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Paternità o carriera

Chi prende il congedo per stare col figlio si vede penalizzato su lavoro e stipendio... Esattamente come accade alle mamme. "Lo squilibrio è tutto a sfavore delle donne che hanno stipendi mediamente inferiori a quelli dei loro mariti. Con una retribuzione al trenta per cento in caso di congedo si fa presto a fare due calcoli in famiglia e optare per far restare a casa la donna".
Agostino Gramigna, Corriere della Sera ...

Congedo parentale per accogliere i figli dei migranti

  • Lunedì, 06 Ottobre 2014 13:16 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
04 10 2014

La proposta è ferma in Commissione lavoro, ma avrebbe tutto il diritto di entrare nel Jobs Act.

Lidia Baratta

Genitori, padri e madri. Gli immigrati sono anche questo. Nella maggior parte dei casi partono per garantire una vita migliore ai propri figli. Quando lasciano il Paese d’origine alcuni portano i bambini con sé, altri scelgono di non farlo. O semplicemente non possono. I lavori che li aspettano in Italia spesso non hanno orari che permettono loro di occuparsi dei propri bimbi. Così, per i figli, le mamme diventano in poco tempo solo fornitrici di soldi, distanti migliaia di chilometri. Vale per le badanti e le colf soprattutto, la fetta più grande dei lavori che oggi offriamo a chi arriva in Italia.
Gli orfani delle migrazioni vengono chiamati “orfani bianchi”, children left behind, i bambini che restano soli a casa nei Paesi di origine dei padri e delle madri: sono 350mila in Romania, 100mila in Moldavia, addirittura 61 milioni in Cina. E se in Italia il ricongiungimento familiare è previsto, non è semplice dare la giusta accoglienza a un bambino in un Paese straniero se lavori fuori casa anche 15-16 ore al giorno, o se addirittura dormi nel letto accanto a quello dell’anziano assistito.

Da qui è nata l’idea di una proposta di legge per garantire agli immigrati un congedo dal lavoro per i cinque mesi successivi all’ingresso del figlio in Italia. Se quella di cui tanto si parla sarà la riforma di “tutti” i lavori, questa proposta - presentata ad agosto 2014, assegnata in Commissione lavoro ma non ancora calendarizzata - potrebbe (perché no?) entrare a far parte del Jobs Act renziano. Basta ricordare che gli stranieri in Italia sono quasi 5 milioni, l’8% della popolazione. E che le badanti regolari sono più di 1 milione e mezzo. «Proverò a proporre un emendamento alla legge delega sul lavoro», dice Chiara Scuvera, deputata Pd che, insieme ad altri colleghi – tra cui Khalid Chaouki – ha presentato la proposta. Far arrivare gli orfani bianchi in Italia potrebbe essere più semplice e i casi di bambini rimasti soli a casa, o negli istituti, diminuire.

L’idea del congedo parentale per motivi di ricongiungimento familiare nasce dall’Associazione delle donne sudamericane in Italia, che rappresentano una fetta importante delle assistenti domestiche in Italia. «È una proposta», spiega Scuvera, «che interessa gli extracomunitari, per i quali è previsto il ricongiungimento familiare». Per i cittadini comunitari, come i romeni, ad esempio, che solo in Italia sono un milione, «bisogna invece pensare ad accordi di cooperazione tra Stati, mirando a comunitarizzare le politiche sociali in un’Europa che va a diverse velocità».

 

Il Testo unico sull’immigrazione prevede sì il diritto al ricongiungimento familiare. Ma una volta ottenuto, il minore arriva in Italia senza che esistano norme che permettono ai suoi genitori di accompagnarlo nel processo di integrazione, di inserirlo a scuola, o anche solo di aiutarlo nell’apprendimento dell’italiano. Il congedo dal lavoro potrebbe essere una soluzione. «Per ricostruire il rapporto genitore-figlio dopo una lunga separazione», si legge nella bozza, e «per consentire al bambino di integrarsi, adattarsi alle nuove condizioni di vita e superare sentimenti di perdita e di sradicamento». È la generation involontaire, come l’ha definita Tahar Ben Jelloun: i minori immigrati sono viaggiatori non per scelta. «E per questo vanno sostenuti, mettendoli al centro delle politiche sociali», ribadisce Scuvera.

