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Redattore Sociale
20 02 2015

Ancora una bufera su Frontex. Dopo la notizia che l’agenzia per il controllo delle frontiere esterne dell’Ue sapesse già che con l’operazione Triton, una volta cessati i pattugliamenti italiani con Mare Nostrum, era probabile un aumento degli immigrati morti in mare, ora il principale canale televisivo tedesco Ard denuncia che Frontex non avrebbe detto la verità sulle cosiddette navi fantasma nel Mediterraneo, che in realtà non erano tali.

Risale a inizio gennaio la notizia che i criminali responsabili della tratta e del traffico di migliaia di esseri umani avevano cominciato a usare navi senza bandiera per portare gli immigrati a largo delle coste italiane per poi abbandonarli alla deriva in balia del loro destino, navi spesso lasciate guidare da alcuni fra gli immigrati stessi, senza addestramento né la minima conoscenza del mare e delle imbarcazioni. Frontex, allora, su tutti i giornali parlava di un ulteriore salto di qualità nella crudeltà dei trafficanti e di veri e propri assassini e naufragi programmati e premeditati.

La trasmissione tedesca Panorama, invece, esaminando il caso della più grande di queste presunte navi fantasma, la Blue Sky M, che ha portato in Europa oltre 750 persone, per la maggior parte profughi siriani, ha scoperto che le cose non stavano proprio come Frontex le raccontava.

La nave in realtà non era stata lasciata senza equipaggio, era attrezzata per affrontare il mare e guidata da marinai professionisti, anch’essi siriani, che hanno portato sé stessi e i passeggeri in salvo, sbarcando sulle coste italiane, senza nessun pericolo di naufragio.

E infatti la Blue Sky M è approdata, la notte di San Silvestro del 2014, nel porto di Gallipoli. Secondo lo stesso sostituto procuratore di Lecce, Guglielmo Cataldi, sia la struttura della nave, sia l’elettronica di bordo che il motore erano in buone condizioni.

Ma allora perché Frontex avrebbe mentito? La trasmissione Panorama, in cui il reportage è andato in onda, ipotizza che il tutto rientri in un’operazione di propaganda da parte di Frontex e delle guardie costiere europee per convincere l’opinione pubblica che il problema dell’immigrazione irregolare sia da ascrivere solo all’operato di scafisti, trafficanti e facilitatori sempre più senza scrupoli.

La stessa portavoce di Frontex, Ewa Moncure, ha ammesso in un’intervista con i giornalisti del programma dell’Ard, che le informazioni in possesso dell’agenzia sei settimane fa erano diverse rispetto a quelle che hanno a disposizione ora. Questo, però, non sembra sufficiente per un ripensamento da parte di Frontex della sua strategia di comunicazione e di informazione.

Maurizio Molinari

Osservatorio repressione
11 02 2015


Più di duecento migranti dispersi, 29 morti accertati. Sono le scelte politiche dei Paesi europei le cause profonde che li hanno determinati. Dobbiamo scardinare subito l’intero discorso sull’immigrazione: “parlare di persone da accogliere e non di frontiere da controllare; pensare alla sicurezza di chi migra e non solo a quella dei Paesi di approdo; cercare soluzioni strutturali e non di emergenza; pensare alle migrazioni come un prezioso fenomeno del presente e non come ad un fenomeno da reprimere inutilmente. Pensare che su quelle barche non ci sono Loro, ma ci siamo Noi. Tutti”

 

Il messaggio diffuso in rete dal Naga – storica associazione milanese di assistenza socio-sanitaria e per i diritti dei cittadini migranti, dei rom e dei sinti -, dopo la nuova strage in mare.

Sono oltre duecento i migranti dispersi nel canale di Sicilia per il naufragio di due barche avvenuto il 10 febbraio, dispersi che si sommano ai 29 migranti morti per ipotermia.

“Apprendiamo con dolore dei morti e dei dispersi nel canale del Sicilia. Il freddo e la bufera sono gli eventi atmosferici che hanno causato le morti e il naufragio. Sono però le scelte politiche dei Paesi europei le cause profonde che li hanno determinati”, afferma Luca Cusani presidente del Naga.

“Sicuramente la nuova missione militare Triton ha dimostrato immediatamente di non essere adeguata al salvataggio dei migranti che cercano di arrivare in Europa e sebbene Mare Nostrum abbia avuto il merito di salvare molte vite umane e una sua riattivazione sia auspicale, crediamo che le morti in mare possano essere evitate solo attraverso un ripensamento generale delle politiche migratorie europee”, prosegue il presidente del Naga.

