Communianet
20 01 2015

A distanza di poche settimane dall'accoltellamento fascista a Trento ci ritroviamo di nuovo di fronte ad un'aggressione fascista premeditata e dai tratti omicidi. Casa Pound o Forza Nuova, come l'estrema destra in tutta Europa, non abbandonano il terreno dello scontro fisico militare che tengono insieme alle relazioni con i soggetti politici maggiormente istituzionalizzati.

Quanto le loro campagne contro l'"immigrazione selvaggia" e per la "famiglia naturale" siano funzionali al potere lo dimostra la copertura giornalistica che tende a rappresentare questi agguati come semplici scontri tra opposte fazioni. In una spirale di appiattimento della realtà che arriva ad equiparare soggetti al centro dell'attivismo sociale, civile e culturale ad emarginati che fanno branco attorno alla violenza organizzata e il disprezzo di qualsiasi alterità dalla norma.

I fascisti nelle piccole città del nord Italia si vogliono giocare una partita decisiva per radicarsi in questa stagione in cui soffia un forte vento di odio sociale verso le figure più deboli. Hanno capito che se nelle grandi città hanno dei problemi di sedimentazione e crescita, possono andare ad occupare uno spazio lasciato libero a destra in provincia, insieme ed oltre a Salvini.

La vita di Emilio in questo momento è appesa ad un filo e speriamo di dargli forza con i presidi di solidarietà che si sono moltiplicati di ora in ora e con la manifestazione nazionale di sabato.

Non vogliamo piangere un altro compagno, l'ennesimo dopo Pavlos, Clement, Davide, Nicola, Renato e tanti altri ammazzati dalle aggressioni fasciste.

Certo non siamo nel ventennio, ma l'estrema destra si sta attrezzando a garantire una struttura politico-sociale a chi in Italia vorrebbe fare il front national francese. Porre al centro di una campagna antifascista la chiusura delle sedi e delle organizzazioni neofasciste non è certo sufficiente, ma può servire come strumento di pressione per ridare significato ad opposizioni che i media banalizzano volutamente.

Allo stesso tempo però dobbiamo sempre stare in guardia su tutti gli ambiti sociali su cui vogliono far presa, non a caso infatti hanno sfruttato la copertura del derby Mantova-Cremona.
Conosciamo abbastanza bene l'ambiente della Curva Te di Mantova per affermare che non ci sia stato un coinvolgimento di questa nell'aggressione al centro sociale, ma c'è la possibilità che i fascisti di casa pound Brescia (legati alla Curva Sud bresciana gemellata da anni con i biancorossi) possano averla utilizzata come mezzo per ricongiungersi successivamente con i fascisti di Cremona e Parma.

Se così fosse resta da capire, senza la pretesa di mettere in discussione gemellaggi che non ci competono, se i tifosi mantovani siano disponibili a fare da copertura inconsapevole per le azioni squadriste di qualche infiltrato. Pensiamo che molti non sarebbero proprio d'accordo.

Di seguito il volantino che stiamo distribuendo verso la manifestazione nazionale antifascista a Cremona per sabato 24 gennaio.

EMILIO RESISTI!

CHIUDERE SUBITO TUTTE LE SEDI DEI FASCISTI!

Ieri sera, approfittando della concentrazione delle forze dell’ordine sul derby Mantova-Cremona un gruppo di 50 fascisti ha teso un agguato allo storico centro sociale di Cremona, dedicato all’antifascista Gastone Dordoni.

Dentro c’erano 8 compagni che stavano pulendo quando sono stati sorpresi da due cariche: una frontale di 10 persone, che hanno attirato gli attivisti fuori dal posto, e una laterale di molto più numerosa che li sorprendesse sbucando da un vicolo laterale.
Basterebbe questo per sottolineare la premeditazione di un gesto che non voleva lasciare scampo.

E infatti da ieri notte un compagno di 50 anni è in coma con un’emorragia celebrale, dopo essere stato più volte colpito al volto con calci e spranghe.

Gli attivisti di Cremona sono persone da sempre impegnate nella battaglie in difesa del territorio, nelle lotte per il diritto alla casa e nei collettivi studenteschi per rivendicare il diritto allo studio.

Da pochi mesi in quella città ha aperto una sede di casa pound, un’organizzazione neofascista che ha spalleggiato prima Berlusconi e poi la lega nord di Salvini, resasi famosa in tutta Italia con l’aggressione ai cortei studenteschi contro la legge Gelmini del 2008 e con l’uccisione a mano armata di tre nord africani nel centro di Firenze.

