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Le persone e la dignità
07 01 2015

Sconvolgente attacco armato contro la redazione parigina di Charlie Hebdo. Una sventagliata di pallottole contro i giornalisti gridando «Vendicheremo il profeta». Almeno 12 morti. Due dei quali poliziotti. Freddati per strada come mostrano video e foto. Due uomini incappucciati e vestiti di nero sono penetrati nella sede del giornale satirico francese, noto per le prese di posizione dissacranti e provocatorie sul terrorismo di matrice islamica, prima di aprire il fuoco con dei kalashnikov.

Fuga in auto. Agenti uccisi per strada

Quel che è successo sfiora l’inimmaginabile. L’attacco, le raffiche in redazione. Uccisioni, vere e proprie esecuzioni. La fuga, con gli agenti che cercavano di reagire travolti dai proiettili. E ammazzati mentre erano a terra. Posti di blocco in tutta Parigi. Un’ora prima dell’attacco i redattori della rivista avevano postato sull’account ufficiale una vignetta raffigurante al-Baghdadi, il capo dell’Isis. Queste le parole attribuite al terrorista: «Al dunque, i migliori auguri». Gli assalitori sono successivamente fuggiti a bordo di un’auto nera. Facendosi largo con altre raffiche di Ak 47. Scene riprese e fotografate da decine di testimoni con video e foto che stanno rimbalzato su tutti i siti. Allerta massima in tutta la Francia: siamo a livello 3: quello che prevede l’ipotesi di altri attacchi. E che estende immediatamente l’allarme a Europa e Usa. Il presidente Hollande è sul posto. «È terrorismo, attacco contro la libertà». «Dobbiamo reagire con fermezza, ma con uno spirito di unità nazionale. Dobbiamo essere compatti - ha detto ancora il presidente - mostrare che siamo un paese unito. Siamo in un momento difficile: molti attentati erano stati evitati, sapevamo di essere minacciati perché siamo un paese di libertà».

Il grido: «Allah u Akbar»
Secondo alcune testimonianze, dopo l’attacco i due assalitori sarebbero riusciti a fuggire, aggredendo un automobilista e impossessandosi della sua auto. I due durante l’attentato hanno gridato «Allah u Akbar», Dio è grande: lo testimoniano le immagini girate dal giornalista Martin Boudot, trasmesse da France Televisions.

«E’ un vero massacro!». Almeno 12 morti
«È un vero massacro, ci sono dei morti!»: così in una drammatica telefonata uno dei dipendenti del giornale Charlie Hebdo che si trovava nella sede al sito di 20 Minutes ha testimoniato l’assalto al giornale prima che la linea cadesse.

Nel novembre 2011 la sede del settimanale venne distrutta da una bomba molotov e dall’incendio generato dall’esplosione. La redazione aveva annunciato la nomina di Maometto come direttore del numero in uscita, che si sarebbe chiamato «Sharia Hebdo» in relazione alla vittoria del partito islamico di Ennahda alle elezioni in Tunisia e alla decisione del nuovo governo libico di usare la sharia come principale fonte di legge.

Nel 2006 vignette contro Maometto
Nel 2006 il settimanale Charlie Hebdo suscitò polemiche pubblicando una serie di caricature del profeta Maometto, diffuse inizialmente dal quotidiano danese Jyllands-Posten. E appunto: nel 2011 la sede del giornale venne colpita da alcune bombe molotov.

Hollande: «Sventati diversi attentati»
«Non c’è dubbio che si tratti di terrorismo. Diversi attentati sono stati sventati nelle scorse settimane», «siamo minacciati perché siamo un Paese di libertà». Così il presidente francese Francois Hollande, parlando con i giornalisti della carta stampata e delle televisioni a Parigi dopo essersi andato sul luogo dell’attentato. «Esprimo cordoglio per le vittime, sia giornalisti che poliziotti, al servizio della libertà della Francia», ha detto Hollande, che ha poi annunciato: «Alle 14 riunirò all’Eliseo tutti i ministri e responsabili della sicurezza».

la Repubblica
27 11 2014

La legge Veil (che consente l'aborto in Francia dal 1975, ndT) compie 40 anni ed è un progresso fenomenale. Proprio quando altri Paesi mettono in dubbio il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza, fatto gravissimo, noi invece celebriamo i quattro decenni dalla sua nascita. ...

