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Nelle strade poco illuminate si rischia di più. E Ask. fm è un sito dove, volendo, si può picchiare al buio. Con le parole, che non fanno meno male. Il suicidio di Amnesia, come si faceva chiamare in rete la quattordicenne padovana, è solo l'ultimo caso. Ad agosto si era impiccata Hannah Smith, una sua coetanea inglese. A settembre era stata trovata senza vita la dodicenne della Florida Rebecca Sedwick. "Meriti seriamente di morire" era uno dei messaggi che sconosciuti avevano postato sulla sua pagina. ...

Ragazza di 14 anni spinta a uccidersi dagli insulti su Ask.fm

  • Martedì, 11 Febbraio 2014 11:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
11 02 2014

CITTADELLA Ha scritto per chiedere scusa, per non essere dimenticata, perché mamma e papà la perdonassero di averli delusi. Poi si è gettata nel vuoto ed è morta trenta metri più in basso. Non è stata una decisione improvvisa, un colpo di testa: da settimane pianificava la sua morte e aveva confidato il suo disagio manifestandolo anche con atti autolesionisti, ma nessuno aveva capito che faceva sul serio. La quattordicenne di Fontaniva che si è tolta la vita buttatasi domenica pomeriggio dalla terrazza sul tetto dell'ex hotel Palace di Borgo Vicenza a Cittadella ha scritto di suo pugno cinque lettere: una è quella che la nonna ha ritrovato a casa.

Era indirizzata alla mamma e in basso – a caratteri microscopici – la ragazzina annunciava quello che avrebbe fatto. Accanto allo zainetto lasciato sul tetto dell'albergo, i carabinieri hanno trovato altri quattro fogli: un pensiero per i genitori e poi lettere per un'amica e due amici. All'interno c'erano parole semplici: pregava i compagni di perdonarla e di non dimenticarsi di lei, mentre a mamma e papà chiedeva scusa perché li aveva delusi. Non ci sarebbe quindi una spiegazione netta e definitiva del gesto, se non l'enorme fragilità dell'adolescenza e la fatica di crescere che talvolta appare insopportabile ai ragazzi. Una fatica che la giovanissima avvertiva da tempo, di cui non aveva dato alcun segnale in famiglia, ma che aveva confidato agli amici più cari.

Uccidere e uccidersi sono parole che ricorrono spesso nelle sue risposte sul social «Ask.fm». Nella chat cercava di sfogarsi raccontando un mondo che la opprimeva e la sfiancava. La sua non era una posa, ma un dolore vero: si stupiva di se stessa quando sorrideva, come se il sorriso la rapisse da una costante situazione di tristezza, da una dimensione cupa, che forse chi le voleva bene sentiva semplicemente come un modo di atteggiarsi “dark”. Una moda. Eppure utilizzava un'icona a fare da sfondo ai suoi pensieri di morte: l'immagine in bianco e nero di una donna che tiene un cartello con la scritta “help”, aiutatemi. L'ultima richiesta d'aiuto, in fondo, l'aveva lasciata nella lettera alla mamma, in piccolo aveva scritto: “Vado a buttarmi al Palace”.

Gli insulti su Ask. «Fammi una domanda», è lo slogan di Ask.fm. Ad Amnesia (questo il soprannome usato dalla ragazzina suicida) non ne è stata risparmiata nessuna. «Cosa stai aspettando?» «Di morire», rispondeva lei. Un flusso continuo di botta e risposta. Condito da insulti e inviti: «Secondo me tu stai bene da sola!!!!!!!!!!! fai schifo come persona!!!», «spero che uno di questi giorni taglierai la vena importantissima che ce sul braccio e morirai!!!! » (scritto così nel sito, ndr). Senza risparmiarle pesanti allusioni sessuali e proposte oscene, che lei respingeva con battute acide. In questi mesi Amnesia ha risposto 1148 volte alle domande che le arrivavano su Ask. Fino a 9 giorni fa. Poi tutto si è interrotto.