Come a Trento e in tante altre città, l’apertura di una sede fascista ha rappresentato l’inizio di aggressioni in strada ai ragazzi considerati “alternativi”, agli agguati con coltelli verso gli attivisti di associazioni antirazziste e spazi sociali, di scritte inneggianti alle atrocità del nazismo e attacchi fisici a nomadi e migranti. Segnaliamo che anche a Roverbella c’è una sede di Forza Nuova.

L’aggressione di Cremona non è un caso e si inserisce in un contesto europeo in cui l’estrema destra vince anche elettoralmente.

Di fronte all’impoverimento generalizzato causato dalle riforme di austerità per i neofascisti è molto semplice accusare i migranti di tutti i mali.

Con questa costruzione del discorso proteggono proprio chi sta guadagnando dalla precarizzazione del lavoro e dalla riduzione della proprietà pubblica a beneficio di quella privata.
L’agguato di ieri sera non parla solo ai militanti dei centri sociali quindi, ma a chiunque non voglia rivivere le barbarie che l’Europa ha già vissuto qualche decennio fa.
Chi fino a ieri sosteneva il je suis Charlie come pretesto per attaccare i musulmani, ieri era ad assaltare uno spazio di attività sociali e culturali.

Stiamo organizzando macchinate per la MANIFESTAZIONE NAZIONALE ANTIFASCISTA di Sabato 24 a Cremona contattateci a (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) o raggiungeteci in P.ZZA MANTEGNA A MANTOVA per il presidio antirazzista contro fascismo, razzismo e terrorismo alle ore 15.30.

CITTÁ PIÚ SICURE SENZA FASCISTI
SPAZIO SOCIALE LA BOJE!

I fascisti: è il momento di fare le stragi

  • Martedì, 23 Dicembre 2014 14:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
23 12 2014

Sono iniziati oggi gli interrogatori delle 14 persone appartenenti al gruppo "Avanguardia Ordinovista" che stavano progettando omicidi, stragi di extraxcomunitari, rapine per arrivare al sovvertimento dello Stato che l'ideologo dell'organizzazione, il 93enne Rutilio Sermonti (indagato), definiva "fantoccio".

L'operazione è stata portata a termine ieri dal Ros dopo aver raccolto numerose intercettazioni e anche grazie all'apporto decisivo di due appartenenti al Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri che erano riusciti ad infiltrarsi nel sodalizio di estrema destra. Gli arrestati sono reclusi tra le carceri di Pescara, Teramo e Chieti.

Il gip del tribunale dell'Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare chieste dalla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo, ha disposto che gli interrogatori avvengano per rogatoria. Oltre agli arrestati (11 in carcere e tre ai domciliari) l'inchiesta conta altri trenta indagati.

Davanti ai giudici compariranno, tra gli altri, Stefano Manni, 48enne originario di Ascoli Piceno ma residente a Montesilvano, considerato il capo indiscusso del gruppo eversivo, e la sua convivente, Marina Pellati, che faceva proseliti tramite la pagina di facebook "Nuovo centro studi Ordine Nuovo" interagendo con nomi falsi. Manni vanta un legame di parentela con Gianni Nardi che negli anni Settanta fu tra i maggiori esponenti di Ordine Nuovo.

Nel mirino degli indagati, che avevano in animo anche di entrare in politica con un proprio partito, politici, soprattutto quelli senza scorta, magistrati, attentati tramite ordigni in prefetture, questure, sedi di equitalia ma anche metropolitane delle principlai città italiane.

"Quattro cinque colpi ben assestati - dice Manni in una intercettazione - per far capire che si fa sul serio". Nella strategia del gruppo clandestino e xenofobo anche quella di far saltare in aria il mercato multietnico di Pescara, attiguo alla stazione centrale e attuare una strage di extracomunitari che risiedono in gruppi numerosi in alcuni stabili del capoluogo adriatico. "E poi che Dio li abbia in gloria", dice Manni conversando telefonicamente con la pavese Tiziana Agnese Mori che nei confronti degli immigrati nutre un odio viscerale.

Nelle intercettazioni dei Ros Manni parla con Franco La Valle Franco anche in merito a un'azione terroristica su una non meglio precisata linea ferroviaria. "È giunto il momento, ma non di colpire alla cieca, non tipo la Stazione di Bologna (la bomba esplosa nel 1980 n.d.r.), per altro non attribuibile a noi quell'opera d'arte, vanno colpite banche, prefetture, questure, uffici di Equitalia, con i dipendenti dentro. È arrivato il momento di farlo, ma farlo contestualmente. Non a Pescara e poi fra otto mesi a Milano".

