Il Natale delle BAMBINE

  • Lunedì, 24 Dicembre 2012 09:42 ,
  • Pubblicato in INGENERE

In genere
24 12 2012

Tempo di regali, sappiamo che le nostre lettrici sono delle donne consapevoli e faranno le loro scelte in maniera ragionata: ma come fare con amici e parenti per evitare che la vostra bambina riceva un mocio in miniatura, magari rosa o vostro figlio un fucile di plastica più grande di lui?

Ecco alcune riflessioni che potete mandare via mail, pubblicare sul vostro profilo di facebook o citare in casuali conversazioni telefoniche, e sperare che passi il messaggio.

Pink Stinks (il rosa puzza) è una campagna inglese contro i giocattoli stereotipati che propongono un unico modello alle bambine, il loro slogan è "ci sono tanti modi di essere bambina", Harrords ha raccolto il loro invito e, dall'anno scorso, non divide più il negozio in rosa e blu maschi e femmine e cerca di promuovere giocattoli non stereotipati. Sul loro sito tanto materiale e cose interessanti da leggere.

Una mamma blogger recupera una bella favola di Rodari su una bambola ribelle per parlare delle contraddizioni che prova ad esaudire i desideri di sua figlia nella letterina a Babbo Natale.

Il blog Educazione Genere Infanzia propone un'interessante carrellata sulle rifleissioni e le campagne di comunicazione contro gli stereotipi di genere, allegano questo opuscolo, molto divertente, per genitori (ma vale anche per zie e zii) a cura dell'Associazione Comunicattive

Noi vi consigliamo due libri: Nina e i diritti delle donne di Cecilia D'Elia (ed. Sinnos) e La parità a piccoli passi di Carina Luart (ed. Motta Junior) e buone feste!

Le bambine "perdute" della Cina e dell'India

  • Venerdì, 21 Dicembre 2012 08:47 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
21 12 2012

Si chiama "gendercide", significa che se nasci femmina non hai diritto di vivere: accade ogni giorno e sta squilibrando la popolazione dei due colossi asiatici

Nell’imminenza di una nascita epocale, vera o mitica che sia, vale la pena ricordare - l’argomento non è nuovo ma purtroppo è sempre attuale - le migliaia di bambine mai nate in Cina e India. Paesi assai differenti tra loro per molti aspetti ma simili per la pratica di quello che la precisa terminologia inglese chiama “gendercide”, la soppressione miratz di un genere, quello femminile. In Cina accade per l’assai contestata politica del figlio unico, che è ora sempre più spesso contestata e derogata ma continua a imporre aborti e sterilizzaizoni forzate e ha messo radici in un paese già precedemente ostile alle figlie femmine. Alla ricerca dell’amatissimo erede maschio le bambine che nel frattempo hanno l’improvvida idea di essere concepite vengono abortite, anche al settimo od ottavo mese della gravidanza, o nei casi peggiori date alla luce e abbandonate in fasce o tenute nascoste e - accade anche questo - vendute ai trafficanti. Il risultato è un rapporto medio di 120 maschi ogni 100 femmine (ma in otto province il rapporto è 160 a 100) con, a oggi, 37 milioni di maschi soprannumerari rispetto alle femmine: uno squilibrio che innesca a sua volta fenomeni di sfruttamento e abuso perché sono i paesi asiatici più arretrati e poveri a questo punto a fornire ai cinesi prostitute o docili “spose bambine”.

In India, dove la tradizionale formula di benedizione e augurio hindu in occasione delle nozze recita: “Che tu possa essere madre di un centinaio di figli maschi” e le femmine sono da sempre una scelta di serie B, a minacciarne l’esistenza è, anche, il temibile istituto della dote, che nessuna legge fin qui è riuscita a debellare e che prevede l’esporso di somme esorbitanti – fino a cinque volte il reddito familiare annuale - da parte dei genitori della futura sposa. L’ecografia sempre più diffusa, ha un po’ ridotto il numero degli abbandoni sostituito da un pari numero di aborti, ma la dote è anche all’origine di molti “incidenti domestici” in cui incorrono giovani spose. Quando la dote è finita, il marito e i parenti cospargono di kerosene la poveretta e le danno fuoco facendo passare il tutto per una disgrazia e ricominciano il giro. Ma nell’ancora immensa zona oscura delle aree rurali può accadere anche che una bambina sia lasciata morire di fame, che sia venduta o che sia incriminata come strega. Sarebbero almeno 50
milioni le donne/bambine/ragazze “perse” nel giro di tre generazioni. Se ne parla qui.

