Parliamo di aborto

  • Sabato, 22 Novembre 2014 18:15 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Katha Pollitt, Internazionale
21 novembre 2014

Io non ho mai abortito, ma mia madre sì. Non me ne parlò mai, ma stando a quanto ho ricostruito dopo la sua morte dal suo dossier all'Fbi - che mio padre, il vecchio estremista, aveva richiesto insieme al suo - successe nel 1960, perciò come quasi tutti gli aborti di quell'epoca fu illegale. ...

I medici non obiettori: "Abortire è sempre più difficile"

  • Sabato, 08 Novembre 2014 10:32 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
C'è vita nei consultoriValeria Pini, Repubblica.it
8 novembre 2014

In Italia le interruzioni di gravidanza sono sempre più difficili, con molte donne costrette ad emigrare in un'altra regione o addirittura fuori dal paese per ottenere quello che la legge 194 in teoria garantisce. Lo affermano i medici della Laiga, (Libera associazione italiana dei ginecologi per l'applicazione della legge 194).

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28 10 2014

Uno studio del Guttmacher Institute rileva come grazie ai programmi finanziati dallo stato federale, si prevengano malattie e gravidanze a rischio per oltre 13 miliardi di dollari. Eppure in alcuni stati - e a livello nazionale se i repubblicani avessero vinto le ultime presidenziali - quelle politiche sarebbero state cancellate.


WASHINGTON – I programmi di pianificazione familiare finanziati con soldi pubblici funzionano. Non solo contribuiscono a ridurre il numero di gravidanze indesiderate e a mantenere sotto controllo le infezioni da malattie trasmesse sessualmente, ma, nel lungo periodo, fanno risparmiare anche soldi ai contribuenti. Queste, almeno, sono le conclusioni di un importante studio in proposito pubblicato dal Guttmacher Institute, un centro di ricerca specializzato nella dimensione della famiglia e della sessualità.

“Questo nuovo rapporto dimostra l’importanza di garantire alle donne il giusto accesso ai servizi sanitari preventivi – ha commentato alla stampa Cecile Richards, presidente della Planned Parenthood Federation of America, la più grossa organizzazione americana che opera in questo settore – Abbiamo sempre saputo che queste prestazioni sono cruciali per loro, ma questo nuovo studio dimostra anche quanti benefici ne traggano i loro figli”.


Per “family planning” negli Stati Uniti si intende una serie di iniziative garantite a proteggere la salute delle donne, e ora anche degli uomini, e, di conseguenza, delle loro famiglie. I servizi offerti dai medici e dalle cliniche che se ne occupano, come quelli della rete Planned Parenthood, sono molto variegati e includono la consulenza sulla contraccezione come anche lo screening per il virus dell’HIV e del cancro cervicale. Questi programmi sono sostenuti dai dollari del governo federale grazie a una legge del 1970 nota come Title X, che mira a renderne i costi sostenibili anche per le persone meno abbienti, le quali possono farne uso a prezzi scontati se non addirittura gratuitamente anche in un sistema sanitario come quello americano quasi interamente privatizzato. Un secondo veicolo di finanziamento della pianificazione familiare è Medicaid, l’assicurazione sanitaria pubblica per i più poveri.


Il Guttmacher Institute stima ora che ogni dollaro investito dallo Stato su questi programmi si traduca in risparmi federali di oltre 7 dollari, una proporzione che nel 2010 avrebbe significato complessivamente 13,6 miliardi di dollari di uscite in meno per il governo di Washington. Per arrivare a questa cifra, i ricercatori del think tank hanno prima calcolato che, nel 2010, i fondi pubblici in questione, circa 2,2 miliardi di dollari, avrebbero direttamente contribuito a evitare 2,2 milioni di gravidanze indesiderate (incluse quasi 500.000 a rischio), 100.000 casi di clamidia, oltre 16.000 di gonorrea, 410 di HIV, 3.700 casi di cancro cervicale (di cui 2.110 sarebbero risultati nella morte della paziente) e via dicendo. Sulla base dell’impatto economico avuto solitamente da queste malattie, e dalla nascita di bambini molto prematuri e già afflitti da complicazioni mediche, Guttmacher ha poi stimato i risparmi ottenuti attraverso questa forma di prevenzione. Il lavoro delle cliniche che ricevono fondi Title X in particolare ne sarebbe responsabile per circa la metà.

