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Dove l'8 marzo le donne non festeggiano

Donne doodleGli abusi quotidiani in Egitto e Turchia, gli stupri di gruppo in India, le discriminazioni di segno islamico in Iran e Arabia Saudita distillate con sommo sadismo nel Califfato, l'esodo di 4 milioni di siriane che sostengono da sole le famiglie devastate, gli aborti selettivi in Cina (e India) dove le autorità hanno appena arrestato le attiviste Li Tingting e Zheng Churan, note per le campagne contro le molestie sui bus di Pechino: le donne avanzano anche grazie a grandi uomini come i padri di quelle che avanzano. Ma il terreno è minato. Molto.
Francesca Paci, La Stampa ...

Il Fatto Quotidiano
05 02 2015

Le condanne all’ergastolo comminate a duecentotrenta protagonisti laici e di sinistra della sollevazione del 2011 segna un punto di svolta importante nella politica repressiva dello Stato in Egitto. Il brutale clima intimidatorio e di violenza, che si è scatenato dal luglio 2013, non aveva come unico obiettivo la liquidazione politica (e anche fisica si può dire, dato l’alto numero di morti, feriti e di gente finita in carcere) dei Fratelli Musulmani, come spesso la vulgata mediatica ha fatto credere. Lo scontro, insomma, non era soltanto tra i militari e i Fratelli. Al contrario, il progetto di media scadenza del governo dei militari era la restaurazione dell’ancien regime, e ciò era abbastanza evidente, sin dall’inizio. Ma ora la prova schiacciante l’abbiamo avuta e resta poco da discutere sul punto: la recente assoluzione di Mubarak e la liberazione dei suoi figli, per non menzionare l’assoluzione di altri alti funzionari ed ex-ministri del governo di Mubarak, ha portato ad una riemersione dell’apparato del NDP (National Democratic Party, ovvero il partito di Mubarak).

I fattori che hanno consentito l’escalation della repressione statale in Egitto sono numerosi. In primo luogo, lo sbandamento delle forze laiche e di sinistra, ben sintetizzato nell’endorsement del leader Hamdeen Sabahi al generale al-Sisi, ma anche da parte dei sindacati, compresi quelli indipendenti. Allo stesso tempo bisogna anche tenere conto di un certo bisogno di stabilità che ha prevalso per un periodo nei movimenti e nei partiti di sinistra, che restano comunque formazioni politiche deboli, con scarso radicamento territoriale e particolarmente frammentate (il che non dovrebbe sorprendere più di tanto, visto che si tratta di un paese uscito dalla dittatura nel 2011). La loro debolezza si è del resto notata in questi ultimi due anni, anche a causa della incapacità di riprendere, almeno in parte, le piazze delle più grandi città.

I tentativi, poi, del governo dei militari di dare un po’ di fiato all’occupazione, con le grandi opere, tipo la costruzione del nuovo canale di Suez, hanno portato molte forze politiche a sottovalutare o a chiudere un occhio sull’aumento della violenza e della repressione di Stato.

A questi elementi occorre aggiungere la drammatica situazione nel Sinai, che meriterebbe più di un post per essere adeguatamente descritta ed analizzata. La persistente infiltrazione jihadista ha causato negli ultimi mesi decine di morti e feriti nel Sinai, in particolare tra le forze armate e di polizia. La risposta governativa è stata massiccia: con un intervento militare pesante, con l’imposizione del coprifuoco in una vastissima zona del Sinai (motivo che – secondo molti – ha portato l’intera regione verso la recessione), con il caos mediatico, realizzato sia attraverso la non rivelazione del numero reale delle vittime sia attraverso l’attribuzione esplicita ed implicita delle azioni terroristiche ai vecchi nemici, ovvero ai Fratelli Musulmani.

Si tace, o meglio non si parla ad alta voce delle infiltrazioni dell’ISIS o di altre organizzazioni terroristiche nel Sinai, i cui leader non sembrano, al momento, avere bisogno del supporto dei Fratelli per portare avanti i loro “affari” e le loro strategie di terrore (come ampiamente dimostrato in Siria e in Iraq). Ma l’estensione della paranoia terroristica in tutto il territorio del paese (fatto inevitabile se si attribuisce la colpa degli attentati ai Fratelli) è evidentemente utile in questo momento a chi governa, perché consente l’applicazione su larga scala di leggi liberticide e, di conseguenza, il totale “ripristino dell’ordine”, cioè del vecchio ordine.

Alla fine dei conti, comunque, il “ripristino dell’ordine”, dal luglio 2013 ad oggi, ha creato di fatto i presupposti di un permanere all’opposizione degli islamici, mettendo nel contempo in un angolo stretto le forze laiche e rivoluzionarie, che ora vengono anche brutalmente e per lungo tempo incarcerate. I duecentotrenta ergastoli sono, in questo senso, un evidente tentativo di eliminazione definitiva dalla scena politica delle forze più attive e impegnate nelle sollevazioni del 2011.

Eppure…i controrivoluzionari, di ogni rango e colore, farebbero male, molto male a stappare lo champagne. Il movimento dei lavoratori in Egitto è rimasto in piedi, nonostante anche su di loro si sia abbattuta, con forza, la repressione governativa. Diversi sono stati infatti gli scioperi nella solita Mahalla al Kubra, ma anche a Helwan, per quanto le loro rivendicazioni in questo periodo siano rimaste prevalentemente di tipo economico. Con i lavoratori egiziani sono rimasti in piedi anche tutti i problemi sociali, politici ed economici, ovvero tutti i motivi che spinsero, nel 2011, milioni di egiziani a protestare e a cacciare Mubarak e soci. La repressione e la progressiva cancellazione delle libertà sono sotto gli occhi di tutto il mondo, così come sono evidenti le conseguenze della crisi economica, della disoccupazione galoppante e delle disuguaglianze crescenti.

