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Stefano Cucchi e la verità che ci manca

  • Venerdì, 07 Giugno 2013 10:05 ,
  • Pubblicato in Flash news
Micromega
07 06 2013

E’ quindi solo un caso di colpa medica, di cure inadeguate. Stefano Cucchi sarebbe morto a causa di negligenza, imperizia o imprudenza medica. La sentenza sulla morte di Stefano Cucchi ci lascia basiti, esterefatti. Leggeremo le motivazioni della sentenza che ha assolto i poliziotti. Vedremo cosa ci sarà scritto. Se per esempio vi sarà riferimento a ignoti responsabili di pestaggi non accertati, a indagini che non si sono concentrate sulle violenze, alla difficoltà di individuare chi commette brutalità nei luoghi istituzionali oppure se si ribadirà la tesi di Carlo Giovanardi secondo cui Cucchi sarebbe morto perché era un tossicodipendente malato e debole.

Il corpo di Stefano Cucchi abbiamo potuto vederlo tutti. Abbiamo potuto vedere, grazie alla forza e al coraggio della famiglia, i segni di quanto gli era accaduto. Erano nostre allucinazioni? Stefano è morto dopo che è stato arrestato perché in possesso di droga, portato in una caserma dei carabinieri, tradotto in carcere, condotto in tribunale, ricoverato in un  paio di ospedali. Decine di uomini e donne con responsabilità pubbliche si sono avvicendati nel prenderlo in consegna. Ora con la sentenza del tribunale di Roma pagano in modo misurato alcuni medici. Tutti gli altri sono assolti. Molti non sono neanche entrati nell’inchiesta.

II pubblico ministero che indagava sulle violenze che avvenivano nel carcere di Teramo, dove un graduato della polizia penitenziaria diceva “si pesta di sotto”, ha dovuto archiviare tutto; alzando le braccia ha stigmatizzato l’omertà che regna nelle istituzioni reclusorie. Lo spirito di corpo prevale sulla verità.

Cucchi è morto e la tortura in Italia non è un reato. Quello che segue è un appello: andiamo a firmare in massa le tre leggi di iniziativa popolare sulla giustizia e i diritti che molte associazioni hanno promosso. Una di queste è per la introduzione del delitto di tortura nel codice penale. Dimostriamo che non siamo una minoranza. Il 26 giugno è la giornata indetta dall’Onu per ricordare le vittime della tortura. Ricordiamo Stefano firmando in massa. Ci vogliono 50 mila firme per poi indurre il Parlamento a legiferare.

Ricordo che nei prossimi giorni il tribunale di Firenze dovrà giudicare alcuni poliziotti penitenziari resisi responsabili di violenze avvenute nel carcere di Sollicciano. Antigone è parte civile. Ricordo anche che il 14 giugno la Cassazione sentenzierà su Bolzaneto.
Per quanto ci riguarda insistiamo e insisteremo perché vi sia giustizia ogniqualvolta è violata, calpestata la dignità umana delle persone in custodia dello Stato. Nel caso di Stefano Cucchi non ci resta che sperare nei giudici di appello.

Patrizio Gonnella

Cucchi, la pubblica accusa saranno i movimenti

  • Giovedì, 06 Giugno 2013 13:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
06 06 2013

E ora che faranno i pm del caso Cucchi? Ricorreranno contro la sentenza appena pronunciata? No perché questa sentenza li smentisce di brutto in ognuna delle sentenze di reato ipotizzate a monte di un'inchiesta mai fatta davvero. No perché sembra che tutto cominci per Stefano Cucchi al suo ingresso in ospedale, nel repartino penitenziario del Pertini. E anche lì non è che sia successo granché. I condannati, i medici, non sono stati riconosciuti colpevoli di abbandono di incapace ma di omicidio colposo come se fosse caduto un vaso di gerani, per sbaglio, dal balcone sulla tempia di un passante. No perché è come se Cucchi non sia transitato per le grinfie di un buon numero di carabinieri e poi di un buon numero di secondini, con una notte tra caserme e guardine, un transito in tribunale e un'altra nottataccia tra Regina Coeli e il Fatebenefratelli.

