Cosa resta di Expo? (oltre Giuseppe Sala)

  • Mercoledì, 09 Dicembre 2015 07:40 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
AlbertCosa resta di Expo?o "Abo" Di Monte, Zeroviolenza
9 dicembre 2015

Che cos’è oggi l'Expo? Se ne parla come se esistesse ancora, ma le immagini cantieristiche dello smontaggio, del movimento-terra, dell'evidenza che ci vorranno almeno tre anni per tornare a calcare il sito espositivo con un progetto compiuto, non ci sono.

Expo, perché non porterei i miei alunni

  • Lunedì, 14 Settembre 2015 11:49 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
14 09 2015

di Alex Corlazzoli*

Expo sì, Expo no. Alla fine ci sono andato (a moderare un dibattito) e mi sono convinto che non porterei mai una classe di ragazzi all’Esposizione mondiale, la Gardaland di Milano. Chi fa il maestro ha il dovere di chiedersi: cosa voglio insegnare ai ragazzi? Come voglio parlare loro del cibo, della terra, dell’aria? Vogliamo dire la verità ai futuri cittadini o mostrare loro una cartolina patinata del mondo? Ecco, se quest’ultima è la vostra intenzione, allora potete andare a visitare Expo 2015. Troverete un grande gioco: potrete timbrare il vostro “falso” passaporto (5 euro a documento) ad ogni Paese che visitate; divertirvi a fare l’henné sulle mani grazie alle donne ugandesi o della Mauritania; saltare sulle reti elastiche del padiglione del Brasile; fare fotografie seduti in una finta tenda berbera; realizzare il vostro menù greco preferito; scrivere il vostro nome con i chicchi di caffè o comprare braccialetti ricordo fatti con i semi. Ma non chiedetevi chi lavora quel caffè; non domandatevi quanti pozzi sono stati distrutti nei terreni dei territori occupati della Palestina; non azzardatevi a capire chi lavora nei campi del Mozambico o del Burundi; non iniziate a farvi domande sui landgrabbing, i ladri di terra. Expo non è il posto dove farvi questi interrogativi e nemmeno dove trovare risposte.

Girando tra i padiglioni dell’esposizione ho avuto la sensazione di aver fatto qualche errore: forse ho sbagliato, durante le lezioni di scienze, a raccontare ai miei ragazzi che il consumo giornaliero di acqua in Africa è di 30 litri rispetto ai 237 in Italia. Probabilmente ho raccontato una frottola quando ho parlato loro dei conflitti per l’oro blu. Devo aver letto male i dati sul Kenya dove il benessere di pochi (2%), è pagato con la miseria di molti (circa il 50% della popolazione vive sotto il livello di povertà). Devo aver visto un altro film finora perché ad Expo non ho trovato una sola riga, una sola informazione che raccontasse alle migliaia di persone che passano in quei padiglioni, il dramma che vivono le popolazioni africane.

Sono partito dalla Palestina: non un’immagine, una riga, una fotografia dell’occupazione. Ho chiesto come mai e mi è stato risposto che “non era opportuno”. Ho pensato che la scarsità di informazioni riguardasse solo quel Paese. Ho provato ad entrare negli spazi dell’Eritrea, della Giordania, della Mauritania: nulla di più che una sorta di mercatino dei prodotti locali, qualche bandiera, poche fotografie. Zero informazioni. Ho pensato che fosse impossibile ma nemmeno in Algeria ho trovato qualche spiegazione se non una bella esposizione di vasellame e di abiti tradizionali. Mai un solo cenno ai problemi di un Paese. A Expo il mondo è tutto bello: l’importante è non sapere.

Non ho imparato nulla visitando il padiglione del Burundi, del Ruanda, dell’Uganda. Nello Yemen hanno persino tentato, come in ogni mercato, di vendermi tre braccialetti con la tecnica dei venditori di strada: “Provali. Quale ti piace? Ti facciamo uno sconto”. Eppure i bambini e i ragazzi che lavorano nelle piantagioni di cacao africane sarebbero, secondo alcune stime, più di 200mila di età compresa tra i cinque e i quindici anni, vittime di una vera e propria “tratta”. L’ Unicef ricorda che 150 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni nei Paesi in via di sviluppo, circa il 16% di tutti i bambini e i ragazzi in quella fascia di età, sono coinvolti nel lavoro minorile.

