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Il Fatto Quotidiano
19 06 2014

In Egitto la legge esiste dal 2008 ma solo ora, a distanza di 6 anni, per la prima volta un medico è sotto processo per aver praticato una mutilazione genitale femminile. Il caso risale a giugno del 2013 quando Sohair al Bataa, studentessa di 13 anni residente in un villaggio del governatorato egiziano di Mansoura, è morta sotto i ferri mentre veniva mutilata. Il medico Raslam Fadl è ora sotto processo assieme al padre di Sohair, accusato di essere complice nella morte della figlia.

“Al Bataa aveva inizialmente denunciato alla polizia che sua figlia era morta durante un’operazione e che lui l’aveva accompagnata affinché venisse mutilata”, spiega a Ilfatto.it Reda el Danbouki, avvocato del Women’s Center for Guidance and Legal Awareness, una delle ONG che ha portato il caso in tribunale. Secondo quanto affermato da Danbouki, il padre ha ritrattato la sua versione al commissariato dopo aver ricevuto un’offerta di denaro da parte del medico. Il caso era stato poi archiviato con la motivazione che Sohair era deceduta a causa di una grave reazione allergica alla penicillina.

“Abbiamo chiesto al governo di avere la perizia forense”, spiega Suad Abu Dayeh, coordinatrice regionale per il Medio Oriente di Equality Now, altra ONG che ha svolto un ruolo chiave nell’incriminazione degli imputati. “Una volta accertato con la perizia che Sohair è morta mentre veniva mutilata, abbiamo ottenuto tramite diverse pressioni al Consiglio Nazionale per la Popolazione Egiziana l’istituzione di una commissione di inchiesta che è riuscita a far partire il processo”. La prima udienza si è svolta lo scorso maggio, la seconda si svolgerà il 19 giugno, nel tribunale del villaggio dove viveva Sohair. “L’attenzione dei media internazionali non è piaciuta agli abitanti del villaggio”, racconta El-Danbouki. “C’è una sorta di omertà che aleggia su questo fenomeno e soprattutto per la maggior parte dell’opinione pubblica le mutilazioni sono un dovere per salvaguardare l’integrità morale e sessuale delle donne”.

Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, in Egitto le donne mutilate sono il 91%. I vari programmi messi in atto dalle organizzazioni internazionali, in primis, appunto, le Nazioni Unite, sembrano non riuscire a portare dei risultati concreti. Inoltre, le mutilazioni genitali femminili non sono una pratica legata all’Islam; si tratta, infatti, di una tradizione tribale pre-islamica originaria del Corno d’Africa e assente nel resto dei paesi a maggioranza musulmana. Nonostante la presa di distanza da parte della massima autorità sunnita di Al Azhar, che regolarmente diffonde anche degli opuscoli informativi spiegando che il Corano non obbliga le donne alla mutilazione, diversi sheick, in particolare nelle aree rurali, invitano a praticare la mutilazione. Anche il partito salafita dell’Hizb al Nour si è da sempre dichiarato a favore (lo scorso anno alcune donne vicine al partito scesero in piazza al Cairo difendendo il loro diritto a essere mutilate).

Ora questo processo potrebbe essere un piccolo mattoncino per implementare una legge approvata sotto la protezione dell’allora first lady Suzanne Mubarak ma che sino a oggi sembrava finita nel dimenticatoio. “Secondo questa legge gli imputati rischiano sino a 6 anni di carcere“, continua El-Danbouki. “Il testo avrebbe bisogno di molte modifiche ma questo processo almeno rappresenta un passo avanti per la sua applicazione”. A ritenere che il processo sia un punto per mettere al bando le mutilazioni c’è anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “Si spera che questo processo possa contribuire a mettere davvero al bando queste barbarie”, spiega Noury. “Ma temo che neanche la repressione sarà sufficiente a sradicarla. Se il governo del Cairo desse fiducia alle organizzazioni non governative, anziché ostracizzarle, a queste potrebbe essere affidato un ruolo di informazione e di educazione fondamentale per impedire che, soprattutto lontano dai centri urbani, ci si rivolga ancora allo ‘stregone del villaggio’ in rassicurante camice bianco per affidargli il compito di rispettare la ‘tradizione’”.

