Genere e città. Vienna accorcia le distanze

  • Martedì, 15 Settembre 2015 12:21 ,
  • Pubblicato in INGENERE

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15 09 2015

Nel 1961 la giornalista e madre Jane Jacobs pubblicava Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane e contribuiva a cambiare il modo d’interpretare il funzionamento della città contemporanea. Si trattava di una critica innovativa che utilizzava l’esperienza quotidiana - fatta di vita di quartiere e di spostamenti con mezzi pubblici o a piedi - per dimostrare i limiti dell’urbanistica del ’900. La città-macchina, che separa i flussi da cui è attraversata in modo gerarchico dall’auto al pedone, è rappresentativa di un’idea di società al cui vertice c’è il maschio adulto (e bianco) lavoratore e automunito. La visione di Jane Jacobs era esattamente opposta a quella del deus ex machina dei lavori pubblici di New York, essa si era a lungo battuta contro quel Robert Moses i cui grandi progetti di trasformazione urbana erano stati portati avanti a colpi di autostrade usate come mannaie nella densità del tessuto cittadino.

Vita e morte delle grandi città è un libro sulla diversità urbana che individua quattro fondamentali fattori in grado di generarla, almeno alla scala del quartiere, l’unità minima dell’organismo urbano. La presenza del maggior numero di funzioni di base (abitazioni, attività commerciali, imprese, servizi, ecc.), la piccola dimensione degli isolati, che ha come conseguenza il maggior numero di strade da percorrere e di “angoli da svoltare”, edifici di diversa età e condizione e una buona densità di popolazione per favorire l’incontro delle persone, sono i requisiti di un quartiere sano. Si tratta di aspetti che la città razionalista del ‘900 ha variamente contrastato, preferendo separare le funzioni, dimensionare al massimo edifici e isolati, prevedere zone omogenee per tipologie edilizie e densità e fare in modo che quest’ultima fosse sufficientemente bassa da prevenire i problemi di carattere igienico e sociale del sovraffollamento.

Nel mezzo secolo trascorso dalla pubblicazione di quel libro, le critiche all’idea meccanicistica dell’ambiente urbano che vi sono contenute hanno avuto una vasta eco e tuttavia in pochi hanno colto la precisa relazione che esiste tra la donna che l’ha scritto e le argomentazioni che vi sono sviluppate. Il fatto che Jacobs fosse una donna è quasi passato inosservato, come se la più radicale critica della città novecentesca non avesse nulla a che fare con il suo essere stata pensata da chi non apparteneva al genere dominante. Eppure il concetto di genere, se utilizzato come un indicatore della condizione socio-culturale - piuttosto che biologica - delle persone, può efficacemente fungere da criterio di valutazione e d'indirizzo delle politiche urbane non solo sotto il profilo dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra uomini e donne ma anche delle sue ricadute sulla società nel complesso.

 

A questo riguardo l’esperienza avviata a Vienna a partire dagli anni ’90, con più di sessanta progetti pilota nel campo della pianificazione urbana ispirati al gender mainstreaming, può essere considerata una delle applicazioni più significative dell’idea di diversità urbana - da incentivare e preservare - anticipata da Jane Jacobs. Il fatto che persone di diverso genere, età, condizione economica, sociale e culturale abbiano modi diversi di usare lo spazio urbano orienta il modo in cui la città si trasforma. Si tratta, molto concretamente, di accorciare le distanze tra le strutture fisiche che costituiscono la città e i suoi utilizzatori in relazione alle loro diversità. Ciò vuol dire più spazio pubblico in termini di quantità ed accessibilità, un’idea di mobilità che consenta a tutti di spostarsi agevolmente e in sicurezza, una forte integrazione tra residenze, servizi e funzioni urbane, una particolare attenzione per i bisogni di chi, oltre al lavoro retribuito, impiega buona parte del proprio tempo per quello gratuito di cura. In altri termini, una città che utilizza le necessità delle donne come indicatore per le sue trasformazioni finisce per essere più attenta ai bisogni della società e delle sue diverse componenti.

Tutto iniziò nel 1991, con la mostra fotografica Di chi è lo spazio pubblico. La vita quotidiana delle donne nella città, che ha messo in evidenza come i differenti tracciati delle donne nello spazio urbano abbiano in comune la richiesta di sicurezza e facilità di movimento. La mostra ebbe un gran numero di visitatori e un notevole risalto mediatico, così l’amministrazione locale decise di far proprio l’approccio di genere nelle politiche urbane. Il primo intervento realizzato fu un complesso residenziale women-work-city, progettato da e per le donne nel ventunesimo distretto della città. Al suo interno si trovano aree verdi per il gioco dei bambini, un asilo, una farmacia e uno studio medico, strutture che rispondono all’obiettivo di rendere più facile la vita delle donne divisa tra lavoro e funzioni di cura.

L’idea di realizzare insediamenti residenziali dotati di servizi è vecchia di quasi due secoli e discende dal socialismo utopico di Fourier e dalle successive forme di applicazione del suo falansterio. A Vienna questo aveva trovato una diffusa applicazione in una serie di interventi di agenzie pubbliche che, tra il 1919 e il 1933, hanno testimoniato l’efficacia del ruolo della municipalità nella politica della casa. Anche in quel caso la trasmigrazione dal contesto edilizio a quello urbano di un approccio che considera l’abitare non confinato alle mura domestiche costituiva l’aspetto innovativo. Lo sviluppo successivo di questa idea che integra la casa alla città ha riguardato, nel caso della pianificazione urbana basata sul gender mainstreaming, la progettazione delle aree verdi. Nel 1999 due parchi del quinto distretto urbano sono stati riconfigurati con l’intento di allargarne il numero e il tipo di frequentatori. Avendo precedentemente registrato che le ragazze erano meno propense ad utilizzare gli spazi verdi, poiché spesso scoraggiate dall’invadenza maschile, la nuova progettazione ha introdotto sentieri per migliorare l’accessibilità, aree per le diverse attività sportive e accorgimenti per la suddivisione degli ampi spazi aperti. Ora non è difficile constatare quanto numerosi siano i gruppi di persone, differenti per sesso ed età, che frequentano i parchi di Vienna.

 

Anche sul versante del trasporto pubblico e del miglioramento dei percorsi pedonali l’approccio gender mainstreaming ha dimostrato di produrre risultati notevoli. Marciapiedi più spaziosi e meglio illuminati e infrastrutture che facilitano l’accesso alle intersezioni del trasporto pubblico, dove anche chi spinge un passeggino o una sedia a rotelle possa raggiungere e utilizzare facilmente i mezzi in transito, sono interventi che discendono dalle rilevazioni fatte a seguito di un’inchiesta rivolta a tutta la popolazione del nono distretto e relativa alle modalità e alle ragioni di spostamento. Da essa emerse che, mentre la maggioranza degli uomini utilizzava l’automobile o il trasporto pubblico due volte al giorno per il tragitto casa-lavoro, le donne avevano bisogno di una pluralità di spostamenti legati soprattutto al ruolo di cura di bambini e anziani.

Dal 2013 Gender Mainstreaming in Urban Planning and Urban Development è un manuale per gestire le trasformazioni urbane a venire secondo un approccio che accorci le distanze tra le persone - nelle differenti fasi della vita e di ruolo sociale - e l’ambiente costruito. Il principio della città prossima alla vita degli individui si basa sull’idea che la pianificazione urbana debba facilitare i compiti di chi, di volta in volta, svolge un lavoro pagato e/o esercita una funzione di cura. Una città che accorci le distanze significa più servizi, attività commerciali, spazi e trasporti pubblici, vicino ai luoghi dove le persone vivono e lavorano. Vuol dire una visione dello spazio urbano in cui prevalga l’interesse pubblico, perché solo così si può sostenere quello privato.

