Garanzia giovani, il piano che avrebbe dovuto ridurre in maniera significativa la disoccupazione tra i giovani under 29, continua a dimostrarsi un fallimento. La conferma è venuta dall'ultimo disastroso bollettino reso noto ieri dal Ministero del Lavoro. Ad oggi il numero dei giovani registrati ammonta a 364.535, 9 mila in più dell'ultima lettura ma "piuttosto contenuto rispetto al trend crescente cui siamo stati abituati nelle edizioni settimanali del 2014".
Roberto Ciccarelli, Il Manifesto ...

Jobs App

O freelance o precari un futuro senza contratto. In America sono già 53 milioni, in Australia un terzo del totale: tassisti, avvocati, dottori, tecnici. Indipendenti, ma messi insieme da un'applicazione che gestisce i clienti. Non più solo collaboratori occasionali, ma una nuova categoria di occupati: quella della "economy on demand" in cui è il lavoratore che decide dove e come guadagnare.
Enrico Franceschini, Eugenio Occorsi, La Repubblica ...
Lavoro e giovaniLa responsabilità non è solo della politica, ma anche, se non soprattutto, del mondo imprenditoriale. La scarsa competitività italiana, che rende così difficile l'uscita dalla crisi, è figlia di politiche imprenditoriali da troppo tempo squilibrate sull'inseguimento di un basso costo del lavoro e sulla flessibilità in uscita, a sfavore di investimenti in ricerca, innovazione, quindi in capitale umano, perciò miopi.
Chiara Saraceno, la Repubblica ...

L'Italia a scuola di web per superare il digital divide

  • Lunedì, 05 Gennaio 2015 14:29 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
05 01 2015

Analfabeti 2.0

Da noi la rete è poco diffusa. Tra le cause la diffidenza dei ceti dirigenti. E il falso mito dei nativi digitali, che maneggiano le tecnologie ma ignorano la grammatica del web. E rischiano così di essere dominati. Questo articolo è stato pubblicato su pagina99we di sabato 6 settembre 2014

L’utilizzo delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione rappresenta uno dei traguardi fondamentali delle politiche di inclusione sociale e culturale dell’Unione europea. Guardare la curva della crescita di adozione di Internet fra gli italiani è disarmante, dà l’idea di un Paese che a colpi di piccoli punti percentuale rincorre ogni anno una diffusione che altrove è già da tempo consistente. Oggi è il 69% delle famiglie a possedere un accesso Internet da casa contro una media europea del 79% (dati Eurostat sul 2013), posizione da metà classifica. Ma se consideriamo l’uso effettivo di ogni individuo il dato cala al 54,8% (dati Istat): 1 italiano su 2 ha utilizzato Internet nell’ultimo anno contro una media europea di 7 cittadini su 10. Il dato crolla vertiginosamente se prendiamo in considerazione l’uso frequente, infatti solo il 33,5% degli italiani si connette ogni giorno. Le ragioni del digital divide sono evidentemente dentro di noi.

È un ritardo non solo infrastrutturale - su questo aspettiamo il (pare) imminente decreto Sblocca Italia che prevede un piano strategico per la banda ultralarga - ma culturale, una mancanza di senso dell’abitare la rete che ci rende analfabeti nell’era digitale. E questa condizione ha a che fare con un immaginario catastrofista e reazionario che abbiamo prodotto in questi anni attorno all’opportunità di essere connessi e a come il web sia parte costitutiva della nostra vita. Un immaginario costruito attorno a visioni spesso disinformate, veicolate da parte dei media, di intellettuali e di una classe politica che sul digitale si divide attorno a un dibattito culturale (sic!) ancora schiacciato nelle categorie profondamente novecentesche di apocalittici – detrattori del web e di ogni tendenza all’innovazione – e integrati – che attribuiscono a Internet poteri taumaturgici e iperdemocratici, come nella vulgata messa in scena dal duo Grillo-Casaleggio.

 

E d’altra parte i sistemi dell’editoria, delle televisioni e dell’informazione in cui si è sviluppato questo dibattito che orienta l’opinione pubblica italiana sono parte in causa di una trasformazione, quella del digitale, che ha finito per produrre una resistenza culturale costruita attorno ad una narrazione conservatrice: «La preoccupazione per la propria sopravvivenza, il tentativo di congelare un universo intero al suo status quo, ha prevalso su tutto e ha annullato qualsiasi spinta innovativa. Così è accaduto che ritardi, storture e danni considerevoli alla nostra crescita culturale siano stati determinati dalla stessa industria culturale» 

È questa la lucida e amara tesi di Massimo Mantellini nel suo recente saggio La vista da qui (minimum fax), un j’accuse garbato e documentato, molto personale, così come dovrebbe essere un passaparola - «Questo libro stesso è una sorta di tentativo di passaparola per altre vie» -, mezzo contemporaneo di divulgazione perfettamente omologo a quei linguaggi della rete che l’autore frequenta da tempo. Quello che si è prodotto per molti italiani è un senso di estraneità per qualcosa di cui non si sente particolarmente il bisogno, non se ne capisce bene né la portata né il significato, complice un rifiuto per la Rete che «ha colonizzato in questi anni i luoghi del potere, le stanze del Parlamento, migliaia di uffici centrali e periferici: ma anche le redazioni dei giornali, i talk show televisivi, le scuole, le cerchie degli intellettuali».

