I confini del diritto

  • Lunedì, 22 Giugno 2015 07:40 ,
  • Pubblicato in Flash news

Alfabeta2
22 06 2015

È oramai conclamato: viviamo in tempi di crisi. Tuttavia ciò che più è in crisi è la nostra capacità di immaginare un’alternativa, non solo rispetto allo specifico contesto politico e istituzionale odierno, ma in primis rispetto al dato sistemico della società capitalistica.

Da qui il grande sforzo, teorico e pratico, di re-immaginare il presente e riprospettare un futuro, dotandosi di tutti gli strumenti necessari per farlo. Da qui l’idea nata un anno fa di costruire un ciclo di ricerca, che federasse alcune esperienze attive sul territorio urbano di Roma – Fondazione Basso, Libera Università Metropolitana, Istituto Svizzero di Roma, Centro per la Riforma dello Stato, Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università La Sapienza – al fine di intraprendere un paziente lavoro di ricerca e di formazione, capace di intrecciare saperi diffusi ed eterogenei, di combinare luoghi pubblici diversi, istituzioni formali e informali.

Individuando la città sia come luogo nel quale si realizza continua creazione ed estrazione di valore, sia come spazio di incubazione di idee e movimenti alternativi capaci di coinvolgere coloro che sono implicati nella produzione e riproduzione della stessa vita urbana, questa esperienza ha inteso procedere tramite un lungo lavoro di scavo. La sfida è stata di tornare a riflettere su alcuni concetti, categorie problematiche che non a caso attraversano i conflitti odierni, con i quali metterli in tensione, in un intento desideroso tanto di decostruire, quanto di attivare pratiche di resistenza e antagonismo. Al contempo il seminario, concepito anche come esperienza laboratoriale (i laboratori, animati da ricercatori, docenti, studenti, attivisti, sono stati il cuore della riflessione complessiva), ha voluto interrogare a fondo il linguaggio, gli strumenti, il discorso del diritto e dei diritti, strutturalmente coinvolto in una perenne dicotomia, tra conservazione dell’ordine esistente e progettazione di un’alternativa.

Se i diritti non possono essere privati della loro dimensione conflittuale, non possono essere separati dai soggetti reali, quale valenza assume oggi il richiamo dei movimenti al lessico dei diritti e delle Carte? Cosa significa l’attuale “uso politico del diritto”? E ancora, quale rapporto esiste tra i movimenti e le istituzioni? Che rapporto intercorre tra l’ambiguità della dimensione del potere e la fondazione/immaginazione di nuove istituzioni non-statali? Cosa accade quando lo Stato non detiene più il monopolio della produzione del diritto? Quali processi e pratiche di soggettivazione sono sempre più riscontrabili nel panorama odierno, in grado di sfidare la società capitalistica?

Queste sono alcune delle domande di fondo che hanno attraversato il ciclo di ricerca I confini del diritto. Istituzioni e antagonismi - volto a far dialogare la scienza giuridica con altre discipline, la storia con la filosofia – che si è sviluppato in una serie di appuntamenti da gennaio a giugno. È così che si è tornati a interrogare il concetto di cittadinanza – e la sua storia – a partire dalle sfide poste dalle lotte in corso e da analisi che ne mettono in luce la natura conflittuale, processuale e dinamica (La cittadinanza oggi, E. Balibar, P. Costa).

È così che sì è voluto riflettere sulla funzione delle Costituzioni e del costituzionalismo moderno, inteso come limite ai poteri e garanzia dei diritti, nonché come progetto di emancipazione sociale (Il ruolo delle Costituzioni tra storia e diritto, M.R. Ferrarese, G. Teubner, L. Lacchè). È così che ci si è volti a valutare a fondo il ruolo dello Stato in un paesaggio profondamente mutato, cogliendone ambivalenze, nascondimenti e porosità (Lo stato dello Stato, G. Marramao, P. Schiera, A. Negri).

