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Gabriele Paolini: sesso droga e schifo

  • Giovedì, 14 Novembre 2013 16:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

ArticoloTre
14 11 2013

I carabinieri si erano attivati a seguito di una denuncia presentata dai titolari di un laboratorio fotografico di Riccione che ricevono per via telematica da un punto vendita di Roma, in via Nomentana, alcuni file fotografici da stampare che ritraggono scene di sesso tra Gabriele Paolini e alcuni ragazzi che sembravano minorenni.

A seguito di ciò, i Carabinieri di Riccione informano i colleghi del Nucleo Investigativo di Roma che procedono agli immediati approfondimenti sulla vicenda, accertando che i file fotografici in argomento sono stati consegnati per la stampa personalmente dallo stesso Paolini, il quale, nel tempo, si è servito del punto vendita di via Nomentana anche per la masterizzazione su DVD di alcuni video amatoriali da lui realizzati, non ancora cancellati dal server informatico del laboratorio fotografico.

I video riprendono scene di sesso tra Gabriele Paolini e vari ragazzi adolescenti che vengono indotti al compimento degli atti sessuali, dietro promessa di pagamento di somme di denaro e consapevoli di essere video ripresi.

Il lavoro investigativo svolto dai Carabinieri di via in Selci ha quindi consentito di identificare con certezza due dei ragazzi video ripresi, accertando che si tratta di due minori di nazionalità italiana, entrambi sedicenni, studenti.

Un terzo minore identificato, anch'egli sedicenne, romeno, studente, è ripreso nudo mentre il Paolini gli propone di avere un rapporto sessuale con lui.

Gli incontri avvengono in una squallida cantina in uso a Gabriele Paolini che ricordiamo aveva tempo addietro presentato una petizione antipedofilia "Il motivo del raccogliere queste firme – scriveva – è per mettere fine alle crudeltà dei pedofili e degli stupratori. Avendo avuto anche io una brutta esperienza all'età di 15 anni, posso dirvi che queste persone che abusano di poveri bambini sono senza pietà e senza scrupolo ed è per questo che meritano la pena di morte. Quindi sì alla pena di morte per i pedofili e stupratori e sì alla felicità dei bambini".

Ma le indagini cristallizzate dalla procura romana disegnano un quadro di ben altra natura.

Sesso, soldi e droga, è il vortice nel quale il disturbatore televisivo si crogiola.

Un vero e proprio mercato del sesso basato su compensi, se vogliamo risibili, base d’asta 15 euro per arrivare a batterne al massimo 45 per un “rapporto da dietro”.

«Quindici euro vuoi? – i video sono inequivocabili – Ok».

Il giovane, però, dopo un po' si ritrae. Allora Paolini, nel timore che potesse tirarsi indietro definitivamente, aumenta la cifra della prestazione. «Abbiamo fatto trenta, girati un attimo», dice. All'ennesimo rifiuto del minore insiste. Ma il giovane non vuole più saperne. Contemporaneamente però rilancia, chiedendo ed ottenendo, 45 euro per rimanere.

In un altro video infatti, sempre lo stesso ragazzo, durante l'atto sessuale fa notare che il tempo a disposizione è scaduto e Paolini, pur di continuare, offre altri 30 euro.

Nell'ordinanza di custodia cautelare, infatti, il gip Alessandra Tudino, scrive: «Appare all'evidenza come siano proprio le offerte di denaro, iniziali e progressivamente proposte a rialzo, a vincere la resistenza delle parti offese, con ciò configurandosi una specifica modalità induttiva, idonea a condizionare la capacità di autodeterminazione delle vittime».

Non poteva mancare la droga in questa storia oscena. Sempre nei video sequestrati, infatti, Paolini è in compagnia di uno dei minori e, probabilmente prima del rapporto sessuale, fanno uso di sostanze stupefacenti.

