Immigrati, sit-in sotto sede Pd "Chiudete quei centri galera"

  • Venerdì, 27 Dicembre 2013 13:49 ,
  • Pubblicato in Flash news

L'Unità
27 12 2013

La chiusura dei Cie e dei Cara «che tengono in galera persone che non hanno commesso alcun reato». La modifica della legge Bossi-Fini e «norme più moderne sullo Ius Soli».

Queste le richieste che arrivano dalla manifestazione di protesta contro i Centri di identificazione ed espulsione organizzata sotto la sede nazionale del Pd a Roma. In piazza sono scese circa duecento persone, per lo più immigrati di colore, insieme agli antagonisti dei movimenti per la casa.

La manifestazione si sta svolgendo in maniera pacifica.

I manifestanti stanno chiedendo un incontro tra alcuni rappresentanti del Pd ed una delegazione del movimento. «Chiediamo al Pd - ha spiegato Semmy, uno dei portavoci del movimento - la chiusura dei Cie, che sono delle vere e proprie galere, l'abolizione della legge Bossi-Fini, perché non si può mercificare sulle persone, e la modifica della norma dello Ius Soli perchè su questo tema l'Italia è davvero indietro».

FINITA LA PROTESTA BOCCHE CUCITE
AL CIE DI PONTE GALERIA

Si è intanto conclusa la protesta delle bocche cucite al Cie di Ponte Galeria, a Roma. Da quanto si apprende da fonti della struttura, anche l'ultimo marocchino che aveva la bocca cucita si è fatto togliere i 'punti' dai sanitari. La maggior parte dei migranti che tenevano le loro bocche cucite aveva deciso di fermare la contestazione già ieri, come molti di coloro che erano giorni in sciopero della fame avrebbero ripreso ad alimentarsi.

Nei giorni scorsi in quindici, soprattutto nordafricani, utilizzando come ago di fortuna la parte metallica 'modificata' di un accendino e il filo delle coperte si sono cuciti le bocche per dire basta alla permanenza dei migranti nei centri di identificazione ed espulsione e anche per denunciare le precarie condizioni in cui versa la struttura alla periferia sud della Capitale.


Scuola, divieto d’istruzione per Tahir

Il Fatto Quotidiano
19 12 2013

Tahir vuole andare a scuola ma per lui non c’è posto. E’ arrivato otto mesi fa dal Bengala per raggiungere i suoi familiari. Suo padre non ha avuto dubbi: l’ha voluto subito mandare a scuola. Ha sognato per lui un banco, dei compagni, dei professori che gli insegnassero l’italiano e la matematica, l’inglese e scienze. Come tutti gli altri ragazzi. Voleva integrarlo da subito, fare in modo che il suo essere straniero fosse una ricchezza non una difficoltà.

Tahir (lo chiamiamo così), 12 anni, a Bologna ha trovato tutte le porte delle scuole chiuse, troppo piene per accogliere un ragazzo, per dare istruzione a uno straniero. La denuncia arriva dalla scuola di italiano con migranti Xm24 e dall’ufficio stranieri della Cgil che ai microfoni di Radio Città Fujiko ha confermato che non è insolito che le scuole tentino di rifiutare l’iscrizione e non prendano in carico la domanda.

Una storia vergognosa che dovrebbe vedere l’immediato intervento del ministro della Pubblica Istruzione Maria Chiara Carrozza e dell’integrazione Cécile Kynge.

Il dodicenne bengalese, dopo mesi in cui si è visto la porta delle scuole in faccia, da dicembre risulta iscritto ad una scuola media della città ma non la può frequentare perché il dirigente ha una capienza per soli 105 studenti e ne ha già presi venti in più.

Nessun istituto della città ha un banco per il ragazzino bengalese. Sembra di rivedere un’altra storia raccontata nei Vangeli quando a Maria e Giuseppe fu negato un posto.

Non solo. La Cgil ha raccontato a Radio Città Fujiko che è molto difficile che un migrante riesca autonomamente a iscrivere il proprio figlio a scuola ad anno scolastico già iniziato: “Se va da solo incontra difficoltà”.