Nuovo "gioco" a scuola: trova l'aspirante jihadista

  • Giovedì, 27 Novembre 2014 09:25 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Fatto Quotidiano
27 11 2014

Barba lunga non curata, perdita di peso legata a frequenti digiuni, rifiuto di farsi tatuare.

Sono alcuni punti che emergono nel manuale anti-jihad pubblicato dal provveditorato agli studi di Poitiers. Un documento di 14 pagine per la "prevenzione della radicalizzazione in ambito scolastico" destinato agli insegnanti della città (storicamente nota perché è qui che nel 732 Carlo Martello cacciò gli invasori musulmani) per aiutarli a riconoscere gli alunni "a rischio", quelli che potrebbero convertirsi all'Islam radicale e arruolarsi nell'Isis.

La guida mette in evidenza alcuni "comportamenti" sospetti, come il "ripiegamento identitario" o "l'esposizione selettiva ai media". E individua modelli generici ai quali i ragazzini si potrebbero adeguare. Il modello "Lancillotto" per esempio, quello del giovane "votato al sacrificio", o il "Madre Teresa" di chi è "da motivazioni umanitarie".

È stato il giornale on line Mediapart a rivelare l'esistenza della guida. ...

Il Fatto Quotidiano
16 11 2014

Madame Clerc, 86enne, ha aperto La Maison de Babayagas in Francia, un alloggio sociale in cui le donne, spesso provenienti da contesti al margine, possono vivere a costi contenuti purché siano impegnate in attività di difesa della questione femminile: "La vecchiaia non è una patologia e abbiamo tutto il diritto di viverla in modo intelligente"

di Valentina Avoledo 

Thérèse Clerc ha 86 anni e abita Montreuil, un comune a pochi chilometri da Parigi. Alla sua età sta portando avanti “la rivoluzione” in cui ha sempre creduto. La sua battaglia è cominciata quando era giovane con la militanza femminista. Dalle fondamenta del suo impegno, nel 2013, è nata la Maison des Babayagas, una casa per over 65 che accoglie le donne che vogliono vivere in modo intelligente la terza età. Un alloggio sociale per persone con risorse limitate che in cambio di un affitto contenuto offrono dieci ore a settimana di impegno per la collettività e nella ricerca sulla questione femminile. Appartamenti di 40 metri quadri per 350 euro al mese. Al momento ci sono 21 donne, ma sul modello Babayagas stanno nascendo altre case in Francia e non solo: parte dell’attivismo di Madame Clerc è proprio esportare il suo progetto tramite incontri e conferenze. Emblematica, quanto ironica, la scelta del nome, le Babayaga sono personaggi della mitologia slava raffigurate come streghe, a volte cattive, a volte consigliere, che si spostano a cavallo di un mortaio.

Madame Clerc quando è diventato reale il progetto della Maison des Babayagas?
Sono madre di quattro figli. Ho sempre lavorato, avevo una piccola bottega di abbigliamento e, oltre ai bambini, per cinque anni ho dovuto assistere mia madre che era inferma. Nonostante tutti gli impegni, la militanza femminista è sempre stata una delle priorità. Nel 1995 con alcune amiche ho presentato il progetto di una casa collettiva alle autorità, ma nessuno ci ha ascoltato finché, nell’estate del 2003 l’ondata di caldo anomalo ha uccido 15 mila anziani. Da lì è come se la Francia si fosse accorta dell’esistenza della terza età. Le Monde ha pubblicato un articolo sulla nostra idea e questo ha scatenato l’interesse delle Istituzioni. Dieci anni dopo, a febbraio 2013, abbiamo inaugurato la casa. Un po’ di soldi sono arrivati dallo Stato altri li abbiamo ottenuti attraverso un mutuo.

