"Il padrone è bravo ma paga poco e vuole che lavori sempre, anche la domenica. Dopo sei o sette anni di vita così, non ce la faccio più. Per questo assumo una piccola sostanza per non sentire dolore, una o due volte durante le pause dal lavoro. La prendo per non sentire la fatica, altrimenti per me sarebbe impossibile lavorare così tanto in campagna. Capisci? Troppo lavoro, troppo dolore alle mani". Eccola qui, la nuova frontiera dello sfruttamento del lavoro migrante: gli schiavi delle campagne vengono dopati per produrre di più e non sentire la fatica. ...

La 27 Ora
18 04 2014

Hanno annunciato la decisione di unirsi alla jihad in Siria non, come fanno tanti ragazzi, mettendosi in posa mentre imbracciano le armi in un video diffuso su YouTube. Sabina Selimović e Samra Kešinović, due amiche di 15 e 16 anni che vivevano a Vienna, lo hanno fatto scrivendo due lettere identiche ai genitori. “Siamo sulla retta via, combatteremo per l’Islam, ci rivedremo in Paradiso”. E poi, giovedì scorso, sono scomparse. Hanno preso un aereo per la Turchia, secondo quanto ricostruito dalle famiglie con l’aiuto delle autorità austriache, e da lì, secondo notizie non ufficiali, avrebbero varcato il confine siriano.

Le due adolescenti sono figlie di immigrati bosniaci musulmani. Mentre i genitori hanno lasciato un Paese lacerato dalla guerra negli Anni 90, Sabina e Samra hanno abbandonato la loro vita sicura in Austria per unirsi al fronte anti-Assad, in una guerra civile che è diventata anche uno scontro su base etnico-religiosa che alcuni hanno paragonato proprio alla Bosnia. Una guerra per cui la Bosnia-Erzegonina di oggi è diventata un fertile terreno di reclutamento, come ha documentato il quotidiano di Sarajevo “Dnevni Avaz”. Ma anche da molti Paesi occidentali, inclusa l’Italia, sono partiti dei combattenti: dall’Austria 80 in tre anni. Pero’ di solito sono uomini.

La madre di una delle ragazze risponde al telefono con voce tremante al numero reso pubblico nella speranza di ricevere notizie sulla sorte delle ragazze. Nemmeno a posteriori genitori e amici riescono a leggere segnali “strani” nel comportamento di Sabina e Samra, che vengono definite “studentesse modello”. A parte quella pagina Facebook, che pero’ hanno scoperto troppo tardi. Il padre di Samra ha raccontato che l’ha creata sua figlia, usando lo pseudonimo di Safiya Al Ghariba (strana amica). Cercando sul social network, spunta una pagina con questo nome, che è quasi completamente scritta in tedesco. La foto del profilo mostra le punte delle scarpe nere di “Safiya” e di quelle da ginnastica della sua amica identificata come “Asiya”. Non ci sono indicazioni biografiche ad eccezione della città natale: Bijeljina, in Bosnia. Si trova nella zona di Brcko, dalla quale la famiglia di Samra ha dichiarato di provenire.

Le immagini condivise dalle ragazze mostrano chiaramente il loro disagio per le ingiustizie percepite nei confronti dei musulmani nelle società occidentali (le perquisizioni in aeroporto per esempio), ma esprimono anche un generale sentimento di ribellione contro tutte le crudeltà, incluse le torture e i maltrattamenti degli animali. Il padre di Samra è convinto che sia stato questo profilo Facebook “l’aggancio” per reclutarle e per convincerle a partire in tutta fretta. Sfruttando la rabbia adolescenziale contro le ingiustizie.

Viviana Mazza

Redattore Sociale
27 03 2014

Dopo il discusso referendum, a Neuchâtel una mostra permette di ripercorrere gli atteggiamenti del paese verso gli stranieri. E in un secolo sembra essere cambiato poco, tra muri alzati, “Nein!” e “Stop1”, pecore nere scalciate da quelle bianche…

La mostra si intitola “Lo straniero in cartellone. Alterità e identità nei manifesti politici svizzeri dal 1918 al 2010” ed è stata concepita dai ricercatori Francesco Garufo dell’Istituto di Storia dell’Università di Neuchâtel e da Christelle Maire del Forum svizzero sugli studi delle migrazioni e della popolazione. Un’esposizione, ora a Lugano, composta da 52 cartelloni da guardare con maggiore attenzione, alla luce del recente referendum “contro l’immigrazione di massa” promosso dall’Unione di centro (Udc), il partito conservatore e xenofobo di Christoph Blocher. La votazione, com’è noto, ha visto la vittoria del “sì” con il 50,3%, (con uno scarto di appena 19.516 schede) e punta a rigettare la libera circolazione delle persone in vigore con la Ue ed a reintrodurre le quote di ingresso per i lavoratori stranieri.