Una vera e propria discriminazione razziale che si scontra con l’articolo 34 della Costituzione italiana (“La scuola è aperta a tutti…”), con l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (“Ogni individuo ha diritto all’istruzione…..”), con l’art.45 del Dpr n.394/99 (“I minori stranieri presenti sul territorio nazionale hanno diritto all’istruzione indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani. Essi sono soggetti all’obbligo scolastico secondo le disposizioni vigenti in materia. L’iscrizione dei minori stranieri nelle scuole italiane di ogni ordine e grado avviene nei modi e alle condizioni previsti per i minori italiani. Essa può essere richiesta in qualunque periodo dell’anno scolastico”).

Forse qualcuno non ha capito che rifiutare l’istruzione ad un ragazzino migrante significa perdere una scommessa fin da ora. Indipendentemente dei ragionamenti di chi vorrà aprire una riflessione sui flussi migratori (apriamola pure senza retorica!), il negare l’istruzione perché non c’è posto, è un’ingiustizia sociale e una sconfitta dello Stato.

Ora, immaginate se quel ragazzino fosse stato il figlio di un benestante arrivato da New York. Oppure proviamo a pensare se fosse stato un italiano a cui è negato l’accesso all’istruzione perché la scuola è piena. Si sarebbe scatenato il finimondo e qualche onorevole bolognese avrebbe già fatto un’interrogazione parlamentare. Ma Tahir è bengalese…

Tra l’altro basterebbe guardare ai rapporti della Fondazione Ismu per studiare i flussi migratori degli alunni non italiani neo entrati nel sistema scolastico nazionale e prevedere “posti” in più, per esempio, nelle prime classi di ogni ordine di scuola visto che in percentuale si registrano maggiori iscritti. Un’analisi che va affiancata ad un intervento serio di sostegno e di mediazione culturale ai neo entrati perché è evidente che i “posti” in più nel sistema scolastico per i neo migranti devono corrispondere ad un numero maggiore di docenti. Forse, per parafrasare le parole di Gesualdo Bufalino, avremmo bisogno di “un esercito di maestri”.

Alex Corlazzoli

La Repubblica
06 12 2013

Sopravviviamo malamente, guidati da una classe dirigente che invoca continuamente il baratro per legittimare provvedimenti altrimenti indigesti, e soprattutto per legittimare se stessa. Il 47esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, presentato stamane al Cnel, parla di una Italia "sciapa e malcontenta" che non aspira più a nulla, si trascina tra "furbizia generalizzata" e "immoralismo diffuso". Di un ceto medio che sta percorrendo al contrario la scalata sociale, carico di rancore per la propria crescente marginalità sociale ed economica, e che guarda alla politica con disinteresse: il 56% degli italiani (contro il 42% della media europea) negli ultimi due anni si è tenuto lontano da qualunque tipo di coinvolgimento, compreso la firma di una petizione. Un quadro talmente desolante che quest'anno il Censis fa fatica a trovare, come cerca sempre di fare, "i fermenti", quegli elementi che fanno sperare in una tenuta, se non in un miglioramento, della società italiana.

Però la speranza è l'ultima a morire, anche per il Censis, e quindi dal rapporto emergono comunque alcune dinamiche "interessanti", quattro processi "ancora allo stadio di lenta emersione" che potrebbero permettere al Paese di andare oltre la mera sopravvivenza: il consolidarsi di una sempre più attiva imprenditorialità femminile, la faticosa affermazione degli immigrati, ancora una volta attraverso l'imprenditoria, la difesa del territorio inteso come sintesi della vita sociale ed economica, l'Italia "orizzontale" che vive e opera all'estero, sempre più protagonista "nella grande platea della globalizzazione".

L'Italia che vive all'estero. Niente illusioni, nessuna "banale e rituale invocazione al ritorno" da parte del Censis per i giovani che sono fuggiti all'estero, e in generale per i 4,3 milioni di connazionali che incarnano un'Italia sicuramente più decente e apprezzata di quella racchiusa nello stivale.

Anche perché chi si è trasferito all'estero ha delle ottime ragioni per non ritornare: l'assenza di meritocrazia che impera in Italia (54,9%), clientelismo e bassa qualità delle classi dirigenti (44,1%), imbarbarimento culturale della gente (34,2%), scarsa qualità dei servizi (28,2%), sperpero di denaro pubblico (27,4%). Il 28,2% indica poi la scarsa attenzione ai giovani come il difetto più intollerabile dell'Italia, e infatti ha meno di 35 anni il 54,1% dei 106.000 italiani che nel 2012 si sono trasferiti all'estero (il doppio dei 50.000 del 2002, con un aumento del 115%). La "fuga" ha subito un'accelerazione dell'ultimo anno, +28,2% rispetto al 2011. La ragione principale del trasferimento è la ricerca di migliori opportunità di carriera e di crescita professionale (67,9%), ma conta anche il desiderio di migliorare la propria qualità della vita (54,3%).