Quali sono le attività in cui siete impegnate?
Sono cinque i punti fermi del nostro progetto di pedagogia collettiva: autogestione, cittadinanza, ecologia, femminismo e laicità. La casa ha appena aperto un’università popolare nella quale promuoviamo l’attività intellettuale rivolta a tutti e improntata soprattutto nello studio della questione femminile. Molte donne che vivono con noi vengono da contesti poveri. Non hanno ricevuto un’istruzione, non hanno mai lavorato. Hanno trascorso la vita a crescere figli, spesso numerosi, perché erano tempi in cui non c’erano i cosiddetti “dispositivi per il controllo delle nascite”. Si parla di figli, di famiglia, ma la maggior parte di queste parole significano “donna”. E’ la donna che cura i figli e gli anziani e dev’essere una scelta, non un obbligo sociale.

Ha intenzione di portare l’idea anche in altri Paesi fuori dalla Francia?
La maison è prima di tutto un progetto sociale, ma è da considerarsi anche nell’ottica della silver economy: non si può dimenticare che nel 2050 più della metà della popolazione sarà costituita da over 60. Le donne poi, per troppo tempo sono state considerate “inutili” una volta finita l’età fertile. Bisogna sradicare lo sguardo discriminatorio che ha la società verso la donna. La vecchiaia in genere è ancora considerata come una patologia ma abbiamo il diritto di vivere una terza età intelligente. Perché una volta che si è libere da figli, lavoro, casa e famiglia, l’anzianità è a tutti gli effetti la stagione della libertà: ricamare e guardare la televisione non è di certo il modo migliore di viverla.

Depistaggi alla francese, quando le armi non letali uccidono

  • Lunedì, 17 Novembre 2014 08:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
16 11 2014

CESARE PICCOLO

A fine ottobre un giovane militante ecologista viene colpito a morte durante degli scontri con i gendarmi. La pubblicazione delle loro conversazioni conferma ora la gestione opaca della tragedia da parte delle autorità. E costringe il governo a vietare l'uso delle granate offensive
SivensLe autorità francesi faticano a contenere le conseguenze politiche del caso Rémi Fraisse, il giovane ecologista colpito a morte nella notte tra il 25 e il 26 ottobre durante gli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti. Dopo la rinuncia alla diga del Testet, nella foresta di Sivens, ora il governo è stato costretto anche a vietare l'uso delle granate offensive nelle missioni di ordine pubblico della gendarmeria nazionale. Ma oltre all'uso sproporzionato della forza da parte di uomini in divisa, come in Italia, a generare tensioni sono i tentativi di ostacolare la ricerca della verità.

L'annuncio del bando alle granate, fatto dal ministro dell'interno Bernard Cazeneuve il 13 novembre, era diventato ormai inevitabile. Dopo tre settimane di polemiche e depistaggi, quella stessa mattina, il quotidiano Le Monde aveva pubblicato le registrazioni delle conversazioni dei gendarmi durante gli scontri. La prova inequivocabile che sapevano fin dall'inizio, dopo pochi minuti, che la morte era stata causata dalla granata lanciata dal sottufficiale “J”. E informarono immediatamente tanto la gerarchia quanto l'autorità giudiziaria.

Eppure la prefettura aveva iniziato col dichiarare che una pattuglia di gendarmeria aveva rinvenuto un corpo senza vita. Poi che il corpo era quello di un manifestante, facendo trapelare che nel suo zaino c'erano due bottiglie, una delle quali in vetro, e che sui suoi vestiti erano state rinvenute tracce di esplosivo. Lasciando così intendere che la morte di Rémi Fraisse potesse essere stata provocata dallo scoppio di un suo ordigno. Era stato quindi riconosciuto che le tracce erano compatibili con l'esplosivo delle granate della gendarmeria, ma che nulla provava che la morte fosse dovuta allo scoppio di una granata. Il tutto accompagnato da una intensa repressione delle manifestazioni di protesta, additate come violente, e da alcune grossolane provocazioni, come quella di Thierry Carcenac, presidente socialista del consiglio provinciale - all'origine dei lavori della diga e grande sponsor del progetto - che dedicando un pensiero al ragazzo ucciso aveva notato come fosse "relativamente stupido morire per delle idee”.

