Migranti: voce del verbo invadere

  • Mercoledì, 26 Agosto 2015 13:36 ,
  • Pubblicato in Flash news

Connessioni Precarie
26 08 2015

Ormai da molto tempo, cioè ogni qual volta le migrazioni diventano un’«emergenza», un verbo si impossessa di molti italiani. Si tratta del verbo invadere. Di fronte a un governo inerme e spossato dall’uso spregiudicato delle parole vacue da parte del primo ministro Renzi, le declinazioni più svariate di questa parola dai contorni a dir poco vaghi prendono piede tanto nei media quanto nei discorsi da bar: Siamo invasi! Ci stanno invadendo! È in corso un’invasione di profughi! … e così via. Così, presi da un dubbio che nemmeno Amleto si sarebbe sognato, siamo andati a ricontrollare il significato di questa parola tanto in voga per capire che cosa vorrà dire che i profughi ci invadono e in che senso siamo invasi da clandestini. Invasi o non invasi? Questo è il dilemma.

Se il verbo vuole ancora dire che qualcuno o qualcosa ci sta venendo addosso con impeto, investendoci con forza, ci chiediamo quali migranti conoscano quelli come Fausto Biloslavo, giornalista del Giornale che ha pubblicato in questi giorni un articolo «rivelatore» sui viaggi dei migranti attraverso il Mediterraneo. Fausto, nel suo articolo sul prete «VIP» eritreo Mussie Zerai e l’attivista Nawal Souf, parla chiaramente di un’«invasione» di profughi e clandestini, permessa anche da chi come loro li va ad aiutare, e lascia intendere nemmeno troppo velatamente che senza l’aiuto di reti come Watch the Med i naufragi risolverebbero da soli il «problema»… Nemmeno Angela M. arriva a tanto, Fausto! Infatti, lei ha stabilito che a tutti i siriani sarà riconosciuto l’asilo in Germania, nonostante Dublino II, cioè indipendentemente dallo Stato dell’Unione in cui sono approdati e in cui vengono identificati. Invece, Fausto, tu sei di un’altra pasta. Forse qualche migrante ti ha urtato in metropolitana facendoti sentire «invaso da un profugo»? Non per altro, ma perché vi sia un’invasione ci dovrebbe essere un minimo di violenza, ricordi gli antichi romani e i tedeschi? Ti pare che loro, veri invasori, avessero qualcuno che li andasse ad aiutare in mare per poi farsi massacrare? O magari, chissà, ti sei trovato qualche migrante nel letto? O in macchina? Magari in bagno? Di preciso cosa invadono ‘sti clandestini? Ah, già, «la nostra terra e i nostri mari»: è «casa nostra» quella che invadono! Non eravamo al corrente di tutta questa comunione di beni a livello nazionale, né tanto meno del fatto che un giornalista come te vivesse in un centro accoglienza a Lampedusa, circondato da migranti che ti vengono addosso ogni due per tre, da buoni invasori.

Ma ritorniamo al verbo invadere: fin qui abbiamo capito che, checché ne dica Fausto, l’invasione non è il nome più adatto per descrivere quanto accade da decenni. Dobbiamo però considerare che, guardando ai significati più estesi del verbo e ai suoi usi correnti, quando si parla di una grande quantità di insetti o dell’arrivo di una nuova epidemia, viene spesso utilizzato il sostantivo invasione… Fausto, è probabile che, anche se non lo dici chiaramente, per te i migranti sono insetti tropicali o malattie incurabili che «si contraggono». Davvero tu sembri credere che queste invasioni di profughi sono da sconfiggere con del repellente o dei vaccini. La baigon te ne sarebbe grata e noi avremmo l’emozione di vederti spruzzare dello spray pro-border, nella convinzione di proteggere la tua terra. Ma forse, Fausto, ti sentiresti meglio se i migranti ti dessero un colpo di telefono prima? Qualcuno ti ha mai detto che se potessero verrebbero in aereo e non scomoderebbero gli odiati benefattori?