Tra gli "obiettivi con alto indice di fattibilità" anche politici come Pierferdinando Casini o l'ex governatore d'Abruzzo Gianni Chiodi, perché senza scorta e quindi facilmente raggiungibili. Ma Manni, si legge nell'ordinanza, "istiga i suoi amici a una messa in atto di azioni eversive" anche nei confronti "del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, del senatore a vita ed ex Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Monti e dell'allora Ministro all'Integrazione, Cecile Kyenge".

Bagnasco: episodio inquietante ma no al panico - "Questo episodio è certamente inquietante e deve essere preso sul serio ma non mi sembra, nonostante le difficoltà generali, che ci sia un brodo di cultura che favorisca psicologicamente ed emotivamente questi fatti eversivi", ha detto il presidente della Cei e arcivescovo di Genova, cardinale Angelo Bagnasco, commentando l'arresto del gruppo di neofascisti.

Internazionale
16 12 2014

Circa diecimila persone hanno partecipato a un corteo contro “L’islamizzazione dell’occidente” a Dresda, in Germania. L’organizzazione è stata organizzata dal movimento Pegida (Europei nazionalisti contro l’islamizzazione dell’occidente). Nella città tedesca si è svolta anche una contromanifestazione a cui hanno partecipato cinquemila persone. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha condannato ogni estremismo. “C’è libertà di pensiero in Germania, ma non c’è spazio per l’odio contro le persone che arrivano da altri paesi nel nostro”, ha detto. Bbc

Una settimana a Corcolle, Roma

  • Lunedì, 15 Dicembre 2014 14:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Minima et Moralia
15 12 2014

di Riccardo Staglianò pubblicato giovedì, 11 dicembre 2014 


Questo reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

Corcolle (Roma). A volte può bastare una bottiglia volante non identificata per mandare in frantumi un piccolo mondo antico. O almeno per dirottare l’attenzione dalla luna dei problemi veri di una borgata disastrata al dito di un’emergenza inesistente ma mediaticamente accattivante. Succede a Corcolle, estrema propaggine di Roma Est. L’unica parte della capitale che pretende un pedaggio autostradale o in alternativa si può raggiungere in un paio d’ore di autobus con lo stesso coefficiente antropologico di un viaggio in Interrail.

Cercate su Google e l’oracolo elettronico, giusto sotto Wikipedia, il meteo e il sito del comitato di quartiere, vi rivelerà il motivo della recente notorietà: «Roma, assalti ai bus: a Corcolle è caccia ai neri», recita il titolo di un articolo. Che ha intristito la stragrande maggioranza di cittadini che non ha alcun problema con gli stranieri. E fatto schiumare l’esigua minoranza arrabbiata che, per contestare la maniera in cui è stata dipinta, usa argomenti tipo «Razzista io? Sono loro a essere negri». E tuttavia il cronista venuto a trascorrere quasi una settimana qui a un mese dai fatti che stiamo per ripercorrere non ha vita facile. Perché questo, infinitamente più del presunto scontro di civiltà, sembra l’epicentro di una politica transgender, dove nessuna vecchia etichetta attacca più. Con un presidente di circoscrizione piddino che promette di cacciare tutti i rifugiati. Un ex Forza nuova trasmigrato a Forza italia che firma manifesti anti-invasione con iconografia leghista ma poi definisce «beceri» i loro discorsi. E un aspirante capopolo che da dietro i suoi RayBan neri a goccia giura di essere di sinistra mentre lancia la sua Opa ostile all’appassionato comitato di quartiere assieme a un autista con l’A noi mussoliniano tatuato in latino sull’avambraccio.

L’antefatto

Dunque, per come sono stati raccontati, i fatti. Sabato 20 settembre, alle 19.34, un autobus della linea 42 viene aggredito alla fermata vicina all’entrata di Corcolle. Una trentina di immigrati in attesa, sostiene l’autista Elisa De Bianchi, scagliano una bottiglia sul finestrino laterale rompendolo. Lei, che stava rallentando, a quel punto prosegue la corsa. Chiama il centro di controllo che l’autorizza a rientrare in deposito. Ma all’altezza del capolinea si trova la strada sbarrata dagli africani che l’avrebbero inseguita. E lì inizia il brutto, perché ora sono «più cattivi», «spaccavano tutto, hanno finito di sfondare il finestrino. Ho pensato: “Se riescono a salire mi violentano e mi ammazzano”» dice al Corriere. A quel punto, invece di chiamare i carabinieri, contatta il collega e amico Emilio Tora, sospeso dall’Atac per non precisati motivi disciplinari, che abita a poche strade di distanza. Questi inforca il motorino, si precipita e mette in fuga i trenta aggressori. Grosso respiro di sollievo. Se non che la storia gronda incongruenze.

