Più donne, stavolta elette e non nominate. Più giovani, una nuova classe di politici emergenti trenta/quarantenni. E soprattutto ora, a differenza delle precedenti tornate elettorali, i candidati del centrosinistra vengono dalla base, conoscono alla perfezione il territorio al quale sono legati, spesso dalla nascita. ...

Corriere della Sera
08 02 2013

Ospitiamo Cristina Obber, autrice di Non lo faccio più, La violenza di genere raccontata da chi la subisce e da chi la infligge. Il libro è uscito in autunno e, nel frattempo, è diventato un sito, o meglio un luogo dove raccontare di violenza, di relazioni, di paure e d’amore. E un progetto con i ragazzi delle scuole superiori. Nato come «momento di ribellione all’impotenza» di Cristina, sta diventando un progetto di formazione al futuro.

Ho visto più di mille studenti negli ultimi mesi. I giovani non sono un’entità omogenea, come non lo siamo noi adulti, come non lo sono le famiglie da cui provengono. Il microfono gira, parlano loro.

La partecipazione è molto attiva ed escono domande e considerazioni che rivelano interesse e un modo di approcciarsi alla vita tutt’altro che passivo. Si percepisce che gli stereotipi di genere regolano molte delle loro relazioni, ma anche che fremono per liberarsene. Si sentono cose che odorano di muffa rifiorita, cose che per chi come me era ragazza negli anni ’80 sembrano uscite dai documentari che Pasolini girava sulle spiagge di un’Italia in bianco e nero.

Le ragazze si sentono addosso il dito puntato se hanno più relazioni brevi anziché un rapporto duraturo, soffrono del fatto che al maschio invece la virilità venga riconosciuta proprio attraverso una libertà sessuale a loro negata.

Alcune dicono che nella coppia ci si adatta a fare quello che vuole lui, dalle piccole alle grandi cose. E prevale quella che Lea Melandri definisce la “missione salvifica delle donne”. Un gruppo di ragazze, sollecitate da un’ipotesi di violenza da parte del proprio ragazzo, mi hanno detto che non lo lascerebbero, che cercherebbero di capire perché l’ha fatto, che “L’amore non se ne va all’improvviso!”.

Fa male sentire giovani donne che sembrano rassegnate a soffrire, ad avere pazienza, a cercare di prendersi cura di un compagno come di un figlio, ma rincuora che nel contempo siano esse stesse ad essere critiche su questo ruolo che indossano come un abito, non vissuto ma subito. Hanno bisogno di credere che le cose possano cambiare.

Anche i maschi sembrano ingabbiati in ruoli da recitare, in ansia per avere una ragazza, anzi, per poter dire di averla, in difficoltà a gestire la rabbia, a misurare i confini dell’altro e del corpo dell’altro.

Alcuni sembrano pronti a rapporti costruttivi, ad assumersi e godere anche un ruolo di cura nella propria vita, ma in altri si percepiscono fragilità profonde e un’inconsapevolezza preoccupante su cosa sia la sessualità, vissuta come azione dovuta, come “Una cosa che si fa”, anziché come occasione di scoperta di sé e dell’altro.

In un istituto tecnico Alessio Miceli (ass. Maschile Plurale) ha letto una pagina del libro in cui Marco racconta di come e perché ha fatto violenza su una ragazza di 15 anni. Ha chiesto ai ragazzi di cercare parti di sé in quella visione del corpo delle donne, un corpo senza testa e senza parola. Di dimenticare le cose buone da dire e di guardarsi dentro. Un ragazzo ha detto che nel gruppo è difficile tirarsi indietro, anche in una cosa orribile come lo stupro, che “Sai che è sbagliata, che fa schifo, ma in gruppo potresti fare qualsiasi cosa”. Perché “Se non hai un carattere forte non riesci a tirarti indietro”.

Si apprezza la sincerità, ma spaventa questa accettazione della possibilità di agire una violenza così cruenta. E’ un “Può accadere” che va demolito con urgenza!

In un liceo due ragazzi mi hanno detto che se una ragazza accetta di essere accompagnata a casa e poi non ci sta, “E’un inganno”. E se mi inganni “Non ti puoi lamentare se ti insulto”, perché te lo meriti, perché “E’ logico!”, perché è così che si fa. Perché si scopa per divertirsi, “Mica siamo sposati che c’è l’amore”, “Mica puoi farti sempre e solo le canne”!

