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I militari egiziani sbattono i gay in prima pagina

Erano forse raccolti in una delle sale, nascosti dal vapore, mentre nel bagno turco "Porta del mare" del quartiere Ramsis, nel centro del Cairo, la musica shaabi a tutto volume calcava il giorno di festa. 33 persone sono state arrestate e detenute con le accuse di "dissolutezza" (l'omosessualità non è illegale in Egitto): la più grande retata anti-gay nella storia egiziana. 
Giuseppe Acconcia, Il Manifesto ...

Il Fatto Quotidiano
01 12 2014

Riccardo Noury
Portavoce di Amnesty International Italia

Tre settimane fa, in questo blog, avevamo descritto gli attacchi portati dall’esercito israeliano contro le abitazioni della Striscia di Gaza, durante l’operazione Margine protettivo. Attacchi dall’alto, a elevata tecnologia.

Al confine meridionale della Striscia, a Rafah, l’Egitto distrugge le abitazioni in modo più tradizionale: a colpi di dinamite e coi bulldozer.

Non ci sono i morti che provocano i missili dal cielo, ma le macerie sono le stesse e i numeri impressionanti: 802 abitazioni completamente distrutte, 1165 famiglie sgomberate a forza nei giorni successivi al 24 ottobre, quando un attacco al posto di blocco militare di Qaram Al-Qawadis, nel Sinai settentrionale, ha ucciso almeno 33 soldati. Subito dopo, è stato dichiarato lo stato d’emergenza, incluso il coprifuoco notturno e il divieto assoluto per i media di fornire informazioni sulle attività militari nella zona.

Per il diritto internazionale e per la stessa Costituzione egiziana, quella delle autorità del Cairo è stata un’azione arbitraria e illegale. Le demolizioni hanno polverizzato interi edifici. Agli abitanti non è stato dato preavviso, offerto un alloggio alternativo o fornito un risarcimento adeguato.

Le testimonianze raccolte da Amnesty International sono chiare:

“Non mi hanno mai informato dei piani di sgombero, ne avevo solo sentito parlare alla televisione. Nessun funzionario si è presentato da noi per spiegarci come fare domanda per il risarcimento”.

“Ho saputo che dovevo lasciare la mia casa solo quando un bulldozer ha demolito la parete esterna. Poi è arrivato un militare a dirmi che dovevo andarmene immediatamente, dato che la casa sarebbe stata abbattuta il giorno dopo. Di lì a poco, era tutto un pullulare di blindati e il cielo era pieno di elicotteri”.

“I miei vicini hanno rifiutato di andarsene. Li ho visti discutere coi soldati, poi questi hanno fatto irruzione nella loro casa coi cani e con le armi. L’hanno demolita poco dopo, con tutti i mobili e i ricordi di famiglia”.

Per gli sgomberati è stato disposto un risarcimento di 101 euro, più un minimo di 78,50 euro e un massimo di 134,60 euro per metro quadro.

Cifre insufficienti, ammesso che questi risarcimenti verranno effettivamente versati. Anche se a volte permanenti da generazioni, le abitazioni erano state costruite abusivamente su terreni di stato, come è considerata tutta la terra del Sinai.

L’obiettivo dichiarato del Cairo è quello di creare una zona cuscinetto di almeno mezzo chilometro lungo il confine con la Striscia di Gaza, per impedire l’arrivo di armi ed esplosivi dai tunnel e l’appoggio logistico della popolazione di Rafah.

Di questo parla infatti il decreto legge 1875/2014 emesso il 29 ottobre, che dispone l’evacuazione dell’area di Rafah e, in caso di rifiuto, lo sgombero con la forza. L’annuncio è stato dato in televisione, con tanto di ultimatum di 48 ore, e tanto è bastato alle autorità per ritenere singolarmente informate le famiglie prossime allo sgombero.

Il governo egiziano si trova a fronteggiare grandi problemi di sicurezza nel Sinai settentrionale, dove dal 3 luglio 2013 (il giorno della deposizione di Mohamed Morsi) sono stati uccisi almeno 238 membri delle forze di sicurezza, molti dei quali ad opera del gruppo armato islamista Ansar Bait al-Maqdishas.