Quel pezzo di città che non esiste

  • Mercoledì, 09 Settembre 2015 10:03 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune.info
09 09 2015

Una delle modalità di riprodurre la diseguaglianza sociale nelle città è quella di cancellarne una parte. Non a caso, ovviamente, ma colpendo i poveri e le loro case, anche attraverso la cartografia. Le villas miserias di Buenos Aires sono escluse dalle mappe ufficiali della città. Una invisibilità cartografica che rinforza la strutturale segregazione dei quartieri più poveri e, se rilevata, evidenzia la narrativa del potere. La tendenza è generale, ma Villa 31 – la più antica baraccopoli della capitale creata dallo Stato in una zona centrale molto prima che l’urbanizzazione informale fosse “confinata” nelle periferie – ne è il miglior esempio

Di fronte alla stazione “Retiro”, attraversando la strada, c’è un hotel Sheraton. La baraccopoli non si vede dall’entrata, ma i turisti delle camere più in alto possono sicuramente apprezzare l’intera estensione della “Villa 31”. La più antica baraccopoli di Buenos Aires fu creata dallo Stato in una zona centrale della città, molto prima che l’urbanizzazione informale fosse “confinata” nelle periferie.

Nascosto da tre grandi stazioni ferroviarie e un terminal di autobus, questo quartiere di 20.000 residenti si è sviluppato lungo i binari del treno, tra il porto e i quartieri più ricchi della città. Nel 1996 la costruzione dell’autostrada “Ilia” sopra la baraccopoli ne ha originato una nuova parte, la “Villa 31 bis”, nella quale le case più alte si affacciano direttamente sulla carreggiata. L’area culmine della gentrificazione della capitale, “Puerto Madero”, non è lontana. Annunci di una prossima apertura di due stazioni della metropolitana, assieme al ciclico tentativo di inserire la baraccopoli nel mercato abitativo tramite la fornitura di certificati di proprietà ai suoi abitanti, fa di Villa 31 la soglia della frontiera della gentrificazione.

Una delle modalità di riprodurre la diseguaglianza sociale nelle città è quella di cancellarne una parte. Non a caso, ovviamente, ma colpendo i poveri e le loro case, anche attraverso la cartografia. Le baraccopoli di Buenos Aires, le tristemente note “villas miserias”, sono infatti escluse dalle mappe ufficiali della città, determinando una “invisibilità cartografica” che rinforza la strutturale segregazione dei quartieri più poveri’. La tendenza è generale, ma Villa 31 ne è il miglior esempio.

Che cos’è l’informalità?

Le baraccopoli di Buenos Aires sono, ovviamente, “informali”. Ma cos’è l’informalità? Gli studiosi “Global South” Ananya Roy e AlSayyad (2004) considerano l’informalità come qualcosa in più che un settore economico non regolato, descrivendola come una forma di produzione dello spazio che rientra negli obiettivi dello Stato ed è sotto il suo controllo. Oltre la sua apparentemente natura non regolata infatti, l’informalità è una condizione sanzionata in ultima istanza dallo Stato, attraverso la concessione dello status di formalità o informalità. Non a caso le istituzioni sono gli unici attori in grado di operare in maniera informale senza incorrere in conseguenze legali. Esercitando quel potere “extra-legale” che Agamben (1998) ha associato con la sovranità e lo “stato di eccezione”, lo Stato sospenderebbe le norme consuete e userebbe l’informalità per mantenere una iniqua distribuzione del valore dello spazio, promuovendo lo sfruttamento capitalista dell’“ambiente costruito”, suddiviso in aree valorizzate e svalutate: “Lo Stato ha il potere di determinare il momento in cui attuare la sospensione, che cosa è informale e cosa no, e determinare quali forme di informalità prospereranno e quali spariranno.” (Roy 2005, page 149).

Questa forma di accumulazione del capitale, favorita dalla nuova impronta neoliberale sulla produzione dello spazio, può assumere forme differenti, dai processi di gentrificazione e rigenerazione a sgomberi e demolizione di baraccopoli, seguendo la logica della “distruzione creativa”. Mentre nel “Global North” l’urbanizzazione informale rimane l’eccezione, nelle città del “Global South” viene considerata da Roy (2009 page 826) “spesso il modo primario di produzione dello spazio metropolitano nel XXI secolo.”

La teoria dell’informalità nasce nel contesto latino-americano, anche se si è dimostrata rilevante nell’analisi dell’urbanizzazione africana, asiatica e medio-orientale. Nella sua “madrepatria” l’informalità è stata spesso collegata alla teoria della dipendenza, presentando la diffusa urbanizzazione informale delle città latino-americane come un altro effetto del sottosviluppo causato dalla posizione periferica occupata dal continente nell’economia mondiale.

Tuttavia l’attenzione è stata dedicata principalmente allo studio della segregazione urbana (come in Caldeira, “City of walls”, 2000) e alla marginalità, bollata da Janice Perlman (1979) come un “mito” che rappresenta i poveri come soggetti indifesi per poterli meglio sfruttare in qualità di forza lavoro “usa e getta”. All’interno dell’analisi sulla segregazione urbana nelle città latino-americane uno degli aspetti che maggiormente risaltano è “la prossimità tra ricchi e poveri, ma in spazi rigidamente chiusi, che creano una relazione asimmetrica tra le due parti” (Schapira 2001). La Villa 31 e 31 bis aggiornano il concetto classico di muro, sostituito da autostrade e grattacieli, un “assedio dorato” alle vite informali di migliaia di persone.

Un aspetto scarsamente ricercato dell’informalità è la sua rappresentazione cartografica. Anche se molti accademici hanno analizzato l’uso delle mappe come uno “strumento di potere” atto a esercitare il controllo sociale sulle persone, per supportare il colonialismo e le guerre, poca attenzione è stata dedicata al suo collegamento con la riproduzione dell’informalità. Sembra quindi necessario iniziare ad affrontare la questione dell’impatto della cartografia ufficiale sull’informalità, il suo utilizzo da parte dello Stato e la possibilità di un suo “sequestro politico” per obiettivi militanti.

Come molti progetti politici hanno mostrato, infatti, in particolare quelli che si occupano di proteggere comunità indigene, rimane aperto un grande spazio di manovra per un utilizzo delle mappe che contrasti la classica cartografia “alto-basso” e la sua rappresentazione conservatrice dello spazio. In Argentina il più famoso esempio è forse l’attività del collettivo “Iconoclasistas” e le sue “mappe del conflitto”, nelle quali la narrativa del potere è sostituita da quella dei movimenti popolari e degli attivisti, reclamando centralità per le lotte sociali ed ambientali.

Con questi pensieri nella mente e gli occhi fissi sulle tante (troppe) macchie grigie nella mappa di Buenos Aires, alcune questioni ci sorgono spontanee:

Può la cartografia essere una maniera particolare di riprodurre l’informalità attraverso l’invisibilizzazione? Viene usata esclusivamente dallo Stato? Che genere di narrativa simbolica sulle baraccopoli supporta? Ha delle conseguenze pratiche per i suoi residenti? Può essere “rovesciata” al fine di rappresentare le rivendicazioni e le lotte dei suoi abitanti?

Qualcuno laggiù sta cercando di mappare l’informalità

La conformazione particolarmente “murata dentro” di Villa 31 ben si addice ad una definizione di segregazione urbana di Peter Marcuse (1995): “i muri definiscono spazi (…), definiscono la loro natura e la posizione dei suoi residenti nella gerarchia tra di loro, la gerarchia delle città dentro la città”. C’è un collettivo, però, che sta provando a contribuire alla demolizione di quei muri. Si chiama “Talleres de Urbanismo BArrial” (laboratori di urbanismo di quartiere), e sta svolgendo un’attività di “mappatura popolare” di Villa 31 e 31 bis da cinque anni, con l’obiettivo di realizzare una mappa della baraccopoli prodotta dai suoi abitanti. L’idea originale era quella di fare una finta mappa turistica della città in cui includere le villas, e distribuirla, ma presto il progetto si è evoluto in un impegno nel quartiere a lungo termine, basato su metodi partecipativi.

