La durata del congedo (è una richiesta personale non obbligatoria: se si vuole tornare al lavoro si è liberi di farlo) entro i primi otto anni di vita del bambino è predeterminata dalla legge e si compendia in cinque numeri: 3, 6, 7, 10, 11 mesi. ...
Forse, con la stessa onestà che da noi pretende un figlio, dovremmo dirci una verità. Forse, quindi, tocca ammetterlo: di un congedo di paternità così, purtroppo, possiamo anche fare a meno. Istituzione sulla carta nobilissima, ma di fatto incapace di spingere inequivocabilmente e con forza i carichi dei padri verso quelli delle madri, di scuotere usi e costumi, anche mentali, della società. ...

Niente voucher e congedi di paternità per i dipendenti pubblici

  • Venerdì, 22 Febbraio 2013 15:10 ,
  • Pubblicato in INGENERE

In genere
22 02 2013

Per ora i voucher e i congedi di paternità - le novità previste dalla riforma Fornero in tema di conciliazione - non si applicano ai dipendenti pubblici, poiché manca un'apposita normativa da parte del ministro della Funzione pubblica. E' quanto riporta un articolo pubblicato dal Sole 24 ore. "Per il momento il congedo obbligatorio e quello facoltativo del lavoratore in occasione della nascita di un figlio non si applica ai dipendenti della pubblica amministrazione. Allo stesso modo le madri che non utilizzano il congedo parentale non possono partecipare all'assegnazione dei voucher con cui pagare la baby sitter o l'asilo", si legge nell'articolo (qui il link alla rassegna di zeroviolenzadonne.it)

 

Sei proposte per la maternità e la paternità

  • Mercoledì, 23 Gennaio 2013 09:31 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
23 01 2013

Assegno di maternità universale, congedi parentali di livello europeo, crediti di cura per la pensione, sgravi fiscali mirati, incentivi a orari non standard, riduzione dei costi dei nidi pubblici. Sei misure per far arrivare il welfare laddove non c'è; e per favorire la conciliazione tra lavoro e figli, per tutti.

Le misure che qui proponiamo sono pensate per favorire madri e padri, superando la tradizionale divisione dei ruoli, in un mercato del lavoro in cui convivono lavoratrici e lavoratori dipendenti, parasubordinati e autonomi. Le proposte mirano a rimuovere l’ostilità delle aziende alla maternità (e al lavoro femminile) e ai padri che decidono di usare i congedi; a favorire la conciliazione dei tempi per il lavoro con quelli per la cura; a tutelare la maternità, anche quando non ci sono le condizioni per ricevere un’indennità legata al lavoro; a riequilibrare la pensione di chi ha dedicato tempo ed energia alla cura della figli; a permettere ai genitori di accedere agli asili nido e/o di seguire più a lungo direttamente i propri figli, senza essere costretti ad abbandonare il lavoro.
Sono misure che prefigurano un welfare universale, per donne e uomini che lavorano e curano, e che proprio per questo tendono a favorire la presenza dei padri nel lavoro di cura; un welfare attivo che prevede che tutti i soggetti diano il loro contributo alla vita e all’economia secondo le proprie capacità; un welfare che offre libertà di scelta, secondo le diverse strategie personali e familiari.

Indennità universale di maternità per tutte le madri

Il 55% delle donne italiane sotto i 30 anni e il 40% delle donne sotto i 40 anni non accede all’indennità prevista dal D. lgs. 151/2001 (ex legge 53) (dati al 2009, attualmente è probabile che la situazione si sia ulteriormente aggravata). Questo è un ulteriore elemento che scoraggia la natalità.

Su una questione di importanza centrale per lo sviluppo umano, come la maternità, riteniamo necessario superare la logica delle tutele esclusivamente legate all’occupazione e al lavoro subordinato. E’ importante favorire la libera scelta delle donne di avere dei figli e il riequilibrio della fecondità, dare l’opportunità alle giovani di non attendere un lavoro stabile prima di fare un figlio.

Chiediamo un assegno di maternità per tutte le madri e indipendentemente dal lavoro, pari al 150% della pensione sociale (al 2012 circa 700 euro mensili, per 5 mesi), a carico della fiscalità generale, con contributi a carico dell'Inps.

Congedi parentali di livello europeo

I congedi previsti dalla legge sono rigidi e troppo poveri per costituire una reale possibilità di scelta in direzione della cura diretta dei bambini. Questa è anche una ragione per cui sono poco utilizzati dai padri.