Anche le scienze oncologiche parlano di invasione in riferimento alle diffusione nel corpo di metastasi, ma questo prova solo che l’oncologia, a differenza di Fausto, sa bene che per invadere devi aggredire. Per quanto ci piacerebbe pensare che il povero Fausto sia solo un giornalista che non conosce il significato delle parole e che ci tiene particolarmente a non smentire il suo passato di militante fascista globale, sappiamo che la questione è più complessa. La sua ignoranza fa il paio con quella dei Salvini, dei Grillo, delle Le Pen e degli Orban, che li porta davvero a pensare che sia in atto una sorta di invasione degli ultracorpi in grado di mettere in pericolo la loro casa, la loro terra, la loro civiltà. Loro sono davvero convinti che i migranti vengano da un altro pianeta che hanno il diritto di ignorare così come Fausto ignora la lingua che usa. C’è però anche la possibilità che in realtà i migranti siano degli anticorpi che alla fine ci aiuteranno a eliminare la metastasi dell’ignoranza di gente come loro.

Macedonia: migranti, una crisi evitabile

  • Mercoledì, 26 Agosto 2015 11:42 ,
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Osservatorio Balcani e Caucaso
26 08 2015

La crisi migranti in Macedonia, il comportamento delle autorità e lo stato di emergenza. Cosa dovrebbe fare Skopje e cosa fanno i cittadini. Un commento
La Macedonia, o meglio “il piccolo paese balcanico”, nella definizione di molti media internazionali, nei giorni scorsi è stata a lungo sotto i riflettori. Le drammatiche immagini dal confine greco-macedone hanno fatto il giro del mondo, con tv e i giornali che hanno aperto sulla crisi dei rifugiati. Da una parte migranti e richiedenti asilo, dall'altra lo schieramento delle forze di polizia e, nel mezzo, i rotoli di filo spinato.
La situazione si è evoluta di ora in ora, con sviluppi imprevedibili: lo “spettacolo live”, prodotto dall'incapacità di gestione del governo di Skopje, è durato per tre giorni. Poi le frontiere sono state riaperte, i migranti hanno ripreso il loro doloroso cammino verso l'Unione europea, e “il piccolo paese balcanico” è tornato in ombra. Ma per quanto ancora?

Stato d'emergenza
Nelle scorse settimane il numero di chi ha attraversato il confine greco-macedone è aumentato da cinquecento a circa tremila persone al giorno. Secondo le statistiche ufficiali, circa 50mila persone, soprattutto da Siria e Afganistan, hanno attraversato la Macedonia negli ultimi due mesi. Di fronte alla crisi provocata dagli arrivi massicci, il 19 agosto le autorità macedoni hanno chiesto ai paesi vicini l'invio di vagoni ferroviari, appello però caduto nel vuoto. Il giorno seguente, il governo di Skopje ha deciso quindi di dichiarare lo stato di emergenza nell'area di confine con la Grecia, a sud, e in quella sulla frontiera con la Serbia, a nord.
In termini pratici, questo significa la possibilità di utilizzare anche l'esercito, e non solo la polizia, nella gestione della situazione. “Il meccanismo temporaneo”, secondo il comunicato ufficiale del governo, “serve ad aumentare la sicurezza della popolazione locale” e avrebbe dovuto portare “ ad un controllo efficiente dell'attraversamento del confine” insieme ad un “trasporto più umano dei rifugiati attraverso il territorio della Macedonia”. Sfortunatamente, però, lo “stato temporaneo di emergenza” ha portato ai risultati opposti a quelli dichiarati.

Sulla terra di nessuno
Dopo la chiusura del confine con la Grecia, l'accesso alla Macedonia è stato garantito solo ad un numero limitato di rifugiati. Il numero di persone intrappolate sulla “terra di nessuno” è quindi aumentato drasticamente, fino a raggiungere dimensioni insostenibili. Circa 4mila rifugiati e migranti hanno tentato disperatamente di passare i blocchi, per poter continuare il proprio viaggio verso l'Unione europea. La situazione è divenuta presto insostenibile, portando agli incidenti catturati dalle telecamere e riproposti dai media a livello globale, con le unità speciali della polizia impegnate a lanciare lacrimogeni contro i rifugiati e provocando alcuni feriti. Il giorno seguente, per giustificare le proprie azioni, la polizia macedone ha pubblicato un video in cui si vedrebbero alcuni rifugiati lanciare sassi contro le forze dell'ordine, attacco che avrebbe poi provocato la reazione della polizia. Dopo tre giorni e in seguito ad enormi pressioni, il confine è stato riaperto e la “rotta balcanica” è divenuta nuovamente transitabile.

