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MicroMega
15 05 2015

È dal giugno del 2013, quando Il The Washington Post ed il The Guardian pubblicarono le rivelazioni di Edward Snowden sulle attività di intercettazione e sorveglianza a tappeto messe in atto dalla Nsa, che il termine "sorveglianza di massa" è entrato nella discussione pubblica e nella consapevolezza collettiva.

Se da un lato è proprio di questi ultimi giorni la notizia che una Corte Federale di New York ha dichiarato "illegali" queste attività di sorveglianza, dall’altro, proprio in Europa, dopo gli attentati terroristici di Parigi, i governi di Francia e Spagna, sostenuti dai rispettivi parlamenti, hanno avviato un’attività di legiferazione mirata a censurare la libertà di espressione e ad attivare meccanismi giuridici e tecnologici volti a controllare massivamente i cittadini e le loro comunicazioni.

Con grave pericolo per la democrazia di quei paesi. Ma anche con il timore che quella che sta diventando una vera e propria deriva autoritaria, possa espandersi ad altri paesi del vecchio continente o comunque minarne l’integrità e la fragile unità istituzionale.

Per Stefano Rodotà è un momento di importante verifica della tenuta delle istituzioni ed ordinamenti europei da cui potrebbe nascere, sul piano della democrazia, un’Europa a due velocità.

Professor Rodotà, in Francia e Spagna la democrazia e la libertà di espressione sembrano a rischio. Cosa sta accadendo nel cuore dell’Europa?
Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice "l'unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile". E questo è sempre avvenuto, è avvenuto in particolare dopo l’11 settembre, vicenda che ho vissuto in prima persona perché all’epoca presiedevo i garanti europei e ho avuto una serie di contatti continui con gli Stati Uniti che chiedevano un’infinità di informazioni da parte dell’Europa, cui abbiamo in parte resistito. Questa volta si tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione perché in questi anni si è parlato infinite volte di "morte della privacy": questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90 l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy diceva , riferendosi alla potenza della tecnologia: "Voi avete zero privacy, rassegnatevi". La verità è che il rischio non viene dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato. Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile.

C’è un "pericolo democrazia"?
Questo momento rappresenta un passaggio istituzionale importante, vi è una prepotenza governativa, rispetto alla quale i parlamenti non se la sentono di resistere: tanto in Spagna quanto in Francia, in sostanza c’è una accettazione sia della maggioranza che dell’opposizione. In Francia addirittura l’iniziativa è di un governo socialista, anche se sappiamo chi è Manuel Valls e perché è stato scelto. Tutto questo sta spostando l’attenzione e le garanzie nella direzione degli organismi di controllo giurisdizionali, cioè gli organismi che vegliano sulla legittimità di queste leggi dal punto di vista del rispetto delle garanzie costituzionali. Che sono le Corti Costituzionali in Europa e negli Stati Uniti le Corti Federali. Non vorrei che si dicesse "Eh cari miei voi la privacy l’avete già perduta perché la tecnologia in ogni momento vi segue e vi controlla", perché la verità è che l’attentato ai diritti fondamentali legati alle informazioni viene dalla politica e questo è il punto. Non è la tecnologia.

La motivazione che viene proposta dai governi è sempre di voler individuare i criminali, non spiare i cittadini e con la tecnologia è possibile farlo…
Non tutto ciò che è tecnologicamente possibile è politicamente ammissibile e giuridicamente accettabile. C’è un momento in cui la politica si deve assumere le sue responsabilità e non può dire "ma la tecnologia già rende disponibile tutto questo". La legge spagnola e la legge francese mettono radicalmente in discussione la libertà di manifestazione del pensiero. Finora commettere un reato nell’accesso ad un sito era previsto solo per la pedopornografia. Adesso in Spagna è previsto "l’indottrinamento passivo": il semplice fatto che io vada su un certo sito può essere reato. D’altro canto, nella norma francese in discussione si è introdotta la possibilità di mettere in rete strumenti che consentono di seguire continuamente l’attività delle persone. Nella legge francese si usa addirittura l’espressione "boîtes noires" per definire dei congegni che riducono le persone ad oggetti, utilizzando un apparato tecnologico per verificarne minuto per minuto, il comportamento. E qui c’è una trasformazione stessa del senso della persona, della sua autonomia, del suo vivere libero. La Germania ha stabilito che non è possibile farlo, esiste una privacy dell’apparato tecnologico che si utilizza, estendendo l’idea di privacy dalla persona alla strumentazione di cui si serve. Inoltre, relativamente alla possibilità di entrare all’interno dell’apparato tecnologico dell’utente, che è una delle ipotesi al vaglio del legislatore, la Corte costituzionale tedesca recentemente ed ancor più recentemente la Corte Suprema degli Stati Uniti hanno affermato che non è legittimo. Se la Francia porta avanti questa discussione e la Germania resta ferma sui principi enunciati dalla sua Corte Costituzionale allora avremo nuovamente un’Europa a due velocità, dove i cittadini francesi perdono velocità, perdendo diritti.

