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Il Fatto Quotidiano
05 09 2014

E’ di due mesi la condanna con la condizionale per 55 attivisti di Greenpeace, tra cui 7 italiani, per l’azione di protesta alla centrale nucleare di Fessenheim in Francia dello scorso marzo, come parte di una più ampia protesta che si è svolta in tutta Europa. Sembra sia inedita la rapidità della decisione del giudice del Tribunale di Colmar di assumere una decisione dopo un solo giorno di processo.

Ma il tema, quello dell’invecchiamento dei reattori nucleari in Europa e, dunque, i loro crescenti rischi, rimane sul tappeto. Da una parte il loro invecchiamento richiederebbe, secondo le analisi di Greenpeace, la chiusura di almeno 36 reattori; dall’altra, le aziende elettriche hanno già chiesto almeno 46 estensioni della licenza oltre i limiti già fissati. In alcuni casi, invece, vediamo che la situazione è così critica che i reattori vengono comunque fermati: è il caso in queste settimane di tre reattori delle centrali di Doel (uno dei quali per sabotaggio) e Thiange in Belgio.

I reattori nucleari, come tutte le macchine, con l’invecchiamento aumentano i rischi di malfunzionamenti e incidenti. E in un Paese come la Francia, la copertura assicurativa è di soli 91 milioni di euro per reattore: una cifra irrisoria se si pensa ai rischi potenziali di un incidente nucleare grave. Nel rapporto commissionato da Greenpeace sull’invecchiamento dei reattori nucleari si riporta una analisi della situazione. E’ possibile procedere a una fuoriuscita più rapida dal nucleare in Europa, mantenendo gli impegni a ridurre le emissioni? Secondo la Roadmap presentata lo scorso luglio da Greenpeace, aggiornata per tener conto degli effetti della crisi Ucraina sul mercato energetico, è possibile.

Secondo le stime presentate dal rapporto, elaborate dal Dlr tedesco per conto di Greenpeace, al 2030 sarebbe possibile portare la produzione nucleare a un minimo, intervenendo in modo massiccio sia con misure di efficienza energetica che sviluppando le rinnovabili. L’aumento dei costi dell’elettricità sarebbe contenuto in 0.7 centesimi/kWh, ma sul più lungo termine ci sarebbe una riduzione legata alle minori importazioni di fonti di energia e al taglio delle emissioni di Co2. I vantaggi sarebbero diversi: minori rischi, minore dipendenza energetica e maggiore occupazione.

Per centrare questi obiettivi occorrerebbero però impegni ben più ambiziosi di quelli oggi in discussione in sede europea per il 2030. Alzare al 40% gli obiettivi per l’efficienza energetica, al 45% quelli per le rinnovabili e al 55% la riduzione delle emissioni di Co2 e rendere questi obiettivi legalmente vincolanti, aiuterebbe quella rivoluzione energetica indispensabile per il futuro del Pianeta. Per questo i nostri attivisti sono entrati in azione nello scorso marzo a Fessenheim, in Francia, e in altre cinque centrali nucleari di altri Paesi europei, per protestare pacificamente contro una forma di energia altamente pericolosa e ribadire un concetto fondamentale: il nucleare, al pari di petrolio e carbone, non è di certo il futuro di cui l’Europa ha bisogno.

Francia, ong denuncia: "Bambini rom esclusi dalle scuole"

  • Giovedì, 31 Luglio 2014 09:40 ,
  • Pubblicato in Flash news

Redattore Sociale
31 07 2014

L'associazione European roma rights centre, che ha condotto una ricerca nei campi rom di Lille, Parigi e Marsiglia, mette sotto accusa sindaci e autorità locali che richiedono documenti non necessari rallentando le pratiche di iscrizione

Più della metà dei bambini rom che vive in Francia non va a scuola e le autorità locali stanno deliberatamente bloccando le loro iscrizione. A denunciarlo è l’organizzazione non governativa European roma rights centre (Errc) che ha diffuso i risultati di una ricerca condotta all’inizio dell’anno su un campione di 118 intervistati nei campi rom di Lille, Parigi e Marsiglia.

Le autorità negano che ci sia in corso una politica di esclusione dalla scuola primaria ma la ricerca ha evidenziato come le procedure per l’iscrizione hanno dei tempi eccessivamente lunghi e che queste vengono alla fine rimandate a una data non definita, nonostante in Francia l’obbligo scolastico comprende la fascia d’età che va dai 6 ai 16 anni. “Ho fatto il possibile per iscrivere mio figlio a scuola – racconta una madre – presentando tutti i documenti necessari ma il sindaco ha bloccato tutto. Sono dei bambini rom e per questo vengono trattati in maniera differente”.

“A volte vengono richiesti documenti non necessari, come il certificato di residenza o quello dei vaccini – spiega Erika Bodor, che ha condotto lo studio, al quotidiano The Telegraph – anche se l’unico documento previsto per legge è la carta d’identità. Quando vediamo un bambino chiedere l’elemosina in strada – continua la ricercatrice – ci viene da domandarci se la situazione sia stata determinata da un sindaco che ha rifiutato di iscrivere il bambino a scuola ”.

“Si tratta di una violazione diretta degli obblighi nazionali e internazionali – dichiara il presidente del consiglio di amministrazione dell’Errc Rob Kushen – che mette a rischio il futuro di questi bambini, diminuisce le loro opportunità di impiego e non fa che alimentare l’esclusione sociale”. Manon Fillonneau del team di ricerca dell’Ong parla invece di una situazione che può essere “facilmente associata a una politica di espulsione”. Secondo l’Ong lo scopo delle autorità locali è infatti quello di evitare la mobilitazione da parte di insegnanti e genitori in difesa dei giovani studenti in vista della demolizione dei campi rom.