Nondimeno, lo sguardo si è aperto al formidabile laboratorio dell’America Latina dell’ultimo quindicennio, cogliendo potenzialità (ma anche contraddizioni) capaci di offrire importanti spunti di riflessione per la discussione sull’Europa (Il laboratorio dell’America Latina. Movimenti, governi e pratiche del comune, L. Ferrajoli, S. Mezzadra). L’ultimo incontro dal titolo Democrazia diretta, democrazia rappresentativa, processi costituenti - riprendendo l’argomento della crisi continentale delle forme di rappresentanza e partecipazione democratica, già affrontato in relazione al nodo del federalismo e all’esperienza svizzera (Il federalismo oltre lo Stato, G. Duso, R. Rhinow) - si svolgerà il prossimo 26 giugno e si soffermerà sulla tematica della democrazia, nelle sue diverse declinazioni, tematica che ha tagliato trasversalmente l'intero ciclo seminariale, specie con riferimento allo spazio politico dell'Europa.

La democrazia diretta, oggi tornata centrale nel dibattito politico, svolge una funzione di complementarietà rispetto al dispositivo di rappresentanza o può essere declinata nel senso dell'autogoverno? Dalla sperimentazione del Confederalismo democratico in Rojava alle recenti vittorie, in Spagna, delle liste Ciudadanos, questa seconda accezione sembra ricevere un rinnovato interesse. Il problema che attraverserà questo incontro, animato da tre importanti ospiti (R. Sanchez, H. Kriesi, C. Mouffe), ruota attorno al rapporto tra orizzontalità e verticalità – dunque la riapertura della questione del potere – nei termini della creazione di nuova istituzionalità, oltre la logica della sovranità e in relazione al nesso rappresentanza-rappresentazione.

Francesco Brancaccio, Chiara Giorgi, Michele Luminati


Diritto-alla-cittàRete per il Diritto alla Città
16 giugno 2015

Dagli spazi sociali l'appello alle Reti solidali per costruire una grande assemblea il 20 giugno (ore 17). Un confronto pubblico sulla città e sulle vite di chi la abita, che oggi più che mai ci dobbiamo riprendere. 

Municipio Roma.it
01 06 2015

Sullo striscione si legge “Alla Fifa e alle sue marchette preferiamo lo sport popolare senza mazzette”. Lo hanno messo gli attivisti della Rete per il Diritto alla città di Roma che oggi ha fatto un blitz in vicolo Salvini a Marconi, dove sono state occupate – temporaneamente – le piscine costruite per i Mondiali di Nuoto del 2009 e poi abbandonate. In un tweet inviato al sindaco Ignazio Marino e al Comune di Roma si legge “la piscina a vicolo Savini a Sanpaolo è in stato d’abbandono dal 2009, come molte altri luoghi”. E ancora “occupata piscina a vicolo Savini, giornata contro le speculazioni”; “Siamo entrati alle piscine della speculazione, raggiungeteci, lo sport popolare non ha FIFA ! siamo in vicolo Savini” e “speculazioni da 16 milioni di euro! Chi decide su cosa? occupate le piscine di ponte Marconi”. Gli attivisti annunciano nel corso della giornata diverse iniziative. Sul posto, al momento, oltre un centinaio di persone.

IL COMUNICATO - Noi… siamo tra quelli che si riappropriano di spazi abbandonati per trasformarli in luoghi sociali dove sport e cultura critica possono esprimersi in forma libera e indipendente dai dogmi del profitto. Siamo tra quelli che occupano le moltissime case abbandonate di questa città per rispondere concretamente all’ emergenza abitativa. Siamo tra quelli che sperimentano forme di resistenza e mutualismo… Loro… sono quelli delle grandi opere, della TAV, dei Mondiali di nuoto, delle Olimpiadi, dell’Expo… Loro… sono quelli che il PIL, l’azzeramento del debito, la crescita… quelli che il profitto e il potere sono l’unica cosa che conta.

Molti di noi praticano lo sport popolare e lo fanno senza interessi, fuori dalle logiche economiche, e di
mercato: crediamo in uno sport praticabile da tutte e tutti, e ci esaltiamo per le nostre differenze, prove inconfutabili della nostra forza.