Dopo una fase iniziale di mappatura attraverso differenti tecniche cartografiche, il gruppo, integrato da adolescenti della baraccopoli, sta attualmente attraversando l’ultimo passaggio del processo di mappatura, quello della “socializzazione” della mappa realizzata. Questo step è chiamato “Mapa abierto” (mappa aperta) e consiste nell’incontrare il più alto numero possibile di organizzazioni del “barrio” per mostrare loro la mappa e discutere correzioni e differenti interpretazioni, con l’obiettivo di aumentare la natura collettiva della produzione cartografica. Il risultato finale del progetto sarà una mappa collettiva da distribuire ai residenti della baraccopoli, con la possibilità di coinvolgere i rappresentanti di altre villas ed espandere il progetto nella città. Pur volendo primariamente affrontare il problema della invisibilizzazione cartografica della baraccopoli, con l’obiettivo di “generare alterazioni nella rappresentazione dello spazio urbano, il suo uso e chi è qualificato ad attraversarlo” (Vitale 2013, page 19), Turba fa la sua parte nella vita politica del barrio. Il processo di mappatura è infatti considerato dal gruppo come la costruzione di uno “strumento” che può essere usato per sostenere diverse campagne degli abitanti di Villa 31, come la lotta per l’urbanizzazione promessa, e mai realizzata, dallo Stato. Il motto è “Urbanizzazione con radicamento”, in contrasto con i numerosi tentativi di sgombero di massa intrapresi in passato.

L’adesione a questo orizzonte politico risponde alla nostra domanda rispetto alla possibilità di “invertire” l’uso della cartografia: si, nonostante l’assenza di Villa 31 dalle mappe ufficiali, o magari grazie a questo, un processo collettivo di mappatura può aiutare a costruire una differente visione della città, in cui le rivendicazioni degli abitanti delle villas occupino una posizione centrale. Cosa ne è però delle altre domande? Questa ulteriore invisibilizzazione delle baraccopoli favorisce la riproduzione dell’informalità? Ha degli effetti pratici o simbolici? L’insieme dell’esperienza di Turba nella Villa 31 dà una risposta positiva alle nostre domande.

Oltre alle motivazioni sociali, politiche ed economiche che hanno storicamente determinato lo sviluppo dell’informalità abitativa, “l’invisibilità cartografica” è infatti riconosciuta come un ulteriore e specifico livello di oppressione e di “trattamento differenziato” tra i diversi quartieri della città, corrispondenti a differenti classi sociali. Le baraccopoli soffrono di una scarsa fornitura di servizi, ritardi nella realizzazione dei programmi di urbanizzazione e un generale disinvestimento economico da parte dello Stato, sostituito da versamenti verso attori del terzo settore. In questo quadro di generale abbandono, la mancanza di un riconoscimento cartografico della struttura interna delle villas produce ulteriori difficoltà, come il concretissimo problema di non avere un indirizzo, fondamentale per ottenere un lavoro. Inoltre, nella percezione dei suoi residenti, l’invisibilizzazione delle baraccopoli ha una conseguenza simbolica, cancellando dalla mappa le case dei lavoratori, pur continuando pero a sfruttarli per svolgere i lavori più umili, necessari alla economia della città. Una negazione dell’esistenza delle comunità umane e politiche dei villeros, che va di pari passo con la loro stigmatizzazione sociale in quanto “undeserving citizens”, cittadini non meritevoli della loro stessa casa.

La cartografia come arma per il diritto alla città

Ci sono grandi consonanze tra la situazione di Villa 31 e la teoria del controllo statale dell’informalità. Lo Stato è in grado di determinare lo status di informalità di un insediamento abitativo da un punto di vista legale, legiferando in maniera da istituzionalizzarlo o mantenerlo così com’è, rallentando i programmi di urbanizzazione. Detiene inoltre la capacità esclusiva di applicare a suo piacimento l’informalità: mentre Villa 31 si trova sotto continua minaccia di sgombero a causa della sua natura informale, lo Stato opera spesso all’interno delle baraccopoli utilizzando strutture comunitarie costruite dagli abitanti e mai “formalizzate”. Alcune volte, tuttavia, si mostra benevolo, promettendo ai residenti una istituzionalizzazione attraverso il conferimento di certificati di proprietà delle loro case, ad esempio. Anche in questo caso lo Stato si rivelerebbe tutt’altro che disinteressato, poiché’ dare la possibilità agli abitanti di vendere le proprie case nel mercato immobiliare causerebbe una rapida gentrificazione del quartiere, magari aiutata dalla sua “inesistenza” cartografica. In questi tempi di neoliberismo il monopolio statale sull’informalità può spaziare dal controllo della vita quotidiana delle persone, fornendo o meno l’allacciamento all’acqua, infrastrutture o domicilio, al potere di sfollare intere comunità, direttamente o attraverso l’azione del mercato.

Se le mappe possono aiutare a mantenere il controllo dello Stato sulla riproduzione dell’informalità, esse possono però anche essere utilizzate contro questo monopolio, come dimostra l’esperienza di Turba. Qui la mappa diventa infatti uno strumento per sostenere la campagna di “urbanizzazione con radicamento”, iniziando con l’avere un indirizzo, il “diritto di domicilio”.

In questo senso le rivendicazioni dei villeros possono forse essere intese come una lotta per il “diritto alla città”, dove il “diritto a rimanere” (David Harvey, 2012) si incontra con l’istanza di un trattamento egualitario dei cittadini, sia esso l’urbanizzazione delle loro case, o la loro rappresentazione su di una mappa. In una virtuale “agenda cittadina” dei movimenti sociali la cartografia meriterebbe quindi un posto importante, data la sua natura di, contemporaneamente, mezzo per riprodurre la diseguaglianza e per combatterla. In particolare il suo utilizzo sarebbe sicuramente utile per coloro che operano in insediamenti informali, per analizzare l’ambiente in cui si svolge la loro militanza. Ma non si tratta solo di vantaggi pratici. Oltre al fatto di fornire un mappa della baraccopoli con cui poter pianificare attività o esigere specifici interventi di urbanizzazione, altre potenzialità risiedono sotto la superficie della mera rappresentazione cartografica. Espandendo il concetto di cartografia oltre il suo significato letterale, infatti, essa potrebbe essere usato per “mappare” i confini tra la città formale e quella informale, i collegamenti sociali, economici e culturali tra le baraccopoli e i quartieri. L’interdipendenza economica tra le villas e il resto della città potrebbe essere verificata mostrando i percorsi quotidiani di consumo e lavoro dei sui abitanti, mentre lo studio della loro composizione sociale potrebbe sicuramente aiutare nel gettare una luce sulla relazione tra la classe, i flussi migratori e la riproduzione dell’informalità.

Il carattere partecipativo della mappatura popolare sarebbe quindi portato oltre la carta, aggiungendo ad una rappresentazione condivisa della baraccopoli una ricostruzione della sua identità culturale capace di contrastare lo stigma sociale dominante che vede i villeros come cittadini “non meritevoli” (ed invisibili).

di Dario Clemente*

Bibliografia

Agamben, G. (1998). Homo sacer: Sovereign power and bare life. Palo Alto, CA: Stanford University Press (original in Italian, 1995)
AlSayyad, Roy, 2004, Urban informality: Crossing borders, Urban informality: transnational perspectives from the Middle East, Latin America, and South Asia, Lexington Books, Lanham.
Caldeira do Rio, T. P., 2000, City of walls: crime, segregation, and citizenship in São Paulo. University of California Press.
Harvey, D. (2012). Rebel cities: from the right to the city to the urban revolution. Verso Books.
Marcuse, P. (1995). Not chaos, but walls: postmodernism and the partitioned city. Postmodern cities and spaces, 49, 245-246.
Perlman, J. E., 1979, The myth of marginality: Urban poverty and politics in Rio de Janeiro. Univ of California Press.
Roy, A., 2005, Urban informality: toward an epistemology of planning. Journal of the American Planning Association, 71(2), 147-158
Roy, A. (2009). The 21st-century metropolis: new geographies of theory.Regional Studies, 43(6), 819-830.
Schapira, Marie France (2001): “Fragmentación espacial y social: conceptos y realidades”, en Perfiles Latinoamericanos , año 10, nº 19, México
Vitale Pablo, 2013, Mapas villeros. Acción colectiva y políticas estatales en asentamientos populares de Buenos Aires, Congress of the Latin American Studies Association, May 29 – June 1, 2013,Washington, DC .
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* Dario Clemente, cura un blog interessante dove ha pubblicato anche questo articolo con il titolo “Siamo persone come quelli lì di fronte”. Il blog, invece, lo ha chiamato Tanamericana, perche’ gli Italiani in Argentina saranno per sempre “tanos” (napoletani, come tutti gli spagnoli sono gallegos). Tanamericana poi, spiega Dario, come la strada, panamericana, “che parte dietro casa mia e unisce tutto il continente, scenario privilegiato di quel blog, assieme a tutto il resto del mondo”.

