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Le guerre allo Stato Islamico

  • Mercoledì, 07 Ottobre 2015 09:16 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Guerra in SiriaLimes
6 ottobre 2015

C'è voluto meno di una settimana perché l'intervento di Mosca a sostegno di al-Asad creasse i primi dissapori con chi da 4 anni cerca di accelerarne la caduta, ossia la Turchia di Erdoğan. La violazione dello spazio aereo turco ad opera di aerei russi è stata condannata anche dalla Nato, di cui Ankara fa parte.

Il Messaggero
25 05 2015

Cominciano ad affiorare le prime cifre della battaglia di Palmira. Tra mercoledì e ieri, i Jihadisti avrebbero ucciso circa quattrocento abitanti e trecento tra soldati e milizie dello stato, gli Shabiha, composte da civili sia uomini che donne

Le persone e la dignità
09 02 2015

Sono 210.060 i morti nel conflitto civile in Siria a partire dal 2011, secondo un bilancio stilato dall’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus). Tra questi i civili sono circa 100.000, di cui 10.664 minorenni, inclusi bambini e adolescenti. I feriti gravi sono 1,5 milioni.

Tra i combattenti uccisi, oltre ai soldati e miliziani lealisti e ai ribelli e jihadisti siriani, vi sono almeno 28.131 stranieri, provenienti da altri Paesi arabi ma anche occidentali. Tra questi la maggioranza – 24.989 precisa l’Ondus – sono membri dell’Isis, del Fronte al Nusra, vale a dire la branca siriana di Al Qaida, e di altri gruppi jihadisti. Altri 3.142, invece, sono miliziani di organizzazioni armate sciite che combattono al fianco delle truppe del regime del presidente Bashar al Assad, tra i quali 649 dell’Hezbollah libanese.

La guerra civile ha anche reso profughi quasi la metà dei cittadini siriani: oltre 3 milioni hanno trovato rifugio nei Paesi confinanti, mentre circa 6 milioni sono sfollati interni. L’Ondus ha riferito di decine di civili uccisi anche negli ultimi giorni in nuovi raid del regime sui sobborghi di Damasco nelle mani di forze ribelli, che precedentemente avevano colpito il centro della capitale con una pioggia di razzi provocando almeno cinque morti.

Gaza, le voci di Shujaiyya

  • Lunedì, 05 Gennaio 2015 14:32 ,
  • Pubblicato in Flash news

Nena News
05 01 2015

A cinque mesi dai bombardamenti israeliani sul quartiere di Shujaiyya, le macerie delle centinaia di case sono ancora lì, sotto l’inverno della Striscia di Gaza.


testo e foto di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza), 5 gennaio 2015, Nena News – Khaled ci accompagna sui resti della sua casa. Tiene per mano Ahmed che gli ripete ad ogni passo “aspetta nonno”. Un po’ perchè ancora traumatizzato da tutte quelle macerie che hanno mangiato la sua bicicletta. Un po’ perchè a quattro anni non si riesce a tenere il passo di un adulto.

Ahmed custodisce ancora gelosamente tra le braccia l’orsetto di peluche, sporco di sangue e polvere, della sorellina. Pensa che sia andata via per fare un viaggio. Khaled ci racconta che la notte del 20 luglio, alle intimidazioni dell’esercito di Netanyhau, ai messaggi sui telefonini che invitavano energicamente i civili a lasciare il quartiere, i palestinesi di Shujaiyya hanno risposto con il rimanere nelle loro case. Il popolare quartiere di al-Shujaiyya, nella zona est di Gaza City, contava 92.000 abitanti. Sotto le macerie di quella notte, corpi senza vita, carbonizzati dai bombardamenti, schiacciati sotto grigi edifici distrutti, mutilati e insanguinati, sono stati ritrovati fino a un mese dopo il massacro.

72 le vittime in una sola notte, di cui 17 bambini. Oltre 200 i feriti. Più di 130.000 rimasti senza casa. L’esercito di Tel Aviv ha coordinato un’azione punitiva a Shujaiyya, dopo l’uccisione di alcuni suoi uomini. F-16, forze di terra e colpi di mortaio israeliani, con almeno 600 granate, hanno violato indiscriminatamente il quartiere, dichiarando che oltre 140 razzi di Hamas sarebbero partiti da dozzine di case già distrutte. I mezzi corazzati israeliani hanno fatto fuoco per impedire alla popolazione di rientrare nelle case.

Khaled ci mostra il quartiere devastato. Si immagina la distruzione ma non la desolazione. E’ un quartiere che non esiste più se non nei ricordi delle persone, negli oggetti che spuntano ancora tra quelle macerie dopo mesi, negli occhi dei bambini costretti ad andare a prendere acqua nelle cisterne e nel lavoro degli adulti che tentano di rimettere insieme i pezzi. Ci dice che ognuno degli abitanti qui ha perso amici o parenti. Ognuno di loro ha perso case e oggetti che ricordano la quotidianità. A Shujaiyya chi aiuta chi? Sono tutti nella stessa situazione.

