Dinamo Press
03 09 2014

Lo status quo dell'occupazione ha raggiunto un nuovo livello di violenza e distruzione, ma non c'è in vista nessun potere politico che possa imporre un cambiamento della realtà.

1) Israele ha pagato più di quanto si aspettasse, per un po' meno di quanto volesse. L'obbiettivo strategico di Israele in questa guerra era mantenere lo status quo rispetto alla questione palestinese. Il Primo Ministro Netanyahu ha delineato questa nozione fin dai primi giorni di guerra, quando ha presentato la sua formula per il cessate il fuoco: “se Hamas smette di sparare, smettiamo di sparare”. Israele ha avuto più di quanto volesse, ma ad un prezzo più alto di quanto si aspettasse, in termini di morti israeliane, di distruzione della vita quotidiana in Israele, e di ulteriore erosione della posizione di Israele nel mondo, dovuta alla devastazione inflitta su Gaza.

Mantenere il controllo sui palestinesi, o meglio mantenere i palestinesi sotto controllo (quindi lo status quo) è il comune denominatore del sistema israeliano. Il dibattito politico è in merito al miglior modo di ottenere questo obbiettivo. Qualcuno vorrebbe dare ai palestinesi un semi-stato, o uno regime per delega, la maggior parte degli israeliani vorrebbe mantenere le cose come sono ora, e una minoranza vuole annettere i Territori occupati – questi sono gli stessi che hanno chiesto che l'IDF (l'esercito, ndr) riprendesse Gaza.

Ma nessun potere politico rilevante vuole dare ai Palestinesi pieni diritti umani civili e politici come individui sotto sovranità israeliana, e neppure ritirarsi, sconnettersi dai Territori Palestinesi e dare loro piena indipendenza, a prescindere dalle conseguenze.

Gli israeliani potrebbero aver dato un B- (più che sufficiente, ndr) a Netanyahu in questa guerra, ma non hanno mai messo in discussione la guerra in sè, sopratutto perché la fiducia nello status quo non viene tanto dalla leadership quanto dalla base.

Posso sbagliarmi, ma non credo che questa guerra sia stato un evento in grado di cambiare sostanzialmente il modo di pensare degli israeliani come è stata la Prima Intifada, che ha poi portato a Oslo, o la Seconda che ha portato al disimpiego (da Gaza, ndr). L'ago può essersi mosso, ma non abbastanza.

2) Un nuovo atto inizia nel dramma politico israeliano. Ci sarà un sacco di eccitazione ora sulla ricaduta politica di questa guerra, specialmente per quanto riguarda il destino del terzo governo Netanyahu. Questo governo è il più debole che Netanyahu abbia guidato, ed è pure più debole dopo la guerra, sopratutto per ragioni che hanno a che fare con l'economia. Israele continua a scivolare lentamente verso la recessione, e la guerra renderà impossibile per il ministro delle Finanze, Yair Lapid, mantenere le promesse alla classe media e non alzare le tasse. Lapid (centro) potrebbe essere tentato a lasciare il governo, e Netanyahu potrebbe essere tentato a far uscire Naftali Benett (estrema destra) per ricominciare colloqui con i palestinesi. Non è neppure chiaro che fine faccia Lieberman (destra).

Le elezioni anticipate non sono nell'interesse di nessuno tranne in quello di Bennett, ma potremmo comunque finire per svolgerle.

Ma tutto questo dramma politico – che è una sorta di normalità nella politica israeliana- non deve essere confuso con una battaglia di idee. Come ho detto, non c'è spazio per una coalizione che possa offrire il minimo che una leadership palestinese credibile possa accettare. La soluzione in due stati sembra perfino più remota dopo questa guerra, e la soluzione in uno stato non sta avanzando neanche un po. L'unica differenza è che più persone sono consapevoli di quanto sia tremenda la “soluzione status quo”.

3) La seconda guerra di indipendenza di Hamas. Per mantenere lo status quo, Israele ha presto concluso che aveva bisogno di un Hamas indebolito ma non distrutto. La ragione è duplice. a) ironicamente, Hamas è visto come l'unica entità che può impedire il caos a Gaza e assicurare la pace a Israele; b) Hamas è un potere politico che bilancia Abbas e la Autorità Palestinese. Israele ha bisogno che Fatah e Hamas si neutralizzino reciprocamente. Anche qui, credo che Israele abbia avuto più o meno quello di cui aveva bisogno ma ad un costo più elevato. Egitto e Arabia Saudita potrebbero richiedere qualche ricompensa per Abbas come pagamento per il loro sostegno a Israele durante la guerra – l'incontro tra Abbas e Netanyahu di cui si vocifera, potrebbe essere visto come un passo in questa direzione.