Si svolge il sabato sera quando anche la sonnacchiosa Corcolle si anima. Dai bar vicini nessuno vede niente. Nessuno si fa vivo per testimoniare, tranne Tora che da allora lo fa a canali unificati e su Facebook. E tranne alcuni immigrati che però denunciano che i bus spesso non si fermano quando li vedono, costringendoli a chilometri a piedi sulla micidiale Polense. Forse anche sabato, generando la pur ingiustificabile aggressione. A ogni buon conto a bordo non c’è alcun passeggero che possa confermare. De Bianchi (ripetutamente cercata, si nega e poi incarica l’avvocato di farci desistere) non sporge denuncia né ai carabinieri né alla polizia che apprenderà dei fatti l’indomani dopo che, a seguito di un’aggressione fotocopia (alle 16.30, ancora autista donna, la 27enne Federica Galesso, sassi tirati contro la fiancata da immigrati, nessun testimone), qualche centinaio di persone scende in strada per manifestare per la sicurezza, blocca la Polense, picchia tre africani a caso prima che tolgano da sotto le mani dei pochi scalmanati evidentemente non del posto un brasiliano che viveva lì indisturbato da vent’anni, intervengono gli agenti e fermano otto persone, tra cui l’onnipresente Tora.

Giorno 1

Lucrezia La Gatta, giovane cronista del settimanale locale Tiburno, c’era: «Almeno metà di quelle facce io non le avevo mai viste. Non erano di qui». Si è parlato di rinforzi che qualcuno avrebbe chiesto dalla vicina CasaPound di Settecamini. Federica Graziani, direttrice del combattivo quindicinale Fiera dell’est, ricorda un precedente: «A luglio si era misteriosamente diffusa la notizia che circa 1200 rifugiati sarebbero stati sistemati nei locali del centro commerciale Dima Shopping nella vicina Torre Angela. Gli abitanti avevano bloccato la Casilina, erano spuntati gli striscioni del gruppo di estrema destra Azione frontale ed era arrivata la polizia. Salvo poi scoprire che l’ipotesi non era mai esistita ed era stata messa in giro ad arte». Sulla vicenda, e il «procurato allarme», indaga il commissariato Casilino che è lo stesso incaricato di appurare come sono andate le cose a Corcolle. Il dirigente Francesco Zerilli si limita a dire che cercano riscontri alla versione dell’autista. Anche i carabinieri di Tivoli sdrammatizzano: «L’indice di criminalità di quelle parti è inferiore a quello che si può trovare a Termini o al Pigneto. E di certo non esiste un’emergenza immigrati». Se non nell’occhio di chi guarda.

Corcolle ha un solo albergo, a una stella, e sembra già uno di troppo. Lo gesticono una madre e una figlia quarantenne, non si sa chi più sorpresa di avere un cliente. Trenta euro, con un gabbiotto di plastica che fa da bagno in camera. L’inverno le ha prese in contropiede («Il riscaldamento? Bisognerebbe chiamare l’idraulico»). Che ci esercitino le prostitute di mezz’età della Polense, per quanto posso testimoniare, è falso. Leggenda forse partorita dalla consueta minoranza livida che aveva assediato l’hotel dopo che si era sparsa voce che doveva ospitare una quarantina di rifugiati, in aggiunta alla cinquantina alloggiata in via Novafeltria.

Loro sono stati il casus belli. Centrafricani perlopiù, portati con un blitz notturno su ordine della Prefettura a metà settembre. In vent’anni di ordinaria immigrazione non era mai successo niente, una settimana dopo questo mini-sbarco un pezzo di quartiere da in escandescenze. Vero è che dei 39 centri di accoglienza di Roma, per quasi 2600 posti, 15 sono stati piazzati nel VI municipio. Falso invece uno dei cavalli di battaglia degli intolleranti: «Noi italiani moriamo di fame e a loro danno 40 euro al giorno». Che sono 30 ed è il costo totale per mantenerli, in attesa che si decida sul loro status di rifugiati, il grosso del quale va per l’affitto (all’italiano padrone della palazzina) e per i pasti (a una cooperativa italiana). Il messaggio che passa, però, è che se la spassano a spese nostre.