E no, perché qualcuno a Cucchi gl'ha menato nonostante gli spasmi estivi della procura per cercare antiche fratture di Stefano e le distrazioni dei superperiti che hanno guardato le vertebre con occhi strabici. Qualcuno l'ha pestato ma non ci sarebbero prove sufficienti per inchiodare tre agenti di polizia penitenziaria che, alla lettura della sentenza, sono sbucati fuori esultando: «Amo svortato!» che a Roma vuol dire all'incirca: "Ce l'abbiamo fatta, c'hanno creduto, chi se lo sarebbe mai immaginato!». E le loro gentili signore tra il pubblico indignato ad alzare il dito medio come fece la Santanchè agli studenti dell'Onda. Come a dire vaffanculo a tutti voi che cercate verità e giustizia. E vaffanculo a Lucia Uva che aspetta da quattro anni che venga interrogato l'unico testimone della notte in caserma di quel fratello che s'è dovuta ispezionare da morto prima di poterselo piangere. Vaffanculo a Grazia Serra che suo zio, il maestro Mastrogiovanni, è stato ucciso da un Tso che l'ha legato a letto ma chi lo legò l'ha fatta franca in primo grado. E, perché no?, vaffanculo a Claudia Budroni che è ancora all'inizio di storie come questa, ché suo fratello s'è beccato una pallottola a bruciapelo due anni fa e ancora non è pronta la periza balistica.

Ma soprattutto, vaffanculo ai Cucchi che hanno avuto l'ardire di non accontentarsi della provvisionale (centomila euro a testa ai genitori, 80mila alla figlia Ilaria e 20 ciascuno ai due nipotini di Stefano) ma di inseguire verità e giustizia, di non accontentarsi di una versione ufficiale che, da subito, ha tirato dentro i carabinieri in un cono d'ombra inviolabile, e poi non ha voluto espolorare il corpo del trentunenne romano che era stato arrestato dopo una soffiata ma con addosso una quantità minima di hashish da scatenare la reazione rabbiosa, probabilmente, di chi lo prese con le mani nel "sacchetto".

Quel corpo parla di un ragazzo praticamente paralizzato a poco a poco che già in tribunale non riusciva a stare seduto, camminava appoggiandosi al muro e nemmeno riusciva a parlare. La registrazione delle sue ultime parole in pubblico svela un dolore che mozzava il fiato. Le carte erano sbagliate quella mattina: risultava un albanese sei anni più anziano e senza fissa dimora. Nessuno ha chiesto scusa per quell'errore marchiano. Provateci voi ad andare in tribunale con un pezzo di carta inesatto.

Fabio Anselmo, l'avvocato anche di Aldrovandi, Uva, Ferrulli ecc..., se lo aspettava: «Lo Stato garantisce, con comportamenti sistematici, l'impunità. Tre anni fa avevo previsto questo momento. Questo è un fallimento dello Stato, perché considerare che Stefano Cucchi è morto per colpa medica è un insulto alla sua memoria e a questa famiglia che ha sopportato tanto. E' un insulto alla stessa giustizia. In questo processo lo Stato non ha risposto. Ad esempio non sono stati identificati gli autori del pestaggio». Fino a un minuto prima delle 17.33, i familiari del geometra trentunenne, incredibilmente pacati durante questi anni, credevano nella giustizia. Poi è stato come se glielo avessero ammazzato di nuovo quel figlio.

E i cinquanta, tanti ne hanno ammessi, che erano sui sedili del pubblico, lontanissimi in fondo la bunker lungo come un campo di calcio, sono rimasti in piedi come erano all'ingresso della corte. Da lì la scritta che la legge è uguale per tutti nemmeno si legge. Qualcuno impreca, grida "assassini", che altro ti verrebbe in mente?, in tanti piangono le stesse lacrime di Ilaria.

Erano venuti perfino da Bergamo o da Cesena, come Filippo Narducci pestato anche lui mentre faceva benzina da tre poliziotti che lo hanno sequestrato ma su cui a Forlì pare non ci sia chi ha le palle per indagarli. Tutti erano pronti anche a fischiare le autorità come gli sfidanti sindaci: Alemanno perché ha inventato l'emergenza sicurezza speculando sulla paura delle persone, Marino perché ha voltato le spalle alla famiglia non appena ha pensato di correre per il Campidoglio.

