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Osservatorio Iraq
03 06 2014

S. ha appena 23 anni, vive in una cittadina a poche ore dal Cairo, ha una bambina ed è una donna divorziata. Il marito non la maltrattava, non la picchiava, non le faceva nessun tipo di violenza ma lei ha ugualmente deciso di chiedere il divorzio perché non ce la faceva più. S. infatti e’ una delle milioni di donne egiziane che hanno subito una mutilazione genitale ed è una delle milioni di donne egiziane che non provano nessun tipo di emozione durante un rapporto sessuale.


Per questo S. ha chiesto il divorzio, perché per lei i rapporti con il marito erano una fatica, uno stress inutile, qualcosa che non le serviva e di cui può tranquillamente fare a meno. L’unica cosa che interessava a S. era avere un figlio e dopo averlo ottenuto, il matrimonio per lei è divenuto praticamente inutile.

Sua madre, anche lei mutilata a suo tempo con una lametta dal barbiere della cittadina, provò ad impedire al marito di effettuare la pratica alle sue figlie, ricordandogli come i loro rapporti fossero gelidi. Ma fu inutile in quanto l’uomo praticò alle piccole, di appena 8 anni, la terribile operazione che elimina o “lima” il clitoride rendendo quindi una donna incapace di provare piacere.

Secondo l’Unicef in Egitto il 91% delle donne sposate ha subito la mutilazione genitale. E non parliamo di una percentuale che include solo le musulmane, ma tutte le egiziane di qualsiasi credo.

La pratica infatti, erroneamente attribuita alla religione islamica, non e’ altro che una barbara tradizione che ha lo scopo di impedire gli stimoli sessuali pre-matrimoniali precludendoli però per l’intera vita della donna.

Questa tradizione, messa in pratica da donne cristiane e musulmane di qualsiasi ceto sociale, veniva effettuata decenni fa dal barbiere o dall’infermiere del villaggio che, senza anestesia, usava una lametta per mutilare le ragazzine.

Moltissime morivano durante l’operazione, per emorragie o dopo alcuni giorni per infezioni. Al giorno d’oggi invece l’intervento viene praticato in anestesia e molto spesso con il laser anziché con strumenti chirurgici.

Il costo di una mutilazione genitale femminile varia dai 150 ai 300 pounds egiziani (15-30 euro) a seconda del livello del medico e della struttura dove l’intervento viene praticato.

Dal 2008 e’ in vigore una legge che vieta ai medici di effettuare l’infibulazione e la cosiddetta "circoncisione femminile" (una mutilazione, in realtà) ma, purtroppo, sono le madri stesse e le nonne, molto più degli uomini, ad insistere affinché le loro figlie e nipoti vengano operate.

Nonostante il divieto, ogni giorno, ovunque in Egitto, da nord a sud, nelle città e nelle campagne, le donne vengono mutilate per sempre.

E’ di pochi giorni fa la notizia che in qualche modo ha portato un po’di speranza tra gli attivisti per i diritti umani. In seguito ad un intervento di mutilazione una ragazzina e’ deceduta ed il suo medico arrestato e processato per questo motivo. Il primo caso in assoluto in Egitto.

Sconcertanti però le reazioni dei familiari, che hanno negato la mutilazione e che non volevano che il medico finesse in tribunale.

La cosa che fa di questa pratica un mostro difficile da sconfiggere è la convinzione per molti musulmani che essa sia indicata come obbligo religioso, anche se non c’è nessun riscontro di fatto al riguardo.

Inoltre, il sapere le proprie figlie protette dai peccaminosi istinti sessuali, causati, a detta delle donne stesse, dal caldo, dalla noia, o addirittura dagli abiti stretti, renderebbe le MGF necessarie affinché il loro onore possa donare loro una vita matrimoniale priva di problemi.

Anche gli uomini, dal canto loro, non accettano di buon grado una donna non mutilata, convinti che questo possa averla portata a compiere atti disonorevoli.

In tanti anni in Egitto non ho mai conosciuto una donna che non avesse subito questa pratica.

Ogni qualvolta entravo abbastanza in confidenza con una ragazza per poter parlare del fatto mi ritrovavo davanti un muro di convinzione accompagnato da un sorriso di compiacimento, quasi fosse un onore poter confermare di aver subito l’infibulazione.