Laura Cappon


Il Corriere dell Sera
17 06 2014

A scatenare la protesta è stato un video, che il governo egiziano ha anche provato a bloccare, in cui si vede l’aggressione subita da una ragazza di 19 anni in piazza Tahrir durante i festeggiamenti per il giuramento del neo-eletto presidente Abdel Fattah al-Sisi. Sabato 14 giugno centinaia di persone erano sull’isola fluviale di Zamalek nella capitale egiziana per dire basta al dilagare degli abusi sessuali. La protesta è stata lanciata da una pagina Facebook dal titolo anche in inglese “Walk like an egyptian woman” e in che in pochi giorni ha raccolto 27mila “mi piace”.

Nel video che ha fatto indignare il Paese si intravede il corpo denudato e con vistose ustioni della giovane mentre viene posta in salvo dalla polizia strappandola ad una folla di uomini esagitati, tre dei quali le avevano gettato addosso acqua bollente portata in piazza per preparare il tè. Youtube, in linea con la propria politica e con una richiesta della presidenza egiziana, ha rimosso quelli in cui la ragazza era riconoscibile lasciando però in rete quello confuso in cui si intravede quanto sta accadendo.

Eloquenti gli slogan della manifestazione: “Stop alle molestie”, “il mio corpo mi appartiene, non è una proprietà pubblica”, “chi tace davanti a un caso di molestie è lui stesso un molestatore”, «non posso più camminare per strada” e non è mancato chi ha chiesto la condanna a morte per gli stupratori. “Vi vediamo” era la scritta, accanto ad un evocativo occhio, che compariva su uno striscione di un omonimo movimento nato qualche mese fa per combattere gli abusi sessuali. Una manifestazione è stata indetta anche ad Alessandria d’Egitto.
Gli episodi di violenza contati dai media egiziani nella serata dei festeggiamenti di domenica 8 giugno sono almeno cinque (ma altre fonti parlano di nove) e comunque vi sono stati 13 rinvii a giudizio. Secondo un autorevole sito è stato preso anche il principale sospettato dell’aggressione alla giovane del video. Il presidente Sisi si è recato in ospedale a trovare la ragazza aggredita e ha promesso azioni dure contro molestatori e stupratori. L’Egitto ha appena varato una nuova legge che inasprisce le condanne, portandole fino a cinque anni, per gli abusi sessuali.
Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato nell’aprile dell’anno scorso, il 99% delle donne egiziane ha subito molestie sessuali.

 

 
Secondo  un rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato nell’aprile dell’anno scorso,  il 99% delle donne egiziane ha subito molestie sessuali.

Egitto, Free Alaa free speech!

  • Giovedì, 12 Giugno 2014 10:42 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
12 06 2014

Un tribunale egiziano ha condannato il blogger ed attivista per i diritti umani Alaa Abdel Fattah a 15 anni di carcere. Alaa, una delle figure più importanti delle proteste anti Mubarak, era stato arrestato, insieme ad altri 25, per aver violato la legge anti proteste lo scorso Novembre.

Il giudice, nella sentenza odierna, pronunciata in assenza degli imputati, con un procedimento farsa che non ha lasciato alcuno spazio alle difese, ha ritenuto gli stessi colpevoli di aver violato la cosiddetta legge anti-proteste del Novembre 2011, che vieta raduni di più di 10 persone e limita fortemente la libertà d’espressione in Egitto. Due giorni dopo l’emanazione di quella legge, centinaia di attivisti inscenarono una protesta pacifica fuori dal Consiglio della Shūra, il Senato egiziano, per protestare contro la norma che prevede il Tribunale militare anche per i civili. La protesta fu repressa e diversi attivisti arrestati. Oggi il giudice li ha ritenuti colpevoli di aver aggredito i poliziotti, aver rubato un walkie-talkie, hooliganismo, blocco stradale e distruzione di proprietà pubblica.

La sentenza è la prima da quando il capo dell’esercito Abdel-Fattah al-Sisi è stato eletto Presidente la scorsa Domenica. Negli undici mesi in cui i militari hanno guidato il paese - tra il colpo di stato che ha deposto il primo Presidente eletto post-rivoluzione Morsi e l’elezione di al-Sisi - la repressione nei confronti dei movimenti islamici ha portato a centinaia di morti, oltre 16.000 arresti e centinaia di condanne a morte. Al-Sisi nel suo discorso d’insediamento ha ribadito la linea dura contro le proteste, affermando che ogni libertà in Egitto dovrà essere rigorosamente strutturata “all’interno di principi religiosi e morali” e che non ci sarà alcuna tolleranza per chi vuole “disturbare la nostra marcia verso il futuro”.

