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l'Espresso
05 06 2015

Si chiama MyStealthyFreedom, (La mia libertà clandestina ndr) la pagina Facebook (e dal 3 maggio scorso anche un sito web), un luogo virtuale che conta quasi 800.000 iscritti, dove le donne iraniane pubblicano le proprie foto (o video) senza l’hijab, il velo islamico, obbligatorio in Iran per legge da quando lo stabilì l’Ayatollah Khomeini nel marzo 1979, subito dopo la Rivoluzione Iraniana.

La giornalista iraniana Masih Alinejad, che ora vive in esilio tra Londra e New York da quando ci furono le elezioni di Ahmadinejad nel 2009, l’ha fondata dopo aver ricevuto un sostegno inaspettato da parte delle donne iraniane, quando circa un anno fa pubblicò una sua foto senza il velo. Propose così anche a quelle donne di inviare foto in cui erano ritratte senza l’hijab. Da quel momento è stata sommersa dalle foto e dalle testimonianze di chi ha trovato il coraggio di far sentire la propria voce. La più bella è una foto che racchiude tre generazioni insieme: nonna, madre e figlia tutte e tre a capo scoperto.

Sono molte poi le foto di sorelle o amiche, così come quelle scattate da un fratello alla propria sorella. Il gesto di togliere il velo è una forma di protesta contro un governo che nega alla popolazione femminile alcuni diritti fondamentali: devono chiedere il permesso al proprio marito per lavorare o per viaggiare fuori dall’Iran. Non possono sposare un uomo se questi non è iraniano o convertito all’Islam. E devono comunque ottenere il consenso da parte del proprio padre per sposarsi. Non possono cantare in pubblico. «Le donne non possono candidarsi in politica per le elezioni presidenziali – spiega Alinejad – e ce ne sono solo nove in Parlamento. Ma le donne iraniane sono molto intelligenti: rappresentano il 60% degli studenti Iraniani».

Cos’è per lei l’hijab?
È il simbolo dell’oppressione contro le donne. Da bambina volevo essere come mio fratello, che giocava libero. Io invece sono stata costretta a indossare il velo a sette anni.

Cosa rischiano le donne che pubblicano la propria foto senza velo sul web?
Senza pubblicare alcuna foto, 18 mila donne sono state mandate davanti alla Corte e queste donne non sono quelle che hanno inviato foto a MyStealthyFreedom. Non serve pubblicare le foto per rischiare (secondo l’art. 638 del codice penale islamico dell’Iran una donna senza il velo in pubblico può essere condannata fino a due mesi di carcere, a pagare una piccola multa o a ricevere 74 frustate, ndr). Quando le donne camminano per strada possono essere fermate dalla polizia anche se non indossano l’hijab in modo corretto perché potrebbe intravvedersi qualche ciocca di capelli. Chi rifiuta di indossare il velo non può andare a scuola né ricevere un’educazione: di fatto non potrà lavorare nel proprio Paese e dovrà lasciare la propria casa. L’hijab obbligatorio è tutto questo: è contro la dignità. Le donne iraniane sfidano il governo ogni giorno e non dipende da una pagina Facebook.

Ci sono uomini che sostengono MyStealthyFreedom?
Moltissimi. Quando le donne girano un video per la strada senza il velo, gli uomini non le additano, né le insultano. Hanno rispetto per la nostra scelta: è solo il governo che vuole mostrare che gli uomini in Iran non sono interessati a questo tema, o che possono stuprare le donne che non indossano l’hijab. Ci sono molti uomini con una certa cultura che ci supportano e sono tanti i loro messaggi sulla mia pagina. Basti pensare che sono stati proprio due uomini ad avermi aiutata a tradurre le testimonianze delle donne dal persiano all’inglese.

Allora perché è così difficile abolire l’hijab obbligatorio?
Purtroppo la domanda andrebbe posta ai politici. Noi continuiamo a chiedere loro perché ignorino i diritti umani in Iran, focalizzandosi solo sul nucleare. Per l’Iran è importante ottenere un accordo con i paesi occidentali sul nucleare, ma quando si scavalcano i diritti umani, non va più bene. Il nostro governo va a negoziare con gli altri paesi occidentali, dicendo che in Iran c’è libertà, quando non è così.