Ci racconta che dopo una decina di giorni dal massacro, l’esercito israeliano, nonostante una tregua di quattro ore, ha iniziato a bombardare il mercato del quartiere. Mi chiede dignitosamente “Chi pensavano di uccidere nel mercato?”. Altri 17 abitanti di Shujaiyya hanno perso la vita, tra cui un giornalista e due paramedici. Non si tratta di razzi. Non si tratta di scudi umani o terrorismo o tunnel. Si tratta di un controllo permanente di Israele sulle vite dei palestinesi. Nella Striscia di Gaza c’è una carenza di cibo intermittente, che viene utilizzata per esercitare pressione sulla popolazione. La prima conseguenza del danneggiamento delle centrali elettriche è la carenza di acqua potabile. Punizioni collettive dell’incrollabile pluridecennale politica israeliana.

Khaled e Ahmed vivono in una tenda costruita con alluminio e plastica. Dentro: materassi, qualche coperta e un pentolino sempre caldo con il tè. Iniziano a pregare quando dal minareto viene annunciata la salat. La guerra li aveva spenti. Adesso le macerie odorano di cannonate e polvere. Ci dice Khaled che devono prepararsi all’inverno e alle piogge. Ahmed invece ci dice che la mamma, il papà e Amal, la sorellina, sono in un posto più caldo e torneranno quando arriverà la casa nuova in estate. Nena News

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Il Fatto Quotidiano
10 11 2014

di Riccardo Noury

Nel corso di Margine protettivo, l’ultima operazione militare d’Israele nella Striscia di Gaza, almeno 18.000 abitazioni sono state distrutte o rese inabitabili. In un rapporto pubblicato la scorsa settimana, Amnesty International ha accusato le forze israeliane di aver ucciso decine di civili palestinesi in attacchi contro abitazioni piene di famiglie: attacchi che, in alcuni casi, hanno costituito crimini di guerra.

gaza amnesty internationaleIl rapporto, intitolato “Famiglie sotto le macerie”, analizza otto casi specifici in cui le forze israeliane hanno attaccato senza preavviso abitazioni familiari, causando almeno 104 morti, tra cui 62 bambini. In un paio di casi documentati nel rapporto, Amnesty International ha identificato possibili obiettivi militari. Tuttavia, la devastazione di vite e proprietà personali è stata in tutti i casi sproporzionata rispetto al vantaggio militare ottenuto con gli attacchi.

La presenza di un combattente in una delle abitazioni private colpite non avrebbe assolto Israele dall’obbligo di prendere tutte le precauzioni possibili per proteggere le vite dei civili intrappolati nei combattimenti. Secondo il diritto internazionale umanitario, quando divenne evidente che nell’abitazione che si intendeva colpire si trovava un gran numero di civili, l’attacco avrebbe dovuto essere cancellato o rinviato.

Nel più sanguinoso degli attacchi documentati nel rapporto, contro il palazzo al-Dali, un edificio di tre piani di Khan Yunis, sono morte 36 persone – tra cui 18 bambini – appartenenti a quattro famiglie. Israele non ha spiegato le ragioni dell’attacco ma Amnesty International ha identificato possibili obiettivi militari all’interno dell’edificio.

Il secondo peggiore attacco è stato contro un membro delle Brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas, che si trovava all’esterno dell’abitazione della famiglia Abu Jame’, nei pressi di Khan Yunis. L’attacco ha raso al suolo l’edificio uccidendo 25 civili, tra cui 19 bambini.

Negli altri casi menzionati nel rapporto, Amnesty International non è riuscita a identificare alcun possibile obiettivo militare, giungendo alla conclusione che si sia trattato di attacchi diretti e deliberati contro civili od obiettivi civili, che costituirebbero crimini di guerra.

Obiettivi militari o meno, in tutti i casi illustrati nel rapporto chi si trovava nelle abitazioni non ha ricevuto alcun preavviso. Se fosse stato dato, si sarebbero evidentemente potute evitare così tante perdite di vite umane.

Alcune delle abitazioni attaccate erano piene di parenti che erano fuggiti da altre zone di Gaza in cerca di riparo. I sopravvissuti all’attacco contro l’abitazione della famiglia al-Hallaq, a Gaza City, hanno riferito le orribili scene dei corpi smembrati nella polvere e nel caos, dopo che l’edificio era stato centrato da tre missili.

Khalil Abdel Hassan Ammar, un dottore del Centro medico palestinese e abitante nell’edificio, ha raccontato: “Era terribile, non riuscivamo a salvare nessuno. Tutti i bambini erano bruciati, non riuscivo a riconoscere i miei da quelli dei vicini. Abbiamo caricato chi potevamo sulle ambulanze. Ho riconosciuto Ibrahim, il più grande dei miei figli, dalle scarpe che portava. Gliel’avevo comprate due giorni prima…”. Ayman Haniyeh, uno dei vicini, ha descritto il trauma della ricerca dei sopravvissuti: “Tutto ciò che ricordo sono le parti dei corpi, denti, teste, braccia, organi interni, tutto fatto a pezzi e sparpagliato”.

Un’altra sopravvissuta ha raccontato di aver raccolto e portato via in una borsa i “brandelli” del corpo di suo figlio.

Prima della pubblicazione del rapporto, Amnesty International aveva chiesto al governo israeliano di fornire chiarimenti sulle ragioni degli otto attacchi menzionati. La risposta è arrivata a rapporto pubblicato.

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