“Quest’analisi quantifica per la prima volte la miriade di benefici apportati dai programmi pubblici di family planning, anche oltre l’aiuto che danno alle donne che vogliono evitare le gravidanze indesiderate – ha dichiarato, al lancio del rapporto, Jennifer Frost, il suo autore principale – Offre inoltre il ritratto più completo fin qui sul valore che hanno gli investimenti dei contribuenti su questi servizi”.

Si tratta di un dato molto importante, perché Title X è da tempo nel mirino dei repubblicani a Washington. Tra i servizi offerti dagli operatori, come Planned Parenthood, che ne ricevono i fondi, vi è spesso anche l’interruzione di gravidanza, cui si oppone ferocemente la destra religiosa e i suoi rappresentanti al Congresso. Durante la campagna per le presidenziali del 2012, anche Mitt Romney aveva promesso che, se eletto alla Casa Bianca, avrebbe eliminato il programma. Va detto che, già oggi, i soldi di Title X non possono per legge essere usati per pagare per gli aborti. Ma i conservatori a Washington preferibbero stare sul sicuro ed escludere completamente dai fondi pubblici chiunque garantisca anche l’interruzione di gravidanza. Poco importa che numerose ricerche dimostrano come i programmi di pianificazione familiare contribuiscono a diminuire il numero di aborti. Secondo un più vecchio rapporto del Guttmacher Institute, Title X avrebbe aiutato a prevenire quasi un milione di gravidanze indesiderate solo nel 2009, di cui più di 400.000 sarebbero state terminate artificialmente. Fatto sta che, a livello degli stati, esistono già una serie di restrizioni sull’uso dei fondi pubblici a fini di pianificazione familiare, con nove stati in particolare -- Arizona, Colorado, Indiana, Kansas, Michigan, North Carolina, Ohio, Oklahoma, Texas e Wisconsin – che hanno leggi che in un modo o nell’altro proibiscono, o perlomeno limitano, il sostegno pubblico ai centri specializzati.

Per la stessa ragione, la notizia di come il “family planning” abbia vantaggi non solo sanitari ma anche economici è importante anche nelle implicazioni che ha per Medicaid. La riforma Obamacare prevede un’espansione di questo programma federale per i poveri, espansione che la Corte Suprema ha deciso i singoli stati devono poter adottare volontariamente, ovvero possono scegliere se partecipare o meno e quelli che decidono per il sì ricevono poi maggiori fondi federali per finanziare Medicaid a livello locale. Ebbene, fin qui solo 28 stati più il Distretto di Columbia, dove si trova la capitale Washington, hanno scelto di prendere parte a questa iniziativa, mentre gli altri, solitamente sotto il controllo di governatori e legislature repubblicane che detestano la legge di riforma sanitaria, hanno preferito rinunciare ai soldi del governo di Washington piuttosto di darla vinta alla Casa Bianca.


In sostanza, si stanno venendo a creare due realtà parallele, un’America in cui la sanità, inclusa anche la pianificazione familiare per i cittadini più poveri, è in netto miglioramento, e un’America che rimane sempre più indietro. La speranza, naturalmente, è che i rappresentanti di questa seconda America, evidentemente non molto sensibili alla salute delle donne e delle famiglie, si dimostrino però più interessati a quella delle casse federali e statali.

