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Infanzia Made in Italy #2

  • Mercoledì, 20 Marzo 2013 06:49 ,
  • Pubblicato in Flash news
Un altro genere di comunicazione
19 03 2013

Seconda tappa del viaggio tra le aziende italiane che producono per l’infanzia. (leggi anche: Infanzia made in Italy #1 Le principesse vanno in moto?)

Decise a portare avanti un monitoraggio puntuale delle proposte di giochi per l’infanzia delle aziende italiane, perchè è anche nell’educazione che riceviamo da piccoli che si iniziano a costruire le gabbie in cui ci ritroviamo da adulti.

Sbarchiamo tra le pagine del catalogo online di Clementoni, che si occupa di giocattoli educativi dal 1963.

Si tratta di un’azienda attenta alla crescita e allo sviluppo delle capacità cognitive, quindi partiamo da un livello alto di propensione al gioco interattivo e condiviso.
Soprattutto per le fasce di età più alte, infatti, i giochi scientifici sono impostati per essere stimolanti, istruttivi, ma anche collettivi e su quasi ogni scatola vengono rappresentati un bambino e una bambina che giocano insieme, da cui deriva l’indirizzo misto, maschi e femmine, dei giochi stessi.
Si gioca insieme e non c’è un colore “genderizzato” ( rosa o azzurro ) che predomini e condizioni la scelta.

Stessa condizione per gli spot televisivi.
L’analisi tiene quindi conto del sostanziale avanzamento della comunicazione e della pubblicità dell’azienda nel rilevare alcune tendenze conservatrici , cercando di individuarne cause e modalità.

Spulciamo il catalogo “Prima Infanzia”, da 0 a 3 anni. Tra i giochi “Primi mesi”, in generale la proposta è di giocattoli dai colori neutri, reclamizzati però tutti da maschietti, più alcuni invece caratterizzati dall’ essere lo stesso gioco però in due versioni differenti, azzurro e rosa, una per maschio, una per femmina.

Stessa situazione per i “Peluche educativi”, dove infatti troviamo giochi multicolore e poi alcuni indirizzati unicamente alle bambine sui toni del rosa o che riproducono personaggi femminili dei cartoni animati per l’infanzia ( con spesso il loro corrispettivo maschio ).


Quello che quindi colpisce da subito è prima di tutto la necessità di creare prodotti espressamente per bambine, in numero nettamente inferiore a quelli per maschi, senza alcuna differenza tecnica, ma sempre correlata nella pubblicità all’immagine di una bambina.

Ci chiediamo quindi: che bisogno c’è di creare prodotti unicamente per femmine e di caratterizzarli con la foto di bambine?
Inoltre i prodotti considerati “neutri”, cioè non dichiaratamente “per maschi”, sono però tutti reclamizzati con l’immagine di maschietti, creando una contrapposizione e influenzando scelta e consumi su un campo molto più ristretto per quanto riguarda l’utenza femminile.

Sembra quindi che scegliere una bambina per reclamizzare un prodotto settarizzi l’utenza, escludendo quella maschile, viceversa invece no.
Non è certo la scoperta dell’acqua calda, ma se critichiamo la lingua italiana, rendiamoci conto che anche questi sono linguaggi, anche ben più sottili e contaminanti.

Allo stesso modo, tra le “Prime attività”, si trovano ad esempio due prodotti, due libricini interattivi, uno per maschi, uno per femmine, sostanzialmente uguali per caratteristiche educative se non nei contenuti, ma uno è promosso “per le bambine”, mentre per l’altro non viene stabilito il genere dell’utenza.

Tra l’altro sembra persino che il bambino/a fotografato nella pubblicità sia lo stesso/a, solo con qualche modifica in fotoritocco.


Di nuovo, come in tante altre aziende, si nota come non solo sia ancora in voga la differenziazione maschio/femmina, azzurro/rosa, ma che quando invece esiste un gioco “neutro”, universale, il femminile diventa una sua derivazione relativa al vero esistente che è, di nuovo, il maschile.

Altro esempio di divisione binaria e derivata?



Il centro attività a forma di dinosauro verde per i maschi, rosa per le femmine.

Da chiarire forse per l’ennesima volta che nel voler scegliere giochi o abbigliamento rosa per le bambine non è di per sé dannoso, ovviamente. Perché se poi una volta cresciute non vogliamo essere considerate frivole perché vestiamo di “colori femminili” o giudicate anomale perché non lo facciamo, è proprio però una libertà sostanziale che va ricercata fin da piccole.

Una libertà che il mercato ancora non concede alle bambine, i cui prodotti dedicati si assomigliano tutti per colore ( dal rosa al viola al fuxia ) e per descrizione ( gli aggettivi più frequenti? Romantica, tenera, elegante, sognante ).

Allo stesso modo le parole che più spesso caratterizzano i prodotti per maschi sono grinta, energia, e simpatia.
Persino tra i “Giochi Educativi” dedicati ai più grandi infatti esiste ad esempio una versione “neutra” del Sapientino, che sì ha un bambino sulla scatola, ma non è detta espressamente per maschietti, poi a latere una versione “bambina”, in rosa, con femminuccia sulla scatola, che al pari della versione “animali” o “inglese” è una variante del gioco in sé che è quindi per niente neutro.