A citare i problemi della terra ci ha pensato il Vaticano, presente ad Expo: 330 metri quadrati per dire ai cittadini attraverso una mostra fotografica e un tavolo interattivo che esiste il problema della sete, dell’ingiustizia, della fame. Tutto per slogan, nulla di più. E’ a quel punto che mi è venuta una curiosità, alla fine della rapida spiegazione dell’addetto della Santa Sede: “Scusi, quanto è costata la realizzazione?”. Risposta: “Mi dispiace non lo so”. Cerco la risposta via Twitter all’account del Vaticano (@ExpoSantaSede) che mi rimanda ad un articolo che parla della “sobrietà del padiglione”, secondo le parole del cardinale Gianfranco Ravasi. Viene da fare due conti: un’organizzazione italiana mi ha riferito di aver speso per partecipare a Expo (per organizzare eventi, padiglione, personale) circa 700 mila euro. E il Vaticano quanto avrà sborsato per dire che c’è la fame, la sete e l’ingiustizia? 3 milioni di euro equamente ripartiti tra Santa Sede, Cei, Diocesi di Milano e Cattolica Assicurazioni che ha offerto il suo contributo per l’allestimento delle opere d’arte.

Alle 21, stop. Ho deciso: meglio non portare i bambini a Expo. Che capirebbero del cibo, dello spreco, delle risorse?

Un solo consiglio: se proprio ci andate, vale la pena visitare il padiglione zero e quelli della Svizzera e dei Brunei. Naturalmente non li ho visti tutti, potrebbero essercene altri all’altezza di quest’ultimi. E non ho nemmeno timbrato il passaporto.

Un’ultima osservazione: non cercate un’edicola o una libreria (magari dedicata al cibo) a Expo. In una giornata non le ho trovate. Se le avete viste avvisatemi.

Infine due curiosità. La prima: andata e ritorno Treviglio – Milano Expo con Trenitalia è gratis, nessuno è passato a controllarmi il biglietto. La seconda: arrivato ai tornelli mi sono trovato di fronte delle file chilometriche. Avendo un appuntamento alle 10,30 ho tentato di passare attraverso il passaggio dei media pur non avendo l’accredito ma solo un regolare biglietto. Nessun problema: nessuno ha badato al fatto che avessi o meno il pass. Un abito elegante e una borsa d’ufficio ed è fatta. Fila evitata.

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* Giornalista, ma prima di tutto maestro, è autore di alcuni libri, tra cui Ragazzi di Paolo (Ega 2002), Riprendiamoci la scuola (Altreconomia) e Gita in pianura (Laterza). Da diversi anni promuove NonSoloACrema: un programma di appuntamenti con gli autori per portare la cultura anche in campagna, nei più paesi più piccoli. L’articolo di questa pagina è apparso anche su un blog de ilfattoquotidiano.it e qui con il consenso dell’autore.

Senza bere, mangiare e sedersi: così si lavora a EXPO

  • Lunedì, 03 Agosto 2015 13:56 ,
  • Pubblicato in Flash news

Infoaut
03 08 2015

Carlo (il nome è di fantasia) lavora in Expo con il ruolo di addetto all’accoglienza. E’ il primo volto che vede il visitatore quando entra nei padiglioni nazionali della grande esposizione universale.Curati, di bell’aspetto e sempre sorridenti, queste le richieste di EXPO SpA e Manpower ai propri dipendenti.

Al lavoratore viene imposto un regolamento, come ogni azienda che si rispetti. Quello di Manpower è a dir poco restrittivo: Vietato bere, mangiare, sedersi e senza pause. Tutto per iscritto.

I sacrifici si sa vanno di pari passo con il valore della propria prestazione, capita quindi nei normali luoghi di lavoro che alle energie spese per un lavoro salariato corrisponda una paga adeguata. Nulla da fare in EXPO, Carlo non mangia non beve, non si può sedere per 8 ore di fila per 5 giorni alla settimana per una retribuzione di 797 € lordi equaivalenti a circa 560 € al mese.

Expo, da alcuni decantata come la soluzione alla fame nel mondo affama i propri lavoratori con stipendi da fame. Con lo zampino di Manpower (agenzia interinale) e di IVRI che di fatto gestisce l’appalto dell’accoglienza agli stand. Sarebbe curioso sapere quanto vale questo appalto e quanto ci guadagnano EXPO, Manpower, e IVRI. Qeusta cifra non ci è dato saperla e resta nelle oscure stanze di EXPO Spa.