Per bambine, 25 funzioni

  • Lunedì, 10 Dicembre 2012 09:55 ,
  • Pubblicato in Flash news
Lipperatura
10 12 2012

Mi scrive Andrea:
“Ciao Loredana, ti posto una pagina da Buzzfeed.com, uno di quei siti di fotografie ironiche abbastanza simile a 9gag.com, ormai famosissimo. La cultura che emerge da questi siti é abbastanza chiara, votata a un generale cazzeggio, anche morale. Però, se “meme” e “demotivational” all’inizio mostravano davvero dei tratti conservatori (non so se conosci il genere, ma spesso battutaccie da Spring Break, unico punto di vista quello maschile) e considerando anche chequesto Buzzfeed ha un vago lato più attento ai problemi sociali, non mi aspettavo affatto di trovare questa pagina. E sono convinto e felice che finalmente il messaggio stia arrivando, messo in mano a questo pubblico molto poco attento”.

Ed ecco il messaggio. Cose note e reiterate: il computer per bambine (rosa che più rosa c’è solo il rosa) con metà funzioni rispetto a quello per bambini, sirenette contro piccolo chimico,  acquaio contro microscopio (o, se proprio bisogna, microscopio rosa che più…ci siamo capiti), l’aspirapolvere come quello di mammina, la macchina per cucire, il carrello per il te’.
Come detto altre volte, se quel che avviene nel mondo degli adulti è entrato nel discorso mainstream (fino alla banalizzazione quasi totale: ma vedremo nella ventura campagna elettorale come e quando e quanto verrà trattata la questione femminile), quel che avviene alle bambine e ai bambini è faccenda tralasciabile.

E, come avverte l’autrice del set di fotografie, non finisce quando crescete.

Ps. Da domani a venerdì sono al Noir in Festival. Dunque, post a sorpresa e discontinui. Però mi faccio viva, promesso.
Adysin Verst, cinque anni, è del Tennessee e fa l'asilo. Ha un body rosso con reggipetto push up e, mentre prova un balletto sexy davanti allo specchio, è tutta smorfiette e ammiccamenti.
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Siria, la guerra riaccende la vendita delle schiave

  • Venerdì, 30 Novembre 2012 13:13 ,
  • Pubblicato in Flash news
Diritto di critica
30 11 2012

Possono avere 16 anni come 25, essere bambine o vedove di guerra, sole o con famiglia: sono merce preziosa e a basso costo, gli acquirenti accorrono. Nei campi profughi siriani è ricominciato – dopo anni di divieto – il commercio delle spose. Ricchi sauditi arrivano e comprano giovani siriane. Dietro di loro una famiglia alla fame con in mano 1000 euro, a volte anche 5000. Non è “tradizione islamica”: è disperazione delle famiglie e avidità dei compratori.

A Homs, Aleppo, Idlib, Damasco, continuano a piovere bombe. Non si può tornare a casa, non c’è più lavoro: i pochi soldi portati via in fretta durante la fuga son già finiti, dopo un anno di guerra civile. E gli aiuti nei campi profughi sono razionati, a volte insufficienti. Le prospettive di una pace sono lontane – ad ogni notizia di un bombardamento o di un attentato dei ribelli, i tempi si allungano di anni. I profughi siriani, ormai 5 milioni in tutto il Paese e circa 500mila in Turchia, hanno davanti a sé anni di povertà e miseria.

Da qui è ripartito il traffico di esseri umani, la vendita di donne e bambine come spose. Gli attivisti per i diritti umani in Siria denunciano un fenomeno in crescita: le decine di casi diventano centinaia. I tassisti di Amman si sono attrezzati e cercano di rimorchiare in aeroporto gli arabi provenienti da Abu Dhabi, Kuwait City, Doha. Sanno che hanno soldi, e provano a raccogliere le briciole. Così portano i ricchi visitatori nelle vicinanze dei campi profughi, presentano le “fidanzate” all’acquirente e contrattano. Questi “procuratori di commercio” pare chiedano alla famiglia delle ragazze soldi o pacchi alimentari ricevuti nel campo per scegliere la figlia, in modo da avere più possibilità di “piazzarla”. Poi gli acquirenti pagano, e partono con la sposa. I prezzi, secondo gli attivisti, sono ancora alti, ma in discesa: dai 5mila euro di qualche mese fa, ora basta anche solo mille euro per convincere una famiglia.

C’è chi dice no, ovviamente, e difende l’onore di sua figlia di fronte alla miseria. E c’è chi non può permetterselo. E’ la guerra, e non è la prima volta che succede: tra il 2005 e il 2007 successe in Pakistan, durante i bombardamenti “mirati” dei droni. E succede ad ogni guerra – in Cecenia, in ex-Jugoslavia, in Africa. Miseria e disperazione sono un connubio troppo potente. Forse per questo il concetto occidentale di libertà perde valore. Scegliere il proprio marito diventa secondario, quando potresti morire di bombe o di fame una settimana dopo. E la fame dei fratelli o dei genitori fa più male, forse, delle nozze con uno sconosciuto in un Paese straniero. La condanna (e la repressione di polizia, anche internazionale, per traffico di esseri umani) va ai trafficanti e agli acquirenti, ma prima di giudicare le famiglie e le figlie, chiediamoci cosa faremmo al posto loro. Senza ipocrisia.

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