A giudicare dai manifesti, negli ultimi cento anni sembra che poco sia cambiato in Svizzera nella percezione degli stranieri, specie in occasione di qualche elezione politica.Nei cartelloni c’è un fiorire di muri alzati, di Nein! o Stop! scritti a caratteri giganteschi, di slogan contro “gli abusi” sul diritto di asilo, di pecore nere scalciate fuori dai confini da quelle bianche, di minareti che somigliano a missili, di piedi e braccia scure che provano a forzare la porta di uno dei Paesi più ricchi del mondo, di volti arabeggianti dai lineamenti sinistri che portano con sé droga, violenza e terrorismo.

La mostra ha aperto la settimana contro il razzismo 2014 (21-28 marzo); inaugurata open air sul lungo lago a Neuchâtel (dove nell’aprile 2013 fu distrutta da vandali e poi messa sotto sorveglianza privata), prima di viaggiare per altre città della Svizzera e arrivare a Berna, adesso sosta a Lugano, in quel Ticino al quale soprattutto la popolazione del cantone francese, che ha più frontalieri rispetto al cantone italiano, attribuisce il disastro del referendum sull’immigrazione temendo le reazioni di Bruxelles.

Il Ticino è spesso considerato dagli altri svizzeri un misto di mala politica e di propaganda populista: territorio stretto, chiuso su tre lati, meno ricco del resto della Svizzera. Se i ticinesi cinquantenni lamentano la perdita del lavoro perché “il frontaliero costa la metà”, sono le stesse aziende ticinesi a volere questa situazione di comodo, praticando politiche di assunzione mirate in tal senso.
In Ticino cresce la Lega dei Ticinesi (che in un manifesto dipinge “in panciolle” sia i rifugiati, sia i disoccupati mentre solo il ticinese lavora) e le leggi non cambiano poiché i politici cantonali vogliono mantenere lo status quo: lo straniero, il frontaliero è utile perché consente di mantenere più bassi i salari e le aziende aumentano i profitti.

Però adesso la Svizzera, dove perde il referendum per fissare un tetto agli stipendi dei grandi manager e dove vince quello per bloccare i lavoratori immigrati e frontalieri provenienti anche dall’Europa occidentale, potrebbe subire conseguenze ancor più pesanti da parte dell’Unione europea (l’intera revisione delle relazioni euro-svizzere, compreso il negoziato sullo scambio di informazioni in ambito bancario) che, nel frattempo, ha già sospeso i programmi di scambio di studenti Erasmus+ e di ricerca Horizon 2020.

Paolo Giovannelli

Immigrati, Boldrini: non vengono a toglierci il lavoro

  • Venerdì, 14 Febbraio 2014 15:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
14 02 2014

Il presidente della Camera ammonisce chi "soffia sul fuoco per cercare facile consenso". Chi viene nel nostro paese è all'avanguardia, deve essere accolto.

In Italia "c'è stato e chi continua a esserci, purtroppo, chi ha deciso, magari per cercare un facile consenso, di soffiare sul fuoco e di presentare gli stranieri che arrivano" nel nostro Paese "come una minaccia alla sicurezza collettiva e perfino ai livelli di benessere sociale degli italiani". È uno dei passaggi dell'intervento della presidente della Camera, Laura Boldrini, all'apertura dell'anno accademico della scuola superiore di polizia.

"Vengono a toglierci il lavoro - ha esemplificato Boldrini per chiarire il concetto-: quante volte abbiamo sentito dire una sciocchezza del genere". Boldrini, che ha incentrato la sua prolusione sui due temi caldi dell'immigrazione e della violenza sulle donne, ha ricordato alla platea di allievi commissari e specializzandi che "chi rappresenta le istituzioni e la politica, chi è chiamato a prendere decisioni non deve giocare con le paure delle persone, ma deve al contrario mostrare il massimo di lucidità e di approccio razionale".

Boldrini ha inoltre stimolato la platea a considerare come i migranti siano persone "veramente contemporanee, noi non lo siamo: sono l'avanguardia del nostro futuro e sono più coraggiosi di noi, prendono il rischio di lasciare tutto".

Il Fatto Quotidiano
24 01 2014

Chiudere le frontiere agli stranieri e limitare la libera circolazione, mettendo un freno anche al numero di lavoratori frontalieri.

