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L'attacco al college universitario a Garissa in Kenya è l'ennesimo episodio di un'offensiva jihadista senza sosta contro scuole e università. Educazione e istruzione, specie se su modelli occidentali, sono visti come nemici e avversari da colpire. Ma insieme a ciò, questa volta, si sono colpiti anche i cristiani, proseguendo quella offensiva senza quartiere contro le minoranze religiose. 
Roberto Tottoli, Corriere della Sera ...

Il boia bambino

C'è la foto di un'adunata infantile dello Stato Islamico: tutto repertorio diffuso da loro, propaganda fide. Sono in file di dieci, con un capofila appena più grande, 12-13enne. Le reclute [...] tengono gli occhi bassi, in segno di disciplina, immagino, solo che così sembrano, come sono, prigionieri. Da quelle file viene fuori il bambino che esulta dopo aver ucciso la cosiddetta "spia del Mossad". 
Adriano Sofri, la Repubblica ...

Molenbeek, Jihad nel cuore dell'Europa

  • Lunedì, 09 Marzo 2015 18:42 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Gabriella Greison, Il Fatto Quotidiano
9 marzo 2015

Li chiamano wanna-be jihadist (aspiranti combattenti della Jihad) o anche foreign fighters, si tratta di giovani europei che lasciano il loro paese, la loro famiglia, per partire verso la Siria, verso l'Iraq. Come vengono reclutati, da dove passano, come avviene la conversione all'Islam, tutte informazioni che girano in rete. Il Paese, seppur piccolo, con maggior numero di combattenti in partenza è il Belgio. Al secondo posto c`è la Francia. ...

Il ricatto politico della Jihad

Ma che la loro liberazione, se avvenuta davvero, sarebbe senz'altro una buona notizia è indubbio. Quando ha cambiato il suo ultimatum, rinunciando (almeno pubblicamente) ai 200 milioni ed esigendo la liberazione di Sajida Mubarak al-Richawi, lo Stato Islamico (Is) deve aver pensato di mettere la Giordania e con lei un Occidente per la quale la sua tenuta è essenziale - in un angolo. 
Adriano Sofri, la Repubblica ...

La Repubblica
28 01 2015

Una donna albanese è sparita con il suo piccolo. Per combattere in Siria

di CARLO BONINI

MILANO - Un'ennesima giovane donna ha lasciato a dicembre l'Italia per le bandiere nere dell'Is. E la sua storia non sarebbe che l'ultimo, anodino numero da sommare alle statistiche in aggiornamento del Viminale sulla via italiana alla jihad, se non fosse per il bambino che ha portato con sé. Il suo bambino. In un ratto che torna a raccontare, dopo la vicenda del piccolo Ismair Tabud Mesinovic (trascinato da Belluno alla Siria dal padre, di cui sarebbe rimasto orfano), di una generazione perduta di preadolescenti chiesti e consegnati al piano demografico del Califfato. Carne e psiche tenere, malleabili, il cui valore, al mercato clandestino dei reclutatori islamisti, può arrivare a qualche migliaio di dollari.

La donna si chiama V. E' una cittadina albanese che aveva trovato a Lecco il suo posto nel mondo. Con un marito, Afrim, albanese come lei, due figlie e un terzogenito maschio. Poche settimane fa, prima che l'Europa venisse precipitata nella paura dalle stragi di Parigi, l'uomo si presenta ai carabinieri e racconta la storia di una fuga e di un inseguimento tanto disperato, quanto vano. La moglie - dice - è scomparsa dal giorno alla notte insieme al maschio più piccolo di casa, lasciandolo con le due femmine. Al culmine di un viaggio emotivo in cui l'ha vista progressivamente trasformarsi in una "sorella della jihad" pronta al grande salto in quella terra promessa chiamata Califfato. Verosimilmente incoraggiata - aggiunge - da una "ricompensa in denaro" che i reclutatori offrono a chi trascina con sé il sangue del proprio sangue. Lui, allora, decide di seguire la rotta che dalla Lombardia porta in Siria. Vuole riportare indietro lei e il loro bambino. Un posto di blocco dell'Is lo convince che la sua corsa va interrotta. A meno di non voler pagare con la vita.

Di V. e del suo bambino non c'è più traccia e, allo stato, le indagini del Ros dei carabinieri sulla loro scomparsa equivalgono alla ricerca di un ago in un pagliaio. Ma il racconto di Afrim, vedovo bianco della jihad, fa dire a una qualificata fonte del nostro Antiterrorismo che "sono proprio storie come questa a dare la misura della complessità della sfida dell'Is". "In questi mesi - prosegue la fonte - abbiamo avuto negli occhi le immagini crudeli di una propaganda che riprende un bambino con un coltello in pugno alle spalle di due presunte spie russe qualche istante prima della loro decapitazione. E dunque pensiamo immediatamente allo scempio dei bambini soldati denunciato ancora la scorsa estate dai rapporti delle Nazioni Unite e da Human Rights Watch (dal settembre 2011 all'estate 2014 sono stati 194 i "bambini soldati" di cui è stata accertata la morte in combattimento nel teatro siriano, ndr). Ma la verità è in qualche modo ancora più spaventosa.

Il Califfato sta chiamando a sé bambini e bambine sotto i 10 anni. Scommette sull'educazione e la crescita di almeno una, due, nuove generazioni. E il target di questo piano demografico forzoso non sono soltanto i foreign fighters, a cui viene garantito un welfare familiare e per i quali vige comunque l'obbligo coranico che i figli maschi seguano le scelte e il destino del padre. Ma anche e in numero crescente le giovani donne musulmane che vivono in Europa". A loro, non a caso, è destinato un "manuale" diffuso recentemente dall'Is in Rete, dal titolo "Il ruolo delle sorelle nella jihad". Un decalogo o, se si preferisce, un breviario che spiega come sia decisivo per le sorti del Califfato costruire a partire dall'età più tenera di un bambino la sua identità di musulmano rispettoso delle regole della Sharia. Il libro fa divieto alle madri di lasciar vedere la televisione ai propri figli, prescrivendo, al contrario, un'educazione selettiva in Rete. Un palinsesto di video, dvd, social forum, tarato su un indottrinamento progressivo e totalizzante, accompagnato da libri e giochi che, fin dalla più tenera età, "devono formare al combattimento", simularne le tecniche, costruire l'epica religiosa e sociale del mujaeddin.

In un format in cui realtà e propaganda si alimentano a vicenda e ben documentato da uno degli ultimi video virali postati sui forum jihadisti: "I cuccioli dell'Is". O dalla disturbante foto diffusa da "Syria deeply" (sito indipendente che monitora costantemente gli eventi della crisi siriana), in cui un bimbo travisato nel mefisto nero tiene per i capelli di stoppa biondi una bambola in tunica arancio di cui si prepara a spiccare la testa con il coltello che impugna nella sinistra. "Non c'è alcun dubbio - osserva una fonte qualificata della nostra Intelligence - che la scommessa demografica dell'Is dica molto della qualità della minaccia che ci troviamo a fronteggiare. Ma in qualche misura ne segnali anche una debolezza. Negli ultimi mesi di guerra, l'Is ha subito perdite importanti. Nell'ordine di quasi 1.500 mujaheddin. Il cinque per cento di quella che stimiamo al momento come la forza complessiva del suo esercito. Ed è un'emorragia che Al Baghdadi sa bene che si protrarrà nel tempo. La difesa del suo Califfato richiederà un costo di vite umane crescenti. E per sostenerlo non ha che una strada". La jihad dei bambini.

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