La scalata degli stranieri. Sembra quasi una cartina di tornasole: se un elemento che, a giudizio del Censis, fa ben sperare, è il massiccio trasferimento degli italiani all'estero, l'altro è la crescita degli immigrati imprenditori in Italia. Una doppia dimostrazione della profondità della crisi del Paese, che ormai si è talmente inaridito da non avere alcuna chance di risollevarsi da solo, sono necessarie energie dall'esterno. Anche gli immigrati sono stati colpiti dalla recessione, ma molti di loro riescono a nuotare controcorrente, e ad emergere: tra il 2012 e il 2009, in piena crisi, c'è stata una crescita del 16,5% degli imprenditori stranieri che lavorano in Italia, più 4,4% solo nell'ultimo anno, mentre nei quattro anni considerati le imprese dei nostri connazionali si sono ridotte del 4,4%, meno 1,8% tra il 2012 e il 2011. Nel solo commercio dal 2009 a oggi i negozi gestiti da immigrati sono cresciuti del 21,3% contro una riduzione del 3,3% di quelli italiani. E riescono a trovare un mercato persino nelle zone più depresse del Paese, considerate prive di opportunità imprenditoriali: a Castel Volturno appartiene agli immigrati il 73,8% dei negozi, la percentuale è del 45,6% a Lametia Terme e del 42,6% a Caserta.

Strategie di sopravvivenza. Non ci sono solo i 4,3 milioni di disoccupati: ci sono anche "6 milioni gli occupati che si trovano a fare i conti con situazioni di precarietà lavorativa". In attesa di una ripresa che non arriva mai, gli italiani che vivono in Italia tagliano su tutto, a cominciare dal cibo. Il 76% degli italiani, contro il 43% della media europea, va a caccia delle promozioni, il 62% predilige i prodotti non di marca (nel 2011 era il 41%). Molto frequentati anche i mercati: vi fanno la spesa almeno una volta alla settimana 25 milioni di italiani. Il 51% ha aumentato gli acquisti presso gli hard discount e il 24,4% fa shopping online.

L'e.commerce è una scelta a favore del risparmio anche per altri tipi di acquisti, non solo quelli alimentari: oltre 18 milioni di italiani si sono messi in contatto con aziende che vendono i loro prodotti on line. Si taglia poi sugli spostamenti con auto e scooter, per risparmiare benzina (53% degli italiani), il 68% ha ridotto le spese per cinema e svagli, il 45% ha ridotto o rinunciato negli ultimi dodici mesi al ristorante. Nonostante i risparmi, molte famiglie vivono sul filo di lana: il 72,8% dichiara che avrebbe forti difficoltà a far fronte a una spesa improvvisa, ma per il 24,3% costituisce un problema anche il pagamento delle tasse, e per il 22,6% il pagamento di bollette, rate e assicurazioni. Oltre 1,2 milioni di famiglie hanno fatto ricorso a prestiti di amici e conoscenti perché non sono riuscite a coprire le spese familiari con il proprio reddito.

Il Sud sempre più indietro. La crisi ha accentuato il divario tra Sud e Centro-Nord: il Pil pro-capite nel Mezzogiorno è di 17.957 euro, il 57% di quello del Centro-Nord, e inferiore ai livelli di Grecia e Spagna. Il Censis parla del Meridione come di "un problema irrisolto", ma i dati mostrano un serio peggioramento: "l'incidenza del Pil del Mezzogiorno su quello nazionale è passata dal 24,3% al 23,4% nel periodo 2007-2012, frutto di una contrazione di 41 miliardi, il 36% dei 113 persi dall'Italia a causa della crisi".

Il nodo dell'istruzione. L'analfabetismo certo è stato sconfitto, eppure l'Italia rimane ancora indietro sotto il profilo dell'istruzione, con sacche ancora significative di popolazione, anche in giovane età, con titoli di studio bassi. Il 21,7% della popolazione italiana con più di 15 anni ancora oggi possiede al massimo la licenza elementare. Per la maggior parte si tratta di persone anziane, ma in questa percentuale sono compresi il 2% di 15-19enni, l'1,5% di 20- 24enni, il 2,4% di 25-29enni e il 7,7% di 30-59enni che non hanno mai conseguito un titolo di scuola secondaria di primo grado. "E anche per quel 56,2% di ultrasessantenni senza licenza media (23% tra gli occupati) - si legge - i vantaggi di un 'ritorno a scuola' sarebbero indiscutibili per il rafforzamento del loro kit di strumenti utili ad affrontare le sfide della complessità sociale".