 

Anche quando affrontato istituzionalmente Internet si è spesso rivelata una “parola problema” tesa fra il diventare uno slogan propagandistico (ricordate «Inglese, Internet e Impresa»?) e l’essere il luogo delle molte storture della nostra vita pubblica e del mercato da iper-regolamentare. Ci siamo assuefatti a un punto di vista polarizzato del pensare e percepire la Rete e le pratiche correlate al suo uso. Internet ci rende stupidi, come ha spiegato Nicholas Carr (il suo libro è tradotto in italiano da Raffaello Cortina), e in pochi anni diventeremo tutti più superficiali, non sapremo concentrarci per più di qualche minuto o distinguere un’informazione importante da quelle irrilevanti: la tesi della dittatura della Rete, nelle urla del dibattito, difficilmente riesce a essere svuotata di determinismo ragionando attorno ai processi evolutivi e di adattamento cognitivo degli individui, analizzando le mutazioni socio-antropologiche e trasformando il rifiuto in senso critico.

 

Oppure, tesi speculare, Internet è talmente nelle cose che, ad esempio nell’istruzione, non serve dedicargli un momento ad hoc, tanto che il digitale, come ha affermato l’ex ministro Maria Chiara Carrozza, non deve diventare una nuova materia di insegnamento, ma «un mezzo di cui devono avvalersi tutte le materie, come fu per il libro stampato sul quale si basò il sistema scolastico dell’Ottocento». Tanto i ragazzi sono tutti nativi digitali, termine sfortunatamente entrato nel senso comune che ci fa vedere in modo presbite i nostri figli come abitanti naturali di un mondo ipertecnologizzato e con competenze date (per natura?). I giovani conoscono (forse, dovremmo dire, perché il divario crea anche all’interno delle generazioni più differenze che omogeneità) i linguaggi ma poco le grammatiche. E per quanto riguarda gli insegnanti, seguendo la metafora del libro, molti hanno difficoltà a leggere o sono comunque profondamente radicati al tempo dell’oralità. E non si tratta, evidentemente, di rimediare con la presenza delle Lim. Anche qui il ritardo è culturale.

I nostri figli accedono sempre più precocemente a tecnologie di connessione e di messa in relazione mediata e istantanea col mondo che li aprono a una “libertà preconfezionata” attraverso device pronti all’uso progettati da imprese assoggettate a logiche di mercato e dinamiche economiche. La nostra libertà di essere iperconnessi e produrre, condividere e consumare contenuti, molto spesso gratuitamente, va relativizzata a fronte del fatto che abbiamo a che fare con servizi privati (da Google a Wikipedia, da Wordpress a Facebook) che operano in base a principi economici e che costituiscono quindi una black box soggetta a possibili manipolazioni e distorsioni tutt’altro che imparziali. Come scrive Mantellini, «all’interno di questo mimetismo intenzionale, Internet può ridursi a Facebook, gli strumenti di controllo potranno essere celati con maggior facilità, e le politiche di indirizzo economico verranno raccontate senza troppe difficoltà come nuove frontiere della libertà di espressione».

 

Mai come oggi diventa quindi essenziale abbandonare l’idea di una presenza scontata delle tecnologie di comunicazione – e delle pratiche correlate – e metterla a tema, problematizzarla, trattarla come materia di insegnamento, farla entrare nell’agenda del dibattito pubblico, perché Internet, in fondo, è un bene pubblico della nostra era e non può essere lasciato a qualche corsivo corrosivo o a un dibattito tra opinionisti da talk show in seconda serata.

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Non ci sono più i geni del garage

[...] Il Pil statunitense galoppa, i fondi per le neonate aziende impennano. Eppure la percentuale di ventenni imprenditori è ai minimi da un quarto di secolo. Colpa del calo delle nascite e del monopolio dei colossi come Google e Apple. Gli economisti lanciano l'allarme: l'America ha smesso di essere la culla delle start-up. [...]  Anche la Silicon Valley mostra le rughe.
Federico Rampini, Fareed Zakaria, La Repubblica ...

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