Giorno 2

Corcolle, Far East romano, è una strada, via San’Elpidio a Mare, con poco o nulla intorno. Il supermercato Ariscount, all’angolo con la Polense lastricata di tristi pire di rifiuti, ha un’insegna sdentata da due lettere mancanti. Salendo di circa duecento metri c’è l’ufficio postale con intorno un paio di autolavaggi «a mano» e due negozi di frutta gestiti da bangladesi. Altri duecento metri e si arriva al capolinea dei bus, piazza Mondavio, con un bar, un circolo con biliardo e Stile Selvaggio, un barbiere da uomo che pubblicizza taglio a 10 euro, sopracciglia a 5 e tiraggio (qualsiasi cosa sia) a 15. Il quartier generale degli scontenti è il baretto «dei fratelli», davanti alle poste. È lì che incontro Tora. Ha una quarantina d’anni, una felpa e un bulldog a guinzaglio. Conferma la versione di De Bianchi sull’aggressione. Nega che ci sia un problema con gli immigrati («Gli extra comunitari hanno i loro negozi qui, liberi e beati»), ma ricorda che, dopo gli assalti, «dei nigeriani volevano caricasse due ragazzine di diciassette anni» che passeggiavano per il centro. Dice: non sono razzista. Ma si dimentica di Facebook. Dove mister Emilio, che ha imparato a calibrare la rabbia coi giornalisti, diventa l’inferocito dottor Tora. Piccola crestomazia: Fiero di essere razzista per Dio scrive, tutto maiuscolo, il 20 settembre, nell’imminenza della prima aggressione (in un commento chiosa: Bastardi schifosi sulla brace li metterei). L’indomani si compiace della manifestazione: Corcolle bloccata, tutti contro i negri. Ma già a giugno commentava entusiasta il linciaggio a morte di un borseggiatore rumeno sulla metropolitana: E dajee vedemo mpo se ce sentono de ste recchie rumeni demmerdaaaa. Un giorno posta foto tenere con la figlia, l’indomani quelle del Duce oppure sue, con piccone in mano, che irride Marino, sindaco dei rom e dei gay. È a lui che, sorprendentemente, Mattino Cinque chiede aiuto per organizzare l’indomani una diretta dal quartiere.

Giorno 3

Alle 8.45 hanno racimolato una decina di persone e il cameramen fa del suo meglio per ottenere l’effetto folla stringendo l’inquadratura. A parlare è soprattutto Micaela Quintavalle, che con il quartiere non c’entra niente (abita all’Eur), ma è un’autista Atac telegenica che per l’occasione indossa un giubbetto di pelle rosa come la coda dei capelli altrimenti biondo platino. L’inviata esordisce parlando di «tensione ancora molto alta» e fa solo domande sugli immigrati. Finito il collegamento il tarantino Stefano Palermo, appena trasferitosi ma già attivissimo, e un paio di residenti la contestano: «È una trasmissione pilotata. Non ve ne frega niente dei problemi nostri, ma solo di far audience». Alle ultime europee qui il M5s ha preso 831 voti, Pd e Tsipras 765, la destra 629 (di cui solo 56 alla Lega, che rende sospetta la scritta «Salvini santo subito» apparsa su un muro il giorno dell’altrettanto inedita visita di Borghezio, scortato da CasaPound). Antonio Piccirilli, ex-carabiniere con due enormi baffi bianchi, snocciola lamentele: «Pisciano per strada. Puzzano a non finire. E i rumeni rubano nelle case. Per non dire del rischio di malattie scomparse, come Tbc e scabbia, e ora l’Ebola». Non è razzista, garantisce, e ogni tanto, chiama un extracomunitario per sistemargli il giardino. In quei giorni un sondaggio Ipsos Mori certifica un problema di percezione su scala nazionale: crediamo che gli immigrati siano il 30 per cento, ma sono il 7. Il cinquantaseienne Gaetano Petroselli, che prende 280 euro di invalidità civile, è inviperito per i famigerati 40 euro giornalieri dei profughi: «Noi non siamo razzisti ma non si può convivere con degli animali che cacano, pisciano e rompono le palle alle ragazze». Nonostante il linguaggio intollerabile, è una guerra tra poveri assai più che di civiltà. Dove dieci persone vocianti prendono il sopravvento su diecimila silenziose.