Secondo la proposta di legge, il congedo dovrebbe essere valido per tutti i tipi di contratti di lavoro, garantendo una indennità pari all’80 per cento della retribuzione giornaliera. L’indennità può essere anticipata dal datore di lavoro per conto dell’Inps o pagata direttamente dall’Inps. «Ci rendiamo conto che è una proposta costosa», dice Chiara Scuvera, «ma rappresenta anche un investimento per favorire l’integrazione del minore, evitando costi sociali futuri che possono derivare dall’emarginazione o dalla mancata messa a frutto delle capacità del minore».

I dati del ministero dell’Interno dicono che nel 2012 sono state presentate 63.779 domande di ricongiungimento familiare per un totale di 90.862 familiari da ricongiungere. Il 99,4%, la quasi totalità, riguardava il ricongiungimento di familiari residenti all’estero. Il 47% dei familiari di cui si chiede il ricongiungimento è costituito da figli dei richiedenti. Tra questi, i minori di 18 anni sono il 38 per cento.

Il distacco, certo, è uno dei pilastri delle migrazioni. «Prima erano gli uomini a partire da soli, poi le famiglie li raggiungevano», dice Chiara Scuvera, «Ora sono soprattutto le donne a lasciare la famiglia. E questo è un distacco più drammatico, che comporta l’interruzione del rapporto di filiazione».
E se le aziende o le famiglie italiane, avendo paura al congedo parentale, smettessero di assumere gli immigrati? «Questo riguarda la responsabilità sociale dell’impresa e di ciascuno di noi. Dobbiamo rendere conveniente assumere padri e madri immigrati attraverso incentivi fiscali. Sappiamo che per una famiglia rinunciare per cinque mesi alla colf o alla badante non è semplice. Allora creiamo un albo per facilitare le sostituzioni!».

Il Fatto Quotidiano
16 07 2014

Dopo quattro anni di stallo, la Commissione europea si appresta a cestinare la proposta di direttiva sul congedo di maternità e paternità in Europa. La decisione si iscrive in un più vasto processo di semplificazione e snellimento della legislazione comunitaria “incagliata”. Nel caso della direttiva sul congedo di maternità, gli Stati membri non avevano ancora trovato un accordo di massima, motivo per cui la Commissione è pronta a fare tabula rasa. Pronto l’appello di associazioni, sindacati e parte dell’Europarlamento al neo eletto presidente, Jean-Claude Juncker, affinché non cancelli il lavoro fatto finora.

Che cosa propone la direttiva - In teoria questa direttiva propone di estendere in tutta Europa da 14 a 20 settimane la durata minima obbligatoria del congedo di maternità e di riconoscere alla lavoratrice la retribuzione mensile piena, vale a dire al 100% dello stipendio. In più definisce alcuni standard in materia di salute, sicurezza sul lavoro e divieto di licenziamento per le lavoratrici incinte e introduce nella legislazione Ue due settimane di congedo di paternità, anche queste a pieno stipendio. La vera novità per l’Italia, dove il congedo di maternità è già obbligatorio per cinque mesi con altri sei facoltativi e per condizioni eccezionali, riguarderebbe i padri. E potrebbe contribuire a ridurre le discriminazioni tra lavoratori uomini e donne al momento dell’assunzione. Questo congedo, inoltre, andrebbe ben al di là dell’attuale “congedo parentale” previsto in forma facoltativa e non strettamente collegato al parto, per il quale la retribuzione si ferma al 30% del totale.

Quattro anni in cerca di un accordo – Nonostante l’importanza della questione, questo dossier risulta bloccato in sede di Consiglio Ue dal 2010 a causa della mancanza di accordo tra Stati membri sulle 20 settimane e sul congedo di paternità. Fermamente contrario, come su ogni interferenza europea in materia di diritto al lavoro, il Regno Unito, insieme ad altri Paesi del Nord Europa. Dove però le lavoratrici godono già di più diritti rispetto a molti Stati del Sud. Nel corso del 2010 e del 2011 l’ex Commissaria Ue alla Giustizia Viviane Reding, adesso eurodeputata, ha proposto varie alternative ai Paesi membri per cercare un compromesso, ma ogni tentativo è risultato inutile.