Tra domande e risposte ansie, certezze e paure di ogni adolescente. Il timore di essere grassa e la soddisfazione di esser dimagrita fino a 55 chili. L’accusa di non fumare davvero, di non bere come tutti gli altri: «Sei una ritardata, grassa e culona, fai finta di fumare, ma non aspiri, fai finta di bere, ma non bevi, fai finta di essere depressa per attirare l'attenzione, sei patetica». Con il senno di poi tanti piccoli segnali, tante richieste di aiuto. «Cosa credi che accada dopo la morte? Non lo so diosss, ogni tanto ci rifletto anche D:». «Dove pensi che vivrai tra cinque anni? Vivrò tra 5 anni? wow :')». «Qual è l'ultimo libro che hai letto? Il diario di una ragazza suicida (stupendo tra l'altro)». E quella storia dei tagli sulle braccia, fatti con un temperino. La tempestavano di richieste di foto delle ferite. Aveva ceduto ma poco dopo aveva tolto l’immagine. «Secondo me, i tagli sono tutti delle piccole bocche che gridano aiuto», ammette. «Ti tagli solo per farti vedere...», insistono. «Sì certo, mi rovino la vita solo per farmi vedere, rovino tutto il mio corpo, al punto di non ricordarmi più com’era la mia pelle normale, solo per farmi vedere, certo, è come dici tu, sì», risponde ironica.

Domande anche al fidanzato. Ora che Amnesia non c’è più su Ask non risparmiano domande crudeli neppure al ragazzo con cui era insieme da quasi un mese: «Come farai ora che lei si è suicidata? Ho i miei veri amici vicino che mi aiuteranno a passare questo difficile momento x me, cmq spero che LEI vi distrugga la VOSTRA VITA dall'alto a chi l'ha fatta star male fino a oggi». Ask non si ferma: il flusso di domande è continuo. Tra i ragazzini è quasi un must. È tutto più grande dei loro 14 anni. Ma anche loro sono più grandi di quello che sembrano.

Cos’è Ask.fm. Ask è uno tra i social preferiti dagli adolescenti. Va forte tra i 13 e i 16 anni. Creato da un’idea dei fratelli lettoni Ilya e Mark Terebin, è un social network con 60 milioni di iscritti. Una gran parte sono under18. È basato sul meccanismo della domanda e risposta. Ognuno ha un profilo personale e c’è uno spazio bianco per porre domande: la casella «Chiedi in forma anonima» è già flaggata. Di base quindi ci si parla senza conoscersi. Tra gli adolescenti serve per rinfacciare quello che a volte non si ha il coraggio di dire in faccia. Per insinuare, per offendere, per vendicarsi, per minacciare. Funziona molto meglio da quando c’è l’app per il telefonino. È come un sms: un trillo e ti arriva una domanda. Puoi rispondere in poche parole. E poi forse te ne arriva un’altra. Per tanti ragazzi diventa compulsivo, quasi un’ossessione. In questi anni Ask è stato trascinato sul banco degli imputati per i fenomeni di cyberbullismo. Ask però è un mezzo come un altro. È un social che gli adulti non conoscono, a cui la scuola non riesce a educare. Su Ask Amnesia non era poi così debole. La vita invece l’ha travolta.

Abbatto i muri
02 12 2013

Una che sulla bacheca facebook ha varie notiziole femministe viene a scrivermi sulla pagina qualcosa tipo (ho la screenshot): “ora che ti sei messa contro le femministe ci sono più maschi che te la danno?“.

Un altro che presume di essere femminista parla di possibili vantaggi di carriera dato che parlo coi “maschi”. E io rispondo che se volevo fare carriera dovevo stare un po’ più vicina al femminismo istituzionale e non a fare la libertaria anarchica senza legacci di nessun tipo.