I carabinieri in assetto da guerra si imbizzarriscono, si schierano come se fossero allo stadio o davanti alla Thissenkrupp di Terni. Un funzionario della digos cerca di strappare dai corrimano uno dei contestatori. I colleghi del funzionario filmano tutto. Potrebbero esserci delle nomination. Ma intanto si placa tutto. La gente aspetta fuori per salutare i Cucchi. Parte l'dea di una assemblea, domani stesso, in una piazza di San Lorenzo, per tenere aperto lo spazio pubblico che denuncia la malapolizia, la repressione, il securitarismo (ore 18 in piazza dell'Immacolata) ne uscirà fuori, probabilmente, la convocazione di un corteo per essere ancora vicini alla famiglia di Stefano.

di Checchino Antonini

Il Fatto Quotidiano
05 06 2013

E’ stata una notte difficile per Ilaria, Rita e Giovanni. Una notte senza sogni. “Siamo tesi ma sereni, perché sappiamo di aver fatto tutto il possibile”. Dopo tre anni e mezzo, nel pomeriggio si saprà chi ha ucciso Stefano Cucchi, il geometra di 31 anni morto nel reparto detentivo dell’ospedale romano Pertini sei giorni dopo il suo arresto per droga. La terza Corte d’Assise di Roma, presieduta da Evelina Canale, si è riunita in camera di consiglio poco dopo le 9,30, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia. E già a quell’ora non sono mancate le polemiche: molte persone, venute a dare sostegno alla famiglia Cucchi, sono state bloccate all’ingresso dagli agenti della polizia penitenziaria, incaricati di far entrare per primi i giornalisti, i cui accrediti, però, non si riuscivano a trovare.

Lungaggini burocratiche, viste con sospetto da qualcuno, che la dicono lunga sul clima di tensione venutasi a creare intorno all’esito del processo. “Non hanno voluto far vedere alla Corte che c’è tanta gente che aspetta giustizia”, si lascia scappare Ilaria, la sorella di Stefano. Alla sbarra ci sono tre poliziotti penitenziari e nove medici del Pertini, accusati a vario titolo di abbandono di incapace, abuso d’ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni ed abuso di autorità. Secondo i pm Barba e Loy, che hanno chiesto condanne comprese tra i sei anni e otto mesi e i due anni di reclusione, Cucchi fu picchiato nelle camere di sicurezza del tribunale di Roma mentre era in attesa dell’udienza di convalida del fermo, e poi in ospedale fu reso incapace di provvedere a se stesso e lasciato senza assistenza.

Un’agonia durata sei interminabili giorni, durante i quali i suoi genitori, Rita e Giovanni, hanno invano bussato alle porte del nosocomio. E sono stati proprio loro, insieme con Ilaria, a combattere ancora, per questi lunghi tre anni e mezzo, “per ottenere ciò che dovrebbe essere un nostro diritto: la verità”. La famiglia, costituitasi parte civile e supportata dall’avvocato Fabio Anselmo (lo stesso dei casi Aldrovandi, Uva e Ferrulli), ha in realtà dovuto scontrarsi soprattutto con la Procura e con i suoi periti, incapaci – a detta dei Cucchi – di vedere fratture e lesioni e di puntare dunque l’accusa tutta sul pestaggio. Durante l’ultima udienza Anselmo ha presentato un’approfondita memoria che sembra mettere nero su bianco il quadro clinico riscontrato durante l’autopsia sul corpo di Stefano. Se i giudici la tenessero in considerazione, non potrebbero che rimandare gli atti in Procura per ulteriori indagini.

Cucchi, la richiesta del pm: "Condannare tutti gli imputati"

  • Martedì, 09 Aprile 2013 12:16 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
09 04 2013

Le richieste della pubblica accusa durante il processo nell'aula bunker di Rebibbia al processo per la morte del giovane avvenuta il 21 ottobre 2009: 6 anni ai medici, 4 agli infermieri e 2 agli agenti di polizia penitenziaria

Condannare tutti gli imputati sotto processo per la morte di Stefano Cucchi. Questa la richiesta di condanna fatta dai pubblici ministeri ai giudici della III corte d'assise della Capitale. Sotto accusa i dottori Aldo Fierro, responsabile del reparto di medicina protetta dell'ospedale Pertini 6 anni e 8 mesi. Per la dottoressa Stefania Corbi sono stati chiesti 6 anni. Per Luigi Preite de Marchis e Silvia Di Carlo, 5 anni e 6 mesi. Per gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe, il pm Maria Francesca Loy ha sollecitato la pena di 4 anni. Tutti i sanitari sono accusati a diverso titolo di abbandono di persona incapace.

Secondo il magistrato è stata riscontrata una "sciatteria assoluta" nel modo in cui era tenuta la cartella clinica di Cucchi. Tutto il personale medico e infermieristico deve rispondere anche di favoreggiamento e omissione di referto. A carico di Rosita Caponetti è ipotizzato invece il reato di falso e abuso d'ufficio. Per lei sono stati chiesti due anni. Per gli agenti di polizia penitenziaria sono stati chiesto 2 anni. I tre sono: Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici. Loro devono rispondere di lesioni personali aggravate.