“Crediamo sia necessario scardinare l’intero discorso sull’immigrazione: parlare di persone da accogliere e non di frontiere da controllare; pensare alla sicurezza di chi migra e non solo a quella dei Paesi di approdo; cercare soluzioni strutturali e non di emergenza; pensare alle migrazioni come un prezioso fenomeno del presente e non come ad un fenomeno da reprimere inutilmente. Pensare che su quelle barche non ci sono Loro, ma ci siamo Noi. Tutti”, conclude Luca Cusani.

Come Naga continueremo a fornire assistenza sanitaria, sociale e legale e continueremo a difendere diritti tutte le volte che cercheremo di soddisfare dei “bisogni”.

Info: 349 160 33 05 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – www.naga.it

Frontex riprende i rimpatri forzati verso la Nigeria

  • Martedì, 10 Febbraio 2015 09:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
10 02 2015


“Nell’agosto dello scorso anno Frontex, l’agenzia dell’Unione europea per la gestione delle frontiere, ha deciso di sospendere fino a nuova decisione i voli di rimpatrio in Nigeria degli immigrati colpiti da un provvedimento di espulsione a causa dell’epidemia da virus Ebola”: lo ha dichiarato la portavoce Ewa Moncure da Varsavia, sede di Frontex, che cofinanzia il 2% di tutti i voli di rimpatrio dall’Ue.
“Eppure – denuncia la campagna LasciateCIEntrare - i voli di rimpatrio di migrati senza documenti regolari presenti negli stati europei non sono mai cessati del tutto”. Non solo: secondo quanto si legge sul sito Viaggiare Sicuri del Ministero degli Affari Esteri, in Nigeria “la situazione della sicurezza è caratterizzata, in generale, da diffusi atti di criminalità ed è concreto, presente ed attuale il rischio di atti di terrorismo e di violente sommosse in varie aree del Paese. Si raccomanda pertanto di tenere strettamente conto della situazione della sicurezza in loco nel prendere decisioni relative agli alloggiamenti e agli spostamenti”. Cautele che, evidentemente, valgono solo per i cittadini italiani che dovessero recarsi in Nigeria, ma che non sono riconosciute per gli immigrati originari di quel paese, sottoposti a vere e proprie “espulsioni di massa“, come sottolinea la campagna.

Segnaliamo il comunicato della campagna LasciateCIEntrare

Frontex riprende i rimpatri forzati verso la Nigeria

“Nell’agosto dello scorso anno Frontex, l’agenzia dell’Unione europea per la gestione delle frontiere, ha deciso di sospendere fino a nuova decisione i voli di rimpatrio in Nigeria degli immigrati colpiti da un provvedimento di espulsione a causa dell’epidemia da virus Ebola, che sta flagellando l’Africa occidentale, Nigeria compresa” lo ha dichiarato la portavoce Ewa Moncure da Varsavia, sede di Frontex, che cofinanzia il 2% di tutti i voli di rimpatrio dall’Ue. «Alcuni Paesi, fra cui l’Austria, hanno preso una decisione simile», ha aggiunto Moncure.

Eppure i voli di rimpatrio di migrati senza documenti regolari presenti negli stati europei non sono mai cessati del tutto e si sono ripetuti fino ai giorni scorsi.

Il 19 dicembre 2014, la parlamentare europea Barbara Spinelli entrava nel CIE di Roma, Ponte Galeria insieme ad una delegazione della campagna LasciateCIEntrare. La visita, come quella successiva al CIE di Torino effettuata insieme all’europarlamentare Cecile Kyenge, si inscrive nell’ambito delle visite nei centri di tutta Europa per la campagna OPEN ACCESS NOW CLOSE THE CAMPS.

Scopo principale della visita era la verifica delle condizioni dei migranti dopo l’inizio dell’applicazione della riduzione dei termini di trattenimento (da 18 mesi a 3 mesi) e delle condizioni di ingresso del nuovo ente gestore, GEPSA/Aquarinto, nuovo soggetto che in Italia sta operando nella gestione dei centri, dopo il CARA di Castelnuovo di Porto, scaduto il contratto ora passato alla cooperativa AUXILIUM, l’ATI associazione temporanea di impresa gestisce ora il CIE di Roma e quello di Torino, e l’ex CIE di Milano, ora centro di accoglienza straordinaria.

Il 6 gennaio veniva trasferito a Ponte Galeria un cittadino nigeriano dopo essere stato trattenuto per tre giorni nella Questura di Vicenza. Il cittadino ha quindi iniziato uno sciopero della fame dichiarando una serie di violazioni subite, e condizioni fisiche tali da chiedere sostegno e aiuto sia agli altri “ospiti” del centro, sia alle associazioni che hanno accesso al centro.