Un’altra, che vomita veleno da mattina a sera contro di me, dice che mi sarei “svenduta” e lei che ama tanto tutelare le prostitute mi dà praticamente della zoccola.

Poi c’è quell’altro che mi dice che svendermi mi avrebbe portato chissà quali vantaggi. A chi e quali non si capisce.

E’ il metodo di gente che invece che ragionare di cose politiche fa gogne e attacca gli oppositori in termini personali, demonizzando me, perché parlo un’altra lingua che non è la loro. Gente che dedica il proprio tempo in battaglie umanitarie (sul web) e che sa solo crocifiggere e infamare chiunque non la pensi come loro.

Si sentono vittime, mie. Di me che elaboro, analizzo, racconto teorie e leggo la realtà in un modo differente. E poi neppure in senso tanto originale. Ma tutto quello che ‘sta gente profondamente autoritaria e ignorante non capisce, esattamente come avveniva nel medioevo, lo attribuisce al diavolo, demone disumanizzato, e dunque si sentono in diritto di insultare, attaccare, massacrare una persona per “salvare” le donne che di fronte ai miei ragionamenti sarebbero in pericolo.

Io sono stremata. Da un anno mi porto dietro ‘sta gente che cominciò a perseguitarmi fin nel momento in cui iniziai a scrivere FinchéMorteNonViSepari, che era un tentativo di elaborazione altra, fuori dalla narrazione antiviolenza ufficiale e istituzionale, paternalista e autoritaria che come sapete poi ha portato dritto dritto al decreto sicurezza che non piace a nessuna. Era una cosa che avevo intuito molto tempo fa. La direzione intrapresa. Cercavo strumenti di lettura per me e da condividere con le altre. Cercavo chiavi di interpretazione indipendenti e le ho trovate.

Non hanno capito nulla perché la gente conservatrice e miope non capisce chi guarda un poco più lontano e perciò non mi hanno perdonata. Per loro non può esistere una voce critica del femminismo istituzionale. Non può esistere una che dà del paternalista al tizio che si presentò un bel giorno a dirmi che avevo la sindrome della colpa della vittima e non può esistere una che ha mandato a quel paese l’armata del bene che voleva aggiustare la mia narrazione. In ogni caso, appunto, da quel momento in poi, non essendomi fatta aggiustare, non fanno che combattermi ossessivamente.

Stanno in raduno tra donne che mi odiano, da prima, chissà, da sempre, perché sono livide di invidia, perché non hanno mai messo forse un piede nelle piazze, perché fanno solo paranoico “attivismo” sul web e non le ho neppure mai viste in faccia. Poi c’è il paternalista che si intromette nella dialettica tra femminismi stabilendo scomuniche per me e avendo l’ambizione di “salvare” le altre femministe dalla cattivissima Eretica. Insieme, tutti quanti, sono pieni di risentimento personale e dunque donne riunite a farsi difendere da paternalisti pieni di ottime intenzioni e perfettamente realizzati in quel ruolo fanno branco e mi massacrano.

Massacrano me. Sono andati in processione a chiedere un anno fa al collettivo di femminismo a sud di scomunicarmi. Poi sono andati a chiedere al gruppo di maschile plurale di prendere una posizione “ufficiale” contro di me. Ridicoli, tutto sommato. Poi hanno di che ridire contro chiunque condivida i link con i miei contenuti, perché quello che dico io non deve circolare e per non fare circolare i miei contenuti contenuti raccontano balle su di me.

Delegittimare la persona affinché nessuno legga quel che scrivo, sappia delle mie idee, faccia circolare quello che io rendo visibile. Di donne, uomini, gay, lesbiche, trans, sex workers, migranti.

Non hanno nulla da ridire su quello che scrivo, perché io non scrivo nulla di misogino. Non sanno argomentare il loro dissenso. Proprio non lo sanno fare. Dunque il loro modo per screditarmi è spiare ossessivamente il numero dei like e se ne arriva uno di un troll o di qualcuno che loro sanno antifemminista ecco dimostrato che dunque io sarei una persona molto cattiva.