Nel frattempo il Carlo di ogni stand continuerà a sorridere ai visitatori, per 3.2 € l’ora. In alcuni stand della grande esposizione universale non ci si compra nemmeno una bottiglietta d’acqua.

Lecce Prima
21 07 2015

PORTO CESAREO – Morire per una manciata di euro al giorno. Raccogliendo pomodori in campagna. Sotto il sole che picchia impietoso in torride giornate di luglio. Temperature sopra la media che mettono a dura prova la resistenza anche dei più sani e robusti. Figurarsi, allora, compiere uno sforzo fisico ripetitivo sotto 40 gradi o giù di lì, in un paesaggio arido dove non batte un filo d’ombra, alle 16 del pomeriggio, per un uomo che si avvicina alla cinquantina.

Quando l’ambulanza del 118 è giunta sul posto con il medico a bordo, per quel cittadino del Sudan di 47 anni non c’era più nulla da fare. Morto, con ogni probabilità per un malore. Ma c’è ovviamente anche da capire se soffrisse di qualche patologia, per esempio al cuore, qualcosa per cui eseguire lavori in determinate condizioni climatiche fosse assolutamente controindicato.

FullSizeRender-25L’uomo si trovava in un’area di campagna che sorge a ridosso della strada provinciale Nardò - Avetrana, non lontano da una delle tante masserie dell’entroterra, poco prima della marina di Sant’Isidoro.

Una zona che ricade nell’agro neretino, anche se la competenza territoriale è dei carabinieri della stazione di Porto Cesareo. Sono stati loro, infatti, a intervenire, per avviare gli accertamenti, insieme a personale dello Spesal. E sono molti gli aspetti ancora da approfondire.

Per ora si sa che l'extracomuniario si trovava insieme con diversi altri stranieri, una quindicina circa di uomini. Stagionali che ogni anno raggiungono il Salento nelle campagne di Nardò e dintorni, fra una montagna di polemiche a livello politico per la precarietà dell’accoglienza e interminabili lotte sindacali. Il gruppo stava raccogliendo i frutti che sarebbero poi finiti sulle bancarelle di mercati e magazzini, quando all’improvviso uno di loro ha avvertito un mancamento e s’è accasciato.

Il sole batteva forte, è sembrato normale ai compagni di lavoro che qualcuno fra loro potesse subirne le conseguenze. E a quanto pare, inizialmente le condizioni non devono essere sembrate nemmeno molto gravi.

IMG_0662-2I braccianti si sono prodigati per fornire i primi soccorsi, hanno traportato il 47enne all'ombra di un albero, ma da lì a poco la situazione è cambiata, e in modo radicale. Il sudanese, a un certo punto, non ha dato più segni di coscienza.

E’ stato richiesto l’intervento dei sanitari, ma al loro arrivo ormai non c’era più niente da fare. Gli operatori del 118 hanno soltanto potuto constatarne il decesso.

La salma è stata trasferita presso la camera mortuaria dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce. Il pubblico ministero di turno presso la Procura di Lecce, Paola Guglielmi, potrebbe disporre un’autopsia. Molto dipenderà anche da cosa accerteranno i militari.

In queste ore, infatti, i carabinieri cesarini, dipendenti dalla compagnia di Campi Salentina, stanno ascoltando diverse persone in caserma per ricostruire i fatti in ogni dettaglio. E' emerso così che il 47enne aveva il permesso di soggiorno in regola. Scadenza: 2019. Tuttavia, non risulterebbe provvisto di un contratto di lavoro. E qui si innescheranno ulteriori indagini incentrate sugli ultimi giorni di vita di un uomo che cercava una forma di riscatto, pur misero, raccogliendo i frutti della terra, ma che lontano da un’altra terra, quella sua d’origine, ha perso la vita nel luglio più caldo che si ricordi negli ultimi anni a Lecce.

Expo, parlare di cibo per mangiare male

  • Giovedì, 16 Luglio 2015 11:44 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
Hamburger No ExpoLuciano Del Sette, Il Manifesto
15 luglio 2015

Nes­suno è per­fetto. Verità che ben si addice anche a mani­fe­sta­zioni di por­tata inter­na­zio­nale qual è Expo 2015. Dun­que, pen­sando alla ciclo­pica mac­china orga­niz­za­tiva, si è dispo­sti a per­do­nare qual­che pecca, qual­che gra­nello di sab­bia nei motori.

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