Una ragazzina che oggi ha 10 anni, tre anni fa mi raccontò con un misto di spavento ed emozione il giorno in cui fu portata in ambulatorio per poi ritrovarsi a casa a fare lavaggi ed immersioni in disinfettante, con dolori atroci che non la facevano dormire, ma coccolata da tutta la famiglia che le portava doni e la guardava con occhi differenti. Le chiesi se sapeva cosa le era accaduto e mi rispose sorridendo di si, “sono diventata grande”.

Secondo una ricerca dell’Unicef in Egitto la pratica è in diminuzione del 20% rispetto al 1995.

Ma se non si effettueranno campagne di informazione mirata, condotte da donne verso le donne, non si potranno mai cambiare realmente le cose.

 

*Yasmine Baraem è una blogger italo-egiziana. E' nata a Roma, e vive al Cairo del 1997. Dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011 ha aperto un blog, "Diario della Rivoluzione Egiziana".

Il Fatto Quotidiano
02 06 2014

di Riccardo Noury 

Nell’Egitto di al-Sisi, in nome della lotta al terrorismo, gli arresti arbitrari, le sparizioni e le torture sono in aumento.

All’interno della base militare Al Galaa, a Ismailia, c’è Al Azouly, una prigione segreta che ricorda i centri di detenzione delle dittature latino-americane. Lì si sparisce, si subiscono torture feroci, si muore.

Secondo le testimonianze di ex detenuti, avvocati e associazioni locali per i diritti umani, raccolte da Amnesty International, ad Al Azouly potrebbero essere state portate fino a 400 persone, detenute senza vedere avvocati e familiari e mai fatte comparire di fronte a un giudice durante la prigionia.

La prigione si trova all’interno del quartier generale del secondo comando dell’esercito egiziano. All’interno della base ci sono un tribunale militare, una prigione e gli uffici dei servizi segreti militari. La prigione si sviluppa su tre piani: il primo è riservato ai soldati in attesa di processo; nel secondo si trovano civili in attesa di processo e persone “sotto inchiesta”; nel terzo, molte altre persone “sotto inchiesta”.

Dopo essere state catturate in strada o nelle loro abitazioni, le persone sospettate di aver preso parte ad attentati o di far parte di gruppi terroristici vengono portate ad Al Azouly. Non possono incontrare avvocati né familiari e le autorità negano che siano sotto la loro custodia.

I prigionieri rilasciati da Al Azouly hanno riferito che i metodi di tortura variano a seconda del profilo del presunto criminale. Chi è accusato di aver ucciso soldati o poliziotti viene colpito con le scariche elettriche, appeso alle porte delle celle, bruciato con le sigarette e a volte frustato. Gli interrogatori si svolgono, dalle 3 di pomeriggio alle 11 di sera, nel primo piano di un edificio che dista 10 minuti a piedi dalla prigione. Poiché sono bendati, i detenuti non riescono a capire se gli interrogatori vengono condotti da agenti dei servizi segreti militari o della sicurezza nazionale.

Una volta che hanno “confessato” sotto tortura la loro colpevolezza o hanno fatto i nomi di altre persone, talvolta al termine di interrogatori che durano mesi, i detenuti vengono finalmente portati di fronte ai magistrati che si occupano di reati contro la sicurezza dello stato. Alcuni ex detenuti hanno dichiarato di aver “confessato” qualsiasi cosa solo per uscire di prigione e porre fine alle torture.

Ecco la testimonianza di un uomo che è rimasto 76 giorni ad Al Azouly: “Sono stato interrogato sei volte. Mi hanno denudato e colpito con le scariche elettriche su ogni parte del corpo, anche sui testicoli, e picchiato coi bastoni e gli scarponi militari. Mi hanno ammanettato dietro la schiena e appeso a una porta per mezz’ora. Durante gli interrogatori ero sempre bendato. Una volta mi hanno bruciato la barba con un accendino. Le indagini si svolgevano da un’altra parte, negli uffici S1 e S8 [dei servizi segreti militari]. Non so chi m’interrogasse perché ero sempre bendato. Volevano sapere delle cose circa le proteste e le manifestazioni, chi era particolarmente attivo all’interno dell’università, chi aveva finanziato le proteste, chi aveva le armi, chi le aveva comprate, se io appartenessi ai Fratelli musulmani…”

E ancora: “Dopo 25 giorni di isolamento, mi hanno trasferito in una cella con altri 23 detenuti, la maggior parte dei quali venivano dal Sinai. Uno dei prigionieri aveva delle bruciature sul corpo, disse che gli avevano spento addosso delle sigarette. Ci facevano uscire dalla cella una volta al giorno, prima dell’alba, per andare in bagno, cinque minuti in tutto per 23 detenuti. Il cibo era pessimo. Alla fine mi hanno rilasciato, senza alcuna decisione giudiziaria. Mi hanno preso dalla cella e fatto uscire dal cancello n. 2 della base militare”.