Durante una successiva visita del 27 gennaio questa stessa persona ha ripetuto, davanti a testimoni, ciò che già aveva detto per telefono ribadendo di essere in sciopero della fame perché chiedeva cibo adeguato alla sua precaria condizione di salute, conseguente alle violenze che avrebbe subito presso la Questura di Vicenza. Tuttavia – come apprendevamo solo successivamente – il mattino dopo la visita, dunque il 28 gennaio, nel CIE ha fatto ingresso il console nigeriano, che ha identificato i trattenuti ai fini del rimpatrio in Nigeria. Tra questi veniva identificato dal console lo stesso migrante nigeriano incontrato dall’On Spinelli e dalla campagna LasciateCIEntrare, il quale evidentemente non avrebbe dovuto essere considerato soggetto espellibile, non solo per la sua precaria condizione di salute, ma anche perché ancora in attesa di risposta alla domanda di asilo politico presentata alla Commissione territoriale di Roma.

Il 29 gennaio scorso si apprendeva che diciannove cittadini nigeriani presenti a Ponte Galeria, tra cui lo stesso richiedente asilo, erano stati prelevati e scortati all’aeroporto di Fiumicino, dove sarebbero stati imbarcati coattivamente per la Nigeria.

Si apprendeva dalla Polizia di Frontiera di Fiumicino, che il volo – un aereo charter operato dall’Agenzia Frontex con scali effettuati in altri paesi del Nord Europa per raccogliere nigeriani da rimpatriare – era decollato dall’aeroporto di Fiumicino fra le 12.30 e le 13 di quello stesso giorno.

Anche le richieste di intervento e la denuncia da parte del suo avvocato circa la procedura totalmente irregolare del rimpatrio stesso sono state inefficaci ad impedire il rimpatrio.

Il cittadino di origine nigeriana in particolare aveva lo status di richiedente asilo; la precarietà delle sue condizioni di salute era ben documentata nella cartella clinica redatta nel CIE, in cui è registrato anche un ricovero presso il pronto soccorso dell’Ospedale Grassi; l’indagine effettuata nel CIE ha riscontrato atti di persecuzione dovuti a motivi rientranti negli articoli 9 e 10 della Direttiva qualifiche. Risulta chiaro pertanto che egli non avrebbe potuto essere espulso senza contravvenire agli articoli 5, 9, 13 e 14 della Direttiva rimpatri (2008/115/CE), gli articoli 7, 34, 39 della Direttiva “procedure” (2005/85/CE), nonché degli articoli 2, 3, 6 e 13 CEDU e i corrispondenti articoli 1,3 e 18 della Carta dei Diritti dell’Unione Europea e, infine, all’articolo 10 della Costituzione Italiana.

Il 30 gennaio si apprendeva che altri cittadini nigeriani erano stati trasferiti dal CIE di Bari e dalla Sicilia, ma anche da Torino e da altre città del Nord Italia. Informazione confermata dal funzionario della Polizia di Frontiera di stanza a Fiumicino.

Il caso specifico con una lettera con richiesta di chiarimenti è stata inviata dall’On Spinelli alle istituzioni italiane e agli organismi preposti a seguito delle visite, dei colloqui intercorsi con il cittadino ed il suo avvocato, e i referenti di Questura e Prefettura di Roma.

É evidente la volontà di effettuare molto a breve un altro volo di rimpatrio in accordo con le intese di polizia
maturate nei vertici del Processo di Khartoum – di persone da riconsegnare a un paese devastato al Nord da Boko Haram e al Sud dalle guerre locali e nel quale è pure presente il rischio di contagio del virus Ebola.

E’ di qualche giorno fa la notizia rilasciata dal Tribunale della Libertà che ha dichiarato “immorale il rimpatrio in un paese a rischio come la Nigeria” per il caso di un cittadino nigeriano difeso dall’Avv Salvatore Fachile, ASGI.

Lo scorso 16 Gennaio l’Alto Commissariato dell’ONU ha chiesto la sospensione dei rinvii di richiedenti asilo verso la Nigeria e che, come si legge sul sito Viaggiare Sicuri del Ministero degli Affari Esteri, in Nigeria “la situazione della sicurezza è caratterizzata, in generale, da diffusi atti di criminalità ed è concreto, presente ed attuale il rischio di atti di terrorismo e di violente sommosse in varie aree del Paese. Si raccomanda pertanto di tenere strettamente conto della situazione della sicurezza in loco nel prendere decisioni relative agli alloggiamenti e agli spostamenti”. Evidentemente quelle cautele che valgono per i cittadini italiani che dovessero recarsi in Nigeria non sono riconosciute per gli immigrati originari di quel paese che sono sottoposti alle procedure di rimpatrio forzato.