Proteggere i confini è un dovere di ogni stato ma – questo vale per tutti – ciò va fatto evitando di violare i diritti umani delle popolazioni civili. Al di là delle conseguenze economiche e dell’impatto psicologico delle demolizioni, per la popolazione di Rafah la zona cuscinetto significa un’ulteriore separazione dai parenti che vivono nella Striscia di Gaza. E non è detto che finirà qui.

Il 21 novembre, infatti, il generale Abdel Fattah Harhour, governatore del Sinai settentrionale, ha dichiarato che, dopo aver svuotato un’area lunga 13,8 chilometri e larga 500 metri a ovest di Rafah, l’operazione potrebbe essere estesa per altri cinque chilometri per farvi rientrare e distruggere tutti i tunnel che portano alla Striscia di Gaza.

La massiccia presenza delle forze di sicurezza nel Sinai non sembra peraltro avere alcuna conseguenza sull’operato delle bande che da cinque anni gestiscono un turpe traffico di esseri umani dall’Africa sub-sahariana, che ha coinvolto decine di migliaia di vittime (soprattutto del Corno d’Africa, in particolare eritrei) sottoposte a sevizie, molte delle quali poi uccise.

Assolto Mubarak, cancellata piazza Tahrir

La vicenda egiziana offre una spettacolosa versione in quattro tempi della circolarità della storia: c'è il regime trentennale di Mubarak, trasformato di fatto in una monarchia; c'è la ribellione popolare; c'è il radicato partito islamista dei Fratelli Musulmani; c'è l'esercito, che approfitta dell'insofferenza popolare contro l'inetto e triviale governo di Mohamed Morsi e dei Fratelli musulmani.
Adriano Sofri, La Repubblica ...

In Egitto stampa sotto tiro. E Morsi rischia la forca

  • Giovedì, 20 Novembre 2014 16:01 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Manifesto
20 11 2014

Mohammed Morsi, l'ex presidente egiziano in carcere dopo il golpe militare del 3 luglio 2013, rischia la pena di morte.

E' la richiesta della procura generale egiziana nel processo in cui il leader dei Fratelli musulmani, tenuto per mesi in isolamento, è accusato di spionaggio in favore di Hamas e Hezbollah. ...

Egitto. Il giro di vite contro la libertà delle Ong

  • Mercoledì, 29 Ottobre 2014 10:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
29 10 2014

Le Organizzazioni non governative non si aspettavano di avere meno libertà nell'Egitto di al Sisi. Ma stanno entrando in vigore leggi regressive e nuovi regolamenti che rischiano di limitarne la capacità di azione.


Poco dopo l'elezione di al Sisi, in un annuncio su un giornale apparso a luglio del 2014, il ministero degli Affari sociali chiedeva a tutte le Ong egiziane di registrarsi, sulla base della legge n.84 del 2002.

Questa legge riduce ulteriormente il già limitato margine di manovra permesso alle attività delle Ong e introduce ulteriori restrizioni sulle loro attività e sulle procedure per costituirle.

Diverse Ong pubblicarono allora una dichiarazione congiunta in cui dichiaravano il proprio rifiuto di registrarsi sulla base delle norme di una legge restrittiva dell'era di Mubarak. Esprimevano, con quella dichiarazione, l'auspicio che nell'Egitto della presidenza di al Sisi ci potesse essere maggiore libertà.

Per tutta risposta, il ministero degli Affari sociali aveva accettato, il 1° settembre 2014, di prorogare di due mesi la scadenza del termine per la registrazione delle Ong, fino al 10 novembre, soprattutto a causa della pressione del Consiglio nazionale egiziano per i diritti umani (Nchr).

Ora che la scadenza si avvicina, è utile capire che cosa questa registrazione implichi per le Ong e per i loro partner.