Questa è una seconda testimonianza: “Sono stato arrestato a febbraio, a casa, da uomini della sicurezza in abiti civili. Mi hanno subito picchiato e poi trasferito ad Al Azouly. Mi hanno interrogato 13 volte. Ogni volta bendato, denudato, ammanettato con le mani dietro la schiena, colpito con le scariche elettriche su tutto il corpo, compresi i testicoli. Non mi hanno permesso di telefonare ai miei familiari. Allora, ho dato il loro numero di telefono a un prigioniero che stava per essere rilasciato che li ha avvisati. Un uomo che era in cella con noi, si chiamava Haj Shatewy e veniva dal Sinai, è stato torturato dalla Brigata militare 101. Gli hanno infilato un bastone rovente nell’ano e per nove giorni non è riuscito ad andare in bagno. Non lo hanno curato. È morto nella cella numero 11 del secondo piano. A maggio, alla fine delle indagini, mi hanno rilasciato”.

Naturalmente, per le autorità egiziane la tortura non esiste: al massimo “qualche errore o trasgressione agli ordini”.

Abdel Fattah al Sisi ha vinto le elezioni

Internazionale
29 05 2014

Il maresciallo Abdel Fattah al Sisi, ex capo delle forze armate e attuale viceprimo ministro, ha vinto le elezioni presidenziali in Egitto, secondo i primi risultati diffusi il 29 maggio. A scrutinio quasi concluso, Al Sisi ha raccolto il 93,3 per cento dei voti. Secondo le prime stime però l’affluenza è stata bassa, appena al 44,4 per cento. Alle elezioni del 2012 era stata del 52 per cento.

All’inizio si sarebbe dovuto votare solo il 26 e il 27 maggio, ma le autorità egiziane hanno prorogato di un giorno la chiusura dei seggi, proprio a causa della scarsa affluenza alle urne. La decisione ha sollevato proteste contro l’attuale governo ad interim, guidato da Adly Mansour, accusato di manipolare il voto.

Il problema dell’affluenza. Il candidato di sinistra Hamdeen Sabahi, l’unico sfidante di Al Sisi, ha detto che i suoi collaboratori hanno rilevato “irregolarità” ai seggi. Secondo gli analisti, la bassa affluenza rappresenta un danno per l’autorità di Abdel Fattah al Sisi, che aveva più volte annunciato di volere un ampio consenso popolare. I Fratelli musulmani, il partito dell’ex presidente Mohamed Morsi, hanno detto di aver boicottato il voto, così come molti attivisti liberali e laici.

Abdel Fattah al Sisi è uno dei generali che hanno deposto Morsi nel luglio del 2013. Per giustificare la sua deposizione, Al Sisi l’ha accusato di malgoverno e di voler islamizzare il paese. Poi ha creato un governo ad interim, che ha portato avanti una repressione violenta contro i Fratelli musulmani.

Secondo un’analisi diffusa il 25 maggio dal Centro egiziano per i diritti sociali ed economici (Ecesr) e ripresa da Al Jazeera, dal colpo di stato del luglio 2013 oltre 41mila persone sono state incriminate o incarcerate. Per la maggior parte si tratta di sostenitori di Morsi. Il 28 aprile 2014, 683 di loro sono stati condannati a morte in un processo di massa che le Nazioni Unite hanno definito senza precedenti.

Ala al-Aswani è uno dei rari intellettuali egiziani la cui notorietà internazionale non è inversamente proporzionale a quella patria. Può darsi che pochi tra i connazionali abbiano letto il suo "Palazzo Yacoubian", ma il dottor al-Aswani è popolare anche e soprattutto per gli incontri settimanali in cui da anni uomini e donne del Cairo gli sviscerano i problemi delle loro vite private o politiche come dallo psicanalista. ...
Il "Davide" egiziano sfida il "Golia" in divisa. La parola a Hamdeen Sabahi, laico, nasseriano di sinistra, lo sfidante alle elezioni presidenziali del 26-27 maggio prossimi, dell'uomo forte dell'Egitto. ...

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