Facebook: libero pensiero in libero business?

  • Martedì, 27 Ottobre 2015 13:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
27 10 2015

In Italia, la questione della eccessiva “tolleranza” di Facebook verso i razzisti è da tempo un leitmotif ricorrente. Per i vertici di Facebook far rimuovere i commenti razzisti è un procedimento molto “complesso” e macchinoso, benché nel suo “statuto”, lo stesso Facebook affermi di non ammettere i contenuti che incitano all’odio e ripudi “la discriminazione di persone in base a razza, etnia, nazionalità, religione sesso, orientamento sessuale, disabilità o malattia”. A tal proposito, esiste un’apposita “finestra” che consente agli utenti di segnalare i commenti e i post di questa natura. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, essi restano visibili e non vengono rimossi. Questa è una querelle che ha ragioni molto profonde, legate ad un’idea molto ampia (e forse distorta?) del concetto di “libertà di manifestazione del pensiero”, che arriva ad includere anche le affermazioni più violente o addirittura false.

E mentre in Germania fa notizia la denuncia da parte di un avvocato nei confronti del gestore di Facebook (nelle persone dei manager della società che gestisce il social network in Germania) per non aver cancellato una sessantina di post e di pagine contenenti messaggi di odio e di violenza razzista, in Italia si parla del post xenofobo di una giovane commessa nei confronti dei cittadini rumeni. Michela Bartolotta, giovane veneta che nell’agosto 2012 arrivò alle finali di Miss Muretto ad Alassio, lavora in un negozio del centro Padova, nella zona delle Piazze. Nel luglio del 2014, appena diciottenne, ha un battibecco con un cliente rumeno che lei definisce “arrogante”.

Poi si sfoga su Facebook: “Io e il popolo rumeno non andremo mai d’accordo: puttane senza pudore, badanti represse ed altri elementi maleodoranti privi di civiltà e di educazione. Prima o poi vi stermino”. La ragazza, nonostante le scuse ed un pubblico pentimento (a nulla sono valsi i gesti di apertura del padre della ragazza e del gestore del centro di telefonia dove Michela lavora), viene accusata e denunciata per “discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” da parte di Ion Leontin Cojocea, presidente del Centro di Assistenza e Servizi dei Cittadini Romeni in Italia. La Giustizia fa il suo corso e sulla giovane pendono oggi pesanti accuse. «Le ingiurie attribuite alle donne offendono, con solo tre parole, la dignità, l’onore e la reputazione di tutta la componente femminile dell’associazione e dell’intera comunità romena» spiega Cojcocea.

Sui social, oramai, è possibile esprimere sentimenti che, tuttavia, spingono a volte azioni inconsulte ed ai limiti (ed oltre) dell’odio e della violenza razzista, come ad esempio la legittimazione a possedere un’arma per “farsi giustizia da soli” (emblematico, in tal senso, lo “show” del leghista Buonanno andato in onda qualche giorno fa su Sky TG 24) o, appunto, la pubblicazione di post pesantemente offensivi e stigmatizzanti contro un’intera popolazione (quella rumena in questo caso).

Ma l’indagine aperta ad Amburgo potrebbe segnare una svolta in Europa per il fatto stesso di aver coinvolto per la prima volta le altre cariche dei social network, tralasciando i singoli autori dei post. Si sale di livello quindi.

E la cosa non sarebbe male, se venisse fatta anche in Italia, al fine di creare un’azione condivisa e simultanea che obblighi i social ad agire una volta per tutte. E dall’alto. L’hate speech, come abbiamo ribadito più volte, necessita di regole chiare e valide a livello europeo. Non ci si può fermare al singolo post segnalato. E l’ultima frontiera, che si è aperta di recente, è quella che insinua il sospetto che all’origine di questa sorta di “lassismo” e di laisser-faire nei confronti di post violenti, carichi di odio e alle volte anche bugiardi, non ci sia solo un’idea molto ampia (e ambigua) di libero pensiero, ma piuttosto un’idea che i discorsi d’odio vengano “tollerati” perché “producono” visualizzazioni, like, condivisioni. Ovvero, business virale.

Cyber BullismoSerena Danna, Corriere della Sera
18 ottobre 2015

Non bastano una passione precoce per le neuroscienze e l'attitudine da vincente per convincere aziende e istituzioni a investire nel tuo progetto. Serve uno scopo. Quello di Trisha Prabhu, la quindicenne che ha inventato ReThink - un software contro il cyberbullismo -. ...
Lorenzo Guadagnucci
28 09 2015

In inglese lo chiamano “Hate speech”, ma poiché in Italia siamo diventati specialisti della materia, è decisamente da preferire la locuzione italiana, “discorso d’odio”.

