Roberto Ciccarelli, Il Manifesto
31 gennaio 2018

Smontare le fake news che alimentano la propaganda contro i migranti e per il rafforzamento delle politiche securitarie. Per di più in campagna elettorale dove le destre razziste e liberiste sono lanciatissime. Succede nel trentesimo rapporto Euripses, pubblicato ieri da cui risulta che più della metà del campione interpellato "sovrastima" la presenza di immigrati nel nostro Paese.

Asilo, i nodi da sciogliere

  • Lunedì, 12 Gennaio 2015 08:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle Migrazioni
11 01 2015

Perché non funziona l’asilo in Italia? Certamente pesano carenze, ritardi e paradossi del nostro Paese: non c’è una legge quadro, consolati e ambasciate sono ancora organizzati come quando eravamo un Paese (solo) di emigrazione, il mancato coinvolgimento della Farnesina, che pure avrebbe gli strumenti e le competenze per monitorare i luoghi di crisi… . Ma a incidere ci sono anche elementi strutturali condivisi dall’intera Fortezza Europa.

Un testo-base da aggiornare. La Convenzione di Ginevra sui Rifugiati risale al 1951 ed è a livello mondiale il testo di riferimento in tema di asilo politio. Pensata per i profughi europei del secondo conflitto mondiale, durante la guerrra fredda ha permesso a molti dissidenti provenienti dal blocco sovietico o dalle dittature dell’America Latina di trovare protezione fuori dai propri confini. Durante gli anni è stata ratificata da 149 Stati sui 205 riconosciuti. Stabilisce diritti e doveri dei richiedenti asilo e dei paesi ospitanti ma nel quadro attuale, profondamente diverso da quello del dopoguerra, rivela numerosi punti di inadeguatezza. Non considera le varietà dei motivi di tensione politica, religiosa, culturale che possono costringere oggi le persone alla fuga o a forme di emigrazione interna forzata, trascurando in particolare il fenomeno in crescita dei rifugiati “ambientali”. Non tiene conto, inoltre, delle molteplici nuove modalità di arrivo (non si tratta più di oltrepassare la Cortina di Ferro). Contesti complessi e in trasformazione richiederebbero uno strumento più agile e facilmente applicabile.

Un regolamento da cambiare Il Regolamento di Dublino (2003/343 CE) sostituisce la Convenzione firmata nella capitale irlandese nel 1990. Negli anni ha subito modifiche, (quello in vigore è chiamato universalmente Dublino 3) e stabilisce l’obbligo di presentare la richiesta di asilo nel primo paese Ue di arrivo (questo per evitare che una stessa persona presenti più domande in paesi divers.). Solo in presenza di parenti di primo grado in un altro Stato il paletto può essere aggirato. Questa clausola però crea più problemi di quanti vorrebbe risolverne: da un lato induce molti richiedenti asilo a percorsi rocamboleschi per raggiungere le nazioni dove hanno contatti, amici e parenti (non di primo grado ovviamente!) che potrebbero agevolarli nell’inserimento, saltando o attraversando illegalmente quelle, per molte rotte, di più facile approdo come Grecia, Italia e Spagna. Dall’altro genera il fenomeno dei DUBLINERS, di cui ci siamo anche noi già occupati. Persone che vorrebbero e potrebbero andare altrove, ma sono costrette a fermarsi e a vivere dove non hanno alcuna chance.

Corridoi da aprire Per un richiedente asilo, oggi, non esiste quasi alcun modo di entrare in Europa senza rischiare la vita e affidarsi ai trafficanti. In teoria, attraverso le ambasciate, i soggetti più vulnerabili dovrebbero potere accedere a forme di protezione. Nella pratica, ciò avviene solo in casi sporadici (talvolta mediati da conoscenze personali) anche perché l’accesso alle ambasciate è – in particolare in alcuni Paesi – estremamente ostico. Tuttavia, la creazione di corridoi umanitari e/o l’individuazione di un sistema stabile e praticabile per richiedere asilo continua a non essere presa in considerazione. Perché? Per i costi ingenti e per la complessità politica, si dice. Eppure, in un passato non tanto lontano (durante il conflitto nell’ex Jugoslavia) è stata proprio l’apertura di un corridoio umanitario rivolto ai profughi del Kosovo a consentire la buona gestione di una situazione drammatica e complicata. E per quanto riguarda i costi, quelli di operazioni come Mare Nostrum, appena conclusa e a carico totalmente italiano, o la new entry Triton, non sono certamente irrisori. Quindi, una volta che si decide di spendere lo si potrebbe fare evitando a chi scappa di passare, per forza, dalle mani dei trafficanti.