In questo momento, rimpatriare coattivamente con misure di allontanamento forzato che assumono obiettivamente il carattere di espulsioni di massa – vietate dall’art. 4 protocollo IV CEDU e dall’articolo 19 della Carta dei diritti dell’Unione Europea – cittadini stranieri verso la Nigeria costituisce un’evidente violazione dei loro diritti fondamentali. Per tali ragioni si chiede di sospendere immediatamente
qualsiasi rimpatrio coatto verso la Nigeria e di conoscere le modalità, la pianificazione e i responsabili dell’esecuzione dei provvedimenti di allontanamento forzato attuati in data 29 gennaio 2015, nonché i relativi costi.

La Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha ritenuto che per espulsione collettiva si deve intendere, ai sensi dell’articolo 4 del Protocollo n. 4, qualsiasi misura che costringa degli stranieri, in quanto gruppo, a lasciare un Paese, salvi i casi in cui tale misura venga adottata all’esito e sulla base di un esame ragionevole e obiettivo della situazione particolare di ciascuno degli stranieri che formano il gruppo (Andric c. Svezia (dec.), n. 45917/99, 23 febbraio 1999 e Čonka c. Belgio, n. 51564/99, § 59, CEDU 2002 I).

In presenza di riconoscimenti tanto sommari effettuati dalle autorità consolari nigeriane prima del decollo verso la Nigeria, probabilmente con la mera attribuzione della nazionalità, come è richiesto dai vigenti accordi bilaterali di riammissione tra Italia e Nigeria, l’esecuzione immediata del volo di rimpatrio congiunto integra gli estremi della violazione del divieto di espulsione collettiva perché non consente una procedura individuale nell’ambito della quale, al di là della eventuale ricorrenza di provvedimenti di espulsione o di respingimento adottati dalle autorità italiane, gli interessati possano fare valere cause di non espellibilità previste dall’art. 19 del T.U. n. 286 del 1998, quali le condizioni personali di salute, rapporti familiari o la situazione sanitaria o politico-militare nel paese di origine.

L'Odissea dei profughi siriani

la fuga dei profughi sirianiUn numero crescente di profughi siriani, dopo la chiusura della rotta libica, tenta di raggiungere il nord Europa attraversando la Grecia. Molti di loro vengono respinti da Atene già al confine con la Turchia, sul fiume Evros, con procedure sommarie che non rispettano il Regolamento Frontex e il Codice delle frontiere Schengen
Fulvio Vassallo, Left ...

Melilla - La verità sulla frontiera della menzogna

  • Mercoledì, 26 Novembre 2014 14:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Meltingpot
26 11 2014

di Martina Bernabai
Intervista a José Palazon, attivista e presidente dell’associazione Prodein

Ci rechiamo a Melilla, per conoscere la realtà di questa città di frontiera. Una buona maniera per farlo è senza dubbio parlare con José Palazon, attivista e presidente dell’associazione Prodein, una delle poche entità che, dalla fine degli anni ’90, è in prima linea per la difesa delle persone migranti e dei loro diritti. Lotta vincolandosi ai migranti, lotta con loro gomito a gomito, denunciando le politiche migratorie che definiscono chi ha diritto ad avere diritti e chi no. Le stesse politiche migratorie che, attraverso leggi escludenti, frontiere (fisiche e simboliche), retate delle forze dell’ordine basate su profili etnici e razziali, centri di detenzione per stranieri (CIE) e deportazioni massive costruiscono la Fortezza Europa. Un altro obiettivo dell’intervista è quello di immaginarsi come poter articolare possibili risposte collettive a tali problematiche, anche al di fuori di Melilla.

Come comincia il cammino di Prodein?

Nel ’98, con i minori che arrivavano e che cominciavano ad apparire nelle strade e nella spiaggia della città. Dopo aver costituito l’associazione, è iniziato il cammino della denuncia, legale e mediatica. In seguito abbiamo ampliato il nostro ambito di lavoro, che ora ha a che vedere non solo con i minori, ma anche con persone anziane e con tutti coloro che si ritrovano a vivere in strada; non solo migranti, ma anche spagnoli e residenti. Occupiamo uno spazio che nessuno vuole occupare, uno spazio che è vuoto… É lo spazio malvisto, delle cose che non si possono fare e in definitiva delle persone che vivono in strada.

Se immaginassimo la stratificazione sociale a Melilla come un piramide, facendo riferimento anche agli elementi di razza, genere e classe sociale, come sarebbe?