Dario conosce bene Comune-info e gli fa piacere che il suo articolo ci sia piaciuto. Si è laureato in Relazioni Internazionali alla Statale di Milano, master graduate in “Activism and social change” alla University of Leeds (Uk), iscritto al master in Relazioni Internazionali della Facolta’ Latinoamericana di Scienze Sociali (FLACSO-Argentina) di Buenos Aires, vive in Argentina, dove lavora ad un progetto di ricerca dottorale sul ruolo del Brasile all’interno dell’integrazione regionale sudamericana.

La città sa parlare?

  • Martedì, 28 Luglio 2015 08:19 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
28 07 2015

In esclusiva per DinamoPress il nuovo saggio di Saskia Sassen tratto dal libro Fare Spazio (ed. Mimesis) a cura di C. Bernardi, F. Brancaccio, D. Festa e B. M. Meninni. Una sperimentazione collettiva sui temi del comune e del diritto alla città a partire dalla collaborazione tra la LUM, l'Istituto Svizzero di Roma e il Nuovo Cinema Palazzo.

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La parola è un elemento fondante delle teorie sulla democrazia e sulla politica. Come concetto, ha conosciuto espansioni e contrazioni di significato. Tuttavia, a quanto ne sappia e come altri sembrano confermarmi, non si è ancora arrivati a ipotizzare che la città possa parlare. Sostenere, come farò in questo saggio, che le città possano prendere parola, sebbene in modo ben diverso rispetto ai cittadini e alle corporation, significa per diversi aspetti confrontarsi con una questione trasversale tanto al diritto quanto all’urbanistica. La tematica non è affrontata in nessuno dei due ambiti di studio, soprattutto se non intendiamo limitare la nozione di parola alla sola sfera del governo urbano, né definire quanto la città dice attraverso le categorie del diritto. Pertanto, per indagare il problema, occorre allargare il campo analitico ove concettualizzare entrambe le cose, la parola come la città.

Le città sono sistemi complessi, sebbene incompleti. Ed è in tale incompletezza che si dà la possibilità del fare – il fare urbano, politico, civile. Caratteristiche, queste, che non appartengono alle sole città, ma che sono al contempo necessariamente iscritte nel dna dell’urbe – nella cityness, nell’essere città. Ogni città è diversa, come diverse sono le discipline che la studiano. Eppure, se l’oggetto d’indagine è l’urbano, non si potrà fare a meno di prendere in considerazione tre aspetti essenziali: l’incompletezza, la complessità, e il poter fare. Essi potranno darsi nel tempo e nello spazio in un’enorme varietà di formati urbanizzati specifici.

Alla luce di tale diversità, la ricerca urbana non ha bisogno di riconoscere la forma pura, astratta, di questi tre concetti essenziali – la complessità, l’incompletezza e il fare. Per lo più, chi si occupa di investigare o interpretare l’urbano lo fa attraverso nozioni specifiche del proprio campo di studio o appellandosi alla propria immaginazione, oltre a considerare i tratti concreti delle città che osserva. Eppure, quelle tre caratteristiche astratte saranno sempre presenti se è di urbe che si tratta, e non semplicemente di un’area ad alta densità di edifici di tipo specifico – lunghe schiere di case, o piuttosto di fabbriche o uffici. È per questo che una vasta zona residenziale suburbana non è una città, come non lo è un polo gestionale. Perché il concetto di città funzioni in termini analitici, dobbiamo saper essere concettualmente selettivi.

In questo testo, applicherò queste caratteristiche delle città a un’indagine sperimentale. Ipotizzerò che possano verificarsi eventi e condizioni in grado di rivelare alcune cose circa la capacità delle città di rispondere sistematicamente – di controbattere. Permettetemi di offrire una prima immagine di quanto ho in mente, attraverso un banale esempio: un’automobile, un mezzo fatto per andare veloce, esce dall’autostrada ed entra in città. Finisce in un ingorgo, non solo di auto, ma anche di persone che vanno e vengono. D’un colpo, la macchina è menomata: fatta per andare veloce, vede la sua mobilità arrestarsi. La città ha parlato.

Procedendo per approssimazioni, potremmo pensare a una simile presa di parola come a una capacità urbana, dove capacità è un termine ormai consolidato, mentre l’aggiunta dell’aggettivo urbana è una scelta insolita, che introduco per dare il senso di quella miscela sfuggente di spazi, persone e attività specifiche, soprattutto commerciali e civiche. Un termine che cattura la fisica sociale e materiale della città. Visto in questi termini, il concetto di capacità urbana diviene terra di confine analitica – né mero spazio urbano, né sole persone[1]. È la loro combinazione in circostanze ben determinate, in contesti densi, a fronte di potenzialità e attacchi specifici, che può generare la presa di parola. Si tratta di capacità urbane che possono manifestarsi in tutta una serie di situazioni e forme. E nel momento in cui ciò accade, si fanno parola.

Rendere giustizia a tutti gli aspetti di questo processo in un così breve testo sarebbe impossibile: mi limiterò a illustrare gli assi portanti del ragionamento. Il primo riguarda la città come sistema complesso e incompleto che rende possibile il fare, conferendo alle città stesse lunga vita. È combinando complessità e incompletezza che le città sono riuscite a sopravvivere a sistemi più potenti di loro, ma anche più formali e chiusi – Stati-nazione, regni, società finanziarie. L’altro asse del discorso riguarda la miscela delle diverse capacità urbane interpretabili come presa di parola e che, a loro volta, segnalano in senso più ampio la possibilità che le città possano esprimersi, sebbene attraverso una parola informale e generalmente non riconosciuta in quanto tale.

Il fondamento razionale di questa ipotesi sulla città e sulla parola ruota attorno a due considerazioni. Da una parte, la città resta uno spazio cruciale per le pratiche materiali di libertà, con tutte le sue anarchie e contraddizioni, nonché uno spazio dove chi è senza potere può farsi sentire, farsi vedere, fare politica. Dall’altra, queste caratteristiche delle città sono messe a repentaglio dagli intensi processi di de-urbanizzazione delle stesse, per quanto dense e urbane ci possano sembrare. Tra i fattori di minaccia, basterà citare le disuguaglianze e le privatizzazioni estreme, le nuove forme di violenza urbana, la guerra asimmetrica, i sistemi di sorveglianza di massa. Tuttavia, per accorgersi di tutto ciò bisognerebbe dedicare tempo ad ascoltare, e sperare di capire, quanto dice la città – e del resto se abbiamo dimenticato cosa sia l’ascolto, figuriamoci la comprensione. In quanto segue, esploreremo alcuni dei modi in cui la città prende parola.[2]

Tattiche analitiche

Quando mi confronto con riflessioni sperimentali di questo genere, devo prendermi la libertà di ricorrere a ciò che chiamo tattiche analitiche. Il metodo è troppo limitante. Una di queste tattiche consiste nell’operare ai margini di potenti spiegazioni che, sebbene meritino di essere prese sul serio, sono pericolose. La prima mossa consiste quindi nel chiedersi cos’è che la spiegazione lascia in ombra, visto che getta una luce così intensa su taluni aspetti della questione. Per esplorare la possibilità che le città siano dotate di parola, non posso ripararmi dietro le potenti spiegazioni su cosa sia la città. È una presa di parola che si dà nella terra di mezzo: non si tratta semplicemente della città come ordinamento materiale e sociale, parliamo di una capacità urbana sfuggente – né pienamente materiale, né del tutto visibile.

Un’altra tattica, in parte derivante dalla prima, attiene alla necessità di destabilizzare attivamente i significati. Una destabilizzazione che mi permette di vedere o comprendere quanto resta fuori dalle grandi narrazioni che spiegano un’epoca o organizzano un campo di studi, e che in tempi di rapide trasformazioni ritengo particolarmente necessaria.