Il principio di non-respingimento
Varie organizzazioni internazionali sottolineano che tutti i paesi hanno il dovere di offrire protezione a chi fugge da conflitti e persecuzioni, e la Macedonia non fa eccezione. “Quando il sistema non riesce a fronteggiare la situazione, è tempo di migliorarlo, ma non si possono respingere le persone”, è la posizione sui recenti fatti di Gauri van Gulik, vice-direttore di Amnesty International Europa.
Anche varie ONG macedoni hanno criticato le mosse del governo, ricordando che anche la Macedonia è legata al principio di “non respingimento”, secondo il quale nessun richiedente asilo può essere costretto a tornare in un paese nel quale la sua vita o libertà personale possono essere minacciate a causa della propria identità etnica, religiosa, politica.

Human Rights Watch ha consigliato alle autorità macedoni di cercare a livello internazionale cooperazione e assistenza per poter venire incontro ai propri obblighi. Ad oggi, sulla questione dei migranti, l'UE ha fornito a Skopje fondi umanitari per appena 90.656 euro, ma secondo le stime ufficiali, la Macedonia ha speso 800mila euro al mese solo per rafforzare l'azione di controllo della polizia sul proprio confine meridionale.
Altra questione sollevata dalle istituzioni macedoni è la mancanza di coordinamento regionale e di cooperazione con i propri omologhi greci. Un problema riconosciuto e sottolineato anche dall'UNHCR in un recente comunicato stampa.
“L'UNHCR fa appello alle autorità greche affinché procedano alla registrazione e alla fornitura di servizi di base per coloro che necessitano di protezione internazionale, e perché forniscano assistenza urgente a chi è bloccato sul lato greco del confine [con la Macedonia] e far sì che possa essere ospitato in strutture ricettive lontane dalla frontiera”, recita il comunicato dell'Alto commissariato ONU per i rifugiati.

Arriva l'inverno
Da mesi, privati cittadini, organizzazioni informali ed ONG si sono organizzati per raccogliere e distribuire aiuti ai rifugiati, anche attraverso i social media. Ad attrarre l'attenzione dei media è stata la storia di Lence Zdravkin, ribattezzata “una moderna Madre Teresa”, che per più di un anno ha aiutato i rifugiati di passaggio vicino alla sua casa a Veles (città situata sulla rotta principale dei migranti) ben prima che il fenomeno arrivasse sulle prime pagine dei giornali.
Nel giugno scorso, in seguito a forte pressione da parte dell'opinione pubblica, il governo ha modificato la normativa sull'asilo, dando la possibilità ai rifugiati di richiedere un “asilo temporaneo” di 72 ore al confine o alla stazione di polizia più vicina, insieme al diritto di utilizzare la sanità e i trasporti pubblici.

Tenendo conto di queste iniziative, del fatto che il confine con la Serbia resta aperto e che la destinazione finale dei rifugiati sono i paesi dell'Unione europea, è piuttosto difficile comprendere perché il governo macedone abbia deciso di chiudere il confine con la Grecia, anche prendendo in considerazione la tentazione di un approccio politico populista. Fino ad ora, gli unici “problemi” provocati dai migranti ammontano a cartacce gettate nelle stazioni ferroviarie e alcuni casi di furto di frutta e verdura nei campi intorno a Gevgelija. Ma se escludiamo questioni marginali di questo tipo, non c'erano motivi reali per portare le autorità a prendere una decisione tanto drastica. Invece di concentrarsi sulle difficoltà di gestione del problema, o sul chiedere maggiore sostegno dall'Unione europea per fronteggiare il momento di crisi, il governo ha scelto l'alternativa più impopolare e disumana.