Le scommesse possibili. Ci sono molti settori produttivi del nostro Paese che non sfruttano appieno le possibilità di sviluppo che avrebbero, a cominciare dal terziario, che ha un'incidenza pari al 73,7% del Pil, contro il 79% della Francia e il 77,9% del Regno Unito. Soprattutto, avrebbero bisogno di svilupparsi i segmenti più propulsivi, legati ai servizi alle imprese, dalla finanza all'informatica alla consulenza (valgono il 19,9% del Pil contro una media Ue del 23%). Anche la cultura offre opportunità non sfruttate, se si considera che il numero dei lavoratori italiani del settore, 309.000, è meno della metà di quelli del Regno Unito, 755.000, e della Germania, 670.000. L'edilizia potrebbe conoscere a breve una ripresa, dal momento che dal 2007 al 2012 le compravendite di abitazioni sono calate del 45%, e solo il 53% delle famiglie che lo desideravano sono riuscite ad acquistare una casa. E infine molta attenzione è puntata ai grandi eventi internazionali: il più importante è l'Expo di Milano, che aprirà i battenti il 1° maggio 2013, e che dovrebbe portare in Italia 20 milioni di visitatori nell'arco di sei mesi.

Rosaria Amato

Significano quindi consumi, realtà produttive, servizi, in particolare servizi alle famiglie. Va ricordato però a tutti noi che gli immigrati non sono un fattore qualunque, sono persone. ...

Agora Vox
27 09 2013

Un poliziotto di Rodi (piccola città dell'omonima isola) sarebbe indagato per aver addestrato membri di Alba Dorata. Il fatto concretizza i sospetti che esponenti delle forze dell'ordine siano collegati al braccio armato del partito presente nel parlamento greco.

L'inchiesta, inoltre, si è trasformata in un'operazione in grande stile, che ha visto perquisizioni nelle centrali di Peristeri e Egaleo (Atene), senza apparentemente trovare traccia di reato. Si ritiene che le unità stanziate nell'area abbiano volontariamente dato corda ai membri di Alba Dorata nei loro raid contro gli immigrati.

Javed Aslam, presidente della Comunità pakistana, spiega alla testata EtenEnglish come, recatosi nelle stazioni di Nikea, Kolonos, Egaleo e Ayios Panteleimonas dopo essere stato attaccato a Nikea, abbia ricevuto la medesima risposta: "Torna domani".

Il rischio che gli attacchi vengano ampiamente tollerati dalle forze di polizia è reale dunque non solo nell'isola di Rodi, ma anche nella capitale.

Ma non è la sola questione aperta. L'operazione disciplinare ha riguardato anche il nucleo anti-terrorismo della polizia greca.
Le fonti ufficiali ad oggi spiegano che nulla di sospetto è stato rilevato, ma non si tratta certo di dubbi infondati. La decisione del procuratore della Corte Suprema di procedere alle intercettazioni telefoniche dei deputati di Alba Dorata ha scatenato un putiferio.

Secondo il National Intelligence Service greco la questione in gioco sarebbe la "sicurezza nazionale", e se ne sono viste le ragioni: tra i contatti del partito sono apparsi importanti imprenditori e membri della polizia.

Nessun contatto, per ora con i militari, ma la procura potrebbe optare per un azione anche nei loro confronti. Intanto però - a quanto attesta EtenEnglish - gli attacchi sono uno ogni due giorni.

Le parole di John Psaropoulos, autore dell'articolo, non hanno bisogno di commenti:
"La cosa forse più preoccupante di tutte è il fatto che la polizia sia stata spesso coinvolta in 25 di questi attacchi - uno su sei. Sette di questi hanno avuto luogo dentro le strutture di detenzione. In altri 17 incidenti, gli aggressori portavano presumibilmente divise della polizia. Il report spiega che "questi sono incidenti nei quali i poliziotti che svolgono mansioni di routine ricorrono a comportamenti illegali e violenti”".

Francesco Finucci

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