Così, l’ipotesi stessa che la città sia dotata di parola porta a destabilizzare l’idea che la città sia una condizione evidente di per sé, che si contraddistingue per densità, materialità, folle di persone e per le loro interazioni multiple. È l’idea della città come schiacciante dato di fatto che occorre destabilizzare. Ciò che mi preme è indagare piuttosto la possibilità che, laddove persone, aziende, infrastrutture, edifici, progetti, immaginari e quant’altro si dispiegano interattivamente su un territorio delimitato, possa verificarsi qualcosa di paragonabile a una presa di parola: resistenze, intensificazione delle potenzialità – in breve, la possibilità che la città risponda.

Complessità e incompletezza: il fare possibile

Le città sono un luogo strategico per la produzione di nuove norme e identità. Hanno dimostrato di esserlo in diverse occasioni e parti del mondo, e in condizioni profondamente differenti. È per questa ragione che, sebbene a lungo segnate dal razzismo, dall’odio religioso, dalla spinta a espellere i poveri, le città si sono dimostrate storicamente capaci di mettere ordine al conflitto attraverso il commercio e l’attività civica. Un fatto, questo, che contrasta con la storia dello Stato-nazione moderno, che nel tempo ha teso a militarizzare il conflitto stesso.

Le condizioni che permettono alle città di formare norme e identità e trasformare i conflitti in rinnovato civismo variano nel tempo e nello spazio.

I cambiamenti epocali, come l’attuale passaggio alla dimensione globale, possono spesso generare capacità urbane di nuovo tipo. Oggi, con la globalizzazione e la digitalizzazione – e tutte le specificità che esse comportano – molte condizioni sono, ancora una volta, cambiate. La globalizzazione e la digitalizzazione hanno effetti di disturbo e destabilizzazione su ordinamenti istituzionali che vanno ben oltre le città. Tuttavia, la sproporzionata concentrazione e intensità in cui queste nuove dinamiche si danno negli spazi urbani, e in particolare nelle città globali, costringe a produrre nuove risposte e forme d’innovazione, soprattutto da parte dei più potenti e dei più svantaggiati, per quanto animanti da ragioni profondamente diverse.

Alcune di queste norme e identità giustificano forme estreme di potere e disuguaglianza. Altre sono specchio di un’innovazione forzata: è il caso noto di quanto accade nei quartieri popolati da migranti o nelle baraccopoli delle megacittà. Inoltre, se nelle città globali le trasformazioni strategiche sono più acuite e concentrate, molti cambiamenti possono anche trovare origine (nonché diffusione) in città che non costituiscono centri di potere e disuguaglianza estrema.


Le città non sono sempre la sede privilegiata dove produrre nuove norme e identità, o innovazioni istituzionali in senso generale. Ad esempio, tra gli anni Trenta e gli anni Settanta, in Europa e gran parte dell’emisfero occidentale le sedi strategiche per fare innovazione, attraverso il contratto sociale e le possibilità di prosperità per il ceto medio e la classe operaia offerte dalla produzione industriale e dal consumo di massa, sono state le fabbriche e i governi statali. In questo senso, la mia lettura della città fordista è per molti aspetti in sintonia con quanto sostenuto da Max Weber circa la città moderna e il fatto che questa, a differenza delle città europee del Medioevo, non costituisca uno spazio d’innovazione. Nel caso del fordismo la dimensione strategica, che vede le città perdere d’importanza, è quella nazionale, ma mi trovo in ciascun caso in sintonia con Weber nel pensare che storicamente sia stata la grande fabbrica fordista, come lo sono state le miniere, a costituire lo spazio d’innovazione: lo spazio di formazione di una classe lavoratrice moderna e di un progetto di sindacalismo rivoluzionario. In sostanza, la città non è necessariamente il luogo principe per la produzione di norme e identità.

Nell’era globale, le città tornano a emergere come spazio strategico per il cambiamento culturale e istituzionale. Tale strategicità di alcune città dell’oggi è essenzialmente dovuta a due condizioni, entrambe specchio di processi di trasformazione aventi effetti destabilizzanti sui precedenti modi di organizzare il territorio e la politica. La prima riguarda il cambiamento di scala rispetto ai territori strategici in cui si articola il nuovo sistema politico-economico e, quindi, anche il potere, quantomeno in taluni aspetti. La seconda è l’indebolimento della dimensione nazionale come contenitore del processo sociale, a seguito delle diverse dinamiche di cui la globalizzazione e la digitalizzazione sono portatrici. Il verificarsi di queste di due condizioni comporta tutta una serie di conseguenze per le città; ciò che conta, ai fini del nostro ragionamento, è che queste emergono come spazio strategico per processi economici di grande portata e attori politici di nuovo tipo – anche processi e attori non urbani.

Ai fini della mia riflessione, è importante distinguere gli spazi ritualizzati, e riconosciuti in quanto tali, dagli spazi non ritualizzati o non trattatati in questo modo. Nella tradizione europea occidentale, la nostra esperienza di urbanità consiste principalmente in una serie di pratiche e condizioni che il tempo e lo spazio hanno contribuito ad affinare e ritualizzare. Così, in questa nostra – in parte immaginata – tradizione europea, la passeggiata[3] non è una passeggiata come le altre, e la piazza[4] non è una piazza qualunque. Entrambi i termini sono intrisi di significati e di ritualità aventi una genealogia propria, ed entrambi contribuiscono alla creazione di un dominio pubblico attraverso la ritualizzazione.

Nel tempo e nello spazio, la storia ci offre anche fugaci immagini di una dimensione ben diversa, meno ritualizzata e scarsamente, se non affatto, intrisa di codici. È lo spazio del fare per chi non ha accesso a mezzi e strumenti consolidati. Nel corso dei miei studi, mi sono dedicata al recupero concettuale di un simile spazio, che chiamo «la strada globale». [5] Un luogo che racchiude in sé un numero esiguo, se non nullo, di quelle pratiche o di quei codici ritualizzati che la società tutta è in grado di riconoscere: uno spazio aspro, che può facilmente risultare incivile.

La città, e soprattutto la strada, è un luogo dove chi è senza potere può fare storia, in modi che nelle zone rurali sono impensabili. Non che sia l’unico spazio dove ciò sia possibile, ma è senz’altro un luogo strategico in tal senso. Nel momento in cui coloro che non hanno potere si manifestano, si rendono visibili gli uni agli altri, la loro condizione può mutare di natura, e ciò permette di operare una distinzione tra le diverse tipologie dei senza potere.[6] Non si tratta infatti di una condizione semplice e assoluta, riducibile all’impossibilità di esercitare alcuna forma di potere. In determinate circostanze, chi è senza potere può trovarsi in una condizione complessa, perché racchiude in sé la possibilità del fare politico, del fare civile e del fare storia. Un fatto, questo, che segnala una differenza tra l’essere senza potere e l’invisibilità/impotenza. Molti dei movimenti di protesta che abbiamo visto emergere in Medio Oriente, in Nord Africa, in Europa, negli Stati Uniti e altrove, ben esemplificano la questione. Quei manifestanti potrebbero anche non aver conquistato alcun potere: restano dei senza potere, eppure fanno storia e fanno politica.

Ciò comporta una seconda distinzione e una critica all’idea diffusa che qualsiasi cosa buona accada a chi è senza potere costituisca una forma di empowerment. Riconoscere che l’essere senza potere è una condizione che può farsi complessa rende concettualmente possibile affermare che chi è senza potere può fare storia anche senza conoscere empowerment alcuno, e che quindi il suo operato avrà un impatto anche se questo non dovesse manifestarsi nell’immediato ma solo a distanza di generazioni. Come ho avuto modo di discutere dal punto di vista storiografico in altra sede,[7] la storia fatta dai senza potere tende a dispiegarsi lungo un arco temporale ben più esteso rispetto a quella dei potenti.

Le capacità urbane: precedono la parola e la rendono comprensibile

Se la città è dotata di parola, che forma o tono avrà? La città in che lingua parla? E come possiamo comprenderla, noi che parliamo un’altra lingua e con voce a dir poco cacofonica?

Un primo, piccolo, passo sta nel postulare che questa presa di parola attiene alla capacità urbana di alterare, plasmare, provocare, invitare, e che tutto ciò avviene sempre in nome della valorizzazione o tutela della natura complessa e incompleta della città stessa. Permettetemi, per essere più chiara, di sviluppare questo punto esasperando un po’ i toni: se si vuole indagare la possibilità che la città parli, è a mio avviso insufficiente pensare alla stessa esclusivamente come a un dato di fatto.