Alaa Abdel Fattah, blogger e co-fondatore della piattaforma indipendente Mada Masr era già stato arrestato altre volte da quando nel 2011 esplosero le proteste contro il regime di Mubarak. Alaa si era opposto fortemente alle politiche del governo dei Fratelli Musulmani e ne aveva appoggiato la rimozione, ma ancora più duramente la sua voce si è levata contro il ritorno alle politiche autoritarie dei militari.

Con le pesantissime condanne odierne il cerchio della restaurazione pare essersi definitivamente chiuso con il feroce ritorno alle politiche dell’era Mubarak. Se l’ex-Presidente ha scontato meno di 3 anni di carcere, oggi un difensore per i diritti umani ne dovrà scontare 15 per aver organizzato una protesta pacifica. Le istanze di cambiamento che in quei 18 giorni avevano rovesciate il regime sono tutte ancora da realizzare. Il regime sta cercando di seppellirle sotto il peso dei corpi di centinaia di martiri e di anni di prigionia. Obama e la comunità internazionale continuano ad appoggiare silenti tutto questo, forse in attesa che la prossima ondata rivoluzionaria trascini anche loro nel baratro della storia.

#freealaa

Luca Magno

 

Egitto. Libertà per Mahienour El Massry

  • Mercoledì, 11 Giugno 2014 08:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
11 06 2014

Mahienour El-Massry, 28 anni, avvocata ed attivista per i diritti umani, è in carcere per aver manifestato pacificamente. Un caso emblematico della repressione del dissenso che avanza a grandi passi nel "nuovo" Egitto del Generale Al-Sisi.


E' una domenica soleggiata quella dell'8 giugno e fin dal mattino i fuochi d'artificio partono con il loro solito scoppiettìo che da una settimana a questa parte assorda il centro città del Cairo. Le strade sono semi-deserte, in balìa dei gatti che assuefatti ai rumori si aggirano indisturbati a frugare nei cumuli di sporcizia accatastati sui marciapiedi.

Eppure è un giorno di festa nazionale. Si celebra la presa di potere ufficiale del Comandante in Capo delle Forze Armate Abdel Fattah Al Sisi, il nuovo presidente egiziano eletto con una percentuale bulgara del 97% alle scorse elezioni del 26 e 27 maggio.

I botti sembrano un richiamo all'assembramento e vengono scanditi come i rintocchi delle campane di una chiesa. Verso il pomeriggio una discreta folla munita di bandierine egiziane si raduna a Tahrir per i festeggiamenti.

Quella che una volta era la piazza simbolo della rivoluzione egiziana è oggi circondata da carri armati, filo spinato e metal detector. Due Apache ronzano intorno a un centinaio di persone che mostrano magliette e ritratti in tutte le salse dell'ex-Generale.

Nel buio delle prigioni egiziane, invece, molta è la gente che non ha voglia di festeggiare. Nei soli ultimi 10 mesi gli arresti hanno raggiunto un picco di quasi 25.000 persone, almeno 2.000 sono morte negli scontri e le torture della polizia continuano impunite.

Il clima è pesante. Uno stato di polizia in cui anche postare una frase su Facebook contro il regime può costare caro, così come una parola di troppo scambiata con uno sconosciuto in un caffè o partecipare ad una manifestazione pacifica.

La minaccia del “terrore” e delle "derive islamiste", seppur reale e presente, è la cartina tornasole per raggruppare il dissenso sotto il comune denominatore di “nemici della nazione” e falciare ogni voce critica fuori dal coro.

Una di queste voci è quella di Mahienour El Massry, probabilmente tra le più potenti perché seguite da azioni concrete nel quotidiano e, per questo, considerate tra le più pericolose.

Mahienour è una ragazza di 28 anni e non sta né dalla parte dei Fratelli Musulmani, né dalla parte dell'esercito. Fa parte di quel “grigio” che non rientra nelle macro-categorie di polarizzazione che stanno dilaniando il paese, ma rappresenta piuttosto quella fascia di ragazzi tra i 15 e 35 anni che si batte per unire la società sotto auspici ugualitari.

Prima di tutto “pane, libertà e giustizia sociale”, il grido che nel 2011 tuonava nelle piazze egiziane, è un'esigenza sentita oggi da gran parte della popolazione, a maggior ragione della sempre più profonda crisi economica, a prescindere dal colore politico.

E' stata lei una delle principali organizzatrici delle manifestazioni che chiedevano giustizia per Khaled Said, un ragazzo brutalmente picchiato a morte senza reale motivo dalla polizia di Alessandria esattamente quattro anni fa, risvegliando quell'attenzione pubblica che l'avrebbe poi fatto diventare il mito fondante della rivoluzione.