«Poi Angelo ce n'ha sette?», chiede il 39enne. «Di grammi», risponde il ragazzo. E ancora Paolini: «Quindi ne prendiamo un po' di più?». «Ehh!", aggiunge il giovane.

Ad aggravare la posizione del «disturbatore» proprio quei video e quelle foto che, secondo gli inquirenti, potevano avere un mercato a parte.

Tutto parte dalla denuncia del titolare di quel laboratorio di fotografia che ha consegnato agli investigatori 94 scatti e 16 video che riprendono Paolini in atti sessuali con diversi giovani minorenni. Reclutati e indotti alla prostituzione, tre appunto identificati e resta da capire quanti altri siano finiti nella rete.

Dopo le baby prostitute dei Parioli, infatti, Roma è ancora una volta teatro di una raccapricciante vicenda.

E’ bastato davvero poco agli investigatori per risalire all'identità di Paolini, che nel frattempo porta altre foto da stampare e dei video da masterizzare, sempre dello stesso tenore. Da quel momento in poi gli investigatori hanno lavorato per individuare i minori coinvolti.

Una perversione portata all'esasperazione che andava avanti da qualche tempo.

La «consumazione di gravi forme di divulgazione, propiziate dalla perdurante dedizione a pratiche analoghe» e il pericolo della reiterazione del reato, sono infatti alla base dell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alessandra Tudino.

Il rischio che Paolini potesse commercializzare le immagini, secondo gli inquirenti, è altissimo. Il mercato pedopornografico, infatti, è molto florido e trova nella rete la sua massima commercializzazione.

Dalle indagini è emerso un profilo che ha reso ancora più preoccupante il comportamento di Gabriele Paolini: la pressione psicologica che il 39enne pervertito esercita sui minori per indurli a tenere rapporti omosessuali con lui, anche contro la loro volontà.

Dalle parole e dai gesti, secondo gli inquirenti, è chiaro l'intento: tenta di coinvolgere i ragazzini in pratiche sessuali: «… la difficoltà, cioè nel senso … sapendo anche quali sono i miei gusti … – dice il Paolini – è proprio una cosa che ti da fastidio? L'idea di un domani … un domani, magari fra un giorno o fra 10 anni, relazionarti in maniera un po' più intima con un uomo, ti da fastidio a pelle, ma non sei razzista».

Vista la resistenza del ragazzo Paolini desiste dal suo intento non senza un pizzico di delusione: «Quindi lo escludi in maniera categorica. Ho capito. D'altronde è giusto anche avere le idee chiare».

In ogni caso un vero e proprio giro di pedofilia e pedopornografia ancora con diversi lati oscuri da approfondire e accertare.

Per i due diciassettenni il disturbatore era un «amico». Nessuno di loro ha segnalazioni di disagio alle spalle e le famiglie sono di normali lavoratori ragazzi» che vanno a scuola e conducono una vita come tanti loro coetanei.

Sono stati adescati via Internet da Paolini col quale hanno però anche una frequentazione per fini non sessuali. In cambio delle loro prestazioni sono stati ripagati con poche decine di euro spesi in vestiti e ricariche telefoniche.

Durante gli interrogatori in forma protetta spiegano che era un «uomo della televisione e personaggio famoso andavano in giro e talvolta erano anche ospiti dei suoi genitori».

Succede al Cara, il centro accoglienza richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto. Lo denuncia l'associazione Arci. "Donne e uomini si prostituiscono mentre nel letto a fianco dormono i bambini". ...
Corriere della Sera
09 09 2013

I racconti dei migranti - di Jacopo Storni

Dovrebbero essere luoghi di transizione dove i profughi da guerre e carestie vengono protetti e ospitati in attesa dell’asilo politico. Finiscono per diventare gironi danteschi dove la delinquenza è la quintessenza di chi attende all’infinito un permesso di soggiorno. Alcol, droga, prostituzione. Sono i centri di accoglienza per richiedenti asilo (i cosiddetti Cara), almeno a giudicare dalle testimonianze raccolte da alcuni degli ospiti delle strutture. I centri italiani attualmente operativi sono otto, quasi tutti al sud. Potrebbero ospitare complessivamente circa 4mila persone, ma dentro ce ne stanno molte di più. Il sovraffollamento è cronico, accentuato anche dai nuovi arrivi dall’Egitto e dalla Siria. L’attesa estenuante.

