×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415


Lavorano 20 ore al giorno totalmente sottoposte al volere dei loro padroni, esposte ai loro abusi verbali, alla violenza fisica e sessuale. E' questa la condizione drammatica in cui oggi si trovano a vivere 11 milioni di bambine nel mondo. Con la Campagna "In-Difesa", la Ong internazionale Terre des Hommes dice basta alla violenza domestica e allo sfruttamento lavorativo delle bambine ...

Il Mattino
27 09 2013

Si è spenta giovedì sera per una leucemia linfoblastica acuta: Marianna Rubino aveva 9 anni.

Pochi, troppo pochi per morire. Con lei si allunga l’elenco dei bambini morti di patologie tumorali nella Terra dei fuochi. Stamattina i suoi compagni di classe la saluteranno per l’ultima volta nella chiesa parrocchiale di Carinaro dove farà ritorno dall’ospedale Santobono.

Lì era stata ricoverata a seguito di una broncopolmonite intervenuta a spezzare i suoi sogni di guarigione dopo il trapianto di midollo a cui era stata sottoposta il 24 luglio scorso.

«Marianna è morta perché questo territorio è inquinato e noi mangiamo veleni». Ne è certa la mamma, Concetta Molitierno che in questi ultimi 4 anni ha accompagnato la figlia in un calvario tra tanti ospedali della Campania. «In questo territorio sono ancora troppo poche le persone impegnate e le istituzioni sono assenti. Io chiedo a tutte le mamme di unirsi, di svegliarsi se vogliono arrivare a vedere almeno i matrimoni dei loro figli».

Concetta ha perso le lacrime per piangere, ma non la forza per lottare. «Credo che venga da mia figlia. Il Signore con lei ha donato una gioia al mio cuore». Era coraggiosa, la piccola Marianna. «Ha sofferto molto, ma ha lottato fino alla fine - racconta la cugina Angela -. Ha combattuto per la mamma perché diceva di voler stare sempre insieme a lei».

Una bambina che anche nei momenti difficili consegnava alla signora Concetta le sue speranze: «Marianna sognava di tornare presto a scuola, stava bene con i suoi compagni, ma anche in ospedale era sempre attenta agli ammalati più piccoli. Li controllava, negli ultimi giorni si preoccupava di un bimbo che aveva problemi di respirazione».

L’instancabile padre Maurizio Patriciello ha chiesto sul suo profilo Facebook che per Marianna venga proclamato il lutto cittadino, invitando le persone semplici, ma anche i sindaci dei Comuni di Terra dei Fuochi a partecipare al funerale della piccola.

Ricordando anche gli altri bambini morti per patologie tumorali, don Patriciello scrive: «Questi cari hanno pagato un prezzo altissimo per l'ingordigia, l'avarizia, la stoltezza, l'ignavia di uomini che di umano hanno conservato tanto poco. La bramosia di ricchezza di alcuni; la sete di potere di altri li hanno portati a sottoscrivere un patto scellerato sulla pelle della povera gente. Hanno inquinato, avvelenato, ucciso la nostra terra e i nostri figli. Al funerale di Marianna dovrebbero partecipare tutti i sindaci dell'Agro Aversano. Con la bandiera e la fascia tricolore a lutto. Marianna è nostra. Ci è stata rapinata. Questi bambini ci appartengono. Sono il nostro futuro. Occorre un sussulto di meridionale dignità. Il Governo centrale e quello regionale non possono continuare a fingere di ignorare o ridimensionare questo dramma».

Il sindaco di Carinaro, Mario Masi si dice pronto ad accogliere la sollecitazione di don Maurizio per un’iniziativa di sensibilizzazione sul territorio. «Come amministrazione abbiamo dato una mano alla famiglia in difficoltà, anche se non siamo in tempo per proclamare il lutto cittadino, condividiamo questa battaglia. Io da sindaco chiedo che lo Stato centrale mobiliti i soldati anche portandoli via dall’Afghanistan per far pattugliare i nostri territori. Con due soli vigili urbani non riesco a controllare le nostre campagne dove di notte si bruciano i rifiuti».

«Dobbiamo essere apologeti di speranza - ha detto infine monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, ieri ad Aversa, a margine del Convegno pastorale diocesano - la speranza non è evasione ma responsabilità che in Terra dei Fuochi vuol dire vigilare, muovere all’impegno i responsabili della cosa pubblica».

Anna Sgueglia

L’infanzia di Lulù, prima bimba transgender

Il Fatto Quotidiano
27 09 2013

Lulù non è il suo nome reale, ma è quello con il quale hanno iniziato a conoscerla in tutta l’Argentina. La sua storia per singolare e delicata che sia, si è diffusa attraverso tutti i mezzi di comunicazione e la sua soluzione arrivata ieri dopo quattro anni di dure battaglie, è un precedente storico nel campo della identità sessuale.

Lulù già a due anni (oggi ne ha sei), sapeva che il corpo di bambino nel quale era nata, si trovava distante anni luce dalla sua mente di bambina. Lei non voleva giocare con le auto né a calcio, così come faceva suo fratello gemello: Lulù voleva, e lo dichiarava, essere una bambina. Chiedeva alla madre Gabriela, di farle indossare la gonna, di farsi crescere i capelli e di regalarle delle bambole.