La questione della parola non può essere ridotta a questo, sebbene il problema vada riconosciuto ed esplorato in termini analitici. Vale a dire, il problema è il completo appiattimento della città quale entità fattuale, mentre ai fini dell’analisi sarebbe opportuno far emergere gli elementi di diversificazione. Questo schiacciamento non aiuta a comprendere l’interazione tra questa stessa entità fattuale e le azioni che le persone compiono, ossia la dimensione del fare, di un fare collettivo che coinvolge spazio urbano e persone. Ad esempio, in città nell’ora di punta si finisce per urtarsi camminando, e magari qualche bottone si strappa, qualche piede viene calpestato. Ma in centro città, nell’ora di punta, nessuna di queste azioni sarà percepita come un affronto personale, a differenza di quanto potrebbe avvenire in un piccolo quartiere, dove rappresenterebbero delle provocazioni belle e buone.

A rendere un simile meccanismo possibile è un codice non detto proprio di questo spazio tempo: non è infatti uno spazio in sé, ma è costituito da persone che si trovano in centro nell’ora di punta. Si tratta di una capacità che dobbiamo saper nominare, e che rappresenta una forma di produzione collettiva frutto dell’intersecarsi di tempo/spazio/persone/pratiche di routine. A me piace pensarla come capacità urbana – dove la centralità urbana si dà attraverso ambienti edificati, pratiche di routine, e un codice intrinseco e condiviso. Una capacità che permette una serie di interazioni e sequenze complesse e che, così facendo, assume significati precisi.

Non si tratta solo dei risultati che produce, è il lavoro in sé di costruzione del pubblico e del politico nello spazio urbano a rappresentare un elemento costitutivo della cityness, dell’essere città. Le città forgiano nuove soggettività e identità in modi che non sarebbero possibili, ad esempio, nelle zone rurali, o in un Paese intero. C’è una sorta di fare pubblico che può intralciare le narrazioni consolidate e rendere in tal modo comprensibile quanto espresso dal locale e da chi è ridotto al silenzio, finanche nel contesto di ordinamenti visivi che mirano a ripulire lo spazio urbano. La prima ondata di gentrification a Manhattan ne è un esempio: un ordinamento visivo del tutto nuovo che non riuscì, per un certo lasso di tempo, a rendere invisibili i senza tetto che produsse. Oppure pensiamo all’immigrato che fa il venditore ambulante a Wall Street e che, nello sfamare qualche trafelato professionista della finanza, altera il panorama visivo del mondo degli affari con l’odore intenso delle sue salsicce arrosto. Esempi, questi, in cui ho l’impressione di vedere la città controbattere, modificando gli effetti perseguiti da eleganti modi di ordinare il campo visivo. All’estremo opposto, la socialità della città può far emergere ed evidenziare l’urbanità del soggetto e del contesto e diluire i significanti più locali o essenziali; quando le città si trovano ad affrontare grandi sfide, il bisogno di nuove solidarietà può produrre un simile spostamento.

Attraverso le mie ricerche, ho avuto modo di constatare come le componenti fondamentali della cityness siano il risultato dei duri sforzi compiuti per superare quei conflitti e razzismi che possono segnare epoche intere.[8] L’urbanità aperta che ha storicamente reso le città europee luoghi di cittadinanza estesa è frutto di tale dialettica. In termini più generali, movimenti composti dai gruppi più disparati, animati da rimostranze di ogni tipo, possono riuscire a coalizzarsi a prescindere da quanto profonde siano le differenze politiche al proprio interno. È l’interdipendenza di cui si fa esperienza quotidiana nella città a rendere la coalizione possibile: se in città vengono a mancare l’acqua, l’elettricità o i trasporti, il problema riguarda tutti – le differenze sociali o politiche non contano. Nello spazio politico nazionale, riuscire a coalizzarsi è meno probabile e non altrettanto necessario, visto il minor il grado di interdipendenza/dipendenza e la natura maggiormente astratta dello spazio stesso. I raggruppamenti parziali che si costituiscono nelle città possono arricchire il dna del civismo cittadino: sono meccanismi che alimentano la formazione di un soggetto urbano, anziché definibile in termini religiosi, etnici o di classe. Si tratta di alcune delle caratteristiche che fanno della città uno spazio di grande complessità e diversità.

Le grandi città che si trovano al crocevia dei processi di migrazione ed espulsione su vasta scala si sono spesso dimostrate, e continuano a dimostrarsi, luoghi capaci di accogliere un’enorme varietà di gruppi. Un’accoglienza che è spesso legata agli sforzi per divenire città in senso sempre più avanzato – e che ha come alternativa solamente la segregazione spaziale che de-urbanizza la città. Vale peraltro la pena notare che quando le città riescono a imboccare questa strada con successo creano le condizioni per una convivenza pacifica spesso molto duratura. Convivenza non significa necessariamente uguaglianza e rispetto reciproco: a interessarmi, qui, sono quelle caratteristiche e quei vincoli intrinseci alle città che generano interdipendenza anche a fronte di profonde differenze religiose, politiche, di classe e di altra natura. Le considero quindi capacità urbane simili a quelle infrastrutturali o sotterranee, i cui effetti sono in parte legati alle necessità di manutenzione di un sistema complesso, segnato da grandi diversità e incompletezze. È grazie a tutto questo che la città parla.

L’esempio più immediato e familiare che si possa fare è forse quello delle fasi di convivenza pacifica in città con forti differenze religiose al proprio interno, a riprova di come tali differenze non siano necessariamente portatrici di conflitto. E non parliamo solo del noto caso della Spagna degli Asburgo e di quella dei Mori, così ammirate per la coesistenza tra religioni diversissime, la prosperità diffusa e i governanti illuminati. Penso anche al bazar della Città Vecchia a Gerusalemme come luogo secolare di convivenza commerciale e religiosa. All’inizio dell’ottavo secolo, durante il califfato degli Abbasidi, Baghdad era una fiorente città polireligiosa, e persino sotto il brutale regime di Saddam Hussein è stata un luogo dove minoranze religiose spesso radicate da secoli, come la comunità cristiana e quella ebrea, vivevano in relativa tranquillità.

Ma la storia insegna anche che questa capacità può venire distrutta, come d’altronde è spesso avvenuto. Una distruzione che porta inevitabilmente alla de-urbanizzazione e ghettizzazione dello spazio urbano. Così, in netto contrasto con il passato, Baghdad è oggi una città dove regna il regime di fatto della pulizia etnica e dell’intolleranza – un regime catapultato dalla disastrosa e illegittima invasione statunitense. Un caso tra i tanti che dimostra come uno specifico evento esogeno, un fenomeno a tutti gli effetti de-urbanizzante, può rapidamente trasformare la differenza religiosa o etnica in fattore di conflitto. Un cambiamento di prospettiva di cui gli individui si trovano a fare esperienza diretta, o che essi stessi innestano. La logica sistemica nella Baghdad di Saddam Hussein era quella dell’indifferenza verso minoranze come quella cristiana ed ebrea: non era questione di tolleranza da parte dei suoi abitanti, né di governo illuminato.

Si direbbe che l’indifferenza sistemica, in molti casi, funzioni come una sorta di capacità sotterranea che viene messa all’opera: una forma di civismo che non si fonda su cittadini tolleranti e governanti illuminati, ma deriva dall’interdipendenza e dalle interazioni che si danno nel contesto dell’esistenza materiale ed economica della città. Viceversa, la rottura del meccanismo si palesa come vortice rovinoso di conflitti letali e pulizie etniche che de-urbanizzano la città e saccheggiano questa capacità urbana.

Le capacità urbane, nelle loro diverse versioni, sono riscontrabili in una molteplicità di casi, alcuni più sfuggenti di altri. Uno di essi riguarda la ripetizione, che è una caratteristica di fondo degli ambienti urbani costruiti come anche dell’universo economico e tecnico in cui siamo immersi più in generale. Tuttavia, nelle città, la ripetizione diventa produzione attiva di moltiplicazioni e iterazioni. Il contesto urbano, inoltre, disarticola il senso stesso di quella ripetizione.