Ci sembra importante consentire a tutti genitori - indipendentemente dalla posizione nel lavoro (lavoro subordinato/collaborazioni/lavoro autonomo) - la possibilità effettiva di scegliere il proprio mix tra le diverse opzioni di cura (servizi per l’infanzia e cura diretta indennizzata). Nell’ottica di un welfare attivo, riteniamo che i periodi di cura non debbano causare la perdita del contatto con il lavoro e debba quindi essere garantita la continuità di reddito e contributiva. Ci sembra altrettanto importante in un paese ancora tradizionalista nella cultura familiare come l’Italia, dare un impulso alla partecipazione dei padri alla cura e allo sviluppo di un modello genitoriale dual earner/dual caregiver.

Chiediamo di elevare la durata dei congedi parentali sia elevata a 18 mesi, con quota indennizzata al 60%, e che siano estesi a tutte le tipologie contrattuali. Chiediamo anche che siano utilizzabili part time: una misura a costo zero che potrebbe ridurre l’abbandono del lavoro da parte delle donne che non ottengono il part time.

Crediti di cura ai fini pensionistici

Le donne hanno dovuto rinunciare all’anticipo del pensionamento – che era loro riconosciuto proprio in quanto caregivers – ma le risorse liberate non sono state rese disponibili a loro favore e poco è cambiato sia dal punto di vista della offerta dei servizi e degli aiuti monetari da parte dello Stato, sia dal punto di vista della condivisione della cura. In prospettiva – soprattutto alla luce del passaggio al sistema contributivo - è assolutamente probabile che le pensioni delle donne si impoveriscano ulteriormente.

Le fasi della vita dedicate all’accudimento dei bambini vanno considerate, almeno dal punto di vista contributivo, come periodi lavorati. In un’ottica di cittadinanza sociale, le/i caregivers vanno tutelati anche dal punto di vista previdenziale: le riforme pensionistiche devono prendere in seria considerazione la opportunità di integrare le pensioni di chi si è dedicato alla cura.

Proponiamo:

contributi figurativi legati al numero dei figli (ed eventualmente altri impegni di cura): 24 mesi per il primo figlio e 12 per ogni figlio successivo (a scalare rispetto alla contribuzione già riconosciuta per indennità di maternità e di congedi parentali);

integrazioni contributive per i periodi di lavoro part time per ragioni di cura, dato che a maggior ragione col passaggio al contributivo chi lavora a part time risulta molto penalizzato nella pensione;

possibilità di anticipare la pensione, nel quadro di un sistema di pensionamento flessibile (62-67), in caso di perentorie necessità di cura di un anziano non autosufficiente.

Sgravi fiscali per le micro e piccole imprese

Il congedo di maternità ha un costo (l’integrazione dell’assegno al 100% della retribuzione, i ratei delle mensilità aggiuntive, le ferie e le ROL maturate anche nell’assenza, i lunghi tempi per rimborsi Inps, etc.). Questo costo incide particolarmente sui conti delle micro imprese ed è probabilmente alla radice di molta parte della discriminazione subita dalle donne al momento della assunzione, oltre che pretesto per mobbing nei confronti delle madri al rientro dalla maternità.

Fin quando i costi della maternità non saranno interamente a carico della fiscalità generale, le donne saranno penalizzate, con riflessi importanti sull’economia del paese e sulla loro autonomia personale ed economica.

Chiediamo che le micro e piccole imprese abbiano diritto a:

un credito d’imposta per ogni congedo di maternità, utilizzabile a partire dall’anno di vita del bambino (per contrastare il fenomeno delle pressioni alle dimissioni entro l’anno)

una riduzione dell’Irap per i congedi parentali dei padri che prendono almeno tre mesi di congedo.

Un incentivo alla riduzione volontaria dell’orario di lavoro

Un pilastro fondamentale per la conciliazione è la destandardizzazione degli orari, sotto forma di orari flessibili e di riduzioni volontarie (part time) temporanee o durature.

L’inerzia del modello di orario di lavoro standard, nato sulla rappresentazione del lavoratore come maschio-breadwinner, è ancora molto forte ed è di ostacolo ai nuovi modi di intrecciare la vita e il lavoro delle donne e delle giovani generazioni. Un sistema di welfare attivo deve promuovere una più efficace conciliazione per le madri e per i padri tra i tempi delle responsabilità familiari e quello del lavoro retribuito e consentire così una maggiore libertà dei genitori di scegliere il regime di cura dei figli, anche riducendo in alcune fasi della vita la quantità di tempo dedicato al lavoro per il mercato.

Chiediamo l’attuazione del sistema già previsto dalla l.196/1997, art. 13 (cd pacchetto Treu) che stabilisce una rimodulazione delle aliquote contributive in base alle fasce orarie (ove le riduzioni di orario siano definite contrattualmente), per incentivare la scelta volontaria di orari ridotti.