Il livello superiore è costituito dai politici. Questa classe, un po’ più in basso di quella dei funzionari è formata in maggior parte da europei e cristiani, con la presenza di qualche musulmano. Dopodiché c’è il cittadino spagnolo medio, che non ha nessuna carica speciale e che sta vivendo i gravi effetti della crisi, come dappertutto. I cittadini medi sono cristiani, musulmani, europei e nordafricani. I musulmani si trovano un po’ al di sotto della media a causa dell’esclusione che li caratterizza da sempre, per questo hanno un livello formativo inferiore alla media.

Vi sono poi gli immigranti dei CETI che, per lo meno, possono accedere al sistema sanitario della struttura, i bambini possono andare a scuola; queste persone, anche se non hanno la possibilità di lasciare liberamente l’enclave, possono per lo meno accedere ad alcune prestazioni sociali minime.

Infine vi sono gli indocumentati, coloro che non possiedono nulla; si tratta di circa 20.000 persone che non hanno nemmeno di che mangiare. Vivono nella sicurezza di non potere essere espulsi dalla città, però vivono nella povertà assoluta.

A Melilla vi sono circa 20.000 indocumentati, coloro che non possiedono nulla, persone che non hanno nemmeno di che mangiare

Come si spiega che a Melilla vi siano 20.000 persone senza documenti?

Spesso furono i nonni ad essere tra i “regolari” perché parteciparono alla guerra di Spagna con Franco, e ora stiamo parlando dei nipoti. Non è il nipote ad essersi introdotto in Spagna, ma il nonno. Ci sono persone che vivono qui da 30 anni, da quando avevano 5, 6, 11 anni, le quali dovrebbero avere almeno un documento per la residenza.. la casistica è tremenda, c’è di tutto.

E le normative spagnole?

Qui non si compiono. Qui a Melilla, l’arraigo*, che richiede tre anni, viene negato direttamente. Secondo le famose regolarizzazioni in Spagna, puoi dimostrare l’arraigo presentando dei semplici biglietti dell’autobus. Qui non puoi dimostrare l’arraigo in nessun modo. Anche se presentassi 1.000 biglietti d’autobus e venissero 50 vicini a testimoniare che ti conoscono da tutta la vita te lo negherebbero. Qui non puoi avere l’empadronamiento** senza la residenza, però per avere un permesso di residenza devi essere registrato al padrón. Allo stesso tempo vi sono moltissimi politici marocchini di questa zona, come sindaci o poliziotti, che hanno la residenza fissa a Melilla, o addirittura la carta d’identità melillense. Fanno quello che gli pare.

(*) Letteralmente “radicamento”, una procedura, non paragonabile a nessuna norma italiana, per cui uno straniero può richiedere il permesso di soggiorno dimostrando di risiedere da almeno tre anni in Spagna, di avere vincoli familiari (arraigo social) e di possedere al momento della presentazione della richiesta un contratto di lavoro (arraigo laboral)
(**) Ovvero la registrazione presso il municipio di appartenenza (padrón)

Come si riproduce la frontiera dentro la città?

La frontiera non è solo la recinzione di filo spinato, la frontiera continua all’interno della città. Esiste la frontiera di filo spinato ed esiste la frontiera amministrativa e politica. I migranti sanno saltare quella di filo spinato, e lo fanno, ma non possono saltare le frontiere amministrative. Quando entrano a Melilla rimangono in “stand-by”; perdono l’orientamento, perdono il cammino, non sanno dove andare, perché non si tratta più di spostarsi, ma di saltare una frontiera che loro non possono attraversare. Si convertono in un numero. La polizia gli assegna un numero, dopodiché entrano al CETI (Centro de Estancia Temporal de Inmigrantes) dove gli viene assegnata una tessera con un numero. Sono, a tutti gli effetti, un numero. A volte rimangono in questa condizione per dei mesi, altre per degli anni, senza essere nessuno.


I migranti sanno saltare il filo spinato, e lo fanno, ma non possono saltare le frontiere amministrative

Quello che succede in una città così piccola, di circa 80.000 persone, può riflettere ciò che sta accadendo nella penisola spagnola, come reagisce la società melillense davanti alla pressione che si verifica alla frontiera?

La società risponde in modi diversi, a livello personale e a livello individuale. La maggior parte delle persone, se può, aiuta i migranti, non lo fa però “pubblicamente”. In generale capiscono la situazione della persona migrante. In ogni angolo delle città, c’è qualche africano che lavora pulendo le macchine o che aiuta le signore più anziane a portare la spesa a casa, la gente spesso gli lascia le chiavi della macchina, immagino che questo non accada in qualsiasi città della penisola… Gli lasciano da mangiare, gli lasciano vestiti, aiutano come possono. A volte quando hanno cercato di espellere un subsahariano che lavorava in un quartiere particolare, l’interno quartiere si è mobilizzato perché ciò non accadesse e ci sono riusciti.