Esperti e attivisti hanno sottolineato che la chiusura prolungata del confine porta, come unico risultato, ad una maggiore vulnerabilità dei rifugiati verso i trafficanti, e nell'aumento dei rischi intrapresi da chi tenta di entrare e attraversare il territorio macedone. Tra questi, la scelta di camminare lungo le rotaie del treno: una scelta che, tra gennaio e giugno 2015 è costata la vita ad almeno 28 persone.
Dal punto di vista macedone, la scelta migliore per il governo sarebbe registrare, dare una sistemazione dignitosa ai rifugiati e rendere possibile ai migranti l'attraversamento veloce del paese fino al confine con la Serbia. Fino ad oggi gli incidenti legati alla presenza dei rifugiati si contano sulla punta delle dita, ma una presenza più visibile della polizia sarebbe probabilmente utile.
Questi passi, soprattutto dopo la decisione dell'Ungheria di erigere un reticolato di quattro metri al confine con la Serbia, dovrebbero essere presi con rapidità. Quando la barriera ungherese sarà completata, infatti, la “rotta balcanica” potrebbe assumere tutt'altra forma, e non è escluso che i paesi della regione possano trasformarsi da paesi di transito a destinazioni finali. E l'inverno non è poi così lontano.

Macedonia: stop towards fortress Europe

  • Martedì, 25 Agosto 2015 13:27 ,
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Melting Pot
25 08 2015

Macedonia: stop towards fortress Europe
Un documentario che racconta quello che non abbiamo visto a Gevgelija

Non sono mancate in questi giorni sui media mainstream e sui social network le informazioni e le immagini dal confine tra la Macedonia e la Grecia, a Gevgelija.

Poco o niente si è saputo degli attivisti e delle Ong che prestano il loro aiuto per sostenere i rifugiati.

Pubblichiamo il film-documentario "Crossing Borders" di Michal Pavlásek che si concentra sulla situazione alle frontiere tra la Grecia e la Macedonia (Gevgelija) e tra Serbia e Macedonia (Tabanovci), sui rifugiati, le organizzazioni (Legis, Nun) che distribuiscono gli aiuti, l’attivismo e gli stereotipi.

Le immagini sono state girate nel luglio 2015, le fotografie scattate a Gevgelija il 9 e l’11 luglio.

 

I destini dell’europa passano dai balcani

Corriere Sociale
25 08 2015

I Balcani producono più Storia di quanta ne consumino. L’espressione popolare interpreta il senso epocale delle disperate migrazioni attraverso Macedonia, Kosovo, Serbia e Ungheria Esplora il significato del termine:

I Balcani producono più Storia di quanta ne consumino. L’espressione popolare interpreta il senso epocale delle disperate migrazioni attraverso Macedonia, Kosovo, Serbia e Ungheria per raggiungere il cuore dell’Europa, quasi a risalire idealmente contromano il corso del Danubio. Nel nuovo secolo, come nel precedente, la Storia del Vecchio Continente ripassa da queste lande desolate e lascia dietro di sé morti e feriti, odio e fili spinati. Dopo guerre di trincea e pulizie etniche, dopo muri ideologici e cortine di ferro, una forma altrettanto devastante di conflitto si sta generando nell’impotenza delle Grandi Potenze, come se un destino ineluttabile debba avere partita vinta sul primato della politica e sulla coscienza degli europei più fortunati.

«Vagabondavano come mosche senza testa», scriveva il serbo Milos Crnjanski nel suo Migrazioni , narrazione di un popolo sradicato in cammino verso la terra promessa. Come nell’epica letteraria, le migrazioni non si fermano davanti ai mari in tempesta, ai fili spinati, ai cordoni di polizia. Avanzano su battelli alla deriva e su inquietanti vagoni ferroviari. Possono essere decimati, respinti, talvolta arrestati. Ma non si fermeranno.

Lo dimostrano cifre fornite da Eurostat: 400 mila richieste di asilo (160 mila in più dello scorso anno) nei primi sette mesi, 700 mila potenziali arrivi nella sola Germania. Gli sbarchi attraverso la «frontiera» del Mediterraneo ormai equivalgono i flussi nei Balcani.