Riduzione delle tariffe degli asili-nido pubblici

L’offerta di asili-nido, pur migliorata nell’ultimo triennio resta abbondantemente al di sotto dello standard europeo e le tariffe – e il modo con cui vengono articolate in ragione del reddito familiare - restano spesso proibitive per famiglie a due redditi (e insostenibili nel caso di due figli sotto i 3 anni).

In un’ottica di welfare attivo e di libertà di scelta nel regime di cura, se vogliamo permettere alle madri di continuare a lavorare dobbiamo fare in modo di spostare il costo-opportunità tra spesa per il nido e reddito da lavoro nella direzione di quest’ultimo.

Chiediamo che:

i nidi non siano più considerati “servizi a domanda individuale”

che i costi siano resi più coerenti con una redistribuzione su tutta la filiera educativa

che ci sia trasparenza nei costi sostenuti dalle amministrazioni locali nella creazione del servizio per favorire una maggiore efficienza amministrativa e quindi costi più bassi.

 

Visita il nostro blog: maternitapaternita.blogspot.com e il gruppo Maternità&Paternità su FB.

Papà, mammo e resistenze culturali.

  • Venerdì, 18 Gennaio 2013 11:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

Un altro genere di comunicazione
18 01 2013

Il tema della paternità è molto dibattuto in Italia. Da una parte si tratta di una questione legata all’immaginario collettivo, in cui la parola papà ha il mero scopo di identificare il genitore di sesso maschile e si svuota del suo significato più ampio, tanto che i media ricorrono spesso a termini quali “mammo” quando ci si riferisce a uomini che, semplicemente, passano del tempo coi loro figli.

Dall’altra rimanda a dati che vedono solo il 6,8% dei neo-padri usufruire del congedo parentale, un triste primato rispetto agli altri paesi europei. Questo accade per motivazioni economiche, in un contesto come l’Italia in cui il primo stipendio è quasi sempre quello dell’uomo e che vede le decurtazioni di esso un problema. Ma anche, e soprattutto, per ragioni legate alla cultura di riferimento, che inquadra la poca rappresentanza femminile nel mondo del lavoro e i preconcetti sui padri che si occupano della prole e delle faccende domestiche, intesi per l’appunto come delle brutte copie delle loro mogli e compagne, come lati della stessa medaglia.

Immagine anacronisticamente inserita in un articolo dal titolo: “La riscossa dell’uomo casalingo”

Vi sono molte testimonianze, però, di padri e compagni che hanno provato a prendersi il congedo parentale e che sono incappati in resistenze culturali, dovendo fare i conti con lo scherno e la sorpresa dei conoscenti. Riprendendo l’articolo sopra linkato possiamo leggere:

TABU- Mentre all’estero chiedere il congedo di paternità è un diritto ed è ormai di uso comune come lo è anche vedere papà che spingono carrozzine e portano i loro figli a spasso, in Italia la cura dei piccoli resta ancora appannaggio esclusivo delle donne. [...]Lo sa bene Francesco, 38enne, impiegato: “Quando ho scelto di prendere il congedo per stare con mia figlia di 13 mesi tutti mi chiedevano “Come mai?“, quasi fosse illogico [...] “Quando porto Matilde al parco incontro solo mamme, qualcuna mi ha addirittura chiesto se fossi rimasto vedovo“. (Fonte: WallstreetItalia). Eppure questo potrebbe anche salvare le neomamme dai licenziamenti tramite dimissioni in bianco. Continua Francesco:”L’ho fatto perché voglio veder crescere mia figlia, ma anche aiutare mia moglie. Lei non ha avuto la stessa fortuna. Ha un contratto a termine e la sua maternità non è stata accolta bene al lavoro, temeva di perdere il posto“.

A questo proposito riporto la storia di Vincenzo, leggermente tagliata per questioni di spazio, tratta dal libro di Caterina Soffici, “Ma le donne no”, edito da Feltrinelli:
Vincenzo ha chiesto di stare a casa per sei mesi dopo la nascita della sua bambina. Lavora nella segreteria amministrativa di una grossa agenzia pubblicitaria. Ha chiesto il massimo che la legge permette e i colleghi l’hanno presa molto male. Sono stati loro i primi a mettere i bastoni tra le ruote: “Fa il furbo, vuol stare a casa in ferie a spese nostre”. Non hanno avuto il coraggio di dirglielo in faccia. Ha sentito i commenti attraverso il séparé dell’open space.
Sono dieci anni che Vincenzo lavora nell’agenzia. Non ha mai fatto un giorno di assenza per malattia, si è trascinato in ufficio anche quella volta che aveva la febbre a 38 e mezzo, ma era il periodo delle tredicesime e dei bonus di fine anno e stare a casa per almeno tre giorni, come gli aveva prescritto il medico, avrebbe creato grossi problemi.