Poi c’è il “subsahariano invasore”, quello di cui parlano i politici, quello che salta la recinzione di frontiera. Così quando si sente parlare di un subsahariano, ti diranno che ci stanno invadendo: questa è la propaganda, è lo slogan politico. La gente poi, a livello personale, dimostra tutto il contrario: “Che bravi! Che bravi ragazzi”. Questo accade con i subsahariani, con gli arabi è diverso: esiste un razzismo dovuto alla prossimità che comanda anche le relazioni personali, di loro non si fidano, non lascerebbero mai le chiavi della macchina a un arabo.

Nonostante la politica del governo, che li connota come violenti, come degli invasori, quando il livello di violenza cresce, qui in città si nota. Perché si vedono i ragazzi correndo per i diversi quartieri, per il centro, sanguinando, piangendo, e quando questo succede le persone cambiano comportamento. Se la violenza raggiunge questi livelli e diventa evidente, allora la gente inizia a reagire in un altro modo: smette di parlarne male, smette di parlare di un’invasione, del “questo non può essere”, e si avvicina ai ragazzi, che scappano, sanguinano. Iniziano ad aiutarli, a condurli fino al commissariato per dire ai funzionari della Guardia Civil: “Lascialo stare!” e diventano parte della contro violenza. Però tutto ciò succede solo a partire da un certo livello di violenza, alto e visibile.

Ultimamente si è sentito parlare delle cosidette “devoluciones en caliente”, i rimpatri immediati, perché il governo le vuole legalizzare. In che cosa consistono?

Si stanno verificando devoluciones en caliente nei confronti dei migranti che saltano la frontiera, nonostante vi siano dei procedimenti precisi per mandarli via dalla Spagna. Vi sono alcune garanzie marcate dalla Costituzione, dal diritto comune e dalla legge sull’immigrazione, c’è un protocollo amministrativo e giudiziale. Nonostante questo, gli accordi con il Marocco, che sono illegali, costituiscono uno strumento per espellere rapidamente i migranti. Dovrebbero incorporare per lo meno dei requisiti minimi, quelli che la Spagna ha sottoscritto firmando vari accordi internazionali. Prima di tutto è necessario assicurarsi chi siano queste persone, verificare la loro nazionalità e dargli l’opportunità di parlare e spiegare la propria situazione. Per questo è necessario un interprete e, nel caso in cui, il migrante sia detenuto, quest’ultimo deve poter accedere all’assistenza legale, in quanto nel caso che non la riceva si tratterebbe di una detenzione illegale. Si tratta di un processo rapido, che però deve essere compiuto. Una devolución en caliente significa prendere una persona ed espellerla dal paese, anche se è ferita o incosciente. Si tratta di una barbarità.

Quest’estate un giudice locale ha imputato il colonello della Guardia Civil di Melilla a causa delle “devoluciones en caliente”. Da dove nasce quest’imputazione?

L’imputazione nasce da alcuni rimpatri immediati avvenuti durante il mese di agosto, dopo le quali abbiamo presentato una querela. Il giudice ha richiesto una serie di documenti, tra i quali anche l’ordine di servizio, che è l’ordine di funzionamento che viene consegnato agli agenti della Guardia Civil che prestano servizio alla frontiera. Il giudice ha riconosciuto che il contenuto di quest’ordine è palesemente illegale. L’imputazione è quindi per prevaricazione, cioè per aver ordinato l’espulsione dei migranti pur sapendo che non era possibile.

Cos’è successo esattamente ad agosto?

Il 18 agosto, presso la frontiera di Mari Guari, all’interno del territorio spagnolo, è stata registrata e ripresa la condotta della Guardia Civil. Quel giorno vi erano molti migranti nella zona entrevallas (la zona che si trova tra le tre barriere che costituiscono la frontiera, ndr) ed alcuni funzionari della polizia spagnola, ma soprattutto moltissimi militari marocchini, che li colpivano con bastoni. Nel video si vedono perfettamente come avvengono i rimpatri immediati e come vengono espulsi migranti feriti e incoscienti.
Verso la fine di agosto c’è stato un altro caso di devoluciones en caliente, per il quale ho presentato denuncia, e alla quale ho allegato materiale audiovisivo. Il giudice, di propria iniziativa, ha allegato a sua volta questa denuncia alla precedente querela, trattandosi di un fatto della stessa natura. La querela è quindi il risultato di due tentativi di entrata, durante i quali si sono verificate le stesse circostanze.

Hai fiducia nella giustizia?