Una distinzione da ripensare Ci riferiamo a quella fra migranti economici e profughi. Non è più così rigida come ci viene fatto credere. Per capirlo, basta considerare il fenomeno sempre più massiccio, dei cosiddetti enviromental refugee, i profughi ambientali. Persone in fuga dalla propria terra a causa dei disastri provocati dal cambiamento climatico e dagli effetti di dissennate politiche ambientali. Nel 2012, secondo l’ultimo rapporto di Legambiente, erano circa 32,5 milioni. Nel 2050, secondo una stima del professor Norman Myers, del Green College (Università di Oxford), potrebbero diventare 250 milioni (tra le zone più esposte, il Sahel e l’Asia Meridionale). Queste persone non ricevono mai lo status di rifugiato o altra forma di protezione umanitaria ai sensi della Convenzione di Ginevra. Se si tratta di disastri clamorosi, in grado di riscuotere attenzione mediatica, possono ricevere altre forme di aiuto, ma se si mettono in cammino, per cercare di rifarsi una vita altrove, vengono derubricate, in genere, come emigranti economici. Eppure i problemi ambientali che le hanno messe in fuga sono indirettamente o direttamente determinati dall’azione dell’uomo, dallo sfruttamento dissennato delle risorse e dall’indifferenza o dalla connivenza dei governi.La necessità di ripensare la figura del migrante, anche alla luce di queste considerazioni e partendo dal caso del Bangladesh, è il tema di un saggio accademico pubblicato Stefania Ragusa qualche anno fa che vi invitiamo a leggere.

Stefano Galieni

Il Fatto Quotidiano
31 07 2014

Per un governo che nei fatti e non solo a parole voglia occuparsi di lavoro e prendere di petto la drammaDisoccupazionetica piaga della disoccupazione, ieri dovrebbe aver suonato un ulteriore campanello d’allarme. Perché Eurostat ha appena diffuso una eloquente elaborazione statistica sul lavoro degli stranieri in ciascuno dei paesi dell’area Ue-28 e riferita all’anno scorso.

Nel complesso, il tasso di occupazione dei cittadini europei (68,9%) è nettamente superiore a quello degli immigrati extra Ue (56,1%). Così come il tasso di disoccupazione dei cittadini immigrati da stati non europei (21,3%) è addirittura più del doppio di quello relativo ai nativi nei 28 paesi considerati (10%). Nel panorama europeo l’Italia è però in controtendenza avendo un primato di cui c’è ben poco da vantarsi. Perché è l’unica nazione tra quelle industrializzate, nella quale il tasso di disoccupazione dei cittadini stranieri è inferiore a quello dei cittadini italiani. I nostri numeri, nel confronto con quelli di alcune tra le principali economie europee, fanno venire i brividi

Si pensi che in Germania, dove il tasso di occupazione tra i “tedeschi doc” di età compresa tra 20 e 64 anni è pari al 78,7%, gli immigrati non europei che lavorano sono il 58,5%; in Francia il rapporto è 70,6 contro il 48,6; nei Paesi Bassi 77,3 e 50,5; in Svezia addirittura 81,3 e 50,2. Perfino nella Gran Bretagna, terra di contaminazione etnica e razziale per eccellenza, gli inglesi occupati sono sensibilmente superiori (75,4 contro il 61,9) agli immigrati extra UE. Finanche in Spagna, dove il tasso di occupazione è molto simile al nostro, gli immigrati lavorano meno degli spagnoli (50% in confronto al 59,5%).

Da noi, al contrario, tra gli immigrati non Ue il tasso di occupazione (60,1%) è maggiore, seppur di poco, a quello dei cittadini italiani (59,5%).

Ciò, nonostante e come rilevato nel ”Rapporto Annuale 2014 – La situazione del Paese“ redatto da Istat, la crisi abbia colpito proporzionalmente in maniera più pesante il lavoro straniero di quello italiano. Con la conseguenza che tra il 2008 e il 2013, il tasso di occupazione degli immigrati di è ridotto di almeno 9 punti. Questo a fronte di una riduzione inferiore a 3 punti registrata sul totale del lavoratori, italiani e stranieri. Basti considerare che nel nostro Paese, nonostante tra il 2008 e il 2013 gli stranieri occupati siano aumentati di 246 mila unità tra gli uomini e di 359 mila tra le donne, il tasso di occupazione degli stranieri ha segnalato una dinamica negativa in tutti gli anni della crisi, con una accentuazione a partire dal 2012.

È difficile trarre conclusioni, vista la complessità del tema prospettato dall’analisi di Eurostat. È del tutto evidente, però, come nel dato di italiano sul rapporto tra occupati nazionali e occupati stranieri pesino i livelli altissimi raggiunti dal tasso di disoccupazione giovanile, di poco inferiore al 45% e addirittura più di 5 volte superiore a quello tedesco. C’è da chiedersi perché i nostri ragazzi facciano così fatica ad entrare nel mondo del lavoro, nonostante siano sempre più attrezzati sul piano formativo. Mettiamo da parte le leggende metropolitane sulla “mammonaggine” o sulla scarsa adattabilità dei nostri giovani a contesti lavorativi umili.