Il 20 maggio Mahienour è stata condannata insieme ad altri otto attivisti a due anni di prigione e ad una multa di 8.000 euro per aver organizzato una manifestazione proprio in memoria di Khaled Said di fronte alla Corte di Alessandria lo scorso 2 dicembre, il giorno del processo ai due ufficiali responsabili della morte del ragazzo, prosciolti poi dalle accuse.

I capi d'imputazione per El Massry pendevano dallo scorso 8 gennaio: “Attacco a pubblico ufficiale e danneggiamento di una camionetta della polizia”, sostenuti dal nuovo quadro legale della legge anti-proteste varata a novembre, che vieta ogni tipo di manifestazione.

In realtà, e ci sono video e foto a confermarlo, Mahienour era corsa in soccorso di un suo amico e compagno nei Socialisti Rivoluzionari, il dottor Taher Mukhtar, attaccato alla gola da un poliziotto mascherato e armato di coltello.

“Un'arma che legalmente non avrebbe dovuto nemmeno avere su di sé” raccontava Mahienour al telefono a inizio gennaio, “dalla legge anti-proteste la polizia è diventata ancora più violenta, non lascia nemmeno il tempo di disperderci dopo l'annuncio della carica. Partono subito con lacrimogeni, cannoni d'acqua e in certi casi con le munizioni vere e proprie”. In una città “piccola” come Alessandria, inoltre, “tra attivisti e poliziotti ci conosciamo tutti per nome e gli scontri si trasformano in un'occasione per il regolamento personale di conti”.

El Massry conosce bene i suoi diritti, è un avvocato per i diritti umani che ha seguito moltissimi casi simili ai suoi in precedenza.

Ha fornito assistenza legale alle famiglie dei martiri, a centinaia di lavoratori licenziati senza pretesto e perfino co-fondato un'associazione con Mukhtar, il Refugee Solidarity Network, per l'assistenza medico-legale ai rifugiati sirani e siriano-palestinesi rinchiusi nelle carceri alessandrine per aver tentato di raggiungere clandestinamente le coste europee via mare.

Il dottor Moukhtar racconta che l'attacco nei suoi confronti “era proprio per una questione legata ad uno scontro con alcuni ufficiali nella prigione di Montaza II [Alessandria] qualche giorno prima della manifestazione, non volevano farmi visitare i detenuti e ho sollevato un polverone”.

Tutti quelli che hanno avuto il piacere di conoscere Mahienour e lavorarci insieme concordano sul fatto di essersi trovati davanti una persona molto in gamba, estremamente disponibile e onesta, sempre di corsa tra un sit-in di lavoratori in sciopero e visite nelle carceri.

Conosce a memoria le singole storie di tutte le persone che ha seguito, compresi i loro problemi personali e i dettagli delle loro vite antecedenti. Un approccio molto umano riconosciuto ed apprezzato. E questo si è visto anche nelle reazioni in seguito al suo arresto.

Nonostante la spada di Damocle dell'intelligence egiziana, per le strade e su Internet si sono scatenate manifestazioni di solidarietà nei suoi confronti, compresi incontri e mostre fotografiche. C'è chi addirittura si è messo immediatamente a disegnare sue spillette e stampare adesivi di propria iniziativa chiedendone l'immediata liberazione.

E c'è chi, invece, è già finito in prigione, come il suo legale Mohamed Ramadan o lo stesso Taher Moukhtar. In un incontro organizzato ad Alessandria da una Ong per i diritti umani sul caso di Mahienour, la riunione è stata sgomberata dalla polizia: sono scattati una ventina di arresti, gli uffici della Ong messi sottosopra e gli archivi trafugati.

In molti nella sua cerchia più stretta le avevano sconsigliato di presentarsi all'udienza. Ma lei ha deciso di andarci comunque, per pagare la stessa pena di un ragazzo accusato e già imprigionato per i suoi stessi capi d'imputazione: “Islam Hasanein è il mio punto debole in questo caso, è un ragazzo che è stato arrestato per sbaglio. Non conosceva neppure Khaled Said, e nonostante questo è stato accusato e il padre è morto di un attacco cardiaco subito dopo il suo arresto. Non posso rifiutarmi di affrontare la sua stessa sorte”.

E' il suo ultimo messaggio prima della condanna, a cui aggiunge: “Voglio guardare negli occhi i giudici che mi condanneranno per aver organizzato una manifestazione, quegli stessi giudici che abbiamo sostenuto manifestando nel 2006, quando eravamo ancora giovani e naif”.