Il governo Renzi ha candidato l’Italia intera alle Olimpiadi del 2024: notizia meravigliosa, se non fosse che oramai da tempo i grandi eventi sportivi sono solo uno strumento per saccheggiare e devastare sia le casse degli stati che i quartieri dove abitiamo.

Il default in Grecia è cominciato proprio dopo le olimpiadi del 2004.

In Brasile, prima e durante l’ ultimo mondiale di calcio, migliaia di persone sono scese in piazza, e di certo non perché non amino il calcio, ma per denunciare al mondo il vero volto di una nazione colpita dalla crisi, dalla violenza, dalla povertà,mentre grossi finanziatori internazionali provavano, e faticavano, a raccontare un paese accogliente e all’avanguardia.

Da noi sono cose di tutti i giorni: dalle Olimpiadi del 1960 ai mondiali di nuoto del 2009 passando per i
mondiali di calcio di Italia ’90, non c’è stato evento sportivo che si salvasse da questo tsunami speculativo. Non stiamo parlando di altri mondi, ma di Montagnola, di Ostia e di via della Vasca Navale. Stiamo parlando di casa nostra.

Il loro non è sport, è neo-liberismo applicato alle nostre vite, è turbo-capitalismo sulla nostra pelle.

Ora ci chiediamo, se l’Italia dovesse vincere la candidatura, cosa succederebbe in questo paese, dove “grande opera” è sinonimo di devastazione ambientale e truffa ai danni dello stato, dove l’Expo è diventata una grande abbuffata, nel paese di “mafia capitale”, in cui metà del debito pubblico è stato causato proprio dal meccanismo corrotto di assegnazione degli appalti per le grandi opere negli ultimi cinquant’anni.

Non ci stupisce che questa “brillante” idea provenga proprio dal governo Renzi, espressione di interessi
imprenditoriale e lobbisti, promotore di manovre di impoverimento e precarizzazione come il Jobs Act.

Ignazio Marino dice: “…mi piacerebbe vedere le premiazioni degli atleti al colosseo. Con le olimpiadi disegneremo la città dei nostri figli”.

Per una volta siamo d’accordo con il sindaco di Roma, peccato che quella che stanno disegnando non è una città ma un cimitero, dove, se non li fermiamo, ci seppelliranno tra precarietà, sfruttamento e devastazione.

Non ci stupiamo delle contraddizioni… sappiamo che quello che sembra contradditorio è solo la logica espressione della speculazione infinita.

Come fosse un match tra Davide e Golia: la giuria, fatta di palazzinari e speculatori, ha già deciso di far vincere il gigante. Il Gigante ci attacca con dei terribili montanti, fatti di celere, ruspe e sgomberi. Cerca di metterci all’angolo ma noi non arretriamo, anzi avanziamo verso la meta. Conosciamo la città, gli spazi lasciati all’abbandono.. e per un giorno con una TAZ (Zona temporaneamente autonoma) ce ne riprenderemo uno trasformandolo in un luogo di cultura e socialità resistenti. Un esempio di come le nostre passioni siano capaci di creare alternative reali alle loro speculazioni.

State con noi, un noi collettivo fatto di pratiche condivise e molteplici identità ed insieme ci riprenderemo tutto ciò che ci vogliono rubare!

Storie e città in movimento

  • Lunedì, 27 Aprile 2015 09:21 ,
  • Pubblicato in Flash news

Dinamo Press
27 04 2015

Nota sul numero 35 della Rivista Zapruder, Storie in movimento.

A distanza di oltre dieci anni Zapruder, la rivista nata a ridosso delle giornate di Genova 2001, torna a gettare il proprio sguardo sulla città. Dieci anni fa la
rivista aveva portato i propri ricercatori a inseguire i conflitti legati a un elemento tipologico: la piazza. Nel numero 35 di quest’anno, pensato e coordinato da
Ferruccio Riccardi e Ivan Severi, l’attenzione è posta ai conflitti e allo sviluppo urbano.