In piedi e sveglia è rimasta però anche la memoria delle diciotto giornate rivoluzionarie del 2011 tra i giovani egiziani. Sì, parlo di quei “giovani” di cui ora non frega più niente a nessuno in occidente, dopo averli naturalmente osannati come “eroi della democrazia” solo quattro anni fa.

Iside Gjergji

Egitto, altre 183 condanne a morte

  • Martedì, 03 Febbraio 2015 09:16 ,
  • Pubblicato in Flash news

Amnesty International
03 02 2015

Al culmine di una campagna mediatica che chiede l'esecuzione dei responsabili degli attacchi contro l'esercito e la polizia, il 2 febbraio 2015 183 imputati sono stati condannati a morte nel processo d'appello per l'attacco alla stazione di polizia di Giza dell'agosto 2013, in cui morirono 11 agenti di polizia.

Il processo d'appello non è stato celebrato in un tribunale ma all'interno del Centro di polizia di Tora, presenti e testimoni unicamente agenti di polizia e familiari delle vittime. Non tutti gli imputati hanno potuto assistere al processo e tra quelli cui è stato consentito di presenziare, molti non hanno potuto ascoltare il contenuto dell'udienza né parlare con gli avvocati difensori perché isolati da una pesante vetrata scura. Agli avvocati della difesa non è stato consentito di rivolgere domande ai testimoni dell'accusa.

"Ormai, emettere condanne a morte in massa nei casi riguardanti l'uccisione di agenti di polizia è diventato quasi la regola, a prescindere dai fatti e senza alcun tentativo di accertare le responsabilità individuali. Queste condanne a morte devono essere annullate e gli imputati devono essere sottoposti a un nuovo processo, in linea con gli standard internazionali sull'equità dei giudizi e senza il ricorso alla pena di morte" - ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Finora, 415 persone sono state condannate a morte, in quattro distinti processi per l'uccisione di agenti di polizia. In profondo contrasto, l'ex presidente Hosni Murabak è andato assolto per l'uccisione di centinaia di manifestanti nella rivolta del 2011 e non c'è stato un solo caso in cui le forze di sicurezza siano state chiamate a rispondere per l'uccisione di 1000 manifestanti nell'agosto 2013.

Egitto, una rosa e le sue spine

"I miei personaggi Saliha e Kamel rappresentano una metafora degli obiettivi non raggiunti dalla rivoluzione". Incontro con lo scrittore Alaa al-Aswani, all'indomani dell'uccisione di Shaimaa el-Sabbagh. [...] Con il suo gesto di portare una rosa in piazza Tahrir ha voluto dire che la rivoluzione continua. 
Giuseppe Acconcia, Il Manifesto ...

La borsa di Shaima El Sabbagh

  • Martedì, 27 Gennaio 2015 09:27 ,
  • Pubblicato in Flash news

Nazioneindiana.com
27 01 2015

Una lettera in borsa

di Shaima El Sabbagh, attivista e poetessa egiziana, uccisa dal regime il 24 gennaio mentre portava fiori rossi a piazza Tahrir, per ricordare l’anniversario delle rivolte del 2011

Non sono sicura

Davvero, non era altro che una borsa

Ma da quando l’ho persa, sono guai

Come affrontare il mondo senza di lei

Specialmente

Perché le strade ci ricordano insieme

I negozi conoscono più lei che me

Perché era lei a pagare

Riconosce l’odore del mio sudore e le piace

Conosce tutti gli autobus

E ha un rapporto diverso con ogni autista

Ricorda il prezzo del biglietto

Ed ha sempre gli spiccioli giusti

Una volta ho comprato un profumo che non le piaceva

Me l’ha fatto versare tutto così non potevo mettermelo

A proposito

Ama anche la mia famiglia

E si porta sempre dentro una fotografia

Di tutti i suoi cari

Chissà cosa prova ora

Forse è piena di paura?

O disgustata dalla puzza di sudore di un’estranea,

Infastidita dalle nuove strade?

Fermandosi in uno dei negozi dove entravamo insieme

Sceglie ancora gli stessi articoli?

Comunque le chiavi di casa le ha lei

E allora sto qui ad aspettarla.

Tradotta in inglese dall’arabo da Maged Zaher e in italiano dall’inglese da Pina Piccolo

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Pina Piccolo, poetessa e traduttrice, risponde idealmente a Shaimaa e alla sua dolce poesia.

 

Messaggio della borsa a Shaimaa

Ti chiedo perdono, Shaimaa, habibi

ché vorrei essere stata più dura dell’acciaio

ma non sono che debole pelle di vacca

poca cosa contro metallo impuro

Cosa darei per aver potuto fare da scudo

al tuo tenero corpo

gemma di primavera

Sarei stata la tua corazza

contro la scheggia schizzata da epoche lontane

che prepotente osa fermare

il cammino umano

serva di Faraoni

che si cibano di linfa vitale.

In mano fiori rossi, li portavi alla Memoria

perché nel grande cuore del mondo

non si spengano le primavere.

Insieme a te non potrò più percorrere strade

non potrò più portare dentro le tue cose care

Le foto di tua figlia

Le tue chiavi

I nostri acquisti mondani

Ma per sempre sentirò

quel tuo profumo di calicanto

intenso che il cuore riscalda

nel dilagare dell’inverno

Pina Piccolo, per Shaimaa, 26 gennaio 2013

 

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