Il prossimo appello sarà il 28 giugno, ma le possibilità di rilascio sono molto scarse. Due giorni fa è arrivata la sua prima lettera dalla prigione. Non si lamenta delle sue condizioni e accenna al fatto che probabilmente ci sarà qualche manifestazione di solidarietà nei suoi confronti, come succede di consuetudine in questi casi, ma ci tiene a puntualizzare:

“Alla fine, se dobbiamo davvero intonare slogan di libertà per qualcuno, allora gridate Libertà per Sayeeda, Heba e Fatima, tre ragazze che sono accusate di far parte dei Fratelli Musulmani e sulle cui teste pendono accuse gravi quanto quelle di omicidio. Sono state arrestate e detenute in modo totalmente arbitrario e da gennaio il loro processo viene continuamente rinviato senza nemmeno farle presenziare di fronte a un giudice!

Libertà per Om Mohammad, che non vede i suoi figli da otto anni; libertà per Om Dina, che è l'unica a portare a casa il pane nella sua famiglia; libertà per Naima che ha fatto da prestanome in cambio di una somma di denaro per sfamare i suoi figli. Libertà per Farha, Wafaa, Kowthar, Dowiat, Samya, Iman, Amal e Mervat.

Le nostre pene [di attivisti] non sono nulla in confronto a loro: noi sappiamo che qualcuno ci ricorderà di tanto in tanto, e menzionerà magari con orgoglio il fatto di averci conosciuto. Ma chi parlerà di loro con orgoglio? Non sono nemmeno menzionate se non nei ritrovi familiari.

Quindi, dico, abbasso questa struttura di classe! Perché non saremo mai in grado di raggiungere i nostri obiettivi finché non smetteremo di dimenticare chi sono i veri oppressi!”.

E libertà per Mahienour El Massry. Perché servono voci come la sua per ricordarcelo ogni giorno.

*La pagina Facebook della campagna che ne chiede la liberazione è qui.

Costanza Spocci

 

Il Fatto Quotidiano
09 06 2014

Molto presto in Egitto Facebook, Twitter, YouTube e forse anche WhatsApp, Viber e Instagram potrebbero essere sottoposti a una sorveglianza sistematica.

Il 1° giugno il quotidiano Al Watan ha rivelato che il ministero dell’Interno ha pubblicato un bando in cui s’invitano le aziende straniere di tecnologia informatica a presentare proposte per l’istituzione di un sistema di “monitoraggio dei social media”.

Il giorno dopo, in un’intervista ad Al Ahram, il ministro Mohammed Ibrahim ha confermato tutto, sottolineando che il governo intende combattere il terrorismo e proteggere la sicurezza nazionale attraverso la ricerca nella Rete di definizioni concernenti attività considerate illegali e l’individuazione delle persone che le utilizzano nelle loro comunicazioni.

Le definizioni “sospette” dovrebbero essere 26, anche se la lista non è ancora pubblica e si teme che non lo sarà mai, lasciando gli utenti della Rete nel dubbio se quello che stanno scrivendo sarà legale o no. Al momento, da quello che si sa, dovrebbe comprendere la diffamazione della religione, la convocazione di manifestazioni illegali, di scioperi e sit in, nonché il terrorismo e l’incitamento alla violenza.

Secondo il ministro Ibrahim, questo sistema non sarà usato per limitare la libertà d’espressione.

Siamo sicuri? O non si tratta piuttosto di un’indiscriminata sorveglianza di massa, incompatibile col diritto alla privacy e peraltro vietata dalla stessa Costituzione egiziana che, all’art. 57, stabilisce l’inviolabilità della corrispondenza postale, telegrafica, elettronica, telefonica e tramite altri mezzi di comunicazione salvo quando disposta da un’ordinanza giudiziaria motivata e per un periodo limitato di tempo?

Gli standard del diritto internazionale riconoscono che, per ragioni di sicurezza nazionale, le autorità possono legittimamente ricorrere a forme di sorveglianza che però devono essere mirate e bilanciate dal rigoroso rispetto della privacy delle persone.

In Egitto, i precedenti in tema di repressione della libertà d’espressione, di associazione e di manifestazione sono scoraggianti. Un sistema di sorveglianza indiscriminata e di massa nei confronti dei social media, come quello prospettato, rischia di diventare l’ennesimo strumento di repressione nelle mani del governo del presidente al-Sisi.

Al momento, su Twitter prevalgono l’ironia e la sfida.

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