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Sterilizzazioni di massa: 11 donne morte in India


Stroncate da infezione dopo gli interventi, sotto inchiesta 4 medici... L'iniziativa di Bilaspur era parte del programma di "pianificazione familiare" organizzato dal governo del Chhattisgarh, tra i più poveri e arretrati del Paese, che in modo non dissimile da altri realizzati a livello locale nell'immensa India sono aperti a abusi e epiloghi drammatici. Soprattutto coinvolgono medici e mediatori senza scrupoli e donne spinte sovente dalla necessità o convinte con facilità a interventi di cui spesso non conoscono modalità e conseguenze.
Stefano Vecchia, Avvenire ...

Omniroma
26 09 2014

Una petizione per chiedere il completamento della rete dei consultori familiari, il potenziamento delle equipe di operatori e la contraccezione gratuita in tutte le strutture: sono 7mila le firme raccolte dalla Consulta dei consultori di Roma e consegnate questa mattina, in occasione della Giornata Mondiale per la Contraccezione, alla delegata alle Politiche di Genere della Regione Lazio Cecilia D'Elia, in rappresentanza del governatore del Lazio Nicola Zingaretti.

Alla petizione, lanciata nell'ambito della campagna "Per scelta, non per caso", hanno aderito 21 Associazioni tra cui la Casa internazionale delle donne, l'Unione delle donne italiane e l'associazione culturale pediatri Lazio. La Consulta dei Consultori di Roma chiede che siano applicate interamente le leggi nazionali 405/75 e 194/78 e la legge regionale 15/76, rivendicando il "diritto di scegliere la maternità e la paternità per tutte le coppie".

Sono intervenute alla conferenza: l'assessore alle Pari Opportunità del Comune di Roma Alessandra Cattoi e il presidente della Consulta Giuseppina Adorno. Presente anche la consigliera regionale Marta Bonafoni.

"La legislazione vigente prevede un rapporto consultori/popolazione pari a uno ogni 20mila abitanti. Ciò significa che a Roma dovrebbero essere attive 144 strutture, invece ce ne sono 50, di cui 37 non adeguate. Ne rimangono 13, spesso anch'esse sguarnite di personale", denuncia Giuseppina Adorno, alla quale arrivano i complimenti dell'assessore Cattoi "per la determinazione che ha accompagnato questa campagna di raccolta firme. Non è un caso che il Comune abbia riallacciato questo rapporto con la Consulta dei consultori - afferma Cattoi - con le poche risorse che abbiamo, riusciremo a fare grandi passi solo se saremo in grado di costruire una rete. Fare sistema è l'unico metodo vincente. Il 15 ottobre verranno resi noti i risultati del monitoraggio sulla situazione dei consultori dell'area di Roma: questi dati ci serviranno come base indispensabile per la programmazione futura".

Usa, sempre meno madri minorenni. È stata Mtv o la pillola?

  • Venerdì, 29 Agosto 2014 13:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
29 08 2014

Se in Italia il fenomeno delle mamme adolescenti è relativamente circoscritto, negli Stati Uniti, come per altro nel Regno Unito, quella dei bambini nati da ragazze tra i 13 e i 19 anni è stata a lungo una piaga diffusa e molto allarmante per le autorità, giacché le prospettive socio-economiche sia di queste madri che dei loro figli sono assai peggiori che per le donne che rimangono incinta da adulte.

Negli ultimi anni il numero di neonati americani con mamme adolescenti sembra essere crollato vertiginosamente. Non solo, in parallelo è calato drasticamente anche il ricorso, da parte di queste giovani, all’interruzione di gravidanza. Il che significa semplicemente che il numero di ragazzine sotto i 19 anni che rimangono incinta negli Stati Uniti è andato rapidamente diminuendo. Per ragioni che anche gli esperti trovano del tutto misteriose.

Dal picco dei primi anni novanta, il tasso di gravidanze tra le adolescenti americane è calato del 50% e quello dei parti del 57% -- dice a pagina99 Bill Albert, che dirige la programmazione della National Campaign to Prevent Teen and Unplanned Pregnancy, un’organizzazione non-profit da anni in prima linea su questo tema – Siamo ora sui minimi storici, un progresso davvero straordinario su un problema che tanti americani consideravano un tempo intrattabile”. Tale declino si è registrato in tutto il paese e tra tutti i gruppi etnici, in particolare tra i giovani ispanici e asiatici.

