×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

La fragile architettura della famiglia

  • Lunedì, 11 Febbraio 2013 08:36 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Isabella Bossi Fedrigotti, Corriere della Sera
10 febbraio 2013

La famiglia, non c'è dubbio, è il tetto. E ancora oggi, pur con paure, esitazioni, incertezze estreme, l'istinto di un uomo e una donna che si incontrano e si innamorano, è quello di costruirsi un tetto, che non è soltanto l'appartamento, la casa ma anche, forse prima di tutto, un luogo immateriale
10 12 2012

Abbiamo creato uno spazio per evitare l’innaturale separazione tra vita personale e professionale    

di Francesca Panzarin*

Tre delle cinque socie sono ex dirigenti di grandi aziende lasciate a casa dopo la maternità. Una storia sentita già molte (troppe) volte. Ci siamo incontrate per caso, a un convegno, su Twitter. Ci siamo confrontate a lungo e abbiamo capito che nessuna di noi aveva più voglia di rientrare in quelle aziende che ci avevano “espulse” quasi fossimo un’anomalia per la semplice ragione che non eravamo più disposte a sottoporre la nostra vita a un’organizzazione del lavoro che impone di stare in ufficio dieci ore al giorno senza poi verificare la qualità di quello che fai.
E pensare che quelle stesse aziende, quando eravamo all’inizio della carriera, ci hanno pagato master in Bocconi e corsi di formazione, trasferte in Italia e viaggi all’estero. Ci avevano affidato business unit e team di persone. Ci avevano fornito cellulare, auto aziendale, assicurazione sanitaria e benefit vari.
Dopo la maternità non siamo state più ritenute in grado di fare quello che facevamo prima.

A dire la verità, su questo punto quelle aziende avevano in qualche modo ragione: quello che facevamo prima oggi probabilmente lo faremmo meglio. Perché la maternità è un corso di perfezionamento. Chi può permettersi di rientrare al lavoro e decide di farlo non torna solo per lo stipendio. Chi torna cerca nel lavoro una sua realizzazione professionale che la completa come persona. E si ritrova spesso a essere più paziente, più capace nel dare le giuste priorità e nel distinguere l’essenziale. Sviluppa una sensibilità più diffusa verso la crescita della propria squadra e del proprio ambiente professionale. Rinunciare a questi talenti è un vero spreco!
Il progetto di PianoC nasce dalla capacità tutta femminile di pensare a soluzioni creative di fronte ai problemi concreti. C’è chi si inventa una nuova professione, chi diventa imprenditrice, chi si mette in rete. Noi siamo convinte che lavorare in modo nuovo si possa. Gli strumenti ci sono, è solo una questione culturale.
Raggiungere un equilibrio e una buona qualità di vita. Evitare l’innaturale separazione che esiste oggi tra vita personale e professionale è la sfida di PianoC.

Uno spazio di coworking progettato all’insegna della flessibilità organizzativa di orari e spazi in cui la professionista che lavora può lasciare suo figlio nello spazio del cobaby, usufruire dei servizi salvatempo (lavanderia, spesa, convenzioni con i negozi del quartiere, etc), fare riunioni in sale dedicate, partecipare alla attività della community (corsi di formazione, scambio di competenze, bookcrossing, etc), incontrare altre professioniste nell’area relax e scoprire magari nuove opportunità di business.
Abbiamo appena aperto lo spazio fisico ma quello che potremmo chiamare “effetto PianoC” è già evidente: da mesi sul sito si è creata una community molto attiva che ci dà suggerimenti su come impostare lo spazio, come arredare le sale, quali sono i servizi salvatempo più utili. Un modello di co-creazione, gratuito e creativo.

