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Attivista uccisa, mentre porta una rosa a Tahrir

La polizia ha sparato a Shaimaa El-Sabbagh, dell'Alleanza socialista, che muore tra le braccia del marito. [...] Oltre 16 morti per il quarto anniversario dalle rivolte. Per le strade delle città egiziane la disillusione e lo sconforto hanno lasciato spazio alle più cruente proteste da un anno a questa parte. Ma per sdegno e dolore, la morte di Shaimaa El-Sabbagh è senz'altro la vicenda che segnerà non solo queste nuove contestazioni ma l'intero impegno politico anti-regime della frammentata e divisa sinistra egiziana.
Giuseppe Acconcia, Il Manifesto ...

Amnesty: "Si fa politica sul corpo delle donne"

Non usa mezzi termini Amnesty International per definire la violenza contro le donne in Egitto. Secondo il rapporto Circoli infernali. Violenza pubblica, domestica e statale contro le donne in Egitto, "la violenza contro donne e ragazze ha raggiunto un livello impressionante" nel paese nord-africano, sia tra le mura domestiche sia in pubblico, comprese le aggressioni di gruppo e la tortura nei centri di detenzione. Le carenze legislative e un'impunità radicata vengono citate come le prime cause.
Giuseppe Acconcia, Il Manifesto ...

Corriere della Sera - Le persone e la dignità
21 01 2015

In Egitto la violenza contro le donne e le ragazze ha raggiunto un livello impressionante, sia tra le mura domestiche che in pubblico, comprese le aggressioni di gruppo e la tortura nei centri di detenzione. In un rapporto, diffuso il 21 gennaio, Amnesty International accusa il governo di al Sisi di non fare nulla per limitare la violenza: “Recenti riforme di poco conto non hanno posto rimedio alle carenze legislative e un’impunità radicata continua ad alimentare una cultura di ordinaria violenza sessuale e di genere”.

“In ogni aspetto della loro vita, di fronte alle donne e alle ragazze egiziane si presenta, in onnipresente agguato, lo spettro della violenza fisica e sessuale. Tra le mura domestiche, molte sono sottoposte a vergognosi pestaggi, aggressioni e violenze da parte di mariti e parenti. In pubblico subiscono costanti molestie e aggressioni di gruppo, cui si aggiunge la violenza degli agenti statali”– ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Negli ultimi mesi, le autorità egiziane hanno annunciato alcune iniziative specifiche, come l’introduzione di una legge contro le molestie sessuali. Tuttavia, l’impegno assunto pubblicamente dal presidente Abdel Fattah al-Sisi di contrastare il fenomeno non si è ancora tradotto in una strategia coerente ed efficace. Le autorità continuano a non riconoscerne la dimensione e non assumono le misure necessarie per fermare concretamente la violenza contro le donne e la radicata discriminazione nei loro confronti.

“Nel corso degli anni, i vari governi egiziani hanno da un lato esaltato i diritti delle donne in quello che è risultato un mero esercizio di pubbliche relazioni, dall’altro hanno usato la violenza contro le donne per guadagnare vantaggi politici nei confronti dei loro avversari. Chi era al potere ha accusato l’opposizione di essere responsabile dell’endemica violenza contro le donne e ha promesso riforme, senza mai attuarle” – ha sottolineato Sahraoui.

In un sondaggio di UN Women, compiuto nel 2013, il 99% delle donne e delle ragazze egiziane ha riferito di aver subito una forma o un’altra di molestia sessuale. Da quando nel 2014 è stata introdotta la legge che punisce le molestie sessuali con una pena minima di un anno di carcere, le condanne sono state pochissime e la vasta maggioranza delle donne attende ancora giustizia. Anche quando chiedono aiuto, capita spesso di sentirsi ignorate o trattate con disprezzo dalla polizia o dal sistema giudiziario.

Amnesty International chiede alle autorità di adottare una strategia, tanto promessa quando ritardata, per contrastare la violenza sulle donne.

“Le autorità hanno fatto grandi promesse ma di fatto hanno realizzato una piccolissima parte di quelle riforme complessive di cui c’è disperato bisogno. Le donne sono una parte fondamentale della soluzione ai problemi che l’Egitto sta affrontando. È giunto il momento che le autorità presentino un piano per porre fine ad anni e anni di violenza e discriminazione” – ha commentato Sahraoui.

Negli ultimi anni sono aumentate le aggressioni sessuali e gli stupri in luoghi pubblici, specialmente al Cairo nel corso delle manifestazioni di piazza Tahrir e dintorni ma il rapporto denuncia anche il deplorevole trattamento cui sono sottoposte le donne al momento dell’arresto e durante la custodia. Numerose di esse hanno riferito di essere state sottoposte a maltrattamenti e torture da parte delle forze di sicurezza durante la fase dell’arresto e di aver subito violenza sessuale.

Un capitolo a parte merita la violenza domestica. Secondo un sondaggio del ministero della Salute quasi la metà delle donne ha subito qualche forma di violenza domestica. Le testimonianze raccolte da Amnesty International parlano di brutali violenze fisiche e psicologiche tra cui percosse, frustate, bruciature e reclusione in casa. Il sistema giudiziario non le aiuta.

“Le misure recentemente adottate per proteggere le donne sono ampiamente simboliche. Le autorità devono dimostrare che non si tratta di misure di facciata facendo tutto il necessario per attuare il cambiamento e contrastare le attitudini dominanti nella società egiziana” – ha concluso Sahraoui.