Il ministero dell’Interno, responsabile dei centri, dice che i profughi vengono ospitati «per un periodo variabile di 20 o 35 giorni». Ci restano più di un anno. E costano circa 5 milioni al mese. I migranti provengono soprattutto da Afghanistan, Pakistan, India, Iraq, Eritrea, Somalia, Nigeria. Hanno vitto e alloggio gratuito e percepiscono un piccolo supporto economico mensile. Possono uscire dai centri quando vogliono, ma spesso le strutture si trovano in aperta campagna, distanti anni luce da una grande città.

È il caso di Castelnuovo di Porto, dove il Cara si trova a 30 chilometri da Roma. Circa 400 gli ospiti (secondo la Prefettura di Roma). Quasi mille (secondo i migranti accolti). Trascorrono le giornate in balia della noia. Impossibile trovare un lavoro senza il permesso di soggiorno. Qualche settimana fila liscia, un paio di mesi si superano. Ma poi? Le giornate diventano sterili fotocopie, ingredienti amorfi di una vita senza orizzonti scritti. Disagio esistenziale che sconfina nella devianza. Capita che le camere si trasformino in ricettacoli di prostituzione, dove i rifugiati pagano le rifugiate per sfogare istinti repressi.
Tutto questo lo raccontano i richiedenti asilo, come Jean Daniel (nome di fantasia), proveniente dall’Africa subsahariana e ospite da quasi un anno al Cara di Roma: «Ho fatto sesso con le nigeriane che esercitano la prostituzione dentro il centro. Ci appartiamo nelle camere che per l’occasione vengono lasciate vuote. Una prestazione costa mediamente venti euro». Alcune donne, spiega sempre Jean Daniel, «vanno a prostituirsi nella periferia di Roma, lasciano il centro dopo cena e rientrano all’alba».

Un altro ospite di Castelnuovo di Porto ci parla dello spaccio di sostanze stupefacenti: «Girano spinelli, si fuma sotto gli occhi degli operatori che gestiscono il centro, nelle stanze, nei corridoi, dappertutto». E poi ci sono gli «ospiti abusivi», tutti quei migranti che non avrebbero diritto di accedere al Cara ma che, riuscendo ad eludere i controlli dei gestori, entrano clandestinamente nel centro: «Dormono nei materassi stesi a terra».
Tante le associazioni che denunciano situazioni esplosive dentro i Cara. Tra queste l’Arci (dove abbiamo incontrato alcuni dei migranti ospiti a Castelnuovo di Porto) secondo cui «in tutti i Cara d’Italia si esercita la prostituzione e in molti casi c’è anche lo spaccio di droga». Non solo: «Spesso in queste strutture sono presenti minori, quasi sempre non accompagnati» spiega Livia Cantore, responsabile asilo dell’associazione. E poi: «C’è una perenne situazione di degrado, sporcizia, sovraffollamento, mancanza di servizi igienici, persone abbandonate a loro stesse, servizi che dovrebbero essere offerti e invece mancano».

La società che gestisce il Cara di Roma, la francese Gepsa, non vuole commentare le testimonianze dei migranti e rimanda la palla alla Prefettura di Roma. Che dice: «Se i migranti sono testimoni di episodi di microcriminalità, potrebbero denunciarli». E si smarca dalle responsabilità di ciò che avviene all’interno della struttura perché «è un luogo di accoglienza» dove «gli ospiti sono persone libere».
"Quando entri al Cocoricò sai che ti prendi la responsabilità (e la gioia, e il brivido) di dover assaporare una notte di intensità rara", perché "il Cocoricò non è rassicurante", avverte sul suo sito la discoteca più famosa d'Italia, che con la sua piramide guarda il mare dall'alto della collina sopra Riccione. Altro che rassicurante: secondo la Questura di Rimini è addirittura un "pericolo per l'ordine pubblico" e "per la sicurezza dei cittadini". ...