Sulla pagina Facebook e su Twitter ci seguono già in molti. Ci incoraggiano e ci chiedono quando apriremo una sede anche nella loro città. Lavorare in modo diverso non è solo un problema di Milano, è una necessità sentita in gran parte d’Italia. Non tutti abitano in zone in cui ci sono asili nido, non tutti si possono permettere una tata, non tutti possono contare su nonni vicini e disponibili. È così tante donne preparate si ritrovano a scegliere tra i figli e il lavoro.
PianoC non vuole essere però una tana per fuoriuscite dal sistema ma un interlocutore attivo nei confronti delle istituzioni e in particolare delle aziende. Proprio perché ne conosce bene i pregi e i difetti. Chi vuol fare la libera professionista può usufruire della flessibilità organizzativa dello spazio. A supporto delle donne che lavorano in azienda proponiamo alle imprese servizi di consulenza per migliorare il cosiddetto work-life balance (l’equilibrio tra la vita privata e professionale) dei loro dipendenti (donne e uomini) e percorsi virtuosi di gestione del congedo di maternità. L’idea è trovare soluzioni nuove a problemi vecchi.
ROMA - Una crisi peggiore delle altre, "perfida", la definisce il Censis nel Rapporto 2012, presentato stamane al Cnel, che ci ha resi inermi di fronte a "eventi estremi", quasi incomprensibili: non solo siamo stati costretti a imparare rapidamente il significato di parole come spread e default, ma le abbiamo viste travolgere la nostra vita, le nostre certezze. E allora gli italiani si sono trincerati nella "restanza", cercando di "sfruttare al massimo tutte le più nascoste ma solide componenti del modello pluridecennale che ha fatto l'Italia di ieri e anche di oggi". Risparmio, rinuncia e rinvio sono diventate per necessità le direttrici dei comportamenti familiari, le tre "r", le chiama il Censis.

Ma non c'è solo paura, trincea, lo sguardo rivolto al passato non è solo nostalgico. Intanto, gli italiani non sono rassegnati. Se si chiede loro qual è la reazione alla crisi della politica, indicata come la causa prima del disastro attuale, la risposta prevalente è "rabbia" (52,3%). La rabbia è anche superiore alla voglia di reagire (20,1%), che però non manca. Gli italiani stanno cercando faticosamente di "riposizionarsi". I giovani si orientano verso "percorsi di formazione tecnico-professionale dalle prospettive di inserimento occupazionale più certe".

Emergono a tutti i livelli modelli di cooperazione: si va dai sempre più consistenti aiuti della rete familiare al boom del modello delle imprese cooperative, cresciute in dieci anni del 14%, al noleggio e al car sharing come superamento dell'auto di proprietà. Si condivide, e si innova anche: la scuola si "internazionalizza", favorendo gli scambi e i soggiorni all'estero di studenti e insegnanti. L'agricoltura diventa più organizzata e competitiva, il commercio inventa nuove reti e nuove forme di distribuzione. Cresce il numero delle imprese attente ai controlli e alle certificazioni di qualità, cambia il modo di informarsi degli italiani, sempre più legato ai social network e meno ai fenomeni tradizionali. Non è tutto sfacelo: il Censis vede consistenti "segnali di reazione degli italiani", e coglie numerosi "processi di riposizionamento nel sociale e nell'economia".

I consumi delle famiglie, incapaci ormai di elaborare strategie innovative di sopravvivenza e prostrate da una crisi spietata, sono ritornati ai livelli del 1997: 15.700 euro annui pro capite, complice anche una flessione tendenziale del 2,8% nel primo trimestre di quest'anno, e del 4% nel secondo. La propensione al risparmio si è ridotta al lumicino, passando dal 12% del 2008 all'attuale 8%. L'83% delle famiglie ha riorganizzato la spesa alimentare cercando offerte speciali e cibi meno costosi, il 65,8% ha ridotto gli spostamenti per risparmiare sulla benzina, il 42% ha rinunciato ai viaggi e il 39,7% all'acquisto di abbigliamento e calzature. Le parole d'ordine sono "risparmio, rinuncio, rinvio". Con qualche operazione "straordinaria" di sopravvivenza: 2,5 milioni di famiglie hanno venduto oro o altri oggetti preziosi, 2,7 milioni di italiani coltivano ortaggi e verdura per l'autoconsumo, 11 milioni di italiani preparano tutto in casa, dal pane ai gelati.
(Più) ricchi e (più) poveri

Negli ultimi dieci anni la ricchezza finanziaria netta è passata da 26.000 a 15.600 euro a famiglia, con una riduzione del 40,5%. Ma questa è la media. Nel dettaglio, le cose sono andate in maniera diversa: la quota di famiglie con una ricchezza finanziaria netta superiore a 500.000 euro è raddoppiata, passando dal 6% al 12,5%, mentre la quota di ricchezza del ceto medio (compresa tra i 50.000 e i 500.000 euro, e comprensiva anche dei beni immobili) è scesa dal 66,4% al 48,3%. C'è stato inoltre uno slittamento della ricchezza verso le componenti più anziane della popolazione: se nel 1991 i nuclei con capofamiglia di età inferiore a 35 anni detenevano il 17,1% della ricchezza totale delle famiglie, nel 2010 tale quota è scesa al 5,2%.