In ogni caso, Hamas ha ottenuto qualcosa da questa guerra specialmente per quello che riguarda il suo riconoscimento come portatore di interessi nel nuovo Medio Oriente. Questa è stata la seconda guerra di indipendenza di Hamas. La prima è stata il seguito di Oslo e la seconda intifada, che hanno dimostrato il suo potere nella politica interna palestinese e si sono concluse con una vittoria generale alle elezioni. “Margine di Difesa” ha fatto ottenere riconoscimento internazionale. Alcuni palestinesi con cui ho parlato sono convinti che se l'OLP tenesse elezioni generali domani, Khaled Mashal potrebbe essere vincitore (fatto che, con ogni probabilità, garantisce che le elezioni non si tengano). Dopo questa guerra, ogni persona ragionevole riconosce che Hamas deve essere parte di qualunque accordo politico si faccia; è meno chiaro cosa invece Gaza e la sua gente abbia ottenuto da questa guerra. Il tempo lo dirà.

4) La guerra come sistema di governo: più di un anno fa, noi a +972 intervistammo il regista di un film sulle esportazioni militari di Israele. Il titolo del pezzo era “Le guerre a Gaza sono diventate parte del sistema di governo israeliano”. Se lo si legge ora, dopo la terza guerra a Gaza in sei anni, fa ancora più paura. I palestinesi nei Territori Occupati sono stati sotto un regime militare oppressivo – una dittatura governata da una democrazia – per più di mezzo secolo. I livelli di violenza di cui questo regime necessita per sostenersi stanno diventando spaventosi. Israele può ribadire di non aver voluto questa guerra (o la precedente, o quella prima ancora) ma questo è vero per qualunque regime oppressivo al mondo: ognuno di loro preferirebbe mantenere il potere e il controllo senza fare uso della forza, ma tutti finiscono per usare sempre più la mano dura mentre la resistenza a quel controllo aumenta.

Questa è una strada a senso unico, così la prossima escalation sarà probabilmente più brutale che questa che ha prodotto, per esempio, queste immagini, che mostrano un quartiere intero, spazzato al suolo in un'ora.

 

C'è un mantra favorito dalla sinistra sionista, e cioè che “Israele ha bisogno di risolvere la questione Palestinese altrimenti rischia varie forme di corruzione”. Gaza ha dimostrato quanto siamo già sprofondati nell'epoca dell' “altrimenti”, e sembra che i primi ad essersi corrotti sono proprio i sionisti di sinistra, la maggior parte dei quali ha deciso di sostenere o perfino di glorificare questa guerra.

5) La sfida per i palestinesi è l'unità. Il canale diplomatico di Abbas è vuoto senza sostegno popolare, mentre Hamas ha dimostrato la sua incapacità di tradurre (limitati) successi militari in successi politici, ed è la ragione per cui, dopotutto, si finisce a fare la guerra. La guerra in sé potrebbe essere avvenuta per via della divisione palestinese e perchè Hamas e Fatah hanno fatto calcoli politici separati. Un sistema politico unitario e affidabile è il passo necessario per sfidare realmente il sistema dell'occupazione, o per la riconciliazione con gli israeliani che ne seguirebbe.

6) Israele ha rimpiazzato il sostegno USA con l'alleanza Egitto-Arabia Saudita? Questo ragionamento si sente spesso in Israele questi giorni, ma non ne sono così convinto. Gli Stati Uniti hanno fornito all'esercito israeliano l'artiglieria appena l'aveva finita, e hanno dato il sistema antimissilistico Iron Dome che ha permesso a gran parte del paese di continuare una vita normale durante la guerra. Di più, gli Stati Uniti offrono ancora copertura diplomatica per le politiche israeliane, nonostante tutte le riserve che possono avere a riguardo. Una mano americana al Consiglio di Sicurezza è quello che separa Israele e la sua occupazione dalle conseguenze che regimi oppressivi hanno nei loro momenti più violenti; Washington è meno ambizioso nella sua diplomazia in Medio Oriente negli ultimi tempi, ma in Israele/Palestina è sempre colui che permette lo status quo.


*direttore del portale d'informazione indipendente www.972mag.com,

traduzione di Riccardo Carraro

 

Le macerie di Gaza

Internazionale
02 09 2014

Un video diffuso su Youtube dalla società di produzione palestinese Media Town rivela il livello di distruzione della Striscia di Gaza dopo l’ultimo conflitto con Israele.

Le immagini aeree mostrano il quartiere di Al Shejaiya, alla periferia orientale di Gaza, particolarmente colpito tra il 19 e il 20 luglio 2014. Secondo alcune organizzazioni internazionali, nell’ultimo conflitto sono state distrutte almeno 17mila abitazioni.

Confiscati quattrocento ettari di terre palestinesi

Internazionale
02 09 2014

Il dipartimento di stato degli Stati Uniti ha definito controproducente la decisione israeliana di annettere circa 400 ettari di territori palestinesi per costruire nuovi insediamenti.