Questo il succo della proposta di legge popolare “basta immigrazione di massa” che gli svizzeri dovranno votare il prossimo 9 febbraio. Quello della lotta all’immigrazione e al fenomeno del frontalierato è un vecchio pallino dell’Udc svizzera, partito di ultradestra che già tre anni fa si impose nelle cronache di casa nostra per aver promosso una campagna di affissioni che prendeva di mira i frontalieri italiani, raffigurati come topi intenti a divorare il formaggio elvetico. Ed è proprio l’Udc ad aver lanciato un referendum che vuole arrivare alla reintroduzione del contingentamento dei flussi di stranieri (compresi i lavoratori frontalieri italiani), attraverso la rinegoziazione degli accordi bilaterali sulla libera circolazione stipulati con l’Unione europea tra il 2002 e il 2008.

I numeri – A preoccupare i promotori del referendum è il momento di stagnazione economica che sta interessando anche la Confederazione, diventata sempre di più un punto di approdo per molti immigrati. In cima alle statistiche ci siamo proprio noi italiani che rappresentiamo il 15,8% del totale della popolazione straniera residente in Svizzera (291.822 persone alla fine del 2012), con un saldo migratorio che dal 2008 è sempre stato positivo (più 7286 unità solo nel 2012). Persone in cerca di una seconda occasione in quella che viene ancora ritenuta una delle zone più ricche del pianeta e che, oltre agli immigrati, ogni giorno accoglie migliaia di lavoratori frontalieri (secondo l’ufficio statistico svizzero sono 65658 gli italiani che hanno lavorato oltreconfine nel terzo trimestre 2013, in aumento del 4,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). “La Svizzera – si legge sul portale dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa – deve poter riprendere a gestire l’immigrazione e deve rinegoziare gli accordi internazionali che ostacolano questa facoltà”.

La proposta – La proposta di modifica della Costituzione Federale prevede di contingentare il numero di permessi di dimora per stranieri, compresi i richiedenti asilo e i ricongiungimenti familiari. Secondo la proposta dell’Udc i tetti massimi devono essere imposti anche agli stranieri che esercitano un’attività lucrativa “compresi i frontalieri”, sempre in funzione degli “interessi globali dell’economia svizzera” e comunque nel rispetto “del principio di preferenza agli svizzeri”. Secondo le stime diffuse dai sostenitori del referendum, dal 2007 la Svizzera ha accolto ogni anno 80mila persone in più rispetto a quelle che hanno lasciato il paese, portando la piccola confederazione sopra quota 8 milioni di abitanti “e se continua così – spiegano – tra 20 anni saremo 10 milioni”, con ripercussioni giudicate pesanti sull’occupazione e sulla vivibilità del territorio.

I sondaggi – Stando all’esito del primo sondaggio effettuato sull’argomento nei primi giorni del 2014, sembra che la maggioranza dell’elettorato svizzero sia contraria all’iniziativa contro l’immigrazione di massa, che raccoglie il favore del 37% dei cittadini, lasciando però ancora un’ampia fetta di indecisi che la campagna referendaria delle prossime settimane punterà a convincere. La preoccupazione sui temi legati alla libera circolazione delle persone è diffusa soprattutto in quei territori di confine, come il Canton Ticino o il Canton Ginevra, dove gli svizzeri vedono minate le loro posizioni lavorative dalla concorrenza straniera (italiani e francesi) disposta ad accettare condizioni di lavoro più basse. È in questi territori che la proposta dell’Udc fa più presa e ha raccolto sostegno anche di alcuni esponenti di partiti moderati o addirittura nelle fila delle forze di centrosinistra che ufficialmente si schierano per il No.

Il referendum, come funziona – Il referendum in Svizzera è un istituto ultracentenario. Dal 1848 può essere richiesto con 50 mila firme per modificare ogni progetto di legge o decreto adottato dall’Assemblea Federale (il parlamento). Dal 1891 è stato introdotto il diritto di iniziativa popolare che prevede la possibilità di sottoporre al voto la modifica di una legge costituzionale (servono 100mila firme). Il voto referendario è molto diverso da quello italiano. Non c’è quorum e le decisioni vengono prese su un piano molto concreto, si aggiunge un articolo o lo si modifica e potenzialmente può riguardare tutto (tranne il bilancio federale). I cittadini ricevono a casa un libretto di spiegazioni del Consiglio Federale (nella lingua preferita) dove sono elencate le ragioni dei promotori con il testo di legge, la posizione del parlamento (con tanto di esito del voto dettagliato), quella del governo e l’eventuale controproposta. Una decina di pagine che danno la possibilità di capire con chiarezza e trasparenza cosa si andrà a votare.

Alessandro Madron

 
 

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