Teorie complottiste, processo alle intenzioni, cultura del sospetto, una ricerca incessante di prove, dettagli, righe, contatti, disonestà intellettuali, virgole decontestualizzate attraverso le quali screditarmi. E il risultato è che il branco si autogalvanizza, immagina di avere ragione, che sia davvero giusto quel che fanno, rovinarmi la vita e le giornate, mettere alla gogna le uniche persone che mi difendono apertamente e che non subiscono le loro intimidazioni morali.

Perché è quello che fanno, di pagina in pagina: intimidiscono moralmente la gente che teme un atteggiamento ritorsivo, il post gogna anche contro di loro, quelli che osano condividere un mio link e dunque in tant* mi leggono di nascosto ma non possono condividere i miei link e questo è veramente paradossale dato che siamo nel 2013 quasi 2014.

Tiranneggiati da un gruppo di persone che dicono di sapere cosa sia la violenza sulle donne e che contro di me fa questo.

E tutte le persone a loro vicine chi lo sa perché gli vanno dietro, non distinguono paternalismi da femminismi autodeterminati, sanno, vedono, leggono quello che ‘sta gente scrive anche di me. Conoscono i loro metodi, che sono quelli di cercare modi per screditare chiunque non la pensi come loro. Sanno ma non prendono posizione.

Sono io che ho dovuto cambiare aria. Aprire un altro blog, un’altra pagina facebook, non intervenire MAI, pena la gogna e l’infamia, presso bacheche di altra gente, non scambiare due chiacchiere neppure con amici e amiche in pubblico salvo in zone sicure o in privato.

‘Sti tizi tengono a corte i loro comizi quotidiani contro di me, fiumi di parole che risuonano ovunque io vada e mi inseguono. Qui, o su facebook, ovunque si osi condividere un mio link, sul blog del fatto quotidiano. Ovunque. Sono sempre lì a pretendere che io accetti l’evangelizzazione e che al limite mi produca in una conversione, sono lì e assieme a loro, istigati e autogalvanizzati dal tiro all’Eretica, ci sono altre persone che mi insultano, offendono il mio privato, la mia vita, i miei affetti e neppure sanno chi io sia, non mi conoscono, non li conosco.

Chi vede tutto questo e tace e non dice nulla e poi parla di “violenza sulle donne” cosa ne parla a fare? Chi legge e tace e dice “ma beh, pure lei però, scrive, e vedi quello che scrive, se l’è cercata” come fa poi a parlare di antiviolenza? Davvero. Come fate?

Se avete in mente che una persona vittima di questo genere di angherie debba esservi simpatica allora di questioni di violenza non avete capito nulla. Una vittima non ha da essere né simpatica, né parlare un linguaggio consono e neppure deve essere la vostra amica, donna, compagna ideale. Una vittima di violenza non deve essere allineata alle vostre idee.

E se non siete in grado di riconoscere la violenza in questo frangente, giusto quando oggetto ne è una che non ha l’aureola, è umana, dice cose sporche e non ha in mente né di mostrarsi “vittima” come la intendete voi né di piegarsi a raccontarvi la tragicità della sua esistenza facendovi sentire utili mentre la salvate, una che continua nonostante tutto a sostenere la propria indipendente posizione perché non si piega a compromessi con nessuno, allora è meglio che smettiate perché non avete capito un cazzo. Ché le vittime di violenza stanno a schiena dritta, tenaci, determinate, quando resistono a quella violenza perché l’hanno riconosciuta nonostante tutto il mondo attorno la neghi o ne sia complice.