Da tempo peraltro gli ambientalisti locali denunciavano la violenza di cui erano oggetto, le infiltrazioni e le cacce all'uomo notturne, perpetrate da squadre verosimilmente composte da cacciatori e agricoltori protette della Gendarmeria, che secondo le loro testimonianze si premuravano poi di scovare e arrestare i manifestanti braccati. Una linea dura che ha raggiunto il parossismo durante gli scontri del 25-26 ottobre quando, secondo secondo l'inchiesta ufficiale, 23 granate sarebbero state lanciate tra mezzanotte e le tre del mattino. Obbedendo così alle consegne del prefetto, che, secondo il responsabile locale della gendarmeria, poi smentito dal ministro, aveva chiesto di esercitare una “fermezza estrema” nei confronti dei manifestanti.

Il progetto contestato dagli ecologisti e dagli abitanti era relativamente modesto. Circa otto milioni per una diga in zona umida, un bacino per una ventina di aziende agricole affinché potessero estendere i campi di mais. Ma progetti alternativi, magari meno redditizi per le imprese concessionarie non ne erano stati studiati. Sullo sfondo, il conflitto locale tra due concezioni agricole opposte, i sostenitori del biologica e e i produttivisti, piccole e grandi aziende, e tra il sindacato ambientalista Confédération Paysanne e l'organizzazione padronale.

Ma al di là delle questioni agricole e ambientali, il dramma del Tarn ha acceso il dibattito sulle violenze delle forze dell'ordine - in primis il frequente uso e delle armi cosiddette “non letali” - e la loro impunità. Una polemica, va detto, più culturale e politica che di piazza: le numerose manifestazioni promosse dalle associazioni ambientaliste e studentesche hanno avuto una affluenza inaspettatamente bassa, malgrado la mobilitazione dei partiti alla sinistra del Ps, il Front de Gauche di Jean-Luc Mélenchon in testa, che da tempo chiede le dimissioni del ministro degli Interni.

La morte di Rémi Fraisse richiama alla memoria altre tragedie. E presenta una serie di similitudini con quella di un altro giovane militante ecologista, Vital Michalon, ucciso anche lui da una granata di gendarmeria, esattamente 37 anni fa, durante le manifestazioni contro la costruzione della mega-centrale nucleare di Creys-Malville. Anche allora alle smentite sulle responsabilità delle forze dell'ordine si associò una campagna di denigrazione della vittima. È dal 1977 che la sua famiglia chiedeva che fossero banditi questi ordigni, presentati come non letali. Tra l'altro, il ministro Cazeneuve ha sostenuto che proprio per il carattere non letale degli ordini, avrebbe persuaso le autorità ad attendere il risultato dell'inchiesta prima di avvallare la tesi della granata omicida.

La svolta ora è stata annunciata, ma non senza resistenze. Un sindacato della polizia ha tentato di bloccarla, e diverse altre voci si sono dette contrarie al divieto delle granate offensive. Perché l'uso delle diverse armi vendute come non letali - secondo gli esperti - si è esteso fino a diventare un elemento essenziale delle politiche di sicurezza. E come in Italia, è estremamente difficile per le vittime della violenza esercitata dalle forze dell'ordine ottenere giustizia. Il semplice sporgere denuncia richiede una determinazione ed una competenza giuridica notevoli per superare reticenze e rifiuti di commissariati e gendarmerie. E a fronte di sanzioni disciplinari e severe condanne nei confronti delle pecore nere delle forze di polizia e gendarmeria per casi comuni (dalla deteriorazione del veicolo di servizio alla corruzione...) una sostanziale impunità viene assicurata sia dalla gerarchia che dal sistema giudiziario in caso di abusi nei confronti dei comuni cittadini.

E i casi non sono pochi. Lo stesso giorno nel quale il governo ha annunciato la fine dell'uso delle granate offensive, ad esempio, si è aperto il processo al poliziotto che quattro anni fa, sparò un colpo di flash-ball (altra arma non letale che in Francia, almeno una volta ha ucciso) contro Geoffrey Tidiani, studente liceale di 16 anni. Il ragazzo assieme ai compagni di classe stava bloccando la porta di un liceo di Montreuil con dei cassonetti, nel corso delle proteste contro la riforma delle pensioni voluta dal governo Fillon. Geoffrey se l'è cavata, ma è stato poi denunciato per violenza dal poliziotto che gli ha sparato. Ed è solo grazie a un filmato pubblicato su sito di informazione Rue99 che la sua famiglia non è stata condannata a pagare i danni.

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