Se questa tendenza si è sviluppata lentamente tra gli anni novanta e duemila, si pensa soprattutto in risposta all’allarme AIDS, è andata poi molto intensificandosi nell’ultimissimo periodo, proprio in un momento in cui quell’emergenza, se non del tutto sorpassata, è comunque sotto controllo come mai prima. Tra il 2010 e il 2013 si sono osservate riduzioni nel numero di parti da parte di adolescenti sul 10% l’anno. Un dato questo che però ha sorpreso e disorientato gli esperti, che non se ne sanno dare una spiegazione precisa.

In un recente articolo su Vox, Sarah Kliff ha passato in rassegna senza grande convinzione una serie di ipotesi offerte in proposito. C’è chi dice ad esempio che la crisi economica possa aver giocato un ruolo importante, anche se solitamente le preoccupazioni finanziarie influenzano molto di più le decisioni degli adulti che quelle degli adolescenti, che in teoria non devono ancora preoccuparsi dell’andamento dei propri investimenti in borsa o dell’esiguità dei propri stipendi. Dopo tutto, avere figli da adolescenti è raramente una scelta consapevole.

C’è poi chi sostiene che il tutto possa essere dovuto da un lato allo sforzo fatto più recentemente dalle autorità mediche nazionali di incoraggiare l’uso dei contraccettivi di lungo periodo, come ad esempio la spirale contraccettiva (o IUD, dall’inglese “intra-uterine device”), anche tra le adolescenti, e dall’altro dall’impegno di sempre più distretti scolastici sul fronte della educazione sessuale a scuola. In entrambe i casi, però, i numeri non sono sufficienti a gettare luce su un fenomeno così esteso come quello che si osserva oggi. Meno del 5% di giovani fa infatti affidamento a dispositivi come lo IUD. Per quanto riguarda l’educazione sessuale, se alcune località, ad esempio la città di Milwakee in Wisconsin, vi hanno davvero investito grandi risorse e dedizione, tante altre non hanno lanciato nessuna iniziativa in merito. 26 stati inoltre impongono che questi corsi si concentrino soprattutto sulla promozione dell’astinenza, non una strategia né particolarmente innovativa né creativa.

Infine, Kliff cita Philip Levine, un professore del Wellesley College in Massachusetts, che è convinto che siano stati “16 and Pregnant” e “Teen Mom”, popolari programmi del canale televisivo MTV che raccontano le difficili quotidianità di adolescenti incinta e poi madri, a convincere i giovani americani a stare alla larga dalle gravidanze impreviste, causando addirittura un terzo del declino registrato negli ultimi quattro anni.

Secondo Albert della National Campaign, la soluzione a questo enigma è più semplice di quanto non si pensi. “Il calo storico delle gravidanze e dei parti di donne ancora minorenni è il risultato della formula magica di meno sesso e più contraccezione”, dice a pagina99.

Tra l’altro, se è vero che le cose si stanno muovendo nella direzione giusta, è troppo presto per cantare vittoria. “Nonostante gli Stati Uniti abbiano fatto enormi passi avanti, questo paese continua a essere un’eccezione – continua Albert – Il numero di ragazze con meno di diciannove anni che rimangono incinta e diventano madri è ancora il doppio che in Inghilterra, che è la nazione che ci segue da più vicino”. Inoltre, continuano a persistere in America grosse differenze geografiche e razziali, con il tasso di gravidanze tra adolescenti molto più alto al Sud e tra gli afro-americani.

Insomma, la strada da percorrere è lunga. “Dobbiamo continuare a ricordare ai politici, funzionari, esperti e genitori che c’è ancora tanto lavoro da fare – conclude Albert – Dobbiamo inoltre fare di più per aiutare i giovani a comprendere come avere figli troppo presto incida sull’opportunità dei genitori di ricevere un’istruzione adeguata e sulla salute e benessere dei loro bambini”.

Valentina Pasquali

Il web, insomma, come canale preferenziale per raggiungere i giovanissimi, per i quali, oltre alla contraccezione bisogna considerare il problema delle malattie sessualmente trasmesse, in aumento, come in crescita sono i casi di infezione da Hiv. Non è un caso che una delle sessioni del congresso di Lisbona sia stata dedicata proprio alla protezione dal virus Hiv con nuovi metodi chimici di barriera, tipo gel o creme vaginali. ...

Corriere della Sera
30 03 2014

Sono state le tre giudici donne (sui nove membri) della Corte suprema a soffermarsi in particolare sui diritti riproduttivi delle lavoratrici

di Viviana Mazza

Se un datore di lavoro, per motivi religiosi, è contrario ai contraccettivi usati dalle sue impiegate sotto assicurazione sanitaria, quale dei due diritti dovrebbe prevalere per legge? La libertà religiosa del primo? Oppure i diritti riproduttivi delle donne? La Corte Suprema degli Stati Uniti si ritrova – spaccata – a discutere proprio di questo, in un caso avanzato da una cinquantina di aziende americane (in nome appunto della libertà religiosa).