Oggi è stata giornata della requisitoria dei pubblici ministeri nell'aula bunker di Rebibbia, a due anni dall'avvio del processo davanti alla terza corte d'Assise di Roma per la morte di Stefano Cucchi. I pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy hanno chiesto alla corte, presieduta da Evelina Canale, di condannare i dodici ritenuti responsabili della morte di Cucchi,cnel reparto protetto dell'ospedale Sandro Pertini il 21 ottobre del 2009 a una settimana dal suo arresto per possesso di stupefacenti.

La sentenza del processo ci sarà entro il 22 maggio. Per quella data infatti il presidente della III Corte d'Assise di Roma ha stabilito l'ultima udienza. Fitto i calendario: la prossima udienza è in programma il 10 aprile quando è previsto l'intervento della parte civile. Il 17 aprile i primi interventi dei difensori.

In aula oggi i genitori di Stefano Cucchi, il padre Giovanni e la madre Rita Calore, costituiti parte civile nel procedimento insieme alla sorella Ilaria. Presenti anche alcuni dei dodici imputati per la morte del geometra romano.

La requisitoria. "I tre agenti di polizia penitenziaria non hanno mai chiamato il medico, dopo aver preso in consegna Stefano Cucchi, prima dell'udienza di convalida quella mattina", ha detto in un passaggio della sua requisitoria il pm Vincenzo Barba davanti ai giudici della corte d'assise di Roma. "Samura ha sentito il pestaggio che ha subito Cucchi. Proprio il fatto che lui dice solo di aver ascoltato e non visto gli da proprio ulteriore attendibilità - ha detto parlando del cosiddetto 'supertestimone', un immigrato del Gambia che fu portato in carcere lo stesso giorno del giovane geometra poi deceduto - Samura ha parlato delle lesioni avute da Cucchi, ci ha mostrato come lui gli fece vedere il colpo ricevuto sulla gamba. E quando trovammo i pantaloni che aveva indosso la vittima abbiamo avuto l'ulteriore conferma della veridicità del racconto di Samura. Vedendo le 'strisciate' di sangue all'interno della gamba del pantalone si capisce".

"Tutti volevano farsi grandi con la morte di Cucchi", ha accusato il pubblico ministero Vincenzo Barba. Che ha ricordato le difficoltà affrontate nel corso delle indagini a causa ''del clamore mediatico insopportabile'' e in particolare per proteggere quello che ritiene essere il testimone ''credibile'', l'immigrato Samura Yaya. "Abbiamo avuto l'esigenza di tutelarlo come fonte di prova - ha continuato Barba - A un giorno dall'incidente probatorio tutti hanno tentato di raggiungerlo, anche il senatore Stefano Pedica. Noi abbiamo dovuto fare una lotta impari per difendere la nostra fonte di prova da un attacco politico e giornalistico, tutti volevano farsi grandi con la morte di Cucchi. Il processo è stato difficile - ha detto il pm Barba - anche a causa di varie rappresentazioni dei fatti che sono state portate fuori dal processo.

I mass media hanno influito sull'opinione pubblica. C'è chi ha voluto dare una rappresentazione della realtà diversa da quella emersa dal processo''. ''Sin dall'inizio - ha sottolineato ancora - i pm hanno operato nell'ombra senza clamori mediatici emersi in seguito non certo per nostra volontà. Abbiamo voluto dare massimo spazio a tutte le parti in causa, a tutte le loro richieste. Ma l'impatto mediatico è divenuto sempre più invasivo, ci sono state ben due commissioni che hanno indagato contemporaneamente a noi e con evidenti interferenze. Ci sono state svariate interrogazioni parlamentari fino a numerosi tentativi di depistaggio da parte di personaggi che noi abbiamo inserito nella lista testimoniale''.

"Ci sono tre punti chiave di questo processo: Stefano Cucchi fu picchiato mentre era in una cella di piazzale Clodio; fu ricoverato al Pertini pur essendo gravi le sue condizioni; la condotta del personale sanitario dell'ospedale fu caratterizzata da lacune, omissioni e incurie che rivelano un vero e proprio e stato di abbandono del paziente che essendo detenuto non poteva scegliere da chi farsi curare", ha proseguito il pm Barba durante la requisitoria . Il magistrato ha quindi aggiunto che il ricovero all'ospedale Sandro Pertini "per isolarlo dal mondo, dalla sua famiglia e nascondere quanto accaduto nelle celle di piazzale Clodio".