La Commissione vuole presentare una nuova proposta – Fino a che l’esecutivo di Bruxelles ha incluso questa direttiva in quelle soggette ai tagli del programma REFIT, con il quale si propone di snellire e semplificare la corposa regolamentazione comunitaria. Oltre al congedo di maternità, sotto la scure di Refit potrebbero finire norme sui rifiuti, la sicurezza e la salute dei lavoratori e i principi generali della legislazione alimentare. L’intento è quello di presentare al più presto una nuova proposta che inizierà l’intero iter legislativo da capo. Ed è proprio qui il problema: visti i vari passaggi obbligatori tra istituzioni europee, le prime e seconde letture e il consenso da cercare tra i Paesi membri, azzerare l’intera procedura sul congedo di maternità – come sulle altre proposte legislative – vuol dire rimandare il tutto alle calende greche.

Associazioni e sindacati in allarme – La prima ad intervenire è stata l’associazione internazionale European Women’s Lobby (Ewl) che ha mandato una lettera a Jean-Claude Juncker prima ancora della sua elezione definitiva a Strasburgo: “Si tratta di una decisione scandalosa che prende in ostaggio sia le lavoratrici incinte che i futuri padri – scrive il segretario generale Ewl Joanna Maycock – Le forze più conservatrici e religiose e i rappresentanti dell’estrema destra politica stanno danneggiando le lavoratrici rimettendo in questione alcuni diritti basilari delle donne”. Dall’Italia le fa eco il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, con una lettera indirizzata agli europarlamentari italiani in vista del dibattito avvenuto nel pomeriggio: “La Cgil sostiene una revisione della direttiva che porterebbe a cambiamenti significativi e positivi per milioni di donne in Europa, soprattutto rispetto a due questioni fondamentali: il pagamento integrale del congedo di maternità e la protezione delle donne contro le discriminazioni”’.

La parola passa a Juncker – La decisione di ritirare o meno la proposta di direttiva sul congedo di maternità spetta adesso al neo eletto presidente della Commissione Juncker. Che potrà dare così subito prova di quanto promesso al Parlamento europeo sui diritti dei lavoratori.

I congedi dei papà

  • Martedì, 28 Gennaio 2014 15:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

D.Repubblica.it
28 01 2014

In Italia sempre più uomini, quando nasce un figlio, chiedono al capo di stare per un periodo a casa. Se nel 2008 ai maschi è andato solo il 7% dei congedi parentali, nel 2012 la percentuale è salita al 10%. Certo non basta: quasi sempre, cioè in 9 casi su 10, sono le donne a chiedere il congedo, rinunciando così a buona parte del proprio reddito. A dare le cifre è una ricerca di Aldai, l'Associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali, attenta alle pari opportunità in azienda, al punto da aver lanciato il premio "Merito e Talento" per segnalare modelli manageriali femminili positivi.

Congedo parentale? Solo per i papà che lavorano a tempo indeterminato
Perché pochi papà chiedono il congedo parentale? Spesso sono loro a portare più soldi a casa, perché meglio retribuiti. Così in famiglia si preferisce che sia la donna a rinunciare al lavoro. In più c'è un altro fattore che sembra giocare un ruolo importante: il tipo di contratto del papà.
Quando il lavoro è precario, infatti, pare che i neo padri preferiscano rinunciare a passare un periodo a casa coi figli per non rischiare di peggiorare le condizioni di un lavoro già precario. A dirlo sono i numeri dell'Inps (dati 2012): dei 31.201 uomini che hanno beneficiato del congedo parentale nel settore agricolo e privato, 27.930 avevano un lavoro a tempo indeterminato. Solo 3.267 quelli che hanno avuto un congedo parentale avendo un contratto a tempo determinato e addirittura si contano sulle dita di una mano i papà italiani che, con un lavoro stagionale, hanno avuto il congedo: solo 4.
Insomma, sembra che in Italia stiano con i figli piccoli solo i papà che possono permetterselo economicamente. Non stupisce che i dati italiani sugli uomini che prendono il congedo siano "ben al di sotto della media europea, che è del 30% (in Svezia si arriva al 69% e in Finlandia al 59%)", come scriveva nel 2012 sulla Rivista Il Mulino Daniela Del Boca, docente di Economia del Lavoro alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino. Secondo lei il giorno di congedo obbligatorio per tutti i papà, durante il quale si riconosce il 100% del reddito, introdotto per 3 anni dalla legge 92 del 28 giugno 2012, non basta: sono "quote azzurre" simboliche secondo Del Boca, che non servono a incentivare la divisione dei compiti di cura all'interno della famiglia.