Ma ormai forniamo, consapevolmente o meno, i nostri dati ovunque, in rete. Non è già andata perduta la nostra privacy?
Io so che se uso la carta di credito in quel momento sono localizzato, viene individuato che tipo di transazione viene effettuata e quindi si sa qualcosa sui miei gusti, sulle mie disponibilità finanziarie e così via. Però questo argomento non giustifica il fatto che poi, la conseguenziale raccolta delle informazioni implichi che chiunque se ne possa impadronire impunemente. Anzi il problema di uno stato democratico è quello di rendere compatibile la tecnologia con la democrazia. È questo il punto. Uno stato che dice di voler mantenere il suo carattere democratico non dice "visto che ho una tecnologia disponibile la uso in ogni caso". Il problema ulteriore è che si sta determinando un’alleanza di fatto tra soggetti che trattano i dati per ragioni economiche e agenzie di sicurezza che li trattano per finalità di controllo. Perché, dopo l’11 settembre in particolare, l’accesso ai dati raccolti dalle grandi società da parte dei servizi di intelligence c’era e c’è stato solo l’accenno a qualche timida reazione, ad esempio, da parte di Google. Sappiamo che in quel momento si sedettero allo stesso tavolo gli "Over the Top" (intendendo con questo termine le grandi multinazionali dell’ICT - ndr) ed i responsabili delle agenzie di sicurezza.

Ma oltre la questione giuridica vi è la necessità di una maggiore consapevolezza degli utenti, che si rendano conto anche di cosa accade, di come sono gestiti i propri dati che capiscano l’uso che ne viene fatto…
Assolutamente d’accordo. C’è un grande problema culturale. È un problema che investe il sistema dell’istruzione ed il sistema dei media. Molte delle sentenze che ho citato, infatti, provengono da richieste di semplici cittadini o di associazioni che hanno portato davanti alle corti questi comportamenti. Quindi non c’è dubbio che oggi il problema, in largo senso, della "consapevolezza civile" è un problema fondamentale. I cittadini non sanno ad esempio, che possono rivolgersi persino al ministero dell’Interno per sapere se vi sono trattamenti in corso sul proprio conto. Addirittura in Italia, tramite il Garante, il cittadino in alcuni casi può accedere ai dati trattati dai servizi di intelligence che lo riguardano.

Antonio Rossano

Bambini delle scuole schedati su base etnico-religiosa, un censimento informale contrario a tutti i principi della costituzione repubblicana che rievoca i peggiori spettri del passato collaborazionista francese. E' quanto concepito da Robert Menard, sindaco della città di Bèziers eletto nel 2014 con il sostegno decisivo del Front National
Cronache del Garantista ...

Francia - immigrazione. L’accoglienza nelle bidonvilles

  • Martedì, 05 Maggio 2015 07:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

Meltingpot
05 05 2015

A Calais si applica la "politica del muro" decisa a Bruxelles, le condizioni di vita di migliaia di migranti che aspettano di passare clandestinamente in Inghilterra o l’asilo in Francia sono disumane


Tredici anni dopo la chiusura di Sangatte, il centro ’di accoglienza’ creato nel 1999, la situazione resta ingestibile.

Per anni gli immigrati hanno vissuto nella "Jungle", sparsi lungo le vie di circolazione dei camion verso il tunnel e nei parcheggi dei centri commerciali o degli hypermercati. Estrema povertà, precarietà, repressione, violenze, attacchi, abusi ed estorsioni della polizia. Oltre all’avvilimento causato da privazioni e miseria, i migranti che aspettano di passare in Inghilterra vivono nella paura e nell’ansia costante del rischio che comporta la traversata. La prospettiva dei controlli di polizia, la minaccia dell’espulsione, le pressioni dei trafficanti e gli inevitabili conflitti tra immigrati sono ulteriori traumi quotidiani dopo il tormentato passaggio del Mediterraneo o dell’Europa meridionale per decine di migliaia di sudanesi, eritrei, siriani, afgani, pakistani e irakeni ospiti "illegali" nelle bidonvilles del nord Europa. In Francia, abitano in stabili abbandonati o in accampamenti improvvisati che vengono sistematicamente evacuati con la forza, poi distrutti mentre nasce la geografia dei "nuovi" campi orchestrata dal governo e dai prefetti.

Le associazioni di aiuto e di solidarietà* agli immigrati segnalano e denunciano da anni, sia alle autorità pubbliche che a quelle politiche, le condizioni di vita inumane, l’insalubrità per mancanza di acqua, di servizi igienici e di eliminazione dei rifiuti, e l’assenza di servizi sanitari. Per alimentarsi non possono scaldare il cibo se non bruciando qualcosa, spesso materie tossiche.