E ancora: "Cucchi e la sua malattia sono stati trattati come una mera pratica burocratica come si evince dal certificato di morte, una farsa in cui si parla di morte naturale. Niente degli ultimi giorni della vita di Stefano Cucchi doveva trasparire dalla documentazione ospedaliera. In sostanza secondo il pm l'amministrazione penitenziaria si sarebbe fortemente impegnata per far ricoverare Cucchi al Pertini benché tale struttura sanitaria non fosse adeguata alle sue condizioni di salute. Per raggiungere tale scopo si attiva anche il funzionario del Prap (provveditorato regionale amministrazione penitenziaria) Claudio Marchiandi. Giudicato con rito abbreviato in altro procedimento questi fu condannato a due anni di reclusione. Tale sentenza è stata capovolta nel giudizio di secondo grado, dove è stato assolto. Pendente il ricorso in Cassazione. "C'è un'evidente falsità di quanto scritto nella documentazione sanitaria da cui sembrerebbe che Cucchi stava benino", ha concluso Barba.

La parola è poi passata al pm Maria Francesca Loy: "L'unica lesione comprovata dalla perizia è quella della vertebra sacrale. In termini di invalidità civile si può affermare che provocò un danno biologico inferiore al 9 per cento, quindi una lesione lieve, modesta, anche se dolorosa. Ma certamente non doveva portare ad un esito mortale". Il magistrato ha sottolineato che "i medici legali più famosi d'Italia si sono concentrati su questa vicenda". L'atto di violenza subita da Stefano Cucchi fu "gratuito e inutile", ha continuato il pm Loy proseguendo nella sua requisitoria davanti ai giudici della III corte d'assise. "Cucchi era una persona di una magrezza patologica di quelle che abbiamo visto di rado, per lo più nei film che raccontano quanto successo ad Auschwitz", ha commentato.

Poi ha affrontato la questione delle lesioni riportare da Cucchi: "Secondo tutti i periti sono modeste anche se dolorose - ha detto - Siamo convinti che le lesioni cagionate dalla penitenziaria siano state, più che un pestaggio, probabilmente una spinta o un calcio che lo ha fatto cadere a terra. Una violenza gratuita inflitta nei confronti di un detenuto che in quel momento teneva un comportamento ritenuto insopportabile. Stefano Cucchi era lungi da essere un giovane, sano e sportivo - ha aggiunto - era tossicodipendente da circa trent'anni con gli effetti devastanti che ciò comporta per il corpo di una persona.

Soffriva inoltre di crisi epilettiche da quando aveva 18 anni. Due volte all'anno circa negli ultimi dieci anni si è recato al pronto soccorso per traumi, abusi d'alcol. Non è normale per un giovane sano. Periti definiscono le sue condizioni di grave deperimento organico. Durante la degenza al Pertini ha perso dieci chili. Le botte non sono una concausa della morte ma hanno una valenza occasionale. Non ci sono elementi - ha ribadito il pubblico ministero - per collegare la morte alle lesioni. Non gli danno nemmeno lo zucchero, non gli prendono il battito cardiaco. Questi sono chiari elementi di indifferenza dei medici nei confronti del paziente".

Per Loy, il comportamento dei medici e degli infermieri del Pertini "non fu colposo, ma un chiaro sintomo dell'indifferenza che hanno avuto nei confronti di quel paziente". Nessun dubbio quindi per il pm sulla configurabilità del reato di abbandono di persona incapace nei confronti del personale che curò Cucchi al Pertini, stesso reato ipotizzato anche nel caso del naufragio della Costa Concordia. "Anche di fronte a un paziente maleducato, che rifiuta le cure e il cibo - ha aggiunto - non si doveva lasciar perdere, dagli esami erano evidenti le gravi condizioni, se cosi non fosse meglio cambiare mestiere".

Le perizie. "I medici dell'ospedale Sandro Pertini, con condotte colpose o con imperizia o con negligenza, non hanno saputo individuare la patologia da cui era affetto il paziente Stefano Cucchi, di cui ne sottovalutarono le condizioni. L'evento morte era prevedibile". Era stato il parere dei periti (i milanesi Cristina Cattaneo, Mario Grandi, Gaetano Iapichino, Giancarlo Marenzi, Erik Sganzerla, Luigi Barana) incaricati dalla terza corte di assise di Roma di stabilire le cause della morte di Stefano Cucchi.