Anziché usare banalmente il termine "disoccupati", il Censis parla di 2.753.000 job seekers. Ma non si tratta di un "inglesismo" superfluo: è che questi quasi tre milioni di persone, in eccezionale aumento (+34,2% tra il primo semestre del 2011 e il primo del 2012) sono effettivamente "persone in cerca di lavoro". Attive, dunque, anche se in difficoltà. Un quarto ha tra i 35 e i 44 anni, un altro quarto si colloca nelle fasce più anziane, gli altri sono under 35, i più penalizzati. Il 20,4% ha perso l'occupazione nel corso del 2011.

Nel corso del 2012 "il 29,6% delle famiglie ha realizzato un trasferimento economico a favore di un proprio componente, con un esborso annuo complessivo intorno ai 20 miliardi di euro". La famiglia, in una situazione così drammatica, senza più punti di riferimento, fa da baluardo economico e da welfare. Per il resto, ci si arrangia come si può: la casa diventa un bed & breakfast (scelta compiuta dal 2,5% delle famiglie nelle grandi città), si affittano alloggi prima tenuti vuoti (3,9%, la quota delle famiglie in affitto nei centri urbani sfiora il 30%) o in ultima analisi si vende la propria casa, senza ricomprarne una nuova e rassegnandosi all'affitto (2,6%).

Il boom della cooperazione
Mentre i modelli produttivi tradizionali scricchiolano (nel manifatturiero si registra il 4,7% di imprese in meno tra il 2009 e oggi) si affermano nuovi settori, come quelli legati alle applicazioni Internet, o si rivalutano nicchie di mercato guardate a lungo con sufficienza, come la cooperazione. Le imprese cooperative sono cresciute del 14% tra il 2001 e il 2011, l'occupazione ha visto l'8% in più di addetti tra il 2007 e il 2011 (+2,8% nei primi nove mesi del 2012), a fronte del -1,2% degli occupati in Italia.

Piccoli Bill Gates crescono

Ci sono poi germogli di novità: nelle circa 800 start-up del 2011 nel settore delle applicazioni Internet l'età media degli imprenditori è di 32 anni. Molti inoltre gli investimenti nelle green technologies. Nell'industria digitale è ormai avvenuto il passaggio "all'era biomediatica", caratterizzata dalla miniaturizzazione dell'hardware e dalla proliferazione delle commessioni mobili.
La scuola: "internazionalizzazione" e percorsi tecnici
In un sistema che si sgretola non ci sono più certezze, e i giovani a fronte al deserto di opportunità cercano nuove strade. Aiutati anche dalla scuola, che, per quanto abbandonata e "tagliata" da ogni nuovo governo che s'insedia, non rinuncia ad affiancare gli studenti nella ricerca di un percorso formativo adeguato a un mondo sempre più complesso. Il 68,1% dei dirigenti scolastici dichiara che la propria scuola negli ultimi cinque anni ha partecipato a percorsi di "internalizzazione", il che significa non solo che gli studenti sono andati all'estero per scambi culturali (il 76,6% dei progetti va in questa direzione) ma che ci sono andati anche i professori (nel 38% delle scuole). E' dunque una scuola sempre meno chiusa quella attuale. I giovani che hanno deciso di completare all'estero la loro formazione superiore sono aumentati del 42,6%. Un altro cambiamento degli ultimi anni è la disaffezione verso l'università (le immatricolazioni sono diminuite del 6,3%) e soprattutto verso le facoltà "generaliste", e l'orientamento verso percorsi di studi di tipo tecnico-scientifico, che registrano un progresso del 2,7% tra il 2007 e il 2010.

Litigare (bene) aiuta i bambini a crescere

30 11 2012

I pedagogisti: i conflitti aiutano a capire i propri limiti e ad aprirsi agli altri. Mai chiedere: "Chi ha iniziato?"    
 