Giusto per stabilire delle precise differenze: di fatto io non vado mai in giro a rompere le ovaie alla gente dicendo loro di non condividere i link di quelli che non amo leggere. Non sto lì a fare post con attacchi alla persona perché io parlo di politica. Dura, a modo mio, ma è analisi politica e non c’è nulla di personale contro nessuno. E quando capita che parlo di qualcun@ che io critico non vado in giro per tutta facebook o per tutto il web a pisciare sul territorio e a stabilire limiti oltre i quali quella persona non dovrà avere spazio, diritto di parola e agibilità politica. Con la gente con cui ho scambi, in accordo o disaccordo, io semplicemente parlo, non la insulto, non ho risentimento né livore, perché si fa così, con rispetto.

Per aver difeso me c’è una persona, che a questo punto a me è molto cara, e che è oggetto di gogne e contro/gogne. Le si chiede, così come è stato chiesto ad altri, di prendere le distanze e legittimare le loro balle, ovvero quello che loro pensano circa il mio modo di raccontare il femminismo.

Ed è spaventoso come non si rassegnino al fatto che qualcuno possa pensarla in modo diverso da loro. Ma i crociati sono così. Devono spegnere a tutti i costi quel che a loro non somiglia.

Insomma. Basta. Sono tentata, again, di spegnere tutto, e mi dà fastidio anche dare spettacolo con ‘sti psicodrammi del cazzo perché io faccio altro nella vita e ho difficoltà molto più gravi e so che queste ritualità del branco sono utili a fare guadagnare loro solo quel tanto di visibilità che sanno recuperare solo in questo modo. Cinque minuti di gloria e di post/vittimismo del branco che a questo punto dirà cose tipo “ohhh, ma guardala, fa la vittima… ripiega nel vittimismo…” e bla bla bla che conosco ormai a memoria. E dopo mille attacchi se io mi permetto di rispondere c’è perfino chi mi minaccia di querela. Loro. A me. Gente che ancora si bullerà di me e continuerà nel dileggio e nella ossessiva attenzione rispetto ad ogni cosa che io scrivo e penso. Dunque non ho vie d’uscita. Devo subire. Tacere. All’infinito. Perché finché io avrò qualcosa da dire e scrivere loro immaginano di avere il diritto di farmi questo. Io esisto, vado in giro con il cervello in minigonna, dunque li “provoco”.

A questo punto ve lo chiedo. Sul serio. Non con me o contro di me. Ma basta persone invisibili che da un lato mi dicono che sono solidali e in pubblico restano zitti e complici e trattano con riguardo questo esercito di bulli. Basta collusioni e complicità. Io ve ne chiedo conto. Politicamente.

Ché se non affrontate questo nodo è inutile che venite a parlarmi di violenza. A meno che non abbiate deciso che io sono la carnefice e che questo branco di persone stia attuando una strenua resistenza ad un mio attacco guerrafondaio volto allo sterminio dell’umanità. Eroi, insomma, ed eroine. Armati fino ai denti per sconfiggere l’Eretica o per metterla al rogo. A voi la scelta. Ma una scelta avete da farla. In termini politici. Non umani, se umanamente vi sentite distantissimi da me, ma politici, per questioni di coerenza, perché se le uniche aggressioni sulle quali sapete costruire commozione e riti collettivi, di lotta e sensibilizzazione, sono quelli in cui si ripete il copione della donna vittima di uomini mostruosi o quelli in cui non si parla di una faccenda che vi riguarda da vicino allora è come se da occidentali neocolonialisti vi dedicaste un po’ alla fame nel mondo avendo il frigo pieno.

Io non sono niente. Io non conto niente. Io sono obbligata a ritenere di non meritare stima, rispetto, considerazione. Questo è quello che tutta questa gente continua a dirmi. E io non so che fare, davvero.

Voi. Quell* che credono nella cultura, nella prevenzione, nella responsabilizzazione collettiva e non nella repressione. Decidete. E nel frattempo, io penso se devo o meno chiudere la baracca. Statemi bene tutt* quant*.