Di che si tratta? Ad esempio di frasi, slogan, affermazioni, pronunciati da personaggi pubblici e/o con ruoli di potere, che criminalizzano e stimolano astio e risentimento verso intere comunità o addirittura popoli.

Le cronache sono piene di casi del genere. Qualche anno fa, per fare un esempio concreto, durante la campagna elettorale per il Comune di Milano, comparvero alcuni manifesti nei quali si parlava del rischio che la città, in caso di vittoria del candidato Pisapia, divenisse una “zingaropoli”. La “paura per il rom” e il disprezzo per un’intera popolazione era in quel momento uno dei temi chiave della campagna elettorale, come lo è oggi del discorso pubblico di più di un leader politico. Per non dire di certe affermazioni riguardanti i profughi o gli immigrati di fede musulmana eccetera.

Dunque il discorso d’odio è moneta corrente, con la decisiva complicità del sistema mediatico, che ci ha abituati a dare voce – senza filtri – a qualsiasi slogan o affermazione, anche la più razzista, purché siano rispettate due banali condizioni: 1) che il discorso d’’odio sia pronunciato da personaggi – politici e no – titolati ad avere parola sui media; 2) che l’oggetto del discorso sia un gruppo, una minoranza, una comunità sottoposta, per consuetudine, a forme di discriminazione e pubblico disprezzo.

E’ partita in queste settimana una campagna che chiede ai giornalisti di non essere mai gli amplificatori di simili discorsi, com’è diventata invece consuetudine. In genere i cronisti e i giornali si riparano dietro il diritto/dovere di cronaca: se un uomo politico fa una certa affermazione, anche sgradevole o sgradita, quella è una notizia e quindi va riportata.

Vero, ma ci sono dei limiti da rispettare. Se un politico afferma che un certo popolo, un certo gruppo umano, è da disprezzare, perché dedito al furto, all’usura, allo stupro, alla delinquenza e così via, è possibile limitarsi a riportare quelle parole?

No, non è professionalmente lecito. Se un leader politico dice — facciamo un esempio non a caso – che gli ebrei sono un pericolo per la nazione, le notizie sono due: la prima, è l’affermazione in sé, come tutte le affermazioni fatte da un leader politico; la seconda, è che tale leader ha pronunciato un discorso d’odio, che fomenta razzismo. Il giornalista – in termini di etica professionale – deve tenere conto di entrambe le notizie e  non rendersi complice del discorso d’odio.

Può sembrare un discorso ovvio e una regola di semplice, ma non è così: basta pensare a quel che si è letto e sentito in questi mesi e anni. Per troppo tempo i media si sono adagiati in un ruolo passivo rispetto alla retorica politica in materia di migranti e minoranze, una retorica spesso violenta e discriminatoria che ha finito per diventare senso comune, degradando la qualità del discorso pubblico e anche della nostra convivenza civile.

La campagna #nohatespeech è coordinata dall’Associazione Carta di Roma, che cura l’applicazione del codice deontologico su migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Se questa campagna ha un limite, è il ritardo con il quale arriva, ma non è certo colpa di chi l’ha promossa.

Può essere usata contro chiunque, è l`arma più temuta degli hacker ed è tanto subdola da poter essere utilizzata a centinaia di chilometri dalla vittima. Ha anche un nome accattivante, doxing, a cui qualcuno aggiunge una seconda x, doxxing, per motivi ancora poco chiari. Si tratta della pratica di scovare e pubblicare in rete i dati personali di una persona (dox sta per docs, documenti) e, secondo l'istituto giornalistico statunitense Poynter, rappresenta un nuovo rischio anche per reporter e giornalisti: "Un nuovo metodo di intimidazione e abuso".
Corriere della Sera ...

Dicono che il principio sia quello della goccia: "Oggi parli di rom ladri, domani di nord africani violentatori. Poi butti qualche dato farlocco sull'immigrazione su un blog, ricostruisci una storia verosimile ma evidentemente falsa che rimbalza da un sito all'altro. Alla fine il confine tra vero e falso salta. Ed è così che gli italiani stanno rischiando di diventare razzisti".
Giuliano Foschini, La Repubblica ...

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