 

Adele Lapertosa, Il Fatto Quotidiano
22 ottobre 2014

Continua a calare il numero di aborti in Italia e a rimanere alto quello degli obiettori di coscienza tra ginecologi, anestesisti e infermieri, anche se quei (pochi) che eseguono le interruzioni volontarie di gravidanza sono comunque sufficienti rispetto agli interventi che si fanno:

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21 10 2014

La relazione del ministero della Salute sulla legge 194 riconosce la contrazione del numero di interruzioni volontarie ma denota la neutralità sul tema dell'obiezione di coscienza, che rimane diffusissima. Record in Molise con il 90% di medici obiettori.

Il ministero della Salute ha presentato la relazione sulla 194. Come si può leggere dalla sintesi sul sito: 

“Si conferma la tendenza storica alla diminuzione dell’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia: nel 2013 sono state notificate 102.644 IVG, con un decremento del 4.2% rispetto al dato definitivo del 2012 (107.192 casi)”.

 Il tasso di abortività è di 7,6 per 1000, con un decremento del 3,7% rispetto al 2012 (7,9). Il rapporto di abortività è di 203,8 per 1.000 rispetto al 203,1 del 2012: essendo questo il numero delle IVG in relazione ai nati vivi, l’aumento deriva dal fatto che i nati vivi del 2013 sono meno rispetto al 2012 (ISTAT: 503.745 vs 527.770). È stabile l’alta percentuale delle donne straniere (34%) e la bassa percentuale, invece, dell’aborto tra le minorenni: 4,4 per 100 rispetto al 4,5 del 2010 (è il dato più basso d’Europa).

La questione più controversa è sempre la stessa: l’obiezione di coscienza. Non solo perché le percentuali sono molto alte – ma a questo siamo abituati – ma perché nulla è stato fatto e nulla sembra essere nelle intenzioni di chi dovrebbe garantire un servizio.
La ricognizione dettagliata del fenomeno non è che la fotografia di quanto accade, necessaria ma non sufficiente. Non è stato nemmeno redatto un registro degli obiettori e le percentuali espresse tanto genericamente nascondono l’esistenza di strutture in cui un solo medico non è obiettore (per non parlare di quelle in cui il reparto IVG proprio non c’è).


“In generale sono in diminuzione i tempi di attesa, pur persistendo una non trascurabile variabilità fra le regioni. Il primo monitoraggio capillare sui punti IVG e l’obiezione di coscienza, effettuato su tutto il territorio dall’approvazione della L.194/78, conferma quanto osservato nella precedente relazione al parlamento: su base regionale non emergono criticità nei servizi di IVG. In particolare, emerge che le IVG vengono effettuate nel 64% delle strutture disponibili, con una copertura soddisfacente, tranne che in due regioni molto piccole

Il 64% delle strutture pubbliche? Non sembra qualcosa di cui essere fieri. Ricordiamo che la legge 194 permette l’obiezione personale e non di struttura: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l'espletamento delle procedure”. Il 36% delle strutture si sottrae dunque illegalmente dal garantire l’IVG?
La “non trascurabile variabilità” significa che la garanzia del servizio è gravemente eterogenea, e che a volte le liste di attesa e l’assenza del personale comportano difficoltà rilevanti o addirittura l’impossibilità di ottenere una IVG.

Il Molise – una delle due regioni “molto piccole” – ha il 90,3% di ginecologi obiettori di coscienza. Ovviamente non basta la percentuale per regione per rendersi conto della effettiva garanzia del servizio. Sarebbe molto utile conoscere i dati per ogni struttura. Tra le regioni con dati più alti troviamo poi la Basilicata (89,4), la Sicilia (84,5) e poi il Lazio, la Campania e l’Abruzzo (tra 81,9 e 81,5). In queste regioni tra gli 8 e 9 ginecologi su 10 non eseguono IVG.