Gli Altri
31 01 2013

Quando sono venuta ad abitare all’Alberone, un quartiere semiperiferico di Roma, era il 1990 e mi capitava ancora di trovare siringhe usate in un angolo buio vicino al cancello del garage. A metà del 1992 le siringhe sono scomparse, da allora in poi l’eroina in giro si è vista sempre meno, poi non si è vista più. Si trovavano cocaina a mucchi, pasticche, molte altre sostanze, ma non la roba. Da qualche mese, quasi un anno, invece, la siringa è tornata nell’angolo. Dapprima raramente, poi sempre più spesso. Una notte di dicembre, tornando a casa alle due del mattino, ho fatto conoscenza con il nostro tossico. Anzi, mi ha parlato. “Non le dispiace se sto qui, vero?” ha chiesto, educatissimo. Un ragazzo biondo, con le occhiaie, un vestituccio corretto, le scarpe nuove. Aveva il laccio emostatico in mano, proprio quello da infermiere. Un tossico col laccio non l’avevo mai visto, i miei amici usavano la cintura. Gli ho detto: “Senti, però portati via la siringa”. Sudava, anche se eravamo un grado sotto zero. Gli oppiacei riscaldano. Volendo fare cosa gradita ai pastori himalayani, si porta in dono qualche pallina d’oppio. Allora le capre smettono di belare per la fame e il freddo, e intanto sonnecchiano. Dunque è possibile perfino tagliargli via una fettina sottile di carne viva (bella metafora, eh?). I pastori con quella carne preparano un brodo per i vecchi e le donne che hanno partorito da poco, o almeno così mi raccontava un amico che per ragioni mistiche si arrampica fin lassù da anni, e sa bene che cosa scambiare con un riparo per la notte.

Nella mia generazione (ho 54 anni) siamo divisi in due gruppi: chi si è fatto di roba e chi no. Io non mi sono mai fatta per paura degli aghi e perché l’odore dell’eroina – nel caso avessi voluto spararmela su per il naso – mi faceva vomitare.

Ma non avevo, e non ho, nessuna estraneità verso chi si faceva, come verso chi ha sparato, si è ucciso, si è perso in Oriente, oppure è impazzito. Dentro di me, dentro tutti quelli della mia età e oltre, c’è un cimitero, un mantra di nomi e di amici perduti, pianti e sepolti. Per questo sono in grado di riconoscere un segno particolare che chiamo il “teschio dell’oppio”. È qualcosa di indelebile che resta per sempre, anche quando si sopravvive, o si smette. Traspare persino sotto i segni dell’età, nel viso reso più carnoso dagli anni, sotto qualunque calvizie o sistemazione con la chirurgia plastica, a dispetto del lavoro di un ottimo dentista. Non so perché, ma gli oppiacei lasciano un imprinting che non se ne va più nel corpo e nello spirito, una specie di marchio. E mi accorgo che il teschio dell’oppio è di nuovo in circolazione. Se prendo la metropolitana o salgo sul tram di notte ormai becco almeno un teschio, talvolta due.