Da instancabili indagatori di storie in movimento il numero ha scelto di affrontare la ricerca con una doppia attenzione. La prima, tracimando dai propri ambiti
disciplinari per chiedere complicità “altra”. Quella apportata dai contributi di architetti, geografi, antropologi ,cartografi, fotografi e lo street artist Blu a cui
si deve la copertina del numero. La seconda di natura “geografica” spingendosi ad indagare, in aree e territori diversi tra loro, che cosa è successo o sta succedendo
alla luce degli effetti prodotti dal binomio (dis)ordine economico /conflitti sociali.

Ne è uscito fuori una sorta di atlante composto da tante città che, al di là della loro collocazione cartografica, rappresentano altrettante forme del farsi città.
Fatte di progetti totalizzanti o puntuali sopraffazioni e altrettante forme di resistenza fatte di lotte sociali contro il dispotico disegno capitalista.

Città dove è in atto, il fenomeno che Federico Paolini nel numero, descrive come “metabolismo urbano”quando con l’urbanizzazione le città s’impossessano delle risorse
di tutti, a partire dall’acqua e dal suolo, per farle diventare “metaboliti degradati” ovvero le condizioni in cui siamo costretti ad abitare. Viviamo in città
disegnate dal sistema capitalistico in spazi determinati dalla disparità economica, discariche dell’ingiustizia sociale per giunta quale risultato di scelte
energetiche estratte con impatti ambientali devastanti.

Città, nel numero è Pietro Zanini a ricordarcelo, dove, quale forma di resistenza può essere proprio il ripensare al”nostro rapporto con il tempo dell’abitare” e di
come “ diamo forma al nostro abitare il mondo”. Lui lo fa partendo dalla suggestione del documentario dei primi anni 70 “ Pasolini e….la forma della città”in cui per
lo scrittore friulano “il problema della città e quello della salvezza della natura che circonda la città sono un problema unico”. Quella che lui chiamava
“omologazione” non è frutto della lotta del capitalismo ai sistemi di vita? Non è ancora più vero oggi che abbiamo scoperto sulla pelle del nostro abitare di come
produrre per il capitale significhi soprattutto produrre la micidiale arma di distruzione di massa rappresentata dal cambiamento climatico.

Per questo le tante città presenti nel numero, o meglio il loro essere stai indagati come veri e propri paradigmi urbani, appaiono come altrettante ipotesi sconfitte.
Sia nella loro forma pubblica che privata.

La “città rifugio” figlia della retorica antiurbana indagata (Bruno Cousin) nella realizzazione di Milano 2 venduta da Berlusconi come uno dei suoi tanti “sogni
inglobanti” che ha fallito proprio nel non essere riuscita a rappresentare la territorialità abitativa della nuova borghesia.

La “città che si mostra”, indagata nell’esperienza americana di fine ottocento (Marco Sioli) nelle sue esposizioni universali dove veri e propri movimenti di rivolta
rigettarono l’immagine di pacificazione che propugnavano. Allora era usato come mantra la nuova tecnologia costruttiva. Oggi sono i movimenti a dire no ad un modello
di Expo che come a Milano si regge su debito, precarietà e cemento.

La "città sospesa” l’area industriale romana indagata da Giovanni Pietrangeli che no ha mai funzionato, che nel naufragio dello SDO (sistema direzionale orientale) si
è portata appresso il fallimento della città funzionale, la terziarizzazione del centro storico, l’espulsione della residenza popolare dal cuore antico della città, lo
sviluppo a macchia d’olio di Roma, il continuo collasso di un ridicolo sistema infrastrutturale, una logistica che non è mai decollata, compromettendo la vita di oltre
tre milioni di abitanti per non interrompere la voracità dei famelici divoratori della rendita fondiaria.

La “città digitale” esaminata da Ornella Zaza dove il rapporto tra tecnologia e progetto di città alle volte rischia di tagliare fuori chi la città abita, vive e sogna
senza essere un nativo digitale.