Quei bambini adescati dai pedofili on line

  • Venerdì, 20 Settembre 2013 13:50 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
20 09 2013

Vittime di abusi sessuali on line, adescati dai pedofili e ricattati per compiere atti sessuali su webcam e forum. A lanciare l’allarme sulla condizione dei bambini britannici sono stati i ricercatori del “Child Exploitation e Online Protection Center” (CEOP), che ha svelato come migliaia di minori siano presi di mira da parte di molestatori in rete, spinti verso atti di autolesionismo, se non verso il suicidio.

GRAN BRETAGNA: INCUBO MOLESTATORI ON LINE PER I BAMBINI – Come ricorda l’Independent, tra ricatti, atti di cyber-bullismo e e abusi sessuali, i pericoli per i bambini in rete sarebbero in aumento. Tanto che in alcuni casi le molestie subite avrebbero portato a tentativi di suicidio da parte delle vittime, hanno avvertito gli esperti. Ingannati e adescati in rete, i bambini – in particolare quelli di età media di otto anni – sono poi costretti a filmarsi attraverso le web cam e compiere nuovi atti sessuali.

Il motivo? Temono che le immagini nude siano inviate alle famiglie, così come minacciato da chi riesce ad attirali con false promesse. I molestatori – hanno spiegato gli esperti del Ceop – utilizzano falsi profili sui social network, approfittando di piccoli ed adolescenti ignari e spacciandosi per adolescenti. Attraverso una recente operazione di polizia in Gran Bretagna è stata scoperta una rete di pedofili stranieri che minacciavano oltre trecento bambini, 96 nel Regno Unito, attraverso i canali on line. Alcune delle vittime hanno poi tentato il suicidio, quando i molestatori hanno minacciato di rendere pubbliche foto imbarazzanti che le riguardavano.

TENDENZA IN AUMENTO – Secondo il Guardian, i numeri confermano come il fenomeno non sia da sottovalutare: negli ultimi due anni, secondo i dati forniti dalle forze di polizia britanniche e di altri paesi, 424 sono i casi di bambini rimasti vittime di ricatti sessuali on-line, 184 nel Regno Unito.

Uno sviluppo del fenomeno più generale del cyber-bullismo, che anche in Italia resta attuale, considerati i casi di suicidio di diversi ragazzini vittime di discriminazioni in Rete (basta pensare alla vicenda della giovane novarese che si è tolta la vita o ai ragazzini omosessuali suicidi perché stremati dagli insulti, ndr).

Secondo i media britannici c’è bisogno di maggiore formazione per gli adolescenti sull’utilizzo responsabile della rete e dei social network: «I giovani devono ricordare che il mondo online è il mondo reale. Le foto possono essere distribuite a migliaia di persone in pochi secondi e non possono mai essere completamente eliminate», ha dichiarato John Cameron, capo del servizio di assistenza NSPCC. «Abbiamo bisogno di educare i giovani, ma anche rassicurarli che i molestatori on line possono essere fermati, che i crimini commessi da chi li minaccia sono gravi e puniti con pene detentive di lunga durata», ha concluso.

RISCHI NON SOLTANTO IN GRAN BRETAGNA – Il fenomeno degli abusi sessuali on line non riguarda di certo soltanto il Regno Unito: già lo scorso anno fu l’organizzazione Save the children a chiedere misure concrete per proteggere i minori: «Un bambino che utilizza il web senza conoscere gli strumenti per capire e gestire un mezzo che ha molte potenzialità ma altrettanti rischi, è un bambino che è potenzialmente sottoposto al pericolo di abusi», aveva spiegato Valerio Neri, direttore Generale di Save the Children Italia.