Una situazione questa che non può non richiamare alla memoria le dichiarazioni del ministro degli interni Manuel Valls, che ha causato non poche polemiche, secondo cui la maggior parte della comunità rom “non ha alcuna intenzione di integrarsi” e quindi dovrebbe far ritorno ai loro paesi di origine. Numerose manifestazioni di protesta si sono scatenate in tutta la Francia anche lo scorso anno, quando una quindicenne rom è stata costretta, davanti a tutta la classe, a scendere dall’autobus alla fine di una gita scolastica per essere rispedita in Kosovo insieme alla famiglia.

Federica Onori

La Francia e il coprifuoco per i tredicenni

La 27 Ora
17 07 2014

A cominciare da ieri sera, i ragazzini di età inferiore ai 13 anni sorpresi per strada a Suresnes (a Nord-ovest di Parigi) tra le 23 e le 6 del mattino saranno fermati, riportati a casa e la multa — oltre che la ramanzina — sarà riservata ai genitori. Lo ha deciso il sindaco Ump (centrodestra) Christian Dupuy, dopo che l’anno scorso una banda di adolescenti appassionati di petardi aveva finito con il dare fuoco a una villetta.

Con l’estate in Francia arriva la stagione del coprifuoco per i ragazzini. Il primo a deciderlo quest’anno è stato il sindaco di Béziers, Robert Menard, eletto con i voti del Front National. Quando a maggio Menard ha emanato la sua ordinanza sull’ordine pubblico, è stato accusato di riflesso autoritario, di scegliere una misura liberticida e repressiva come primo atto del suo mandato. «Sono sciocchezze alle quali possono credere giusto quattro bobo parigini», ha detto subito Menard.

I «bobo » sono una categoria importante nel dibattito socio-politico francese: li ha identificati e descritti il columnist del New York Times, David Brooks, in un libro di ormai 14 anni fa che descriveva il tipo umano del «bourgeois bohème », il borghese (quasi sempre parigino) con il portafoglio a destra e il cuore a sinistra, facoltoso e integrato nel sistema economico ma affezionato alle parole d’ordine e ai valori della sinistra alternativa e ecologista. Il termine «bobo » ha avuto una fortuna straordinaria in Francia come versione aggiornata di «radical chic», usato quasi quotidianamente dagli esponenti del Front National per denunciare l’ipocrisia e il conformismo politicamente corretto delle élite parigine.

La Lega dei diritti dell’uomo si è opposta in tribunale contro l’ordinanza di Menard, ma nel frattempo decine di altre piccole città di tutta la Francia — governata da sindaci di destra, centro e pure sinistra — hanno adottato misure analoghe. Florent Montillot, vicesindaco centrista di Orléans, ha decretato il coprifuoco per i minori già dal 2001. «Fa parte di un’iniziativa globale che punta a sottrarre i bambini e giovani adolescenti alla scuola della strada per restituirli all’educazione dei genitori e della scuola — dice al Figaro —. Si raccolgono i bambini che vagano per strada nella notte con l’obiettivo di responsabilizzare i genitori, e poi seguire i ragazzini a scuola durante l’anno».

Il coprifuoco per i bambini e adolescenti — il limite di età varia dai 13 ai 16 anni — fa parte delle invenzioni americane che i francesi adorano detestare ma alla fine adottano, come McDonald’s (la Francia è il secondo mercato mondiale, dopo gli Stati Uniti, ndr ). Inaugurata una ventina di anni fa, la politica del coprifuoco per ridurre la delinquenza giovanile ha attraversato negli Usa diverse fasi, dall’entusiasmo iniziale alla disillusione per mancanza di risultati quantificabili all’abbandono per mancanza di fondi. Ma in questi giorni viene rilanciata a Baltimora, una delle città della costa Est dove più alta è la criminalità giovanile, per provare a ridurre gli atti di teppismo.

Al di qua dell’Atlantico, molte città francesi fanno lo stesso. Provano a combattere la «cultura della strada» decantata in tante canzoni rap francesi, e ribadiscono il principio che il posto dei bambini e dei pre-adolescenti, la notte, è a casa. Sébastien Pietrasanta è stato il primo sindaco socialista a instaurare il coprifuoco per i minori di 18 anni a Asnières-sur-Seine, alle porte di Parigi, assieme al collega comunista del comune vicino di Gennevilliers. «Lo abbiamo fatto nel 2011 in un contesto particolare, un ragazzo era stato ucciso e c’erano state violenze di strada. Io credo che non si debba essere ideologici. Il coprifuoco è una misura di destra, dicono. Perché, è normale che un ragazzino vagabondi per strada dopo le 10 di sera? Io non ho esitato a convocare i genitori per dirgliene quattro».

Stefano Montefiori

La notizia è di quelle che fanno discutere. La Corte Europea dei diritti umani ha stabilito che la legge francese che impone il divieto di indossare il velo integrale non viola il diritto alla libertà di religione né quello al rispetto della vita privata. La normativa a cui si riferisce è del 2010. ...
In Francia una nuova sentenza, la seconda in neppure 24 ore, potrebbe orientare l'ordinamento giuridico in senso più favorevole all'eutanasia. ...

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