Come se la ragazza che si sottrae al copione passaggio=scopare fosse il carnefice, che ti tenta e poi ti toglie il boccone di bocca. Fa inorridire, ma chi ha trasmesso loro questo copione?

C’è anche chi rovescia questa immagine disarmante:

In un istituto commerciale stavamo parlando del piacere sessuale che nella violenza di genere ha origine nell’esercizio del potere sulla vittima e che viene meno nello scambio denaro-sesso con una prostituta. “Non è vero!, ha esclamato un ragazzo cercando il microfono, e ha proseguito spiegando che l’80 per cento delle prostitute è vittima di stupro prima di essere inserita nel circuito dello sfruttamento e che dunque andare con una prostituta significa rendersi complici della violenza cui è sottoposta”.

Sarà un caso che in quella scuola alcune insegnanti si occupino da anni di violenza di genere? Forse no. Forse nella scuola si dovrebbero affrontare queste discussioni non su iniziativa di qualche singolo insegnante ma istituendo percorsi di studi che permettano ai ragazzi di acquisire conoscenza e consapevolezza di sé.

Ho letto che il padre di Francesco Tuccia ha dichiarato “Ancora mi chiedo perché tutto questo è accaduto a mio figlio”. Avrebbe dovuto dire “Ancora mi chiedo come mio figlio possa aver fatto accadere tutto questo”. Cercare di comprendere il sentire maschile non significa ribaltare le responsabilità né confonderle. Quegli anni che aspettano Francesco in carcere gli dovranno servire per ricominciare dal suo agito ad interrogarsi e ricostruirsi, non a chiedersi di chi è la colpa, perché la colpa di quella violenza è sua. Mi auguro che in questo percorso i suoi genitori sappiano accompagnarlo.

E con loro le istituzioni, che sulla rieducazione dei soggetti violenti devono intervenire, per non restituirci gli uomini dal carcere come da un freezer, semplicemente intatti o peggio, incattiviti, con le donne e col mondo che li ha rinchiusi. I progetti rieducativi ci sono, manca la volontà della politica di assumersi le proprie responsabilità.

Nelle scuole si respira la sfiducia nelle istituzioni. Nelle forze dell’ordine, nella giustizia, sono gli stessi ragazzi ad invocare pene più severe. Chiedono perché chi compie reati non venga punito. Una ragazza di 18 anni, parlando di femminicidio, mi ha detto

“Se hai un ragazzo violento devi cercare di sopportare e farlo staccare piano piano perché lo stato non c’è, perchè se denunci -con i tempi della giustizia- quello si incazza e fa in tempo a farti chissàcchè!”.

I ragazzi dicono “Lo Stato ci sta togliendo tutto, il lavoro, la scuola, la giustizia!”. Quando parliamo di informazione, media, quando sveliamo cifre e modalità della violenza, si sentono ingannati, e hanno ragione. Grazie ai media (che poco approfondiscono ma che invece con l’utilizzo di terminologie inappropriate cementificano gli stereotipi di genere anche nelle notizie di stupro e femminicidio) la loro percezione dello stupro è molto lontana dalla realtà. Per la maggior parte di loro i casi di stupro sono pochi e per lo più ad opera di stranieri.

I giovani hanno bisogno di onestà!

In una scuola una ragazza mi ha chiesto: “Ma ormai che possiamo fare?” Ho risposto che devono e dobbiamo abolire la parola ORMAI dal vocabolario. Che ORMAI rappresenta l’alibi/fregatura per rimanere immobili, per non riconoscere in se stessi il dovere/potere di fare la propria parte sia nel proprio privato che a scuola, in fabbrica, in ufficio. E da subito. Propongo sempre la parola NONOSTANTE, presa a prestito dal libro di Mario Calabresi Cosa tiene accese le stelle. E questa sostituzione attribuisce responsabilità e restituisce speranza.

I giovani sono pronti. Dobbiamo solo dare spazio al loro impulso di liberazione. Dare loro fiducia, non solo a parole. Ci sono ragazzi e ragazze che hanno preso consapevolezza della loro possibilità e della loro capacità di farsi soggetti attivi nel cambiamento. Dobbiamo affidarci a loro.

Come Beatrice Serini, 22 anni (dell’associazione Non è colpa di Pandora), che mi accompagna nelle scuole milanesi. In un liceo, dove le studentesse ci hanno invitato ad un’assemblea autogestita, mentre Beatrice leggeva la storia di Veronica, in quella palestra affollata, tutti seduta a terra, c’era un silenzio assoluto; e mentre Beatrice/Veronica spiegava perché non ha denunciato la violenza, perché si sentiva in colpa, perché vorrebbe oggi prendere per mano quella ragazza confusa e sola che era e farsi visitare, avevo i brividi anche io.