La legge 84 del 2002 riguarda soprattutto le associazioni di sviluppo comunitario e le fondazioni civiche. Secondo Human Rights Watch, la legge consente al governo di rifiutare alle Ong la richiesta di affiliarsi a organizzazioni internazionali. Dà anche al governo il “potere di chiudere le Ong secondo la sua volontà, congelarne le risorse, confiscarne la proprietà e bloccarne i fondi”.

Per questo, molte Ong hanno chiesto l'abolizione di questa legge fin dalla sua emanazione nel 2002.

La risposta dei differenti governi è stata debole; molte bozze di legge sono state proposte, ma nessuna è entrata in vigore, finora. A luglio del 2014, l'ultima bozza proposta dal ministero degli Affari sociali è stata respinta da 29 Ong, perché secondo loro consentiva al governo di imporre nuove e ulteriori restrizioni.

L'ultima bozza della nuova legge, secondo i critici, viola l'articolo 75 della Costituzione del 2014, che consente alle associazioni civili di operare indipendentemente, senza controllo e supervisione delle autorità.

Secondo l'associazione Egyptian Initiative for Personal Rights, la bozza di legge, se approvata, porterebbe a “criminalizzare le operazioni delle Ong e a subordinarle agli apparati di sicurezza, chiudendo di fatto la sfera pubblica egiziana a tutti, tranne che ai sostenitori del regime”.

In un'indagine del 1999 condotta dall'Arab Network for development, il settore della società civile egiziana dava lavoro all'equivalente di 629.233 persone, per un totale di spesa di 1,5 miliardi di dollari, approssimativamente il 2% del Pil egiziano.

In un articolo apparso su Al-Ahram Weekly, Mariz Tardos stimava che nel 2003 ci fossero più di 16 mila Ong registrate in Egitto.

Larry Diamond spiega che la società civile comprende “l'ambito della vita sociale organizzata che è volontario, auto-generante, (in larga misura) auto-sufficiente e autonomo dallo Stato, tenuto assieme da un ordine legale o da un set di regole condivise”. Diamond distingue la società civile dalla “società” in generale, che coinvolge i cittadini che agiscono assieme nella sfera pubblica per esprimere le proprie opinioni, passioni, idee, scambiare informazioni, raggiungere obiettivi comuni, presentare istanze allo Stato e chiedere conto ai funzionari pubblici.

Dunque, le Ong sono da considerare sostanzialmente agenti del cambiamento politico e sociale all'interno della società civile.

Tuttavia, a causa dell'ambiente politico autoritario che ne condizionava l'esistenza in Egitto, esse non sono efficaci come potrebbero essere.

C'è un deficit di appoggio per questo tipo di organizzazioni, e di solito devono lavorare da sole, senza alcun aiuto da altri attori del cambiamento politico.

Prima della legge 84 del 2002, i vincoli legali per le Ong in Egitto erano contenuti nella precedente legge 32 del 1964. Con questa norma, il governo aveva assoluta autorità e potere sulle attività e la condotta delle Ong. La legge 32 del 1964 consentiva al governo di ammettere o bandire qualsiasi Ong in qualsiasi momento.

I regimi di Nasser, Sadat e Mubarak hanno usato la legge 32/1964 per limitare e ridurre il diritto dei cittadini a formare libere associazioni e a praticare i propri diritti elementari civili e collettivi.

La comunità delle Ong internazionali ed egiziane ha cercato varie volte di convincere i governi successivi a modificare le restrizioni della legge 32, o almeno a modificare alcune norme. Grazie a una enorme pressione politica, nel 1988, il governo aveva incaricato l'Assemblea del Popolo di preparare una nuova bozza di legge sulle associazioni per sostituire la 32.

Tuttavia, le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani non rimasero soddisfatte dalle modifiche.

L'organizzazione Human Rights Watch, basata negli Usa, condannò la bozza, affermando che non faceva altro che aumentare la paura tra le Ong egiziane perché avrebbe permesso che “ci fosse una eccessiva interferenza da parte del governo negli affari delle Ong e delle loro strutture di gestione”.

La lotta contro la legge 32 continuò fino al 1999, quando la legge 153 la modificò. In vigore per un periodo molto breve, questa venne poi giudicata incostituzionale e quindi si rese necessaria una nuova bozza.