Cosa pensa del gesto di Oriana Fallaci, che si tolse il velo di fronte all’Ayatollah Khomeini nel 1979?
È proprio questo che io chiedo ai giornalisti stranieri, così come alle donne della politica. Ad esempio Julie Bishop, Ministro degli affari esteri australiani e Claudia Roth, parlamentare tedesca, sono le prime donne arrivate in Iran da quando MyStealthyFreedom è nato, e loro non si sono tolte il velo. Vorrei che le donne della politica fossero coraggiose come fu Oriana Fallaci, come lo sono le donne iraniane. Molti credono che questo sia un problema interno, ma per me l’obbligatorietà del velo è un tema che coinvolge tutte le donne, perché una turca, americana o italiana che decidesse di visitare l’Iran sarebbe costretta a indossare l’hijab: per questo tutte le donne dovrebbero stare dalla stessa parte.

Cosa ne pensa delle donne che indossano il velo nei paesi occidentali?
Io sostengo la libertà di scelta: le donne che nei paesi occidentali indossano l’hijab hanno questo diritto. In Iran non è così.
Ha vinto di recente un premio a Ginevra per i diritti delle donne grazie a MyStealthyFreedom. Qual è il prossimo passo?
Fare in modo che tutte le donne del mondo siano coinvolte: quelle in politica e tutte quelle che visiteranno l’Iran. Chiedo loro di rifiutarsi di stare in silenzio. Il primo passo era far alzare una voce all’interno dell’Iran, dove il governo ci ignorava e basta. Il secondo passo è il supporto esterno. Il nostro governo va nei paesi non musulmani chiedendo di rispettare i loro usi e costumi, e noi vorremo si facesse lo stesso nei nostri confronti.

Cosa ha provato quando ha tolto il velo per la prima volta in pubblico?
Ho sentito il vento tra i capelli. La prima esperienza è questa: gioire dei capelli che, davvero, danzano.

Marta Caldara

L’hijab? Non è un problema

  • Giovedì, 10 Luglio 2014 08:16 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
10 07 2014

Artiste. Un'intervista con la fotografa yemenita Boushra Almutawakel, in mostra a New York presso la galleria Howard Greenberg. «L'occidente è pieno di stereotipi nei nostri confronti, pensa che siamo vestite di nero 24 ore su 24. E trovo inutile discutere se sia giusto o no portare il velo...Noi, abbiamo altro da fare»

Il filo di perle non spunta più dalla cami­cetta verde, quando Bou­shra Almu­ta­wa­kel (Sana’a, Yemen 1969) avvolge il capo nell’hijab nero. Pro­cede len­ta­mente davanti alla parete della gal­le­ria Howard Green­berg di New York, dove si sus­se­guono nove foto­gra­fie della serie Mother, Daughter, Doll (2010), espo­ste in occa­sione della mostra The Middle East Revea­led: A Female Per­spec­tive (visi­ta­bile fino al 30 ago­sto).

È rico­no­sci­bile il suo volto, quello di una madre con la sua bam­bina che, a sua volta, stringe pro­tet­tiva la bam­bola. Sagome che pro­gres­si­va­mente per­dono la spen­sie­ra­tezza annul­lando colori e pro­fili in un nero cupo che parla da sé. I primi schizzi e l’idea ini­ziale risal­gono al 2008, ma solo due anni dopo la foto­grafa yeme­nita ha avuto l’occasione di rea­liz­zare il pro­getto durante un work­shop.

«Dove­vamo orga­niz­zare un set e le foto sareb­bero state espo­ste in occa­sione della mostra finale — spiega Bou­shra Almu­ta­wa­kel — Ini­zial­mente pen­savo di foto­gra­farmi insieme a tutte e quat­tro le mie figlie, ma risultò troppo dif­fi­cile, così alla fine è pre­sente solo una di loro. Il lavoro non è che la mia osser­va­zione su una situa­zione molto con­ser­va­trice come quella dello Yemen, che oggi è ancora più «chiuso» di un tempo. Riguarda vari set­tori, uno è il modo in cui non solo le donne devono coprirsi, ma anche le ragazze. Come adulta, per­so­nal­mente, non sono con­tra­ria all’uso dell’hijab. Il motivo è coprirsi alla vista degli uomini. Ma non fun­ziona. Anche se ci copriamo dalla testa ai piedi, gli uomini ci tra­pas­sano con lo sguardo e fanno com­menti. Invece di dare tutta la respon­sa­bi­lità alle donne, è neces­sa­rio che gli uomini si assu­mano le loro e comin­cino a rispet­tarci come esseri umani».

Nel 2005–2006, in Yemen, lei ha lavo­rato per il Mini­stero dei diritti umani per met­tere a fuoco la con­di­zione fem­mi­nile nel suo paese, tema­tica cen­trale anche nel suo lavoro arti­stico… Qual è la forza di uno stru­mento come il lin­guag­gio fotografico?