L’impressione, suffragata dal fatto che chi può ed ha coraggio sufficiente, scappa all’estero, è che l’Italia sia sempre meno accogliente per chi cerca lavoro qualificato. E che gli spazi nel mercato del lavoro a favore di chi ha investito anni della propria vita in studi universitari e specializzazioni post-accademiche si siano pesantemente ridotti.

Basta guardarsi attorno, nella sola cerchia di amici e famigliari per toccare con mano la cruda realtà. Fatta di ingegneri che vanno a fare i tecnici specializzati in fabbrica, di laureati in economia che lavorano come ragionieri, di laureati in lettere che smistano la posta, di aspiranti avvocati che fungono da segretari intelligenti, di farmacisti costretti a fare gli agenti di commercio. Come se ne esce? Innanzitutto rottamando e ricostruendo l’ossatura industriale del Paese. Ma come dimostra la destrutturazione dei capisaldi democratici in atto, a quanto pare le priorità renziane sono ben altre.

Alberto Crepaldi

L'arrivo in Italia via mare: l'immigrazione dalla Libia

  • Martedì, 01 Luglio 2014 09:11 ,
  • Pubblicato in Flash news

Save the children
01 07 2014

La Libia è un paese di transito o destinazione per molti migranti provenienti da diverse aree geografiche. L’instabilità del paese rende l’immigrazione dalla Libia verso l’Europa molto frequente. Gli immigrati Eritrei che arrivano in Italia via mare partono infatti dal paese nordafricano, dove spesso passano mesi rinchiusi in centri di detenzione subendo violenze, maltrattamenti e, in alcuni casi, come da loro raccontato, torture.

Arrivano in Libia dopo aver attraversato il Sudan, da soli o ceduti dai trafficanti sudanesi a quelli libici. Trascorrono mesi in centri di detenzione e, secondo quello che ci hanno raccontato, sono liberati solo a fronte di pagamento o lavorando in condizioni di sfruttamento. Quando riescono a fuggire da queste situazioni resta da affrontare il mare per arrivare in Europa, rischiando, ancora una volta la propria vita. In altri casi vengono detenuti dai trafficanti in luoghi isolati, stipati per mesi, prima di intraprendere un viaggio verso l’Italia organizzato dai trafficanti stessi con imbarcazioni fatiscenti.

Questo avviene perché la legge libica prevede che i cittadini stranieri entrati nel paese irregolarmente possono essere detenuti a tempo indeterminato in attesa dell’espulsione. Anche le persone che necessitano di protezione internazionale devono affrontare il rischio di detenzione arbitraria e indefinita, tortura e altri maltrattamenti.

La Libia non ha ratificato infatti il principale strumento di protezione dei rifugiati, la Convenzione di Ginevra del 1951 e il suo Protocollo (1969). Nonostante ciò e il fatto che il rischio di detenzione in Libia sia molto alto, soprattutto per gli immigrati dall’Africa Subsahariana, sono molti i rifugiati e i richiedenti asilo che arrivano nel paese.

In attesa della creazione di un sistema nazionale per i richiedenti asilo e la firma di un accordo di intesa fra il governo libico e l’Unhcr, per far fronte a questa drammatica realtà, stanno progressivamente riprendendo le registrazioni dei richiedenti asilo e l’Unhcr monitora la situazione nei luoghi di detenzione.

Purtroppo però, alla fine del 2013, sono stati migliaia gli immigrati arrestati a tempo indefinito e rinchiusi in centri di detenzione in condizioni di sovraffollamento e di carenze igieniche. Non avevano alcun mezzo per contestare la legittimità della loro detenzione o il loro trattamento, hanno subito abusi verbali, pestaggi e altri maltrattamenti e, in alcuni casi, sono stati anche torturati. Almeno due cittadini stranieri sono morti in custodia nelle mani delle milizie libiche.

Ragazzi Eritrei come Bereket, che arrivano in Italia dalla Libia, si lasciano dunque alle spalle esperienze drammatiche e hanno assoluto bisogno di assistenza e protezione.

"Dopati per lavorare di più"

  • Domenica, 18 Maggio 2014 08:47 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Angelo Mastrandrea, Il Manifesto
16 maggio 2014

"Il padrone è bravo ma paga poco e vuole che lavori sempre, anche la domenica. Dopo sei o sette anni di vita così, non ce la faccio più. Per questo assumo una piccola sostanza per non sentire dolore, una o due volte durante le pause dal lavoro. La prendo per non sentire la fatica, altrimenti per me sarebbe impossibile lavorare così tanto in campagna. Capisci? Troppo lavoro, troppo dolore alle mani". ...

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