La madre all’inizio pensava fosse un gioco, ma la perseveranza di Lulù nell’affermare che si sentiva una bambina, e un documentario visto casualmente alla tv, avevano definitivamente convinto Gabriela che Lulù era una bambina trans e che la sua identità era quella femminile.

La legge di identità di genere, approvata in Argentina a maggio dell’anno scorso, permette che le persone trans (travestiti, transessuali e transgender), siano iscritti sui loro documenti personali, con il nome ed il sesso che hanno scelto e che tutti i trattamenti medici richiesti, per passare ad un altro genere, siano pagati dallo Stato.

E’ la unica legge di identità di genere al mondo, che non identifica come patologica, la condizione di trans.

Se durante questo anno, questa legge si è applicata con rapidità ed efficacia, per le persone transessuali che desideravano cambiare il loro genere di appartenenza modificando i dati sulla carta di identità, il caso di Lulù ha scosso non poco il registro civile di Buenos Aires per la giovanissima età della richiedente, tanto che le autorità avevano deciso di mettere il tutto nelle mani della giustizia.

La richiesta negata tre volte, è stata accolta invece ieri dal governo di Buenos Aires. Presto Lulù avrà una nuova carta di identità, dove viene iscritta come bambina.

La famiglia aveva iniziato l’anno scorso la richiesta del cambio di documento, avvalendosi appunto di questa nuova normativa che prevede la possibilità di accedere ad un cambio di identità di genere anche per i minori di 14 anni, ma gli era stata negata perché secondo il tribunale dei minori, la giovanissima età della bambina, la rendeva totalmente incapace di una scelta. Secondo i genitori invece Lulù è assolutamente cosciente della sua situazione ed è sicura di voler essere identificata come una femmina.

Alcune opinioni indicavano che la legge doveva essere applicata anche nel caso della piccola. Ad esempio Il professor Augusto Moeykens, professore della cattedra di Criminologia della Facoltà di Diritto della Università di San Miguel de Tucuman, nel nord ovest argentino, sostiene che : “…E’ importante che i funzionari pubblici e gli operatori giudiziari comprendano che la Legge di identità di genere, indica che il bambino o bambina è un soggetto di diritto e non un oggetto e che come tale deve vedere riconosciuti i suoi diritti”.

Certo il caso di Lulù, la bambina che nacque bambino ma che dai due anni si identificò come donna, alimenta un dibattito aperto circa le ragioni che definiscono una persona come transessuale. Ci sono almeno due particolari nel caso di Lulù che rivestono la vicenda di un interesse particolare: da un lato la certezza e la sicurezza della bambina rispetto alla sua identità di genere nonostante la sua età e l’altro che il fratello gemello non presenta alcuna manifestazione di transessualismo.

La domanda prepotente è ancora una volta se una persona nasce transessuale o se lo diventa per questioni legate al suo ambiente familiare. Il dibattito rimane aperto ma intanto Lulu potrà continuare a frequentare quell’asilo della periferia di Buenos Aires dove per tutti già da tempo era una chiquita.

Cristiana Zanetto 

Poveri figli (Tiziana Barillà, Left)


Un pasto caldo, un posto tra i banchi di scuola, cure mediche, dei giochi, il senso di sicurezza. Il minimo indispensabile per un bambino. Eppure l'Italia, considerata ancora un Paese ricco, non sa più dare benessere ai suoi cittadini, ancor meno ai suoi bambini: 1 milione e 800mila minori vivono sotto la soglia di povertà e più di 700mila in condizioni di miseria assoluta. ...

Infanzia. Poveri figli

  • Venerdì, 20 Settembre 2013 08:27 ,
  • Pubblicato in LEFT

Left
20 09 2013

Due milioni e mezzo di minori in Italia vivono in povertà. Oltre il 20 per cento di chi ha meno di 18 anni. Siamo fanalino di coda tra i Paesi industrializzati ma nessun segnale arriva dal governo. Che prosegue con i tagli al welfare. Mentre le organizzazioni umanitarie spostano i progetti nel Belpaese.

Un pasto caldo, un posto tra i banchi di scuola, cure mediche, dei giochi, il senso di sicurezza. Il minimo indispensabile per un bambino.

Eppure l’Italia, considerata ancora un Paese ricco, non sa più dare benessere ai suoi cittadini, ancor meno ai suoi bambini: 1 milione e 800mila minori vivono sotto la soglia di povertà e più di 700mila in condizioni di miseria assoluta.

«Numeri da terzo mondo», commenta a left Andrea Iacomini, portavoce italiano di Unicef. «Abbiamo acceso la luce rossa anche sull’Italia. Cosa che non capita spesso, perché in genere siamo concentrati sulle politiche del terzo mondo, sullo sviluppo e le emergenze. Questo rapporto ci porta con i piedi per terra e ci dice: bisogna occuparsi anche dei Paesi più industrializzati e, tra loro, dell’Italia».

Tiziana Barillà

facebook