Da parte mia, almeno all’inizio, non c’era la con­sa­pe­vo­lezza delle poten­zia­lità di que­sto stru­mento. Ma, fin dall’inizio, sono rima­sta molto sor­presa dalle rea­zioni che ho regi­strato — in Yemen e fuori — nei con­fronti del mio lavoro e di quello di altre arti­ste. Mi col­piva soprat­tutto come le per­sone discu­tes­sero fra loro, arri­vando quasi a com­bat­tere. È molto potente che io possa dire qual­cosa con la foto­gra­fia. Forse è più accet­ta­bile per la società che io sia un’artista visiva. Se fossi stata una scrit­trice, non sono certa che avrei potuto dire le stesse cose. Posso espri­mermi, anche se non a tutto il mio pub­blico piace quello che dico e porto alla luce con i miei argomenti.

«Mother, Daughter, Doll» (2010) è una delle sue serie più famose. Vedendo la sequenza lumi­nosa che si con­clude con il buio totale che avvolge le figure, mi è venuto in mente un mio ricordo di Sana’a di qual­che anno fa, quando sono stata in un vec­chio ham­mam. Lì, natu­ral­mente, le donne, che in giro sono vela­tis­sime (quasi tutte indos­sano anche guanti neri) erano spo­gliate e sem­bra­vano unite da una certa com­pli­cità. In occi­dente vige l’idea di una sorta di schi­zo­fre­nia che vive la donna araba indos­sando il velo. Come risponde?

In Yemen non ci si rende nean­che conto di que­sto. È una società molto segre­ga­tiva. Come nell’hammam, ci si riu­ni­sce tra donne anche in altre occa­sioni. Pure gli uomini lo fanno tra di loro. Non usiamo mischiarci. Non so se lei ha mai fre­quen­tato qual­che festa. In tali occa­sioni, le donne curano molto il loro abbi­glia­mento e indos­sano abiti scol­lati e sexy, per­ché si sen­tono libere di poterlo fare. È in Occi­dente che c’è chi non capi­sce que­sta realtà. Si pensa che siamo vestite di nero 24 ore su 24. Ma quella è una parte della nostra esi­stenza. E non ha impor­tanza solo ciò che indos­siamo. Abbiamo una testa, un cuore, un’anima, dei pen­sieri. Vederci in quel modo, è uno ste­reo­tipo. Lo è anche ragio­nare sull’essere favo­re­voli o meno al velo.… La vita per noi va avanti e non stiamo certo a pen­sare che stiamo indos­sando l’hiqab o l’hijab. Abbiamo ben altro da fare.

Rice­vere nel 1999 il titolo di «Prima Donna Foto­grafa dello Yemen» da parte dell’Empirical Research and Women’s Stu­dies Cen­tre dell’Università di Sana’a le ha dato delle pos­si­bi­lità in più?

È stato un pro­getto della mia inse­gnante di Studi sulla Donna. Rauffa Has­san, che ora non c’è più… era una per­sona mera­vi­gliosa. Era fem­mi­ni­sta e all’epoca stava scri­vendo un libro sulle pio­niere in Yemen. Nell’elenco, che include anche la prima donna che è andata in bici­cletta in pub­blico, la prima pilota, il primo medico… ci sono finita pure io. Ha inter­vi­stato ognuna di noi e ci ha invi­tate in occa­sione di quell’evento. È stato un modo per rico­no­scere il mio lavoro, ma non credo che mi abbia dato altre opportunità.

Ha mai avuto pro­blemi nello svol­gere il suo lavoro artistico?

Forse sarebbe stato dif­fe­rente se non fossi stata spo­sata. Il matri­mo­nio mi ha dato una grande libertà. Sono stata for­tu­nata per­ché mio marito è molto aperto e mi sup­porta. Sì, comun­que, in alcune occa­sioni ci sono per­sone che non si sono fatte foto­gra­fare per­ché ero donna o altre che mi hanno in presa in giro. Se mi fossi lasciata con­di­zio­nare sarebbe stato pesante, ma non ci ho fatto caso. Piut­to­sto, le dif­fi­coltà mag­giori sono state quelle di tro­vare delle risorse per andare avanti.

"Se succede una cosa del genere solo per uno stage scolastico di tre settimane, allora vuol dire che in futuro farò molta fatica a farmi assumere davvero. Io però non voglio essere costretta a togliere il velo per poter lavorare". ...
Si chiama Chadida Sekkafi, è marocchina, ha sedici anni ed è il primo arbitro a dirigere con il velo islamico detto "hijab". ...

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