Quanto al Lazio, i dati raccolti dalla Laiga - Libera Associazione Italiana dei Ginecologi per l’Applicazione della legge 194 – segnalano uno scenario peggiore di quello ufficiale: in 10 strutture pubbliche su 31 (esclusi gli ospedali religiosi e le cliniche accreditate) non si eseguono interruzioni di gravidanza; il 91,3% dei ginecologi ospedalieri è obiettore; in 3 province su 5 (Frosinone, Rieti, Viterbo) non è possibile eseguire aborti tardivi, cioè quelli dopo il primo trimestre (dati 2012).


Sono alte anche le percentuali tra gli anestesisti e il personale non medico. È insoddisfacente, ai fini dell’effettiva applicazione, anche il rapporto nazionale tra settimane lavorative e numero di IVG:


“considerando le IVG settimanali a carico di ciascun ginecologo non obiettore, ipotizzando 44 settimane lavorative in un anno, a livello nazionale ogni non obiettore ne effettua 1.4 a settimana, un valore medio fra un minimo di 0.4 (Valle d’Aosta) e 4.2 (Lazio). Il numero dei non obiettori nelle strutture ospedaliere risulta quindi congruo rispetto alle IVG effettuate”.


Un dato in particolare viene trattato come se fosse del tutto normale:


“Il numero degli obiettori di coscienza nei consultori (...) è sensibilmente inferiore rispetto a quello registrato nelle strutture ospedaliere”.


Nei consultori non si eseguono le IVG e quindi l’omissione di servizio sembra davvero ingiustificabile. Nei consultori, al più, un obiettore si trova a dover certificare la gravidanza in corso. È ammissibile che si rifiuti?

È recente la decisione del TAR del Lazio sulla contraccezione d’emergenza (pillola del giorno dopo): non esiste la possibilità di obiettare su questo, ma la questione della certificazione della gravidanza rimane ambigua.
Perché la legge 194 permette di fare obiezione di coscienza? Storicamente perché chi aveva scelto una certa professione l’aveva fatto in assenza di questo servizio. Nel 1978 sarebbe stato ingiusto aggiungere l’IVG tra i doveri professionali. Oggi potrebbe essere diverso: visto che l’IVG è un servizio garantito da una legge, se scegli di fare il ginecologo dovresti prenderti in carico tutti i servizi e non solo quelli che ti piacciono.
Tuttavia, almeno sulla certificazione potremmo essere tutti d’accordo: non rientra tra le “attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza” (articolo 9, legge 194). La stessa domanda dovremmo farcela nel caso degli anestesisti e del personale non medico: su cosa stanno obiettando?

“La richiesta di certificato prelude alla decisione della donna di interrompere la gravidanza. Fornirlo ci renderebbe complici di un atroce delitto”. Questa la consueta difesa degli obiettori.
Ma ci sono due problemi. Primo, è difficile stabilire dove si ferma la catena di complicità morale e, dunque, dove tracciamo la linea oltre la quale obiettare diventa una scusa inammissibile. Secondo, la certificazione si limita, in realtà, a certificare uno stato di fatto. Che il passo successivo sia nella maggior parte dei casi una IVG non ha il potere di trasformare il certificato in una attività “specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”.
Il terzo problema potrebbe essere lo statuto dell’embrione e il giudizio morale della IVG, ma qui non si intravede la possibilità di estinguere la discussione.


È buffo perché ci sono moltissimi obiettori di coscienza che eseguono diagnosi prenatali e che quando qualcuno chiede loro: “perché le fate, non sapete che le donne fanno determinate analisi per poi abortire?”, rispondono “ma noi diamo solo informazioni!” (le donne che non abortirebbero mai difficilmente fanno esami prenatali).
Perché non vale allora per la certificazione?


La coscienza, negli ultimi anni, è diventata una comoda scusa per sottrarsi a doveri professionali considerati spiacevoli, immorali, poco utili per la crescita professionale, noiosi. Eseguire IVG, in effetti, può essere ripetitivo e poco esaltante. Soprattutto se diventa la tua attività principale perché nel tuo ospedale tutti gli altri sono obiettori di coscienza.

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