A Calais, un unico punto di riferimento, il nuovo centro Jules-Ferry in periferia, dove ottenere un pasto al giorno, ricaricare le batterie del telefono e utilizzare le toilettes in prossimità della "zona protetta", terreno di 18 ettari concesso dalla municipalità ai bordi dell’autostrada per costruire ripari di fortuna ed allontanare dai residenti gli immigrati che occupavano immobili o fabbriche abbandonate. Messi di fronte alla minaccia di espulsione forzata e violenta hanno ’scelto’ la discarica. Un movimento imposto che in queste settimane sta svuotando il centro città. Questi sfollati vanno quasi tutti ad occupare le dune al bordo del mare seguendo l’ingiunzione prefettizia che impone l’allontanamento ai limiti dell’abitato cittadino, si installano grazie all’aiuto delle associazioni umanitarie e alla solidarietà di molti abitanti che mettono a disposizione i loro mezzi di trasporto. Si vedono arrivare anche a piedi con un sacco di plastica o con un carrello del supermercato stracarico.

L’area concessa è zona di caccia, a rischio di inondazione, paludosa, pista di moto-cross e luogo di raccolta rifiuti dei cantieri di costruzione. Li vivono circa duemila immigrati obbligati a coabitare in una ’città’ effimera con uno statuto aleatorio, che accoglie ’abitanti’ in transito, fermi per qualche settimana o qualche mese all’ultima frontiera dello spazio di Schengen prima del Regno Unito.

Cosa fa il governo francese? Il ministro degli interni, Bernard Cazeneuve, era andato in visita a Calais lo scorso novembre dicendo di essere intenzionato ad alleviare "la sofferenza dei migranti", considerando che è un "dovere della Stato" trovare una soluzione dignitosa alla permanenza degli immigrati sul territorio francese. Firmando un accordo con il prefetto per la creazione di un centro di accoglienza di 400 posti di alloggio diurno (solo pomeridiano) in pieno inverno, senza tenere conto che tra gli immigrati ci sono molti minorenni e donne con bambini.

Negli stessi giorni, il ministro francese otteneva dal suo omologo britannico, Theresa May, 15 milioni di Euro per installare controlli e barriere di sicurezza con lo scopo di impedire agli immigrati ogni accesso al porto. Per la Gran Bretagna, l’esternalizzazione delle frontiere avviene in Francia, non a caso la visita di Cazeneuve a Calais era finalizzata all’incontro (G6) dei ministri dell’interno convocati a Parigi tre giorni dopo sulla questione "terrorismo-immigrazione". Questa convocazione serviva ad attivare il passaggio dall’operazione "Mare Nostrum" all’operazione "Triton" alle frontiere meridionali dell’Unione europea.

La politica della Francia sull’immigrazione si può quindi riassumere in: intimidazione, maltrattamenti, segregazione, repressione ed espulsione.

*Informazioni su:
- https://calaismigrantsolidarity.wordpress.com
- https://passeursdhospitalites.wordpress.com

Huffington Post
30 04 2015

Studentessa musulmana cacciata da scuola francese: "La tua gonna è troppo lunga". La solidarietà su Twitter

È stata cacciata da scuola perché indossava una gonna troppo lunga. Questa la motivazione con cui un istituto francese ha deciso di allontanare una ragazza di 15 anni. Alla giovane, di religione musulmana, è stato vietato di frequentare le lezioni perché si tratta di un istituto laico e la gonna lunga è, secondo l'ordinanza del preside, un simbolo religioso.

In Francia vigono leggi molto severe che vietano agli studenti di indossare simboli religiosi apertamente in istituti di istruzione. La studentessa parlando al quotidiano locale L'Ardeannais, ha riferito che aveva già tolto il velo per poter frequentare la scuola. Ma anche la sua gonna lunga è stata considerata una "provocazione", un potenziale atto di protesta: "La mia gonna non è niente di speciale, è molto semplice, non c'è nulla di evidente. Non vi è alcun segno religioso di sorta", ha detto la giovane.

"La ragazza non è stata esclusa, le è stato solo chiesto di ripresentarsi con un altro tipo di abbigliamento" ha detto un funzionario locale della cittadina di Charleville-Mezieres, vicino al confine con il Belgio. La notizia ha scatenato una levata di scudi sui social media, con i commentatori che rimarcano l'ipocrisia e il bigottismo nel trattamento riservato alla ragazza. Su Twitter, l'hashtag #JePorteMaJuppeCommeJeVeux ("Indosso la gonna che voglio") è già un trend.

I critici delle rigide leggi francesi nelle scuole dicono che queste velatamente nascondono un pregiudizio diffuso contro i musulmani e gli immigrati nella società francese. Recenti ricerche hanno rivelato come i musulmani affrontino discriminazioni sistematiche sulla base della loro razza, credo e cultura.

Keith HaringLa questione della donazione del sangue da parte delle cosiddette categorie "a rischio" prima fra tutte quelle degli omosessuali uomini, è vecchia e risale ai primi protocolli che dagli Stati Uniti e poi in Europa furono decisi dopo lo scoppio dell'epidemia nei primi anni '80. Il dibattito è tutt'altro che chiuso così come ci ricorda la sentenza pronunciata dalla Corte di giustizia dell'Unione Europea rispetto a un ricorso presentato contro l'attuale normativa vigente in Francia.
Aurelio Mancuso, Cronache del Garantista ...

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