La «pressione» dei disperati ha moltiplicato rotte, porte d’ingresso, zone di provenienza. Il fenomeno ha stravolto i due presupposti su cui si è finora basata la risposta politica, peraltro balbettante: il presupposto che sia possibile la distinzione fra richiedenti asilo, migranti per bisogno e fuggiaschi da guerre e carestie; e il presupposto che si tratti di un’emergenza umanitaria sperabilmente transitoria.

L’emergenza ha invece assunto le dimensioni di una crisi geopolitica di lunga durata che abbraccia il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa subsahariana. La disperazione di milioni di esseri umani, manipolata dai trafficanti e dalle formazioni terroristiche è anche strumento di disfacimento dei Paesi di provenienza e di destabilizzazione dei Paesi di accoglienza. È stato calcolato che l’Africa subsahariana avrà 900 milioni di abitanti in più nei prossimi vent’anni. Di questi, almeno 200 milioni saranno giovani in cerca di lavoro. Il caos dei loro Paesi d’origine li spingerà sempre più a nord. Non basterà aprire centri di accoglienza.

I richiami alla Storia balcanica e la narrazione di queste fughe di massa ci dicono che questa è la vera posta in gioco. Se l’emergenza suscita ancora sussulti di solidarietà, appelli della Chiesa, prese di coscienza nelle società europee, la crisi geopolitica rischia di innescare fenomeni distruttivi, incontrollabili, non lontani dai fantasmi del passato.

Non è questione di xenofobia o populismo nazionalista, ma di una nuova forma di conflitto: sta avvenendo qualche cosa di devastante se si erigono nuovi muri, se si diffonde l’equazione immigrato=terrorista, se le società più ricche e potenti tendono a chiudersi, lasciando soli i Paesi più deboli e più esposti all’ondata migratoria. Di questo passo, l’Europa rischia di implodere, sconfitta dai profeti del terrore, dagli scafisti, dai demagoghi, dalle leggi ineluttabili della demografia e del bisogno che stravolgono la convivenza civile, alimentano la guerra fra poveri, modificano il paesaggio culturale, minano il nostro modello di società.

L’Europa, fortezza protettrice e al tempo stesso assediata, dovrebbe ritrovare le ragioni della propria Storia e della propria alleanza politica, economica e finalmente militare. La risposta alla nuova guerra è una combinazione di sicurezza delle frontiere, fermezza armata di fronte al terrorismo, solidarietà consapevole. Non è troppo tardi, di sicuro è difficile. La gestione contabile della crisi greca non è un segnale di risveglio.

Melting Pot
24 08 2015

Parigi - La Gran Bretagna e l’Irlanda non fanno parte dello spazio Schengen sulla libera circolazione dei cittadini europei, controllano le frontiere senza integrare la giurisdizione europea sui visti e l’asilo ma stipulano accordi diretti con la Francia per rifiutare i migranti.

I migranti che aspettano tra mille drammatiche e pericolose vicissitudini di passare in Inghilterra sanno che messo piede sulla ’terra promessa’, rischiando la vita, corrono un altro pericolo ancora più grande, quello di essere ’rispediti al mittente’ come pacchi non desiderati. Ma questo non impedisce loro di tentare la sorte, di sperare che il destino sia bendato almeno nel loro caso e che l’arsenale tecnologico e militare messo in campo, da un parte e dall’altra della frontiera, dimostri la sua inefficacia e, alla fine, inutilità.

E succede. Ma il prezzo invece per decine di migranti è la vita. Mentre il costo del dispositivo bilaterale di controllo delle frontiere nei porti della Manica e del mare del Nord tra Francia, Regno Unito e Irlanda del Nord ammonta a decine di milioni dal 2003, dal "Trattato di Touquet" che impone allo Stato che ’accoglie’ un migrante di riprenderselo se l’altro Stato lo rifiuta. In pratica, Il Regno Unito non intende farsi carico della maggior parte degli immigrati provenienti dalla Francia e li respinge a Calais. E la Francia li ’recupera’ perché non può rifiutare l’’accoglienza’ di questi migranti.

Questa gestione priva non solo di umanità e di rispetto dei diritti della persone ma di immaginazione economica e politica, passa attraverso gli uffici immigrazione di entrambi i paesi: un migrante ha il diritto di passare dalla Francia al Regno Unito, e vice-versa, dopo il "controllo nazionale incrociato" che esisteva già prima di Schegen.