Lei invece è una libera professionista. Fa l’avvocato e quando rimane incinta è costretta a smettere di lavorare per quasi tutti i nove mesi. Dopo la prima gioia per il test positivo e la prima ecografia, la pressione si alza, arrivano delle perdite e il medico la costringe al riposo. Alice obbedisce e il capo gira i clienti a una collega. Le dice di controllare a distanza, ma l’altra è sveglia e scaltra. Cerca di stare al passo, ma capisce che finché lei è fuori, sarà tutto inutile.

A fine novembre del 2006 nasce la bambina. Ma Alice non si calma. E’ una leonessa in gabbia e dopo il parto vorrebbe tornare subito a lavorare. La legge glielo impedisce. Per tre mesi deve stare a casa, è la maternità obbligatoria. Cerca di reagire. Alice si sente sola e ogni tanto chiama in ufficio. La “sostituta” non si fa trovare. Non risponde al cellulare e sul fisso scatta la segreteria: sono in riunione, lasciate un messaggio. Ad Alice sale la rabbia. E’ in riunione con i miei clienti, pensa.

I tre mesi della maternità obbligatoria stanno scadendo e Vincenzo pensa che sia meglio per tutti se Alice torna in ufficio. Lei è titubante, si sente in colpa. Vincenzo insiste: “Ci sto io a casa con la bambina. E intanto cerchiamo un posto al nido”. Vincenzo si è già informato all’ufficio del personale. Così Alice torna alla sua professione e Vincenzo inizia la carriera di padre casalingo. O di “rammollito”, come hanno detto i suoi colleghi.

“Un’esperienza unica, da consigliare a tutti. La cosa più incredibile è la percezione del tempo. Alcune giornate sembralo lunghissime, non vedi l’ora che arrivi la sera per mettere a letto la bambina e poterti buttare sul divano con una birra. Altre volte il tempo scorre troppo veloce e non riesci a rispettare il tabellino di marcia che ti sei dato per la giornata”.

Così la mattina Vincenzo e Alice fanno colazione, poi lei inforca il motorino e va in ufficio. Le bastano poche settimane per mettere al suo posto la “sostituta” e ha ripreso gusto nel proprio lavoro. Quell’assenza non cercata le era pesata davvero molto e le pesava anche il giudizio negativo delle amiche che la facevano sentire in colpa. “Goditi la maternità, perché ti angosci così?” le dicevano.
Intanto Vincenzo esce con la piccola nella carrozzina. Ora è lui che fa camminate per la città e va al parco. Lui si sente a proprio agio, ma si rende conto di essere un’anomalia quando va al mercato la mattina. Lo guardano, qualcuno fa battute. Quando scambia due parole pensano sia un padre divorziato, o vedovo, o un disoccupato.

Poi arriva l’estate e lui prende la bimba e raggiunge la casa dei suoceri in Liguria. “Non ci fai caso finché non ti trovi nella situazione d’emergenza e allora e solo allora ti accorgi che nella toilette degli uomini non ci sono fasciatoi. In tutti gli altri paesi d’Europa ci sono fasciatoi o aree attrezzate per i papà”.
Al mare stessa solfa. E’ un raro esemplare maschile in mezzo a qualche pensionato e frotte di mamme e ragazzini urlanti. Lo scenario cambia nel weekend, e gli ombrelloni si popolano di “Gazzette dello sport” e bip bip dei Blackberry. “Stando così tanto tempo con la bimba, mi sono reso conto di come stavo diventando diverso dagli altri padri. Quelli che arrivavano nei fine settimana non giocavano, erano stanchi, distrutti. Il sabato facevano fatica a rivolgere parola ai figli e alle mogli, la domenica iniziavano a fare i conti per il rientro in città e a decidere quale fosse l’ora migliore per non rimanere in coda. Una vita da incubo.”

“Al rientro dopo il congedo per Martina mi hanno accolto dicendo: ‘Bella vacanza eh?’. Per loro era come se fossi stato in ferie“.
Possiamo constatare anche da questa testimonianza che le resistenze culturali in Italia sono molte, veicolate spesso anche dai media, come evidenziano le immagini riportate più sopra e l’advertising pubblicitario più comune che, anche quendo presenta figure paterne, tende sempre a giusificarne le azioni di cura.

Siamo quindi contente di una recente segnalazione fatta da una nostra lettrice che riguarda Lidl (catena di discount nata in Germania) che presenta sulla home del suo sito italiano un banner che, purtroppo, in Italia risulta ancora rivoluzionario: un uomo che, ferro da stiro da una parte e bambino dall’altra, incarna la figura del papà-casalingo, un uomo normale ma ancora lontano anni luce dal nostro immaginario collettivo.

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