Il processo va bene, il giudice lo sta affrontando in maniera molto professionale, sta andando avanti e sta richiedendo diversi documenti, diversi da quelli che stanno richiedendo gli avvocati delle associazioni che hanno presentato la querela. Però a prescindere da come andrà la sentenza, ci sarà un ricorso e il processo passerà ad un altro giudice... Il processo si allungherà e diventerà eterno, però spero che vada bene, che sia fatta giustizia. Inoltre l’indagine sarà molto lunga, se il giudice vorrà sciogliere tutti i nodi della questione si renderà conto che, evidentemente, il colonnello non è l’unico implicato: il colonnello conferisce degli ordini, però allo stesso tempo obbedisce a delle istruzioni che vengono dall’alto. In definitiva si tratta di un problema di ordini politici e di mancanza di un codice etico tra le persone che compiono tali istruzioni.

Cosa succede quando la Guardia Civil espelle i migranti e li consegna all’esercito marocchino?

Ora non li deportano più nel deserto, ma li lasciano in diverse città marocchine: Rabat, Casablanca o Fez. Li prelevano, li introducono in un autobus e li lasciano lì. Prima, li portavano in Algeria, ma ora le relazioni tra l’Algeria e il Marocco sono pessime. Gli algerini non ammettono più che si abbandonino migranti nel proprio deserto. Inoltre il Marocco ha avviato un processo di regolarizzazione per le persone straniere in modo tale da mostrare un’altra faccia, distinta da quella che mostra quando commette queste bestialità. Una delle misure che ha adottato è proprio quella di non abbandonare più i migranti nel deserto e condurli nelle grandi città in modo tale che i migranti possano accedere agli uffici per la regolarizzazione. Però il cambio è minimo, i migranti riprendono immediatamente il cammino verso Ceuta e Melilla.


Perché ritieni che non si compiano i requisiti minimi sul ritorno di cui parlavi?
Per la stessa ragione per cui gli agenti marocchini e spagnoli li picchiano e gli spezzano le braccia.
Per il fatto che non venga dato nessun tipo di documento ai minori non accompagnati, così come per molte altre cose che succedono a Melilla. Si tratta di lanciare un messaggio: qui non c’è posto per te, qui non vali niente perché non sei nessuno, non hai diritti, né sei di qui. È una maniera per dire: “Vedi? Ti hanno rotto una gamba, non tornare mai più”.

C’è una relazione con il fatto che i procedimenti d’espulsione possano diventare molto lunghi?

No, perché i migranti che entrano sono molti, e quelli che saltano la frontiera non sono un problema, rappresentano solo il 20% delle persone che entrano a Melilla. Si pone in evidenza la frontiera perché è un tema sensazionalista e scandalistico. All’interno dell’Unione Europa, tutti pensano che vi sia una vera e propria invasione, quando ogni anno saltano la frontiera solo 500 o 600 persone delle 3.500 che entrano a Melilla. Il resto delle persone entra pagando e lo fa attraverso la frontiera di Beni Enzar. Questo è quello che dovrebbero spiegare le autorità: la mafia è là. Il punto è che non vogliono riconoscere di non essere in grado di poter controllare una frontiera internazionale di 50 metri, l’unica che divide l’Europa dall’Africa, perché non sono capaci di porre un freno alla corruzione. Quindi rivolgono i riflettori sulla barriera. D’altra parte perché Spagna e Marocco assumono lo status di polizia dell’Unione Europea? Cercano di fomentare un clima di paura attraverso l’idea che i migranti ci stanno invadendo. Il numero dei migranti che arrivano a Melilla è lo stesso, addirittura più basso di quelli che arrivano a Lampedusa in una settimana… e guarda il problema che si sta creando qui.

Si pone l’attenzione sul confine per dare l’idea di una invasione ma ogni anno saltano la frontiera solo 500 o 600 persone delle 3.500 che entrano a Melilla

C’è qualche similitudine tra la situazione che si vive qui e quella che si vive a Lampedusa?

No, non si può comparare. All’inizio c’è stata molta resistenza in Italia nell’accogliere tutti quei migranti. Però, dopo il richiamo dell’UE, l’Italia ha reagito, ed ha reagito all’epoca del governo Berlusconi, un governo duro. Diversamente il governo spagnolo non reagisce, non solo alle critiche che sta ricevendo dal Consiglio europeo e da Cecilia Malmström in persona, ma di tutte le organizzazioni importanti, interne ed esterne.
Hanno da poco negato la direzione di Frontex a uno spagnolo, perché se la Spagna non compie le leggi, uno spagnolo non potrà mai coprire quel posto. Nel frattempo il governo continua a dare prova della propria forza, dicendo che continueranno su questa linea. Vendono il problema in modo tale da continuare ad assumere il ruolo di polizia dell’UE, altrimenti di che parlerebbero al parlamento europeo? Non c’entrano nulla, così almeno possono avere il ruolo di polizia.