Ho un amico che ha cominciato a farsi a 14 anni, il primo e il più giovane tossico della mia città. Era l’inverno del ’74 e l’eroina costava niente. La spingevano a tutta forza sui muretti e davanti ai licei. L’erba e il fumo erano scomparsi, al loro posto offrivano questa polvere a basso prezzo, ce n’era quanta ne volevi. Il mio amico, era bellissimo, efebico, scriveva poesie. Girava anche in inverno con le braccia nude, perché tutti vedessimo i segni dell’ago. I suoi genitori telefonavano ai nostri e li mettevano in guardia, raccontavano di furti di argenteria, sparizioni di quadri preziosi dalla loro bella casa. Alla fine lui si è salvato attraverso peripezie inenarrabili. Ora vive lontano, fuori dall’Italia, esercita con profitto una professione liberale adatta alla sua origine, è tornato nella culla borghese da cui aveva cercato di strapparsi a forza di endovenose di eroina. Eppure, ogni volta che mette piede in città, che torna a rivedere gli anziani genitori o i fratelli, va in giro a cercarsi una dose. E se la spara. Ho un’amica che si è fatta per trent’anni. Nel frattempo ha fatto famiglia, si è inventata un mestiere di enorme successo. Qualche anno fa ha deciso di piantarla lì, si è ricoverata in una clinica. Teme la vecchiaia, il giorno in cui non potrà più uscire a cercare il pusher, immagina di dover chiedere a uno dei suoi figli: vammi a cercare la dose. Un’altra nostra vecchia conoscenza sta facendo i bagagli per trasferirsi in un posto qualunque nel Triangolo d’oro. Là potrà permettersi una pipa al mattino e una alla sera. Qui, una volta andato in pensione, al massimo può farsi di psicofarmaci – almeno finché non crolla la sanità pubblica. A lui gli psicofarmaci non piacciono.

Dopo l’incontro con il tossico sulla rampa del garage, ho passato una notte di insonnia ricordando quello che è successo a noi, e temendo quello che può succedere ai ragazzi cui voglio bene. La fascia a rischio è fra i 15 e i 19 anni, dicono gli esperti. La via è già spianata dall’alcol, il consumo è aumentato moltissimo. Sarà una strage, a meno che non scoppi una rivolta. Io tifo rivolta, sì. Nella rivolta c’è senso, c’è la speranza di rifare il mondo, ci sono creatività, socialità, erotismo. Non vedo altre vie d’uscita. E so per esperienza che la giusta, motivata, sacrosanta rabbia, quando non si rivolge contro un sistema che la crea e la rinnova, allora quasi invariabilmente viene rivolta contro se stessi. Del resto per i ragazzi non c’è niente: non c’è più sicurezza che la scuola serva a qualcosa, non c’è lavoro, non c’è cultura, non c’è protezione, non ci sono attenzione né amore, c’è la brown a sette euro a dose. Ho chiesto in giro: sette euro. Meno della bamba. Roba molto pesante, mi assicurano.

Ad aggravare la situazione, l’eroina è considerata una droga sconfitta, scomparsa, e quindi non c’è allarme sociale, non si riconoscono i sintomi, non si vedono per tempo i segnali. I genitori sono distratti, preoccupati dalla miseria che avanza per tutti, dalla disoccupazione, dai prezzi, da tutto quello che sappiamo, e che viviamo. Il marketing dell’eroina ha ricominciato a lavorare a pieno ritmo. I servizi sono stati smantellati, in modo che gli assassini possano organizzare meglio i profitti, e una potenziale generazione di ribelli – che hanno imparato a battersi allo stadio, e hanno partecipato agli scontri in piazza del Popolo e a piazza San Giovanni – finisca preferibilmente con un ago nel braccio sinistro. I benpensanti, indignati perché i ginnasiali tiravano i sassi agli autoblindo rovinando la loro Bella Festa di Sinistra, oppure quelli che predicano la morale senza chiedersi che cosa brucia dentro i nostri figli, scanseranno le siringhe con il piede, tireranno diritto. Sugli stessi giornali dove ricompaiono in cronaca trafiletti sui morti da overdose, alcuni scriveranno editoriali pensosi perché il loro cane si è punto con un ago ai giardinetti. A proposito: anche la diffusione dell’Aids fra i giovanissimi cresce, e non certo perché fanno l’amore senza protezione.

P.s. Per gli amici cani: ai giardinetti state attenti.

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