sedia a terra e poi urlò ancora. Non ero piccolissima ma ricordo che mi feci piccina piccina per rendermi invisibile dietro una porta. Mia madre mi diceva sempre di stare attenta fuori casa, perché c’erano uomini cattivi che si portavano via le piccirille. Così pensavo a come avrei potuto essere invisibile dappertutto. A scuola c’erano due compagne che mi trattavano di merda. La maestra diceva che bisognava darsi la mano per entrare e uscire dalla classe e io davo la mano, e quelle ci sputavano sopra. Da grande avrei capito che col cazzo tu darai la mano a chi ti insulta e ti fa stare male.

Quando fui adolescente ero così abituata a sentirmi vulnerabile ovunque che camminavo sempre a testa bassa. Guardavo i piedi, un passo dopo l’altro, e il pavimento, e le righe delle pietre che caratterizzavano quella via. Poi, a casa, c’era mia madre che urlava ancora, e mi diceva “guardami in faccia quando ti parlo… guardami”. Credo che fu quello il momento in cui cominciò ad appannarmisi la vista. Così potevo guardare e non vedere allo stesso tempo. Sempre più miope, e timida, e studiosa, diventai più spavalda e apparentemente coraggiosa al liceo. Provavo a sentirmi indistruttibile per quanto io sapessi che l’impressione di essere fragile non mi avrebbe abbandonata mai.

Un giorno, eravamo io e un compagno di scuola, attraversammo il parco per tornare a casa. C’era un signore anziano, malconcio e puzzolente. Al mio amico chiese soldi, a me fece vedere il pene. Fu allora che mi resi conto del fatto che io e il mio amico avremmo patito di due diverse forme di vulnerabilità. Più grande, intorno ai 18 anni, io un altro amico, in uno dei tanti vicoli del centro storico, fummo costretti a inginocchiarci. Lui fu rapinato, a me toccarono le tette e uno mi infilò la mano sotto la gonna. Ancora due diversi tipi di vulnerabilità. Due diversi tipi di violenze. Quella dedicata a me si chiamava violenza di genere, perché è una violenza imposta in virtù del mio genere. Fossi stato un uomo mi avrebbero rapinato, e basta. Non avrebbero tentato di rubarmi il consenso, umiliando la mia sessualità con quelle “attenzioni” così oppressive.

Pensavo che dentro casa avrei goduto di un po’ di tregua, perché il nemico è fuori, e in casa al massimo c’è mamma che urla. Non è una cosa bella ma ho finito con l’abituarmici (che brutta cosa!). Invece fu in casa mia che un ragazzo mi costrinse a fare sesso. Avevo fatto l’errore di invitarlo a chiacchierare, vedere un film, scherzare. Pensavo fosse una persona bella. In futuro avrebbe potuto essere il mio partner. In futuro. Invece lui volle accelerare la storia e mi tenne ferma sul letto, dopo aver giocato un po’ con me alla lotta. Mi fai male, dissi, e mi resi conto che lui non giocava più. Di là c’era mia madre, e io pensavo solo a quante volte avrebbe urlato se le avessi chiesto aiuto. Probabilmente mi sbagliavo, ma fu quello il mio primo pensiero.

Disse che mi sarebbe piaciuto, era il momento, non ero più una bambina. Gli dissi okay, ma non farmi male. Invece fu doloroso, la rabbia mi consumò per giorni, perché non volevo farlo, qualcuno mi aveva costretto a fare una cosa che non volevo fare. Perché non mi era piaciuto e lui poi mi trattò come una cosa, senza valore, senza desideri, voglie, rivendicazioni.

Ho sempre voluto fare tante cose in vita mia. Ho fatto sesso in mille occasioni, con uomini diversi e senza alcun pudore. Non c’era tempo e luogo che non fossero adeguati a farlo. Pensavo bastasse a superare la brutta sensazione di essere vulnerabile. Se questo è ciò che vogliono, e io glielo do, perché dovrebbero farmi male? Contorto, vero? Ma all’epoca pensavo avesse una sua logica. Era sopravvivenza, poi l’avrei capito. E nel frattempo provavo a consegnare la mia sicurezza al mondo esterno abilitandomi al diritto di uscire tardi da sola, camminare al buio, fare l’alba per le strade, andare sola al parco, correre nel bosco, girare per locali senza che qualcuno mi accompagnasse. E una domanda mi ronzava sempre in testa. Perché a lui chiedono i soldi e da me vogliono un’altra cosa? Perché contro il furto si mobilita il mondo intero e contro lo stupro invece no?

Perché ogni volta che accenno al fatto che la notte, al buio, nel bosco o per locali, a volte non mi sento al sicuro, mi dicono che allora farei meglio ad andare in giro accompagnata? Perché è sempre e solo colpa mia? Perché a me è proibito uscire, fermarmi a riposare su una panchina, guardare il panorama, viaggiare in bicicletta per chilometri, senza avere la brutta sensazione che all’angolo può sempre esserci qualcuno che vorrà rubare il mio diritto all’autodeterminazione? E sono tutti pronti a dirmi come devo vestirmi, quando uscire e dove andare. C’è chi mi dice che se appartenessi a qualcuno, questo, non succederebbe, e altri mi hanno spiegato che se sto con uno la differenza sta nel fatto che se ci fermano a lui prendono ancora i soldi e poi agiscono su un’altra tra le sue proprietà, stuprano me, ed è lui che dovrebbe sentirsi offeso, non io.

Un giorno mi sono detta che bisogna avere più fiducia negli esseri umani. Perché la libertà è qualcosa che devi riprendere quando qualcuno vuole togliertela. Se non stai in sella subito dopo una caduta non lo farai mai più. Paurosa, immobile, vulnerabile. Accolgo queste parti di me e me le porto dietro. Sono partita per un lungo viaggio, in bici. Mi dicevano che su, al nord, avrei potuto stare più tranquilla, perché lì gli uomini sono più “educati”. Ovunque ho trovato persone belle e pezzi di merda. A volte ho beccato stronze assurde e sorelle alla giornata. Sono stata fuori sei mesi, in tutto, dormendo negli ostelli, fermandomi un pochino a lavorare dove capitava, e ho trascorso due mesi in una città europea, incantata dalla bellezza che mi restituiva. Così ho giurato che mai qualcuno avrebbe potuto fermarmi perché il mio diritto è quello di poter viaggiare, godere del presente, delle meraviglie del mondo, così come potrebbe fare un uomo.

Sono tornata l’anno scorso. Mi sono iscritta a un corso di autodifesa. Non è certo quello che mi fa sentire più forte. È stato il viaggio, la mia avventura senza meta, che mi ha dato modo di trasformare la mia paura in curiosità e ho notato una cosa. Da quando cammino a testa alta, decisa, determinata, nessuno più mi rompe le palle. Non è per colpevolizzare la me paurosa d’un tempo ma credo che gli stronzi temano allo stesso modo chi manifesta più sicurezza di loro. Sono umana, resto, come tutti, vulnerabile, ma non sono una vittima. So dire no in modo deciso, non me ne frega niente se mia madre urla. In qualche modo ho vinto la mia battaglia. Fosse anche per un giorno, un mese, un anno, ho vinto io. Ho vinto.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale.

laglasnost

Caccia alle stregheAbbatto i muri
3 aprile 2015

Stati Uniti, luogo dal quale partono delegazioni armate di persone che vanno a insegnare ad altri popoli come si fa ad essere più civili. Purvi Patel è una donna che afferma di aver avuto un aborto spontaneo in Indiana ed è stata condannata a 20 anni di carcere con l’accusa di feticidio e negligenza/abbandono di persona a carico.

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