Più presenti i papà del Nord
Continuando ad analizzare i dati dell'Istituto Nazionale di Previdenza, Regione per Regione, è evidente come nel Centro Sud e nel Sud Italia - fanno eccezione Lazio e Sicilia - siano pochissimi i papà che restano a casa con i bambini. Nel 2012 hanno beneficiato del congedo parentale solo 121 uomini in Basilicata e addirittura 51 in Molise. Cifre irrisorie se paragonate ai numeri assoluti delle regioni del Nord e Centro Nord: 5.091 i congedi per i papà lombardi, 3.400 in Emilia Romagna, 2.391 in Veneto e 2.254 in Toscana. Il record italiano va però al Lazio, con 5.659 congedi parentali attribuiti a uomini nel 2012.
Il motivo di questa diffusa differenza tra Nord e Sud, secondo Tiziana Canal, autrice dello studio del 2012 dell'Osservatorio Isfol "Paternità e cura familiare. Quando il lavoro è condiviso", sarebbe il fatto che "nelle famiglie del Nord, a differenza del resto d'Italia, vi è una divisione dei ruoli di genere più simmetrica e meno tradizionale".

E nel resto d'Europa?
In Danimarca quasi tutti i papà approfittano del congedo di paternità, "uno dei più generosi e flessibili dell'Unione", si legge sul sito ufficiale dell'Unione europea.
Nel Regno Unito hanno fatto notizia le due settimane di congedo che il principe William si è preso per stare col Royal baby. Il resto dei padri inglesi, se chiede di stare a casa col bambino, sarebbe sbeffeggiato sul luogo di lavoro: lo ha denunciato sui giornali il ministro per le pari opportunità e neo mamma Jo Swinson. Al contrario, in Germania, un "Vati" (papà) su 4 nel 2012 ha usufruito del congedo (fino a 14 mesi col 67% dello stipendio). Come vanno le cose a Helsinki quando un papà resta a casa coi figli appena nati lo ha raccontato nel suo blog Stefano Dell'Orto, italiano trapiantato in Svezia per amore di Anette. Stefano ha preso il congedo parentale alla nascita di entrambe le sue bambine.
In generale, secondo Helen Dearing, autrice di uno studio pubblicato nel 2013 dalla Austrian Academy of Science sulle politiche di genere europee, "mentre il congedo di maternità in Europa in media varia da 3 a 4 mesi, quello di paternità si riduce a un periodo che va da 2 a 10 giorni".
Il congedo di paternità è diverso da quello parentale, che può essere usato - con quote riservate - da entrambi i genitori.

Una storia appena iniziata
Se il congedo di maternità ha una storia antica - in Germania politiche simili esistono dal 1883, in Svezia dal 1891 - quello parentale è molto più recente: è stato introdotto da una direttiva europea nel 1996. Da allora ogni Paese ha fatto le sue politiche, diverse tra loro: il congedo parentale, cioè utilizzabile da entrambi i genitori, può durare settimane, mesi, persino anni (come accade in Germania) a seconda dello Stato e, cosa più importante, con diverse percentuali di mantenimento del reddito. In Italia un genitore può prendersi al massimo 7 mesi al 30% del salario per stare con il figlio. Non proprio un bell'incentivo.

Dai papà baby-sitter una spinta all'occupazione femminile

  • Lunedì, 27 Gennaio 2014 10:58 ,
  • Pubblicato in L'Analisi
Antonio Galdo, Il Mattino
27 gennaio 2014

Partiamo dalla buona notizia, visto che in questo periodo ne abbiamo un particolare bisogno: in Italia aumentano i papà baby-sitter. Soltanto nel 2012, infatti, ci sono stati circa 30mila uomini che hanno chiesto il congedo ...

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