Uno dei fattori che ha permesso il cambio di cui parlavi a Lampedusa è stata la solidarietà della società verso i migranti. Cosa manca a Melilla?

A Melilla sarebbe necessario che scomparisse immediatamente la casta che governa, perché è la più disastrosa che esiste in Spagna al momento, c’è una casta disastrosa dappertutto, ma qui c’è il peggio del peggio. Il sindaco di Lampedusa, dopo il naufragio del barcone avvenuto il 3 ottobre 2013 in cui sono morte tantissime persone, è stato il primo a dire “Basta, così non si può continuare, bisogna risolvere questa situazione, dobbiamo andare a salvarli perché stanno morendo in mare”. Il sindaco di Melilla ogni volta richiede più soldati e una frontiera più alta. Mentre a Lampedusa salpano per salvarli in modo tale che non gli succeda nulla, qui il comportamento è totalmente diverso: l’uso della violenza è sistematico, in modo tale che non entrino. Questo accade per l’essenza fascista della classe politica di questa città. Vogliono lanciare un messaggio: “qui no”. E lo fanno a qualsiasi costo.

Da poco, la Corte Europea per i Diritti Umani ha condannato l’Italia per alcune espulsioni collettive avvenute nel 2009. Perché qui non accade la stessa cosa?

La Spagna non ha riconosciuto l’esistenza dei respingimenti fino a marzo di quest’anno. Ora non può continuare a negarli perché vi sono troppe prove e si sta cominciando ad affrontare il problema. La risposta è lenta, però almeno esiste.

Il governo afferma che tale pratica è legale, tuttavia Rajoy ha dichiarato di voler riformare la legge per legalizzarle. A cosa si deve queste contraddizione?

Il governo va alla deriva con questo tema. L’unico fattore chiaro è l’applicazione della violenza alla frontiera ma questo non cambia. Riguardo al resto il governo va a tentoni, ora dice di si, poi no, cambiando tattica. Prima è la Guardia Civil a colpire i migranti. Poi, quando questa riceve critiche, sono i soldati marocchini a colpire. Quando i soldati marocchini ricevono alcune critiche, non vogliono più colpire a loro volta. Insomma, vanno a tentoni, cercando di salvarsi in extremis. E non possono nascondere ciò che è evidente, cioè che ciò che compiono è illegale e che la violenza è totalmente arbitraria. Il problema non sono i migranti che arrivano a Melilla, il problema sono loro, senza ombra di dubbio.

In che modo la questione potrebbe arrivare all’Unione Europea o alla Corte Europea per i Diritti Umani?

È già arrivata. Il Consiglio europeo ha già dichiarato che la Spagna deve smettere di procedere in questo modo, altrimenti verrà penalizzata, Lo ha detto il presidente per i Diritti Umani del Consiglio europeo, lo ha detto Cecilia Malmström. Per esempio una delle prime misure che hanno adottato è stata quella di vietare a uno spagnolo l’accesso alla direzione di Frontex -che era il favorito- dichiarando che finché il governo spagnolo non compirà la normativa europea non potrà esservi uno spagnolo alla direzione. Questo è solo la prima misura adottata, sono convinto che ce ne saranno molte altre. Presto la Spagna resterà isolata dall’Unione Europea e dall’ambito internazionale, così come lo è stata durante l’epoca di Paquito (Franicsco Franco, ndr).

Per concludere, hai pubblicato una fotografia, dove appaiono alcune persone giocando a golf mentre sullo sfondo un gruppo di migranti cerca di sperare la frontiera, che ha avuto molta eco nei mezzi di comunicazione. Cosa ti suggerisce questa foto e come l’hai scattata?

Credo che mi suggerisca le stesse sensazioni che ha la maggior parte delle persone. La foto mostra il contrasto tra le due parti della frontiera. È un’immagine che tocca la coscienza di tutti, per quello che non facciamo o che non vogliamo vedere, per paura, per non complicarci la vita e restare coinvolti, per pura indifferenza verso gli altri… la foto mostra ciò che tutti odiano, una situazione contro la quale spesso non ci mobilitiamo, né noi né le istituzioni europee. Mostra tutto ciò che fa male, le differenze e l’indifferenza che proviamo verso gli altri. Ha avuto eco perché è come uno schiaffo. L’immagine ti pone davanti a una domanda: “E tu? Non stai facendo niente?”.

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