Questa formula copre in realtà uffici immigrazione e dogane extraterritoriali.
La Gran Bretagna opera su territorio francese nelle stazioni ferroviarie (Gare du Nord a Parigi, a Calais, a Lille) e nei porti di Calais, Boulogne e Dunkerque, e la Francia ha i suoi uffici nelle stazioni ferroviarie di Londra, Ashford e a Dover. Tutto unificato nonostante le querelles populiste e poliziesche degli ultimi mesi per far salire i prezzi (in borsa) sul mercato del traffico di essere umani europeo in forte crescita.

Il rinforzo, sempre a suon di milioni che appartengono alla comunità europea, del nuovo prodotto, il "Centro operativo di controllo comune" per "lottare contro i passeurs", annunciato ufficialmente lal ministro dell’interno francese, Bernard Cazeneuve, e dalla sua omologa, Theresa May, il 20 agosto a Calais non è altro che un accordo di cooperazione per incrementare la presenza della polizia alle frontiere, da entrambe le parti senza che la Francia giochi il ruolo del ’contractor’, in appalto economico e politico della Gran Bretagna per 35 milioni di Euro in due anni. Contenti tutti, soprattutto il Ministero dell’Interno francese che fino al 2014 non aveva visto l’ombra di una sterlina.

Decine di milioni per la sicurezza, oboli per (le associazioni che garantiscono) l’accoglienza’: 1.300 poliziotti e gendarmi stanziali, oltre le unità speciali antisommossa regolarmente impiegate per dare la caccia all’uomo, o donna, o bambino, e intervenire in caso di saturazione umana delle "jungles", barriere, videosorveglianza, proiettori che illuminano a distanza, tecnologia con sistemi di controllo sempre più sofisticati e, putroppo, innovativi per essere destinati all’insieme del territorio,

L’intervento umanitario si declina in "facilitazione del ritorno volontario", cioé respingimento al paese d’origine o di provenienza extra-europeo. E un fondo speciale destinato all’"allontanamento forzato" (1.000 a Calais dall’inizio dell’anno). La buona volontà, la carità, è inversamente proporzionale all’investimento nell’uso della forza: 1.000 posti per i richiedenti asilo , deportati "ad una distanza significativa da Calais".

Vuol dire che i migranti che restano in attesa, tra i tre e i sei mesi, per sapere se hanno il diritto o no di essere ’accolti’ e ospitati, vivono rinchiusi, controllati, malnutriti, vilipesi, minacciati, aggrediti, umiliati e isolati. Chi può scappa e non aspetta, non non vuole immaginare una prospettiva in un affollatissimo e insalubre "alloggio protetto", in condizioni "inumane e indegne" come ricorda persino l’alto commissariato ONU per i rifugiati e i diritti umani, che è arrivato al punto di proporre le caserme abbandonate piuttosto che i centri d’accoglienza nazionali.

Ma non basta, Médecins du Monde, con le numerose cliniche mobili per le urgenze nei ’campi’, accampamenti e bidonvilles, non è in grado di sostiuirsi ad un piano per l’accoglienza di cui il governo francese dovrebbe farsi carico ed esserne responsabile.

Nessuna delle strutture associative che storicamente e/o attualmente intervengono a Calais ha i mezzi, pur avendo le competenze, per occuparsi dell’arrivo e del passaggio dei migranti a Calais. Il sistema di ripartizione volontario che dipende dalla Francia e dall’Inghilterra separatamente ha dimostrato i suoi tragici limiti con decine di morti. La Commissione europea promette di intervenire ma il commissario all’immigrazione, dichiaratosi disponibile, non è manco stato invitato la scorsa settimana all’incontro franco-britannico a Calais.

Se c’è un problema, c’è anche una soluzione, ma qui pare che il problema non esista, che ci sia solo un mercato di corpi da veicolare, sopprimere o eliminare, rifiutando di vedere che al posto delle macchine da guerra contro la miseria c’è urgenza di "aprire una via europea all’immigrazione" come invitano tutti i collettivi di aiuto e solidarietà ai migranti in Francia e alle frontiere.

 

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