Ad avvelenare il clima contribuiscono alcune leggende. Tra cui lo sgravio fiscale di tre anni per i neo-imprenditori immigrati (esiste anche per gli italiani). Oppure la preferenza verso i figli di immigrati nelle classifiche degli asili, che a Corcolle mancano democraticamente tanto per gli autoctoni che per gli stranieri. «Ogni volta che piove un po’ più forte rimaniamo intrappolati perché la Polense si allaga e non abbiamo altra via di uscita» apre la lunga lista di problemi reali il ventiquattrenne Danilo Proietti, presidente in scadenza del comitato di quartiere. «E poi i mezzi pubblici, lenti e inaffidabili: per andare al liceo a Cinecittà dovevo prendere il bus alle sei. Con la paura per gli autisti che correvano o telefonavano». Questo posto è lontano da tutto. «Il primo commissariato o ospedale a 12 chilometri. Il cinema a 14. Con 1400 bambini non abbiamo un pediatra. Né l’Adsl, che ci condanna a uno stato di arretratezza insopportabile. Per cui i ragazzini sviluppano un’idea così ristretta del mondo che un extracomunitario gli sembra alieno quanto un extraterrestre». Ci sono così tanti motivi giusti per essere arrabbiati che non c’è bisogno di inventarsene di sbagliati. Nella confinante Fosso San Giuliano il suo amico Fabio Lo Russo mi parla di case non raggiunte dall’acqua potabile e altre escluse dall’illuminazione pubblica: «Certo, questa zona è nata abusiva, ma da allora le sanatoria si sono susseguite. Vi rendete conto che sto parlando di un quartiere della Capitale?». Tragicamente distante vari fusi orari dalla Grande bellezza.

Giorno 4

«Lo so benissimo», gli risponde a distanza il presidente del VI municipio Marco Scipioni, nel fortilizio cadente che ne ospita gli uffici a Tor Bella Monaca (facendo anticamera nella sua segreteria due giovani maestre elementari si lamentano di un tappeto di siringhe abbandonate nei giardini). «I nostri quartieri accolgono circa la metà degli oltre duemila rifugiati della città». Che impallidiscono rispetto ai numeri francesi, tedeschi o svedesi ma, se non governati, possono diventare un problema. Mi promette, invano, i dati sugli stranieri residenti. «Quanto all’aggressione», prosegue Scipioni, «forse il bus non si è fermato e in ogni caso gli incidenti sono stati strumentalizzati». Lui stesso, pur sempre Pd, aveva stupito annunciando a Corcolle, la notte della collera, che avrebbe fatto «andare via» i profughi entro una settimana. I muri del municipio sono tappezzati di manifesti con un barcone colmo di migranti che recita «Non vogliamo morire di accoglienza», firmati dal capogruppo di Forza Italia Daniele Pinti. Quando mi raccontano che è stato tra i fondatori di Lotta studentesca, l’ala giovane di Forza nuova, tutto sembra tornare. Ma quando lo incontro il quadro si ingarbuglia. Ha 27 anni, è gentile e sveglio: «La metà di chi mi ha votato era di sinistra, perché conosceva il mio impegno nel volontariato» giura nella bella trattoria che gestisce nella vicina Castelverde. Racconta della casa che suo padre affitta da oltre dieci anni a una famiglia rumena. E del nigeriano cui suo fratello ha fatto avere il permesso di soggiorno (un altro imprenditore mi mostrerà le foto di un bimbo africano che aiuterebbe, come prova ontologica dell’inesistenza di ogni razzismo). «A Corcolle sono stati cinque scemi a far casino» dice. È lo stesso Pinti che sui manifesti ha fatto scrivere «Stop all’immigrazione»? Il massimo che gli cavi è che ormai «sono troppi», che «dobbiamo smistarli in Europa» e soprattutto dovremmo «aiutarli a casa loro, in Africa», come secondo lui faceva Berlusconi con l’accordo libico (per capire come funzionava, corruzione e torture comprese, recuperatevi sul web Come un uomo sulla terra).

Giorno 5

L’evento più atteso è la riunione del comitato di quartiere. Vi si affronteranno le due anime cittadine. Appuntamento per le nove di sera nei locali della parrocchia. Metà della quarantina di partecipanti, giurano i veterani, non si era mai vista. L’ultimo arrivato, l’informatico pugliese trasferitosi qui da Tor di Nona da soli quattro mesi, è quello che parla di più. Dice che «noi» possiamo risolvere il problema annoso dei due parchi cittadini inutilizzabili perché «non a norma». Un anziano gli chiede, con scelta terminologica che equivale a una provocazione, a chi si riferisca il pluralia maiestatis. Palermo, che eccezionalmente si è tolto i RayBan, replica: «Siamo papà e stiamo organizzando una festa di Halloween nel parco». Parte il dibattito. Adriano, del forno Pane&Fantasia, esplicita i sospetti: «Vedi, sembra che tu sia pilotato». Vincenzo, un gigante del gruppetto antagonista, non gradisce l’illazione, si alza e gli dà un cazzotto in faccia. Li dividono. Adriano chiama i carabinieri (ma sono così lontani che farà in tempo a revocare l’intervento). Un veterano corcollese commenta amaro: «Se questa è un’anteprima del comitato che verrà, siamo nei guai».