Lo confermano i continui episodi di cronaca e i numeri mostrati dall’organizzazione: il 32% dei teenager offre il suo numero di cellulare a sconosciuti on-line, rischiando poi di essere adescato per incontri con i loro potenziali molestatori. Il 10,5% dei ragazzi tra i 12 e i 13 anni si dà appuntamento con una persona incontrata in rete, mentre la percentuale cresce fino al 31% nella fascia d’età tra i 16 e i 17 anni. Senza dimenticare come il 6,5% dei primi e 16% dei secondi invii video e immagini di sé nudi. Percentuali pesanti anche per quanto riguarda l’età delle vittime di abusi on line: secondo i dati allora svelati da “Save the Children” nel 78% dei casi hanno meno di 12 anni, nel 4% meno di 3-4 anni.

Alberto Sofia

Contro il cyberbullismo al via "No all'odio in rete"

  • Martedì, 11 Giugno 2013 07:24 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
10 06 2013

Il Consiglio d'Europa ha lanciato dall'Italia la campagna contro la violenza on line. Seminario parlamentare con la presidente della Camera Laura Boldrini e il professor Stefano Rodotà: "Rispetto e dialogo devono diventare la regola"

di VITTORIA IACOVELLA

“Bastarda, spero ti suicidi per evitare che qualcuno si sporchi le mani col tuo sangue“ è scritto su Facebook. Chiara ha 15 anni, a causa di un cyberbullismo che non le da tregua,  soffre di attacchi di panico e depressione. Cerca aiuto fra coetanei, insegnanti, adulti ma lo stillicidio non si arresta, alla fine scrive alla Presidente della Camera, Laura Boldrini: "Da mesi vengo presa in  giro 24 ore su 24, mi hanno abbandonato anche le mie amiche che avevano paura di trovarsi nella mia situazione. Gli insegnanti sono disarmati. La psicologa della scuola aveva troppo istituti da seguire. Gli adulti non ci sono".
Il Consiglio d'Europa lancia dall'Italia la campagna "No hate speech" perché i modi per diffondere l'odio on line sono molti e in continua evoluzione, in particolare sui social network in cui  discriminazione, razzismo e sessismo si diffondono in modo sempre più allarmante. Sono già 34 i paesi europei che hanno deciso di aderire.

Boldrini apre il seminario parlamentare “contro la violenza on-line” raccontando le sue esperienze pre-politiche: "Ho assistito a persecuzioni e mobilitazioni on line in Paesi a democrazia in transizione. Il web è uno spazio di libertà ma la rete può essere anche luogo di istigazione all'odio". E continua "bisogna tutelare il legittimo dissenso ma anche bloccare la deriva".
Parla di rispetto civile Stefano Rodotà,
che in ascensore abbiamo visto incrociare Patrizia Terzoni, deputata del movimento Cinque stelle, che gli diceva sorridendo: "Quantomeno con queste iniziative si mantiene attivo", come parlando a un anziano che si divide tra il circolo bocciofilo e Montecitorio. Il Professore l’ha guardata magnanimo, un po’ perplesso.

"Prima in Parlamento il linguaggio del rispetto e del dialogo era una regola. - sostiene Rodotà quando prende la parola nella sala del Mappamondo- Mi chiedo se sia ancora così". I bulli aumentano e negli anni diventano adulti e non perdono il loro linguaggio.
Secondo uno studio di Save the Children, un bambino su 4 ha subito atti di cyberbullismo. La rete amplifica misoginia, razzismo, antisemitismo, omofobia. Gabriella Dragoni, vice segretario generale del Consiglio d’Europa, annuncia la volontà di intraprendere un’azione globale contro il cyberbullismo: “I diritti umani sono tali anche on line” e denuncia” le ragazze sono le più bersagliate ma anche le più violente”.
"La battaglia non è imbavagliare il Web ma tutelare i minori per evitare che altre Carolina vengano seppellite. - Parla con voce rotta, davanti a una platea di colpo ammutolita, Cristina Zocca, la madre della quattordicenne morta suicida a gennaio - Dobbiamo dare un limite a queste azioni barbare".

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