Tornando alle “Prime attività”, troviamo il divario più grande guardando a quali siano poi gli ambiti di esperienza e di crescita riservati a maschi e femmine.

Le bambine possono infatti gioire del gioco di una borsetta di plastica che suona e si illumina, uno specchietto in cui ammirarsi, un phon musicale e parlante. Tutti in rosa, ovviamente. Tutti oggetti che riprendono aspetti stereotipati della femminilità e che inducono ad un ambito di esperienza limitante e condizionato.

Perché mai poi un maschietto non dovrebbe sentirsi libero di rimirarsi in uno specchietto fuxia o di giocare al parrucchiere?
Perché la sua virilità sarà sicuramente accresciuta con i giochi d’esperienza più adatti a lui.
Un trapano, un martello, una macchina di formula uno, un tamburo.

Due utensili da lavoro manuale che lo indirizzino al suo ruolo sociale, a professioni specifiche, un feticcio della cultura maschile italica e, finalmente, uno strumento musicale, stimolatore di creatività.

Ognuno di questi giochi è creato perché davvero stimoli alcune capacità essenziali di bambine e bambini, non sono solo oggetti fine a se stessi e questo si capisce.
Quello che risulta più arduo da accettare è che queste capacità di apprendimento possano passare solo attraverso oggetti così limitanti della creazione della personalità “di genere” della libertà d’espressione e di relazione.

Perché anche queste dovrebbero essere caratteristiche fondamentali da instillare in chi cresce.

Niente vieta ovviamente a una consumatrice di non rispettare le impostazioni di consumo pensate dal produttore, ma è impossibile non rendersi conto dell’induzione al bisogno “di genere” e di rispetto delle aspettative sociali vendute insieme ai giocattoli.
Povertà, cittadinanza e scuola fanno parte del Manifesto dell'Unicef in 10 punti dal titolo "Diritti in Parlamento" e rappresentano priorità non rinviabili.
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Adysin Verst, cinque anni, è del Tennessee e fa l'asilo. Ha un body rosso con reggipetto push up e, mentre prova un balletto sexy davanti allo specchio, è tutta smorfiette e ammiccamenti.
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Allarme Save Children: 'ipotecata' e senza futuro

  • Martedì, 04 Dicembre 2012 13:47 ,
  • Pubblicato in Flash news
Ansa
04 12 2012

7% bimbi e' povero. Ogni neonato 'eredita' 3, 5 mln euro di debito

Save Children, 18% giovani si ferma a terza media

Atalnte dell'infanzia a rischio Guarda le foto 1 di 2 Atalnte dell'infanzia a rischio. Allarme Save Children: 'ipotecata' e senza futuro

Il debito pubblico che pende sulle loro teste, l'aumento della povertà assoluta (soprattutto al Sud) e gli scarsi investimenti sui servizi a loro dedicati: è un'infanzia "ipotecata" e "senza futuro" quella che emerge dall'"Atlante dell'infanzia (a rischio)", presentato oggi a Roma da Save the Children. Quest'anno, fa notare l'organizzazione internazionale illustrando le "mappe" del futuro dell'infanzia in Italia, "sono nati 560 mila bambini e a ciascuno di loro è già stata lasciata in eredità un'ipoteca di 3,5 milioni di euro di debito pubblico, il più alto in Europa". In alcune regioni, come ad esempio "in Calabria, si investono solo 25 euro pro capite l'anno nei servizi per l'infanzia (282 quelli spesi in Emilia Romagna)" e, in generale, il 7% dei minori vive in povertà assoluta: si tratta di circa 720 mila bambini, 417 mila dei quali residenti al Sud.

"Rispetto al 2010 - puntualizza Save the Children - i minori poveri nel Mezzogiorno sono aumentati di 75 mila unità, l'equivalente dell'intera popolazione infantile di Taranto e Messina". Tra le altre "minacce al presente e al futuro dell'infanzia", si legge nell'Atlante, ci sono la mafia e l'inquinamento: "circa 700 mila bambini, il 7% del totale, vivono in uno dei 178 comuni sciolti per mafia almeno una volta negli ultimi 20 anni. Il 15%, quasi un milione e mezzo, vive invece in territori altamente inquinanti". Nel 2030, conclude Save the children, "ci saranno 10 milioni di minori, per un'incidenza pari al 15,4% sul totale della popolazione. Uno su 5 sarà straniero. Le nascite diminuiranno di 60 mila unità rispetto al 2011 e l'incidenza del voto dei giovanissimi (18-21 anni), rispetto al resto dell'elettorato, sarà del 4%. Nel 2050, infine, la fascia di popolazione 83-85 eguaglierà quella 0-2".

Baby market

  • Sabato, 09 Giugno 2012 08:06 ,
  • Pubblicato in L'Analisi
di Curzio Maltese, La Repubblica
8 giugno 2012

L'infanzia è una scoperta recente nella storia degli uomini. Per secoli i bambini sono stati considerati piccoli adulti soltanto più facili da sfruttare, manipolare, abusare. La metà dei bambini, ancora nel diciassettesimo secolo, moriva prima dell'adolescenza. Il rispetto per i diritti dell'infanzia non è nato nelle famiglie, ma con la moderna psicologia e soprattutto grazie alla politica. La democrazia, le lotte sindacali, la grande costruzione dello stato sociale hanno fatto del Novecento «il secolo dei bambini», secondo la profezia di Ellen Key,

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