Monica Ricci Sargentini

Il Corriere della Sera
30 12 2014

Il 2015 potrebbe aprirsi con una buona notizia per la libertà d’informazione.

Giovedì 1° gennaio la Corte di Cassazione, il massimo organo giudiziario egiziano, esaminerà l’appello di Mohamed Fahmy, Peter Greste e Baher Mohamed, i tre giornalisti di Al Jazeera arrestati il 29 dicembre 2013 e condannati il 23 giugno 2014 a sette anni di carcere, più altri tre anni per Mohamed, colpevole anche di aver raccolto come souvenir la cartuccia di un proiettile.

La Corte di Cassazione potrebbe confermare definitivamente le condanne oppure annullarle e rinviare il caso a un tribunale inferiore per un nuovo processo. C’è anche una terza possibilità: quella della grazia in nome degli “interessi nazionali”, ventilata dal presidente Abdel Fattah al-Sisi il 20 novembre in un’intervista a France 24.

Fahmy, Greste e Mohamed, considerati prigionieri di coscienza da Amnesty International, sono stati giudicati colpevoli di diffusione di notizie false, possesso di attrezzature senza permesso e assistenza alla Fratellanza musulmana.

Nelle 12 udienze in cui si è svolto il processo, la pubblica accusa non è mai stata in grado di dimostrare le accuse nei confronti dei tre imputati e ha ostacolato i tentativi degli avvocati difensori di contestare le prove. Non è mancato neanche un tentativo di estorsione, quando l’avvocato di Fahmy si è visto chiedere 1.200.000 lire egiziane per poter visionare un filmato trattenuto dalla procura.

In aula, i testimoni dell’accusa sono caduti in contraddizione rispetto alle dichiarazioni scritte rese all’inizio dell’inchiesta. Gli esperti convocati dalla pubblica accusa non hanno saputo dire quali immagini fossero state alterate o quali attrezzature fossero prive di permesso.

Nella sentenza di 57 pagine si può anche leggere il pregevole argomento giuridico secondo cui i tre giornalisti di Al Jazeera sono stati aiutati dal diavolo.

Mohamed Fahmy è in cattive condizioni di salute. In carcere è stato operato per una frattura al braccio destro e ha contratto l’epatite C.

Sempre giovedì, la Corte di cassazione esaminerà l’appello di altri quattro prigionieri processati insieme ai tre di Al Jazeera: Sohaid Saad Mohamed Mohamed, Khaled Mohamed Abdulraouf Mohamed, Shadi Abdul Hameed Abdul Azeem Ibrahim e Khalid Abdulrahman Mahmoud Ahmed Abdowaahab, a loro volta condannati a sette anni per appartenenza alla Fratellanza musulmana e complotto contro la reputazione internazionale dell’Egitto.

Il Fatto Quotidiano
15 12 2014

di Riccardo Noury 
Portavoce di Amnesty International Italia

Secondo un rapporto del gruppo antimolestie Harassmap, diffuso dalla stampa egiziana la settimana scorsa, il 95,3 per cento delle donne del Cairo ha subito molestie sessuali, molto spesso in pieno giorno, mentre camminavano o erano a bordo dei mezzi di trasporto pubblico della capitale.

Questo risultato emerge da un questionario distribuito a 300 donne e 150 uomini residenti nel territorio metropolitano della Grande Cairo. Il 77,3 per cento degli uomini ha ammesso di aver fatto molestie sessuali.

Fa riflettere la diversa definizione, emersa dai focus group organizzati da Harassmap, che le donne e gli uomini danno delle molestie sessuali: per le prime, comprendono anche i gesti osceni, le espressioni verbali scurrili, i pedinamenti e gli inseguimenti; per i secondi, si limitano all’aggressione fisica, altrimenti è semplicemente un “provarci”.

L’81,8 per cento delle donne si è sentito ferito o disgustato dall’esperienza della molestie sessuali: azioni non contrastate nel momento in cui accadevano (solo il 17,7 per cento degli intervistati ha detto di essere intervenuto per difendere le donne) né perseguite sul piano penale (per il timore di essere stigmatizzate sul piano sociale e familiare, poche donne hanno denunciato i molestatori).

I risultati della ricerca di Harassmap riflettono quelli di un altro studio, pubblicato quest’anno dal Centro di ricerche sociali dell’Università americana del Cairo e dal gruppo delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne, sull’incidenza delle molestie sessuali nei quartieri di Ezbet al-Haggana, Mansheyet Nasser e Imbaba.

L’80 per cento delle donne intervistate ha riferito di aver subito molestie sessuali.

Le risposte sulle cause delle molestie sessuali sono sconfortanti (ma non particolarmente nuove anche dalle nostre parti): per l’85 per cento degli intervistati, le molestie sessuali sono incoraggiate dalle donne, dal modo in cui vestono o per come “camminano”. Non poche sono le donne che si colpevolizzano per le molestie, mentre altre risposte le attribuiscono alla disoccupazione, all’assenza di sicurezza, alla droga, ai mezzi d’informazione e alla mancanza di educazione religiosa.

Dopo lo scandalo degli stupri di gruppo e della violenza sessuale di massa in piazza Tahrir e nei suoi dintorni durante le periodiche manifestazioni e i raduni per gli anniversari della rivoluzione del 25 gennaio 2011, le autorità egiziane non riescono ancora a eliminare questa piaga. La nuova legge è vista con scetticismo, le condanne sono ancora poche. Le donne del Cairo continuano ad aver paura.

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