Negli incontri in Veneto ci saranno con me Alberto Irone, 21 anni e Anna Azzalin, 20, della Rete Studenti medi del Veneto (che con l’UDI Padova, Venezia e Verona hanno promosso la campagna “Femminicidio: mettici la faccia”). Sono giovani che parlano ai giovani, di relazioni, di lavoro e di futuro. La consapevolezza significa possibilità di scelta. Solo con la discussione i ragazzi possono dare non solo un nome alle cose che ascoltano dall’esterno, ma anche a ciò che incontrano nei propri pensieri, ai propri sentimenti e alle proprie emozioni.

Sentirli parlare di questo tra loro, maschi e femmine insieme, è bellissimo.

Gli Altri
31 01 2013

Quando sono venuta ad abitare all’Alberone, un quartiere semiperiferico di Roma, era il 1990 e mi capitava ancora di trovare siringhe usate in un angolo buio vicino al cancello del garage. A metà del 1992 le siringhe sono scomparse, da allora in poi l’eroina in giro si è vista sempre meno, poi non si è vista più. Si trovavano cocaina a mucchi, pasticche, molte altre sostanze, ma non la roba. Da qualche mese, quasi un anno, invece, la siringa è tornata nell’angolo. Dapprima raramente, poi sempre più spesso. Una notte di dicembre, tornando a casa alle due del mattino, ho fatto conoscenza con il nostro tossico. Anzi, mi ha parlato. “Non le dispiace se sto qui, vero?” ha chiesto, educatissimo. Un ragazzo biondo, con le occhiaie, un vestituccio corretto, le scarpe nuove. Aveva il laccio emostatico in mano, proprio quello da infermiere. Un tossico col laccio non l’avevo mai visto, i miei amici usavano la cintura. Gli ho detto: “Senti, però portati via la siringa”. Sudava, anche se eravamo un grado sotto zero. Gli oppiacei riscaldano. Volendo fare cosa gradita ai pastori himalayani, si porta in dono qualche pallina d’oppio. Allora le capre smettono di belare per la fame e il freddo, e intanto sonnecchiano. Dunque è possibile perfino tagliargli via una fettina sottile di carne viva (bella metafora, eh?). I pastori con quella carne preparano un brodo per i vecchi e le donne che hanno partorito da poco, o almeno così mi raccontava un amico che per ragioni mistiche si arrampica fin lassù da anni, e sa bene che cosa scambiare con un riparo per la notte.

Nella mia generazione (ho 54 anni) siamo divisi in due gruppi: chi si è fatto di roba e chi no. Io non mi sono mai fatta per paura degli aghi e perché l’odore dell’eroina – nel caso avessi voluto spararmela su per il naso – mi faceva vomitare.

Ma non avevo, e non ho, nessuna estraneità verso chi si faceva, come verso chi ha sparato, si è ucciso, si è perso in Oriente, oppure è impazzito. Dentro di me, dentro tutti quelli della mia età e oltre, c’è un cimitero, un mantra di nomi e di amici perduti, pianti e sepolti. Per questo sono in grado di riconoscere un segno particolare che chiamo il “teschio dell’oppio”. È qualcosa di indelebile che resta per sempre, anche quando si sopravvive, o si smette. Traspare persino sotto i segni dell’età, nel viso reso più carnoso dagli anni, sotto qualunque calvizie o sistemazione con la chirurgia plastica, a dispetto del lavoro di un ottimo dentista. Non so perché, ma gli oppiacei lasciano un imprinting che non se ne va più nel corpo e nello spirito, una specie di marchio. E mi accorgo che il teschio dell’oppio è di nuovo in circolazione. Se prendo la metropolitana o salgo sul tram di notte ormai becco almeno un teschio, talvolta due.