di Antonella De Gregorio

Un gomitolo di lana, un dado, foglietti per prendere appunti e una grossa molletta per raccoglierli: il kit «per gestire i litigi» sembra un gioco in scatola, di quelli da mettere sotto l’albero di Natale. E invece è uno strumento di lavoro per insegnanti, educatori, per chi lavora con gruppi di bambini. Una sorta di «gadget», che completa e arricchisce il «metodo maieutico» per gestire i conflitti tra i piccoli, che verrà presentato sabato a Piacenza dal Centro psicopedagogico per la pace. Al convegno, dal titolo «Litigare bene», il fondatore del Centro, Daniele Novara, presenterà i risultati di una ricerca scientifica che rompe un tabù storico: i litigi, per i bambini sono salutari. Litigare (bene), cioè, aiuta a crescere. Ed è possibile «imparare a litigare».
La ricerca ha coinvolto circa 500 scolaretti di elementari e materne di Torino. Messi nella condizione «giusta», dicono i ricercatori, i bambini tra i 3 e i 10 anni presentano ottime capacità di regolazione: sanno fare la pace, anche dopo un bisticcio animato, in tempi ragionevoli, senza strascichi. Strapparsi di mano un oggetto, darsi uno spintone, escludere un amichetto dal gioco, sono comportamenti istintuali, al nido e alla scuola materna. «Un sistema per conoscere il mondo e se stessi», dicono gli specialisti. Un modo per valutare i propri limiti e quelli degli altri e imparare che picchiando o insultando si viene picchiati o insultati. Lo fanno i cuccioli di qualsiasi specie, anche i piccoli di scimpanzé – spiega Marina Butovskaya, che con un gruppo di antropologi dell’Accademia russa delle scienze ha analizzato la capacità innata di riconciliarsi che hanno bambini e primati di uno stesso gruppo. Basta che l’adulto non intervenga a complicare la situazione. «Non serve correggere, o dare la soluzione “giusta”: i bambini subiscono l’intervento degli adulti, perdendo le loro naturali capacità di autoregolazione», spiega Novara.

    L’applicazione del «metodo maieutico» triplica la percentuale di accordi spontanei e favorisce una diminuzione delle liti.
In cosa consiste il metodo? «Due passi indietro e due avanti – spiega Novara -. Primo: sforzarsi di non fare più l’orribile domanda: “Chi ha iniziato?” o “Chi è stato?”, che comunica al bambino l’idea che verrà giudicato e punito», dice il pedagogista. Poi bisogna rinunciare a fornire una soluzione: «Atteggiamento che crea dipendenza nei bambini, costretti così a rivolgersi sempre all’adulto per sapere cosa fare».
I passi avanti? Aiutare i piccoli litiganti a parlarsi, piuttosto che spegnere il litigio, chiedendo loro: «Dammi la tua versione» e usando i bigliettini per scrivere o rappresentare con un disegno il loro punto di vista: serve a stemperare le emozioni e fa intravvedere la possibilità di uscire dalla situazione. Secondo step: su un altro foglietto si invitano i bambini a trovare da soli un accordo. La molletta raggruppa gli accordi raggiunti. Il gomitolo di lana interviene come oggetto simbolico: occorre un tempo per sciogliere ciò che è stato annodato, dipanare la matassa degli equivoci. E il dado stabilisce i turni: chi parla per primo. Tutto si basa sull’osservazione che, almeno fino a 6 anni, i bambini non hanno tendenze lesive verso i coetanei, non c’è «intenzionalità» di fare male. E anche fino ai 10 anni si può «stare a guardare» con una certa tranquillità.

    Per insegnanti e genitori è difficile resistere alla tentazione di riportare la calma. Imparare a gestire le contrarietà dei piccoli, però, è un esercizio con ricadute positive: per l’adulto, che può essere portato a sedare il conflitto perché gli fa paura o perché attiva dinamiche autobiografiche non sostenibili. E per il bambino, che se impara a vedere le cose da un punto di vista che non è il suo, avrà relazioni migliori con gli altri.
«Uscendo dal tunnel della ricerca dei colpevoli – conclude Novara – si apre uno scenario dove i bambini possono tirare fuori il meglio di sé e diventare alleati nella loro stessa educazione». Con la speranza che crescendo riusciranno a impegnarsi in una convivenza più evoluta di quanto noi oggi non riusciamo a fare.

Famiglia rosso sangue

di Fabio Marcelli, Il Fatto Quotidiano
3 giugno 2012

Un signore vestito di bianco molto preparato in teologia ma le cui esperienze concrete in materia risultano essere piuttosto scarse, pretende ancora una volta di insegnare al mondo, e in particolare agli Italiani, cui da qualche millennio capita di essere piuttosto vicini alla sede centrale della sua potente ed antica organizzazione, cos’è la famiglia, cos’è il matrimonio e come ci si deve comportare.

facebook

Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

leggi di più

 Creative Commons // Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Gli articoli contenuti in questo sito, qualora non diversamente specificato, sono sotto la licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)