Durante il successivo dibattito parlamentare nel 2002, i partiti di opposizione dichiararono la propria contrarietà alle previsioni restrittive della nuova legge che aveva di fatto recepito molti elementi della legge 153. Tuttavia, il 90% dei parlamentari faceva parte dell'Partito nazionale democratico (Ndp), il partito di Mubarak, e dunque le critiche dell'opposizione non ebbero alcun effetto.

La legge 84/2002 venne approvata e il governo mantenne sufficienti prerogative legali per poter interrompere le attività delle Ong in qualsiasi momento.

La legge 32 del 1964 veniva abrogata per le parti che erano in conflitto con la nuova legge, che stabiliva le nuove regole per regolare le relazioni tra le Ong e lo Stato. Per esempio, venivano rimossi alcuni controversi requisiti e alcune restrizioni al diritto di formare associazioni.

Inoltre, tutte le Ong dovevano ricevere l'approvazione del ministero degli Affari sociali prima di poter accettare fondi stranieri. A causa degli sforzi delle Ong egiziane per guadagnare spazio sulla scena politica e iniziare i cambiamenti verso la liberalizzazione politica, il regime autoritario continuò a limitarne le attività e a tenerle sotto controllo.

I sostenitori dell'approccio restrittivo affermano che in Egitto le Ong erano soprattuto guidate dall'élite e completamente staccate dalla più ampia base della società, incapaci di raggiungere i settori sociali meno istruiti e meno consapevoli politicamente.

Dunque, esse non avebbero contribuito né all'aumento delle capacità della popolazione, né alla mobilitazione dei cittadini, né avrebbero funzionato come canali di espressione politica e sociale per la popolazione.

Secondo questa logica, le Ong non avrebbero dovuto avere alcuno spazio o libertà di movimento per l'attivismo sociale e politico.

Tuttavia, sebbene molte Ong egiziane siano state in effetti fondate da influenti persone delle classi alte, sono cresciute per includere persone di differenti provenienze sociali ed intellettuali. Inoltre, anche se queste organizzazioni raggiungono solo un piccolo numero di persone rispetto alla popolazione totale, spesso avviano importanti discussioni pubbliche, sollevano consapevolezza e dunque innescano il cambiamento sociale e politico.

Lo status delle Ong non è cambiato da quanto Andel Fatah al-Sisi è diventato presidente a giugno del 2014. Oltre al recente giro di vite sui diritti umani, gli attivisti politici, i giornalisti, i blogger e altri, l'attuale governo non ha fatto alcun passo in avanti verso il riconoscimento dei diritti e delle libertà delle organizzazioni della società civile.

Casi di repressione includono la sentenza a due anni di prigione, a maggio del 2014, per l'attivista politica Mahienour El Massry e altre otto persone, per aver violato la legge sulle Proteste. Erano accusati di aver manifestato fuori da un tribunale che stava processando due poliziotti accusati di aver ucciso Khaled Said.

Inoltre, a giugno del 2014, la condanna dell'attivista e blogger Alaa Abdel Fattah e di 24 altri attivisti a 15 anni di prigione per aver manifestato davanti al Consiglio della Shura e dunque di aver violato la legge sulle Proteste. Mahienour, Alaa Abdel Fattah e altre due persone sono state poi rilasciate sul cauzione.

Molte persone hanno sperato che il governo avrebbe capito che il processo democratico non avrebbe potuto essere completato o sostenuto soltanto cambiando le autorità di vertice, senza sviluppare e modificare le istituzioni e le organizzazioni di base.

Se le Ong vengono lasciate in pace dal governo e lasciate libere di condurre le proprie attività sociali e politiche, nel lungo periodo contribuiscono a sviluppare una società politicamente e socialmente più consapevole.

Invece, se le autorità intervengono costantemente nei loro affari, e costantemente cercano di contenerne e limitarne le attività, esse non saranno mai in grado di completare la loro missione di lungo periodo.

 

*La versione originale di questo articolo è stata pubblicata nella sezione "Arab Awakening" di Open Democracy. E' disponibile qui.

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