La trasferta volge al termine. Corcolle è razzista? No. Nove cittadini su dieci neppure si sognano di includere gli immigrati nella top ten dei loro problemi. Ci sono dei razzisti? Sì. Quelli che lo rivendicano su Facebook e quelli, magari di frazioni limitrofe, che si galvanizzano nei commenti. E non è da escludere che, complice la crisi, la loro rabbia contagi gente troppo stanca per fare distinzioni. Quanto all’aggressione? È probabile che sia avvenuta come reazione esasperata all’ennesima frustrazione di un bus che, dopo intollerabili attese, preferiva non fermarsi.

È possibile che i trenta energumeni fossero la metà, un terzo, un quinto. E che il panico avvertito dall’autista che si è strenuamente rifiutata di spiegarci come sono andate le cose avesse più a che fare con sue pur comprensibili proiezioni che con minacce reali. L’indagine lo stabilirà, promette Zerilli. Magari creare il caso poteva servire ad alcuni per scoraggiare l’azienda dei trasporti dal procedere con tagli agli organici. «Atac» più «scandali», sia detto per inciso, è una combinazione che fornisce oltre 100 mila risultati su Google, dai biglietti clonati ai due dirigenti apicali che guadagnano ciascuno più di Obama. L’azienda, che perde 1,7 miliardi di euro, non ha minimamente collaborato con noi per appurare i fatti. Oppure, in un più grande schema delle cose, la battaglia di Corcolle può servire a far vincere la guerra della destra per la riconquista della Capitale. Una pista che prende corpo nei giorni successivi, nella non lontana ma ben più degradata Tor Sapienza. Nelle case popolari di viale Morandi un italiano su due (di cui un discreto numero ai domiciliari) non paga la pigione, mentre i rumeni occupano le cantine. Spaccio italiano e prostituzione straniera sono tappezzeria urbana. Si fatica anche a immaginare.

La scintilla sono tre rumeni che avrebbero molestato sessualmente una ragazza (che non denuncia). Trecento cittadini scendono in strada, ma a tirare le bombe carta su polizia e immigrati e a mandare all’ospedale un bengalese sedicenne sono persone col volto coperto. Spuntate da dove? Un residente rivela all’inviata di Piazzapulita «un via vai di gente di Casa Pound» nei giorni precedenti gli scontri. Foreign fighters da altri quartieri, mobilitati dalla causa di buttar giù l’indebolitissimo sindaco? Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) trasecola all’ipotesi di complotto. La più abile nel capitalizzare la rabbia delle borgate, dice di non averci trovato neppure l’ombra del razzismo. Deve essersi persa la donna che, alle telecamere dell’Huffington Post, suggeriva «Du’ taniche de benzina e ‘n fiammifero» per risolvere il problema. Parole non diverse da quelle che sentirò io. Nelle banlieues parigine, impropriamente invocate in questi giorni, erano gli arabi a mettere a fuoco il quartiere. Qui l’unico morto che si piange, a oggi, è il pachistano ucciso a calci in testa a Tor Pignattara da un minorenne romano aizzato dal padre, il 18 settembre scorso. La Meloni, che giustamente ricorda l’anziano di Fidene selvaggiamente picchiato da una banda dell’Est, non ha una parola per lui.

Nella manifestazione anti-Marino che sfilerà per il centro storico pochi giorni dopo, la palla di neve delle agevolazioni per gli imprenditori immigrati è diventata una slavina che rimbalza nei capannelli: «Noi ce strozzamo, loro nun pagano i contributi». Si moltiplicano anche gli annunci senza fondamento di nuovi centri di accoglienza, da centinaia di profughi per volta. Nel goffo tentativo di dimostrare di non avere problemi con gli stranieri gli organizzatori fanno salire sul furgone in testa al corteo un giovane africano smarrito che dovrebbe funzionare da mascotte.