Ho un amico che ha cominciato a farsi a 14 anni, il primo e il più giovane tossico della mia città. Era l’inverno del ’74 e l’eroina costava niente. La spingevano a tutta forza sui muretti e davanti ai licei. L’erba e il fumo erano scomparsi, al loro posto offrivano questa polvere a basso prezzo, ce n’era quanta ne volevi. Il mio amico, era bellissimo, efebico, scriveva poesie. Girava anche in inverno con le braccia nude, perché tutti vedessimo i segni dell’ago. I suoi genitori telefonavano ai nostri e li mettevano in guardia, raccontavano di furti di argenteria, sparizioni di quadri preziosi dalla loro bella casa. Alla fine lui si è salvato attraverso peripezie inenarrabili. Ora vive lontano, fuori dall’Italia, esercita con profitto una professione liberale adatta alla sua origine, è tornato nella culla borghese da cui aveva cercato di strapparsi a forza di endovenose di eroina. Eppure, ogni volta che mette piede in città, che torna a rivedere gli anziani genitori o i fratelli, va in giro a cercarsi una dose. E se la spara. Ho un’amica che si è fatta per trent’anni. Nel frattempo ha fatto famiglia, si è inventata un mestiere di enorme successo. Qualche anno fa ha deciso di piantarla lì, si è ricoverata in una clinica. Teme la vecchiaia, il giorno in cui non potrà più uscire a cercare il pusher, immagina di dover chiedere a uno dei suoi figli: vammi a cercare la dose. Un’altra nostra vecchia conoscenza sta facendo i bagagli per trasferirsi in un posto qualunque nel Triangolo d’oro. Là potrà permettersi una pipa al mattino e una alla sera. Qui, una volta andato in pensione, al massimo può farsi di psicofarmaci – almeno finché non crolla la sanità pubblica. A lui gli psicofarmaci non piacciono.

Dopo l’incontro con il tossico sulla rampa del garage, ho passato una notte di insonnia ricordando quello che è successo a noi, e temendo quello che può succedere ai ragazzi cui voglio bene. La fascia a rischio è fra i 15 e i 19 anni, dicono gli esperti. La via è già spianata dall’alcol, il consumo è aumentato moltissimo. Sarà una strage, a meno che non scoppi una rivolta. Io tifo rivolta, sì. Nella rivolta c’è senso, c’è la speranza di rifare il mondo, ci sono creatività, socialità, erotismo. Non vedo altre vie d’uscita. E so per esperienza che la giusta, motivata, sacrosanta rabbia, quando non si rivolge contro un sistema che la crea e la rinnova, allora quasi invariabilmente viene rivolta contro se stessi. Del resto per i ragazzi non c’è niente: non c’è più sicurezza che la scuola serva a qualcosa, non c’è lavoro, non c’è cultura, non c’è protezione, non ci sono attenzione né amore, c’è la brown a sette euro a dose. Ho chiesto in giro: sette euro. Meno della bamba. Roba molto pesante, mi assicurano.

Ad aggravare la situazione, l’eroina è considerata una droga sconfitta, scomparsa, e quindi non c’è allarme sociale, non si riconoscono i sintomi, non si vedono per tempo i segnali. I genitori sono distratti, preoccupati dalla miseria che avanza per tutti, dalla disoccupazione, dai prezzi, da tutto quello che sappiamo, e che viviamo. Il marketing dell’eroina ha ricominciato a lavorare a pieno ritmo. I servizi sono stati smantellati, in modo che gli assassini possano organizzare meglio i profitti, e una potenziale generazione di ribelli – che hanno imparato a battersi allo stadio, e hanno partecipato agli scontri in piazza del Popolo e a piazza San Giovanni – finisca preferibilmente con un ago nel braccio sinistro. I benpensanti, indignati perché i ginnasiali tiravano i sassi agli autoblindo rovinando la loro Bella Festa di Sinistra, oppure quelli che predicano la morale senza chiedersi che cosa brucia dentro i nostri figli, scanseranno le siringhe con il piede, tireranno diritto. Sugli stessi giornali dove ricompaiono in cronaca trafiletti sui morti da overdose, alcuni scriveranno editoriali pensosi perché il loro cane si è punto con un ago ai giardinetti. A proposito: anche la diffusione dell’Aids fra i giovanissimi cresce, e non certo perché fanno l’amore senza protezione.

P.s. Per gli amici cani: ai giardinetti state attenti.

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I giovani fanno scena muta

Federico Fubini, Corriere della Sera
13 gennaio 2013

L'altro giorno la Banca mondiale ha messo su Twitter una serie di dati che fanno pensare al mondo fra le due guerre. Non ai totalitarismi, al riarmo, alla Grande Depressione, o al razzismo. No. A eventi più piccoli, schegge di singole vite.
L'altro giorno la Banca mondiale ha messo su Twitter una serie di dati che fanno pensare al mondo fra le due guerre. Non ai totalitarismi, al riarmo, alla Grande Depressione, o al razzismo. No. A eventi più piccoli, schegge di singole vite. ...

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