Si tratta di 3.799 dunam (379 ettari) di terreno compreso tra i villaggi di Jaba, Surif, Wadi Fukin, Husan e Nahalin, che si trovano tra Gerusalemme e l’insediamento colonico di Etzion: la confisca dovrebbe servire per l’ampliamento della nuova colonia di Gva’ot, dove attualmente vivono dieci famiglie.

La decisione di procedere all’annessione di nuovi terreni era stata annunciata dal governo il 31 agosto ed è stata presentata come una risposta al rapimento e l’uccisione di tre ragazzi israeliani da parte di Hamas, a giugno.

“Chiediamo al governo israeliano di fare marcia indietro”, ha detto un funzionario di Washington, spiegando che la decisione “sarebbe controproducente per la dichiarata intenzione di Israele di negoziare una soluzione a due stati con i palestinesi”.

Secondo l’organizzazione israeliana Peace Now, che controlla le nuove costruzioni, si tratta della più grande appropriazione di terra in Cisgiordania degli ultimi trent’anni.

Gaza, la tregua che mantiene lo status quo

  • Giovedì, 28 Agosto 2014 11:09 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
28 07 2014

La tregua tra Hamas e Israele alla fine, com'era prevedibile, è arrivata dopo aver fatto sudare sette camice ai mediatori egiziani. Una tregua che, al pari degli altri cessate il fuoco "permanenti", annuncia nuovi conflitti. I droni e i jet israeliani hanno smesso di lanciare bombe e la popolazione festeggia, Hamas gonfia il petto presentando l'accordo come una vittoria mentre Bibi Netanyahu deve tenere a bada gli uomori di un pezzo consistente di società isrealiana e della destra di governo che avrebbero più morti e distruzione.

Ora che le bombe hanno smesso di cadere e le pallottole di fischiare è opportuno provare a capire le ragioni e le conseguenze dell'ultimo conflitto scatenatosi sulla Striscia di Gaza.

- Alla luce dei risultati della campagna militare isrealiana è sempre più evidente come l'obiettivo principale di Israele sia mantenere lo status quo. Per farlo ciclicamente è necessario indebolire le capacità militari dell'avversario e le sue infrastrutture, mobilitare il paese contro il nemico (questa volta presentato con il volto efferato degli assassini di tre giovanissimi coloni), evitare la riunificazione della leadership palestinese. Quella contro Gaza, per quanto la conta dei morti sia tragiaca, non è una guerra di annientamento ma uno strumento di governo e gestione di un territorio, della sua popolazione "ostile" e delle risorse.

- La guerra guerreggiata rafforza le ragioni di chi vuole continuare con gli insediamenti illegali, i muri e l'apartheid, spostando in un domani indefinito la possibile soluzione del conflitto: se non è possibile immaginare così la nascita di uno Stato palestinese, per quanto a sovranità limitata, che avrebbe per le forze politiche isrealiane le caratteristiche di uno "stato canaglia", figuriamoci un'unica nazione arabo-isrealiana!

- Il conflitto ha messo in luce come dentro Israele ci sia sempre meno spazio per l'opposizione alle politiche di apartheid: le immagini delle manifestazioni di contestazione ai raid su Gaza aggredite da squadracce di destra parlano chiaro. Lo stesso meccanismo è in atto in diverse comunità ebraiche nel mondo, dove l'identificazione con le politiche isrealiane "senza se e senza ma" annichilisce il dibattito e le posizioni dissonanti. Un circolo vizioso che si alimenta ad ogni nuovo conflitto ripropone lo schema binario amico/nemico senza possibili sfumature: se sei isrealiano, o di religione ebraica, devi stare con Israele, pena l'accusa di tradimento. In questo contesto appare sempre più urgente consolidare la solidarietà internazionale con le voci dell'opposizione isrealiana.

- Le manifestazioni e i riot in Cisgiordania hanno mostrato come sia possibile lo scoppio di una terza intifada, della disponibilità ad una rinnovata mobilitazione di ampi strati, in particolar modo giovanili, della società palestinese, anche al di là delle leadership dei partiti politici, laici o islamisti che siano, ampiamente screditati

- Al centro torna la questione della democrazia come possibile grimaldello per rimescolare le carte. Israele appare sempre di più una etnodemocrazia, il cui primo obiettivo è mantenere la maggioranza isrealiana ed ebraica dei cittadini con pieni diritti. Per farlo usa tutti gli strumenti a sua disposizione: le leggi di accesso alla cittadinanza, l'occupazione militare, l'arbitrarietà dell'accesso alle risorse e della libertà di movimento della popolazione araba dentro e fuori Israele. Il regime di apartheid deve cessare, per farlo è indispensabile una rinnovata mobilitazione internazionale che inventi nuove pratiche di azione diretta e di solidarietà.

Ci sono luoghi in cui le antiche pietre sacre fanno concorrenza alle vite umane presenti. In questi giorni vien fatto di guardare alla tragedia di Israele e Palestina nello specchio di quella siriana e irachena. ...

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