Le “città vuote” come il caso di Phnom Penh dove l’urbanistica dispotica replica le deportazioni di Pol Pot (la capitale dove una volta conquistata dai Kmer rossi vide
la propria popolazione ridursi da un milione e mezzo di persone “trasferite”(sic) nelle campagne, a 3000!!) in un movimento a go-gò che sposta continuamente chi
riportato in città non ha nulla per creare accumulazione , cacciandoli sempre più lontano dal al posto degli slum dove sono stati costretti a vivere per prefigurare
prima ancora di una nuova borghesia lo spazio dove andrà ad abitare. Una città fatta di vuoti .

Una "città da riempire” è invece la Barcellona post olimpica dove ora sotto attacco è proprio lo spazio pubblico da annettere e trasformare. Il destino delle città
post-fordiste impigliate nei progetti di “rigenerazione urbana” dove il marketing territoriale ha per poter assecondare i desiderata del mattone finanziario, come
prima mossa quella di cancellare forma e memoria del vissuto di quei luoghi e delle loro insorgenze.

Sono le gabbie di cui parla Elisanbetta Teghil la scacchiera liberista che punta all’alienazione del vivere, al’asservimento al debito all’impoverimento dello spazio
pubblico. La fine della città pubblica porta alla necessità di riuscire a costruir nuove forme di democrazia . Il neoliberismo ci ha dichiarato guerra alla nostra
vita, ma è ben lontano dal’averla vinta.

Anche se nel numero questo passaggio è solo accennato le battaglie, la cura verso i beni comuni, il possente lavoro di costruzione di relazioni sociali, la
rigenerazione urbana praticata a partire dalle convenienze sociali dei più, contro quelle economiche dei pochi, sono una prima e forte risposta. La ricchezza del
nostro abitare non sfuggirà certo agli implacabili segugi di Zapruder, storie in movimento.

Roma Post
21 04 2015

L'illustrazione giovedì 23 aprile, in via dei Sabelli. "Abbiamo un'altra idea di quartiere, accolte le proposte di chi vive qui. Il Comune pronto a concedere nuove licenze"

“Abbiamo un’altra idea del quartiere”. Giovedì 23 aprile – ore 17,45 – in via dei Sabelli (Casa della partecipazione) si illustrerà e discuterà il progetto urbano redatto dalla Libera Repubblica di San Lorenzo. “Il Comune – spiegano – sta portando a termine il suo lavoro sul Progetto urbano. Noi abbiamo presentato all’Amministrazione le osservazioni di chi vive qui”.

“Ora vogliono demolire il complesso dell’ex Dogana per farci residenze di lusso”

Nuove licenze. Da queste parti le idee sono chiare. “Abbiamo compreso che il Comune è pronto a concedere nuove licenze per costruire appartamenti e spazi commerciali a beneficio del profitto di pochi senza contemplare le esigenze della collettività”. Motivazioni sorrette da alcuni passaggi: “Hanno già cancellato le ex Fonderie Bastianelli, demolite per costruire mini appartamenti con un permesso del tutto irregolare adesso annullato con la sentenza del Tar Lazio, che ci dà ragione. In via de Lollis – sottolineano – volevano costruire un parcheggio di tre piani sopra una villa romana, abbiamo protestato, l’Università ha ritirato il progetto. Sempre in via de Lollis in questi giorni stanno buttando giù l’edificio ex Ispettorato del lavoro, per farne uno nuovo di case piccole e care. Ora – insistono – vogliono demolire il complesso dell’ex Dogana, importante esempio di architettura industriale, per mettere in atto un altro progetto speculativo, ancora residenze di lusso e un centro commerciale, l’ennesimo attacco al tessuto sociale del quartiere e alla sua vocazione produttiva e artigianale”.

Speculazione. Insomma, c’è da evitare che il quartiere cresca attraverso “progetti di speculazione”. Per questo “negli ultimi mesi abbiamo lavorato ad un’altra idea di quartiere – concludono – accogliendo le proposte di chi il quartiere lo vive. Le abbiamo scritte, disegnate, illustrate, ne abbiamo fatto un libro. Per riscoprire la ricchezza del nostro abitare questo lavoro di raccolta e proposta sarà presentato a tutto il quartiere in una serie di incontri”.

facebook