"La causa della morte di Stefano Cucchi - dice testualmente la perizia - per univoco convergere dei dati anamnestico clinici e delle risultanze anatomopatologiche va identificata in una sindrome da inanizione".  "Con il termine di morte per inanizione - scrivono i periti - si indica una sindrome sostenuta da mancanza (o grande carenza) di alimenti e liquidi".

Replica la famiglia Cucchi. "Riteniamo inaccettabile e gravemente offensive le dichiarazioni del pm Barba sul conto di Stefano e di tutti noi. Continuo chiedermi chi sono gli imputati nel processo per la morte di mio fratello. Affermare, o peggio alludere al fatto che noi non avessimo riferito ai carabinieri, durante la perquisizione in casa nostra, che Stefano avesse anche un'altra casa a Morena per nascondere la droga, da noi stessi poi ritrovata e denunciata, è un comportamento intollerabile oltre che incomprensibile. Tra l'altro nessuna indagine è stata fatta su chi l'abbia data a Stefano. I pm nella loro ansia accusatoria dimenticano che mio padre aveva regolarmente denunciato alla Questura la presenza di Stefano in quella casa", ha precisato Ilaria Cucchi, sorella della vittima. "Io e la mia famiglia ci siamo sottoposti a questo processo lunghissimo e dolorosissimo.

Continuiamo a sperare che si riconosca verità su quanto accaduto a Stefano e per questo riponiamo estrema fiducia nella Corte. Non possso accetare che non venga riconosciuta la verita su quello che è successo a Stefano tutto il resto non mi interessa - ha aggiunto con gli occhi lucidi - La verità la sanno tutti io, speravo che entrasse anche nell'aula di giustizia e continuo ad avere fiducia nella Corte: ripongo in loro tutta la mia fiducia, perché ogni risposta che non sia coerente con quanto accaduto a Stefano, ogni risposta ipocrita noi non la possimo accettare. L'atteggiamento che abbiamo notato oggi in aula è perfettamente coerente con quello che e stato l'atteggiamento della procura per tutta la durata del processo, tanto che spesso viene da chiedersi chi sono gli imputati nel processo per la morte di mio fratello.

La responsabilita dei medici è assolutamente gravissima e innegabile, loro non sono piu degni di indossare un camice, questo lo abbiamo sempre detto e continueremo a sostenerlo fino alla morte. Loro avrebbero potuto salvare mio fratello e non lo hanno fatto, si sono voltati dall'altra arte e non si può far finta di niente, come non si può far finta che Stefano sarebbe finito in quell'ospedale per cause che non c'entrano con il pestaggio. Non si può negare che Stefano fino a prima del suo arresto conduceva una vita assolutamente normale".
Huffingtonpost
30 01 2013

Mi chiamo Ilaria Cucchi.
Mio fratello era Stefano.
Non posso quindi essere felice se qualcuno viene messo in carcere.
Posso però esser vicina a Patrizia e Lino. E posso sperare. Sperare ancora.
Sperare che anche a Roma, dove gli uffici giudiziari sono più vicini ai palazzi della politica, la Giustizia non faccia sconti e la legge sia uguale per tutti.
Posso sperare che, come è avvenuto per Federico, i giudici che si sentono raccontare teorie astratte su improbabili cadute ultra complesse o su morti annunciate che nulla debbono avere a che fare con i reali carnefici, non abdichino alla superficialità della convenienza politica di tesi imbarazzanti ed offensive per la verità.
La Giustizia, per esser tale non deve avere compromessi perché la verità non tollera compromessi. È verità e basta. La Verità è una sola, il resto non ha dignità per lo Stato civile e veramente democratico.
Non farei mai a cambio con Patrizia e Lino perché ogni sacrosanto giorno vedo il dolore dei miei genitori nei loro occhi. Perdere un figlio è qualcosa di disumano, insuperabile.
Ma oggi, mentre andrò in tribunale, vorrei essere al Nord, in Emilia o a Milano.
Più lontana dai palazzi della politica, con una procura al mio fianco, e non da sola con il mio avvocato.
Questo vorrei.
A Patrizia e Lino nessuno potrà mai restituire Federico ed il vuoto incolmabile che ha lasciato loro.
Ma la sua dignità sì. E' stata restituita. La Giustizia ha funzionato senza vendette. Ma con competenza ed efficacia. Senza sconti, condizionamenti o paure.
Sono felice per loro. Ho una speranza. Prego ora per Stefano.
Penso alle sue fratture vecchie o postume.
Sfortunato da vivo come da morto.
Ma vado avanti, da ieri avrò più forza.

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