Una di queste aziende si chiama Hobby Lobby, vende materiali per l’artigianato fai-da-te il suo quartier generale si trova in Oklahoma, nel cuore dell’America conservatrice, nella cosiddetta “Bible Belt”. Per tanti aspetti, è una azienda da elogiare perché, in un momento di crisi economica, fornisce ai suoi 16 mila dipendenti (in 600 negozi distribuiti in 41 Stati) il doppio del salario minimo di 7,25 dollari l’ora, più un’assicurazione sanitaria che copre anche le spese odontoiatriche, e un orario di chiusura (spesso) alle 8 di sera che consente ai lavoratori di passare tempo in famiglia. Sono cose che corporation come McDonald’s e Wal-Mart non fanno per gli impiegati regolari, e che Hobby Lobby garantisce perché il proprietario, il miliardario David Green, cristiano evangelico, cresciuto in una famiglia estremamente povera, crede sia suo dovere religioso.

Il problema è che le stesse convinzioni lo portano a voler controllare i tipi di contraccettivi di cui le sue dipendenti possono usufruire: non ha niente contro i preservativi e il diaframma, ma non vuole pagare per la pillola del giorno dopo e per spirali intrauterine che possono interferire dopo che l’ovulo è stato fecondato, il che per lui è una forma di aborto. Perciò ha contestato in tribunale l’Affordable Care Act, cioè la riforma sanitaria di Obama, perché prevede che i datori di lavoro che forniscono l’assistenza sanitaria ai dipendenti debbano anche coprire tutti i contraccettivi riconosciuti a livello federale (oppure pagare una tassa salata).


L’azienda accusa il governo di violare la libertà religiosa dei titolari. E la Corte Suprema, che ha ascoltato il caso martedì scorso, dovrà prendere una decisione entro fine giugno. Uno degli aspetti più discussi è se anche le corporation (o perlomeno alcune corporation, a controllo familiare e con un numero limitato di azionisti) possano fare appello alla libertà religiosa oppure se questo sia un diritto esclusivo degli individui. Un precedente c’è: nel 2010 la sentenza “Citizens United” ha riconosciuto il diritto delle corporation alla libertà di espressione (provocando una valanga di pubblicità politiche nelle ultime elezioni presidenziali).

E poi c’è il fatto che Obamacare prevede già delle esenzioni nella copertura dei contraccettivi per chiese e altre istituzioni esplicitamente religiose; mentre gruppi no-profit con affiliazione religiosa come ospedali gestiti dalle chiese, scuole parrocchiali e organizzazioni caritatevoli devono fornire il servizio oppure delegare il compito a terzi evitando così il proprio diretto coinvolgimento. Ma Hobby Lobby rientra in un’altra categoria: aziende a scopo di lucro che cercano esenzioni simili a quelle delle organizzazioni religiose.

Alcuni commentatori hanno notato però che la Corte Suprema ha preso in considerazione soprattutto le preoccupazioni dei datori di lavoro, mentre la voce delle dipendenti non è stata ugualmente ascoltata. La rivista New Yorker ha elogiato la presenza di tre giudici donne (sui nove membri) della Corte suprema perché sono state loro a soffermarsi in particolare sui diritti riproduttivi delle donne: tra loro Elena Kagan si è chiesta anche se le aziende, per motivi religiosi, potranno dunque limitare pure le vaccinazioni o le trasfusioni, e in generale scegliere quali leggi federali rispettare e quali no.

Ma la questione, in realtà, va al di là dei diritti delle donne. Sono molto preoccupati, per esempio, gli attivisti per i diritti LGBT: dopo le nozze gay, una loro priorità è la fine delle discriminazioni sul luogo di lavoro, e temono che sulla base della libertà religiosa possano incontrare enormi ostacoli. Hanno guardato con grande preoccupazione l’iniziale approvazione in Arizona di una legge (poi bloccata dalla governatrice dello Stato) che avrebbe permesso alle aziende di rifiutare di servire le coppie gay per motivi religiosi; simili proposte di legge sono apparse in Kansas, Mississippi, Georgia.

Mentre oggi la maggioranza degli americani approva le nozze gay, e secondo un recente sondaggio due terzi delle donne (incluse molte che votano per il partito repubblicano) sono contrarie alle interferenze dei datori di lavoro nelle proprie scelte riproduttive, il conservatorismo sociale rimane una forza politica da prendere in considerazione.

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