La città è piena di ripetizioni, che vengono però continuamente afferrate e fatte proprie dalle specificità e dalle condizionalità dei diversi spazi urbani. Autobus, cabine telefoniche, appartamenti o uffici, per quanto complessivamente omogenei possano sembrare, assumeranno significati e funzioni diverse nei vari spazi che compongono una città. Ciò evidenzia come la diversità degli ambienti urbani possa conferire una caratterizzazione propria anche agli elementi più standardizzati, rendendoli parte di uno specifico quartiere, spazio pubblico, centro storico. Passando a un grado di complessità superiore, notiamo la profonda diversità che può contraddistinguere i quartieri di una città quanto all’aurea che emanano, ai loro suoni e odori, alle coreografie delle persone che quel quartiere attraversano e a coloro che vi saranno più o meno benvenuti. In sostanza, la ripetizione in città può essere qualcosa di molto diverso dalla ripetizione meccanica riscontrabile nella catena di montaggio o nella riproduzione di una grafica. Spingendomi un passo oltre, vorrei avanzare l’ipotesi che casi come questi esemplifichino una capacità a cui mi piace pensare come capacità di parola.

Un modo più sfuggente di prendere parola è manifestare la propria presenza. Nei miei studi ho interpretato questo manifestarsi come una forma di riscatto da parte di soggetti o eventi minacciati dal silenzio dell’assenza, dall’invisibilità, dall’estromissione virtuale/rappresentativa dal corpo della città. Sono particolarmente interessata a comprendere come i gruppi e i progetti a rischio d’invisibilità, per via dei pregiudizi e delle paure che albergano nella società, riescono a segnalare la propria presenza a se stessi, ad altri come loro, nonché ad altri diversi da loro. Ciò che mi preme è afferrare un aspetto specifico di questo meccanismo: la possibilità di manifestare una presenza dove regnano il silenzio e l’assenza. Una variante di questa manifestazione di presenza è il terrain vague, un’area sottoutilizzata o abbandonata che giace nel dimenticatoio, tra grandi infrastrutture e costruzioni architettoniche. Il terrain vague non è un fenomeno esclusivamente odierno: sebbene in contesti diversi, e con specificità variabili, è esistito anche in passato. Questa così sfuggente terra di mezzo costituisce, a mio avviso, una componente essenziale dell’esperienza del vivere urbano, che rende comprensibili ai nostri occhi le transizioni e instabilità proprie di determinate configurazioni spaziali. Finanche nella città più densamente costruita vi sarà terrain vague. Poiché si contraddistinguono visivamente come spazi sottoutilizzati, sono spesso luoghi densi di ricordi che rimandano ad altri ordinamenti visivi, a presenze del passato, che alterano la sostanza del loro essere, all’oggi, nient’altro che aree sottoutilizzate. Si tratta quindi di spazi carichi di significato, proprio perché non utilizzati. Come avviene per i ricordi, questi luoghi entrano a far parte della vita interiore della città, del suo presente, ma si tratta di un’interiorità che vive al di fuori dell’utilitarismo dominante orientato al profitto, con il suo modo di organizzare lo spazio. È il lotto vacante che permette a chi ha la sensazione di vivere circondato dalla città di entrare in connessione con quest’ultima, in un’epoca di rapide trasformazioni: uno spazio vuoto da riempire di ricordi, nonché un luogo dove attivisti e artisti possono realizzare i propri progetti. Questa manifestazione di presenza è una forma di parola.

Forze de-urbanizzanti

Grazie alla loro natura complessa e incompleta, le città hanno storicamente sviluppato la capacità di sopravvivere agli sconvolgimenti, riuscendo, in una certa misura, a mettere in campo la propria risposta e ad arginare le tendenze de-urbanizzanti. Ma non vi riescono mai del tutto. Il potere, che si tratti di élite, politiche di governo, o innovazioni nel panorama architettonico, può sovrastare il discorso della città. Un meccanismo riscontrabile nella logica delle grandi opere, nelle strade di scorrimento veloce che tagliano in pieno lo spazio urbano, nella natura estrema dei processi di gentrification che quello spazio privatizzano, nel proliferare di grandi conglomerati caratterizzati dalla bassa qualità delle abitazioni e dall’assenza di attività commerciali e luoghi di lavoro, e in molti altri casi. Tutti esempi di tendenze de-urbanizzanti attualmente in corso.

Viviamo in un’epoca in cui il senso consolidato delle cose sembra vacillare. La città, così grande e complessa, con tutte le sue diversità, è la nuova zona di frontiera. Ciò è particolarmente vero nel caso della città globale, un luogo parzialmente plasmato a immagine e somiglianza della rete transfrontaliera di città in cui è inserita. Nella città globale, attori provenienti da diversi mondi hanno la possibilità di incontrarsi, ma senza chiare regole d’ingaggio. Se un tempo la frontiera era costituita dagli scampoli d’impero più remoti, oggi attraversa le grandi e complesse città in cui viviamo. Ad esempio, le pressioni delle imprese globali a favore della deregolamentazione, delle privatizzazioni e di nuove politiche monetarie e di bilancio si sono in gran parte concretizzate e sviluppate proprio nelle città globali. È la strada scelta dagli imprenditori mondiali per costruire l’equivalente del fortino militare lungo la frontiera tradizionale: la loro rete di fortini è il regime di regolamentazione su cui devono poter contare, città dopo città, ovunque nel mondo, per garantirsi margini di manovra su scala globale.[9] È un attacco feroce alla città e alle capacità di cui dispone per continuare a esserlo.

Nelle mie ricerche sul tempo presente,[10] ho individuato tre scenari che possono provocare la de-urbanizzazione di una città. Il primo è il drastico aumento delle disuguaglianze più disparate, che può innestare radicali processi di espulsione – dalle case e dai quartieri, dagli stili di vita del ceto medio. Una tendenza che può farsi particolarmente acuta e visibile nelle città, dove gli spazi di lusso e povertà si amplificano. Il secondo scenario riguarda l’edificazione di nuove città, ivi comprese le cosiddette città intelligenti, spesso costruite a mero fine di profitto. Allo stato attuale, sono ben seicento le città in corso di edificazione o progettazione. A destare particolare preoccupazione, su questo fronte, è il ricorso intensivo a sistemi intelligenti chiusi per il controllo di interi edifici. Se consideriamo quanto in fretta le tecnologie divengono oggi obsolete, intere porzioni di queste nuove città rischiano di avere breve vita. Una sfida a mio avviso interessante, sotto questo profilo, sarebbe quella di cercare di urbanizzare le tecnologie in questione, affinché possano contribuire all’urbanità di simili aree. Il terzo scenario, infine, riguarda i sistemi di sorveglianza di massa, oggi oggetto di collaborazione tra diversi Paesi – soprattutto Stati Uniti, Germania e Regno Unito. Un punto, quest’ultimo, che vorrei discutere più in dettaglio nelle prossime righe.

Nel luglio 2012 il «Washington Post» ha pubblicato, in tre puntate, i risultati di un’inchiesta giornalistica durata due anni, intitolata Top Secret America.[11] Stando all’inchiesta, sono ben 1.271 gli enti governativi, nonché 1.931 le aziende private, che fanno parte di questa America top secret, per un totale di circa 854.000 persone, di cui 265.000 contractor privati, dotate di nulla osta di sicurezza ai massimi livelli – sarebbe a dire, circa una volta e mezzo la popolazione di Washington.[12 Sono le persone che lavorano per i programmi di lotta al terrorismo, la sicurezza nazionale e l’intelligence, nelle circa 10.000 sedi disseminate su tutto il territorio nazionale. Di queste, 4000 si trovano nella zona di Washington e occupano una superficie complessiva pari a circa 1,6 milioni di metri quadri – ovvero circa tre volte il Pentagono o 22 volte lo United States Capitol.[13]

Dentro tutti questi palazzi, potenti computer raccolgono enormi quantità d’informazioni derivanti da intercettazioni telefoniche, osservazioni satellitari, e altri strumenti di sorveglianza impiegati per monitorare persone e luoghi tanto internamente quanto esternamente agli Stati Uniti. Ogni giorno, la National Security Agency intercetta e immagazzina 1,7 miliardi di email, messaggi istantanei, indirizzi IP, telefonate e altri stralci di comunicazioni, selezionandone una piccola parte da archiviare in settanta diverse banche dati. [14] Parte di queste informazioni andrà poi a finire nelle decine di migliaia di rapporti top secret che gli analisti del campo producono ogni anno, ma a cui solo un numero estremamente esiguo di persone ha integralmente accesso – e peraltro il volume di questi rapporti è talmente grande che molti non vengono mai letti.[15]

Questo intero apparato di sorveglianza opera per garantire la nostra sicurezza. Nel nome della sicurezza, siamo tutti sotto sorveglianza, sarebbe a dire che siamo tutti considerati sospetti – sempre per la nostra sicurezza. La domanda sorge spontanea: nelle circostanze date, noi cittadini chi siamo diventati? I nuovi abitanti delle colonie?