Imbarazzante. Torno a casa con tre sole certezze. La prima è che la realtà è sempre infinitamente più complessa di come si tende a raccontarla. La seconda è che, più la nostra identità traballa più gli immigrati ne diventano puntelli ideali, i nemici perfetti in opposizione ai quali riaffermarla. La terza è che, con le piogge torrenziali recenti, Corcolle sarebbe finita sotto l’acqua alta. Su Facebook ho visto via Sant’Elpidio diventata un ruscello profondo 25 centimetri. A sturare i tombini e ad azionare le pompe gli arrabbiati erano in prima fila. A modo loro amano il posto dove vivono. Sono convinti che liberandosi dei cinquanta rifugiati e di qualche altro centinaio di rumeni il loro quartiere diventerebbe di colpo bello come Monti. È un errore drammatico, drammaticamente diffuso, nelle nazioni e nelle epoche.

Mafia Roma: estrema destra e Tor Sapienza,ombra del clan

  • Lunedì, 15 Dicembre 2014 12:37 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ansa
15 12 2014

Una regia nascosta dietro la protesta di Tor Sapienza contro il centro per rifugiati minorenni. Non quella dell'estrema destra o della criminalità - o di entrambe - ipotizzata a caldo. La regia di Mafia Capitale. L'ipotesi investigativa diventa plausibile da quando, due settimane fa, è emerso nell'inchiesta romana lo scontro tra le cooperative sociali per il lucroso mercato dell'immigrazione. E ancora una volta lo scenario tiene insieme estrema destra e criminalità. Che ci fossero militanti di CasaPound (Cpi) tra i cittadini che protestavano fino ad assaltare il centro della coop 'Un Sorriso' viene ritenuto certo dagli investigatori, anche se finora non ci sono stati provvedimenti giudiziari. Il movimento ammette di aver fatto campagna contro "un'idea per noi sbagliata di accoglienza", come dice il vicepresidente di CasaPound Italia Simone Di Stefano, ma nega qualsiasi coinvolgimento nelle violenze.

E sull'ipotesi che Salvatore Buzzi, braccio destro di Massimo Carminati, si sia servito di militanti di estrema destra per aizzare la protesta contro una coop avversa - come adombrato dalla responsabile di 'Un Sorriso' su La Repubblica - CasaPound è altrettanto netta. "Mai conosciuto Buzzi di persona - dice Mauro Antonini, responsabile Cpi di Roma Est -. Contro un centro per immigrati della sua coop '29 Giugno' a Settecamini (altra periferia romana, ndr) abbiamo lottato fino a impedirne l'apertura pochi mesi prima. Non prendiamo ordini da nessuno". I 'fascisti del Terzo Millennio' - come si definisce CasaPound - minacciano querele a chiunque voglia coinvolgerli nell'indagine su Mafia Capitale, nella quale al momento non risultano coinvolti. Lo stesso accadde quando a luglio scorso si scoprì che Giovanbattista Ceniti, il giovane trovato ferito dove era stato ucciso Silvio Fanella, cassiere della 'banda Mokbel', era stato responsabile Cpi di Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte.

Cacciato via tre anni prima - spiegò il leader di CasaPound Gianluca Iannone - ma presente sul web con la sua carica fino a tempi più recenti. Ceniti è accusato di aver fatto parte assieme a Egidio Giuliani - ex Nar come Carminati - e a un altro complice del terzetto andato in via della Camilluccia per rapire Fanella e fargli dire dov'era il tesoro della maxitruffa a Fastweb e Telecom. L'azione finì con la morte di Fanella dopo uno scontro a fuoco e il ferimento di Ceniti, abbandonato dai suoi complici, in seguito arrestati. Fanella era uomo di Gennaro Mokbel, indagato anche per Mafia Capitale e in rapporti altalenanti con Carminati: 'il Nero' intervenne per difendere il commercialista Marco Iannilli dalle sue minacce di morte. L'indagine sulle violenze di Tor Sapienza è affidata alla squadra mobile, che indaga anche sull'omicidio Fanella. Avvenuto in una zona - la Camilluccia, Roma Nord - roccaforte storica di Carminati e dei suoi. Su questo punto l'indagine della polizia e quella dei carabinieri del Ros sul 'Mondo di Mezzo' della mafia romana potrebbero incontrarsi.

Intanto domani sono in programma nel carcere di Regina Coeli gli interrogatori di garanzia di Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, accusati di essere stati gli intermediari tra la cupola e la 'ndrangheta. E mercoledì è atteso il Riesame per una decina di indagati: tra questi, Salvatore Buzzi, Giovanni De Carlo, sodale di Carminati, Riccardo Mancini, ex Ad di Ente Eur, e Carlo Pucci, già nel Cda dell'Ente. I giudici del Riesame dovranno decidere non solo sulla revoca dell'ordinanza di custodia cautelare ma anche sull'annullamento della aggravante mafiosa. (ANSA).

facebook