Tariq Ramadan e Abdullahi An-Na'im, due tra i più noti intellettuali e riformisti musulmani contemporanei, sono stati posti di fronte l'uno all'altro da Reset- Dialogues on Civilizations per discutere della shari'a, la legge islamica, e se debba avere un posto e quale nelle Costituzioni delle nuove democrazie arabe.
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Le nuove Costituzioni basate sulla sharia

Obiettivo numero uno: le Costituzioni. Dall’Egitto, dove in questo momento la nuova bozza costituzionale è contestata in piazza, all’Arabia Saudita, dove non esiste una Carta costituzionale, le attiviste riunite a Londra per la conferenza “Trust Women” considerano una priorità quella di partecipare alla scrittura delle Costituzioni, per potervi iscrivere i diritti delle donne. Solo che in Egitto sono stati gli islamici, in una maratona notturna (vedi foto) la scorsa settimana a formulare la bozza che verrà sottoposta il 15 dicembre a referendum. Anche in Libia, quando verrà scritta la Costituzione, ci si attende un riferimento alla sharia (la legge islamica), come una o unica fonte del diritto.

Ma è davvero necessario oggi, in Medio Oriente, legittimare la legge con la religione? E che cosa significa in fin dei conti “basato sulla sharia”?
Alcune delle donne presenti alla conferenza, anche se religiose, confessano di non appoggiare necessariamente l’idea che la sharia sia “fonte” della legge ma, conoscendo i loro Paesi, pensano che sia inevitabile un riferimento ad essa per legittimare la Costituzione. Alaa Murabit, una vivace studentessa di medicina, è convinta che in Libia nessuno rispetterà la Costituzione se questa non ha “sostegno religioso”. Bisogna essere realistici, dice. “Avevamo il Libro Verde di Gheddafi, che conteneva norme generose nei confronti delle donne – spiega – ma non sono mai state applicate.” Alla domanda se la legge debba essere basata sulla religione, Alaa replica scherzando: “Se dice che mi spetta sia il mio stipendio che quello di mio marito, allora sì”. Perché l’Islam, a suo parere, garantisce i diritti delle donne. E dunque per lei il punto è: quale interpretazione della sharia viene applicata? Come assicurarsi che sia quella “giusta”?
Allora sarebbe meglio una Costituzione basata sui principi dell’Islam, non della sharia – obietta la scrittrice Ayan Hirsi Ali. “Ma se la Costituzione si basa sui principi dell’Islam, che ne è dei cristiani?”, replica una attivista yemenita seduta accanto a me, che indossa il velo nel suo Paese ma qui a Londra no. ”Non possiamo semplicemente dire: principi dei diritti umani?” chiede Sussan Tahmasebi, iraniana che ha vissuto la rivoluzione del 1979 diventata teocrazia. “La sharia tende ad essere conservatrice in riferimento alle donne. E quando la religione viene fonte della legge, quest’ultima diventa sacra. E quando qualcuno la contesta, può essere accusato di eresia”.

Ma torniamo all’Egitto e alla nuova bozza costituzionale approvata da un’assemblea dominata dagli islamisti (Fratelli musulmani e salafiti, insieme ad alcuni “moderati”), e boicottata dai cristiani copti e da quasi tutte le donne. L’articolo 2 afferma che “i principi della sharia sono la fonte primaria della legge”: nessun cambiamento rispetto alla vecchia Costituzione. Ma è nuovo l’articolo 219: definisce “i principi della sharia”, includendovi anche interpretazioni potenzialmente ultraconservatrici, spiega l’attivista egiziana Dina Wahba. “Mettiamo che alcuni parlamentari portino avanti una norma basata su un’interpretazione secondo cui le donne non dovrebbero essere istruite. E’ possibile che diventi legge, e anche se un giudice dovesse essere progressista, e non si può mai supporre che sia così, non avrà comunque gli strumenti per opporsi, e dovrà dichiararla costituzionale”. La nuova Costituzione non fa alcun riferimento alla “Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne”, e il linguaggio (sostantivi, aggettivi) è sempre al maschile.

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