Le città, con tutte le loro diversità e anarchie, con la loro capacità innata di contrastare le tendenze de-urbanizzanti, divengono uno spazio strategico per combattere l’idea che tutti debbano essere ridotti al rango di persone sospette. La città è il luogo dove è possibile, operando dietro le quinte della più familiare facciata della separazione e del razzismo, riuscire a sviluppare una sorta di convergenza strutturale che si elevi a dimensione sociale, permettendo a soggetti appartenenti a comunità profondamente diverse tra loro di unirsi per contrastare il predominio della sorveglianza. La possibilità che ciò si verifichi non cade dal cielo, ma richiede un duro lavoro. Ciò nonostante le città, così eterogenee e complesse, sono un luogo strategico dove una simile possibilità può materializzarsi.

Conclusioni

Perché è importante riconoscere l’esistenza delle capacità urbane, nonché la possibilità che costituiscano una forma di parola, con tutto il peso che l’affermazione comporta? Perché le capacità in questione sono proprietà sistemiche che permettono alla città di continuare a esserlo, ovvero di restare uno spazio complesso che prospera nella diversità e tende a mettere ordine al conflitto attraverso forme rinnovate di civismo. Inoltre, si tratta di capacità ibride – frutto della miscela tra la fisica materiale e sociale della città. Un’interdipendenza che comporta la continua trasformazione di entrambe queste sfere, con periodi di stabilità e continuità che si alternano a periodi di grandi sconvolgimenti, quale la fase in cui ci troviamo attualmente, iniziata negli anni Ottanta.

Non si tratta di antropomorfizzare la città. Si tratta di comprendere una dinamica sistemica capace di contrastare forze che hanno effetti distruttivi sul suo dna – un dna che, lo ripetiamo, costituisce l’essenza dell’essere città, con tutte le sue diversità. In situazioni limite, la città permette a chi è senza potere di fare storia e quindi di effettuare un salto critico – in cui l’essere senza potere da mera condizione diviene una complessità, e la possibilità di manifestare la propria presenza e fare storia entrano in gioco.

Ma queste capacità delle città non sono illimitate, e la storia ci offre esempi sia di città che si sono dimostrate capaci di sopravvivere a sistemi più rigidi e formali, sia di potenti forze de-urbanizzanti messe all’opera. Nella fase attuale, tra di esse troviamo le forme di disuguaglianza estrema, la privatizzazione dello spazio urbano con i diversi meccanismi di espulsione che ne conseguono, la rapida espansione dei sistemi di massa per sorvegliare i cittadini delle democrazie più avanzate del mondo. Tutte forze che riducono la città al silenzio e distruggono le capacità urbane.

Traduzione a cura di Eva Gilmore

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Note:

[1] Cfr. S. Sassen, Territorio, autorità, diritti, cit., cap. 8.

[2] La parola (speech) è qui intesa in senso giuridico astratto, come ad esempio quando si afferma che le corporation hanno facoltà di parola, per citare la sentenza Citizens United v. Federal Election Commission della Corte Suprema del 2010. Questa ha riconosciuto alle corporation il diritto a sostenere spese di natura politica in virtù del Primo emendamento sulla libertà di parola. Le città, come le corporation, non si esprimono con voce umana – parlano a modo loro.

[3] In italiano nell’originale (N.d.T.).

[4] In italiano nell’originale (N.d.T.).

[5] S. Sassen, The Global Street: Making the Political, in «Globalizations», n. 8, vol. 5, 2011, p. 565-571.

[6] Cfr. Id., Territorio, autorità, diritti, cit., capp. 6 e 8.

[7] Ivi, capp. 2, 3 e 6.

[8] Ivi, cap. 6.

[9] Ivi, cap. 5.

[10] Id., Expulsions: Brutality and Complexity in the Global Economy, Belknap Press, Cambridge MA 2014.

[11] D. Priest, W.M. Arkin, A Hidden World, Growing Beyond Control, in «Washington Post», 19 July 2010; Id., National Security Inc., in «Washington Post», 20 July 2010; Id., The secrets next door, in «Washington Post», 21 July 2010.

[12] Ivi.

[13] Ivi.

[14] Ivi.

 

Il mondo è globale a metà

  • Sabato, 04 Luglio 2015 08:03 ,
  • Pubblicato in Il Commento
BanlieueMarc Augé, Avvenire
4 luglio 2015

Oggi molte contraddizioni sono legate alla mobilità, che si realizza nello spazio ma non nel tempo. Così siamo ancora lontani da una società "planetaria". Nonostante le realtà del mondo-città, in gran parte d`Europa siamo ancora prigionieri di una concezione cristallizzata, immobile, dell`utopia. ...

Roma è comune

  • Mercoledì, 24 Giugno 2015 08:10 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
24 06 2015

Milioni di metri cubi di terra strappati al suolo, poi spostati. I rilievi sono livellati, le cime delle collinette limate, i bacini sono colmati, gli incavi interrati.
Il cantiere, orco insaziabile, richiede ogni giorno la sua razione colossale di pietre, legni, piombo, ghisa, ardesia, bronzo… Un cantiere a cielo aperto questa via, questa strada, questa piazza, questa città. Cantieri, appalti, cooperative che seppelliscono denaro, mafia,corruzione,partiti democratici, sindaci in bicicletta. Pezzi di città smontate, ricollocate altrove ai bordi delle terre di mezzo dove non passano mai gli autobus.

Quartieri progettati per assomigliare sempre più ad agglomerati di frammenti fortificati, comunità chiuse, spazi pubblici privatizzati e sottoposti a una continua sorveglianza. Ogni frammento sembra vivere e funzionare autonomamente. In apparenza. Tutti dietro vetro e metallo. Il contatto manca talmente tanto che ci schiantiamo contro gli altri solo per sentirne la presenza.

Non vedere, non sentire, non pensare. Camminare veloci per arrivare prima. Non guardare. Una realtà ovattata illuminata dallo smartphone ci segnala i contorni del degrado urbano. Braghettoni* di ogni tipo che si masturbano nel qualunquismo, sognano di imbiancare i suoi colori, di velare la sua nudità indecorosa.
La città fagocita e nasconde i “rifiuti” che non si vogliono mostrare: spazzatura, uomini,donne,bambini, il degrado ha molte forme ci dicono quelli che schifano Roma e quelli che le urlano contro, verdi Salvini e rossobruni vari.

E allora recintiamola questa città, perimetriamola: muri, transenne, fili spinati, gabbie. Il decoroso recinto si stringe sempre di più. Ma il confine può essere attraversato. Uno, cento, mille varchi, per liberare la città dalle sue false paure.
La città è il luogo dove, con intensità sempre maggiore, si spazializzano le ingiustizie e proliferano le frontiere. Qui si riarticola il conflitto contemporaneo.
La città come scenario narrativo. Come oggetto di riflessione, laboratorio di pratiche politiche, materia di invenzione artistica… La cittadinanza come campo d’azione e non come status.

Le città invisibili dei migranti. Città saccheggiate dal turismo, dalla speculazione edilizia. Le città sentimentali che come mappe ancora da esplorare o già esplorate portiamo nei nostri bagagli che entrano a stento nei tram affollati. Attraversando ogni fermata lungo la inner city, risuona lo stesso blues.

“È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure.”
Il diritto alla città non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi, collettivamente, cambiando la città.

*(il riferimento è al pittore Daniele Da Volterra e al suo intervento nel 1565 per celare le nudità nell’opera Il Giudizio Universale di Michelangelo)
di Ambra Lancia

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