Connessioni Precarie
15 07 2015

L’austerità è la nuova normalità in Europa. Negli ultimi anni, le politiche monetarie sono state usate per realizzare riforme del lavoro neoliberiste, privatizzazioni dei beni comuni, tagli al welfare e ai diritti civili. I governi europei e le istituzioni finanziarie usano il debito e parametri tecnici come strumento politico per mettere lavoratori e popoli gli uni contro gli altri, come dimostra il ricatto contro la Grecia. Un nuovo governo della mobilità sta creando gerarchie tra le regioni europee e sta cercando di limitare i movimenti dei migranti dall’interno e dall’esterno dell’Unione Europea. Le catene globali della produzione e della riproduzione attraversano lo spazio europeo usando le differenze tra i regimi del salario e le legislazioni sul lavoro per fare profitti, producendo una forbice crescente tra i pochi ricchi e i molti poveri. A causa delle esternalizzazioni e del sistema dei subappalti la forza e il potere degli scioperi è messa in discussione.

Le molte lotte che attraversano l’Europa sul salario, la casa, il welfare e la libertà di movimento stanno aggredendo, da diversi lati, l’attuale attacco alle condizioni di vita e di lavoro. Tuttavia, di fronte alla dimensione transnazionale di questo attacco, esse devono affrontare il problema di come superare il loro isolamento e trovare priorità comuni. Le nuove forme di mutualismo e di auto-organizzazione locale si confrontano con le difficoltà dell’allargamento e della comunicazione con le lotte sul salario e sulle condizioni di lavoro e di vita. Le divisioni tra lavoratori a tempo indeterminato, determinato e disoccupati, tra migranti e locali, tra settori formali e informali creano ostacoli all’organizzazione di lotte vincenti dentro e fuori dai luoghi di lavoro, attraverso tutta la società. Mentre i sindacati, le associazioni e i movimenti concentrano le loro azioni soprattutto sul piano nazionale, la dimensione transnazionale del governo europeo della mobilità e del lavoro richiede la capacità di costituire un potere sulla stessa scala dell’attacco sferrato.

Di fronte a questa situazione, vogliamo costruire un processo verso uno sciopero transnazionale e sociale capace di creare connessioni, organizzazione, comunicazione transnazionale e forza tra le lotte sociali e sul lavoro. Lo sciopero sociale transnazionale parte dai limiti delle forme tradizionali di lotta e di organizzazione sindacale, e dalla perdita di potere che gli scioperi, anche se generali, hanno subito a causa della precarizzazione e della dimensione transnazionale della produzione. Lo sciopero indica una pratica e un processo di organizzazione che afferma la necessità di riportare il lavoro, in tutte le sue forme, al centro dell’agenda dei movimenti. Nello stesso tempo, la questione è come rendere lo sciopero sociale transnazionale un processo di organizzazione capace di estendere la scala dell’insubordinazione esistente e produrre nuove e più potenti lotte, dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Dopo l’assemblea a Francoforte dello scorso 19 marzo, vogliamo fare un passo avanti e incontrarci a Poznan il 2-3-4 Ottobre. La location offre l’opportunità di favorire la partecipazione a quei paesi dell’Europa orientale che si trovano al centro dell’attuale regime di sfruttamento e di promuovere uno scambio tra lotte sociali e sul lavoro attraverso i confini e le regioni. In una tre giorni di discussioni, assemblee e workshop vogliamo continuare a confrontarci sulle situazioni locali, condividendo esperienze e tattiche, e a discutere di come costruire una prospettiva politica capace di essere un punto di riferimento per le lotte esistenti e per quelle a venire. Come organizzare resistenze e rivendicazioni di fronte al carattere transnazionale della produzione? Come costruire un sapere comune sulle differenti condizioni? Come scioperare laddove i confini tra il dentro e il fuori dai posti di lavoro si stanno dissolvendo? Le rivendicazioni di un salario minimo, un welfare, un reddito e un permesso di soggiorno minimo europei possono funzionare come strumenti di organizzazione transnazionale e di connessione delle lotte già esistenti in diverse città e paesi dell’Europa e oltre? Come organizzarsi collettivamente contro la frammentazione e l’individualizzazione dei rapporti di lavoro? Come creare connessioni tra lavoratori «garantiti» e lavoratori precari? Come attaccare le condizioni sociali dello sfruttamento?

Chiunque sia interessato a costruire questo processo e a contribuire alla sua organizzazione è il benvenuto al meeting.

Programma:

Venerdì 2 Ottobre (tardo pomeriggio):

Introduzione

Tavola rotonda: sfide e possibilità di uno sciopero sociale transnazionale

Sabato 3 Ottobre:

Plenaria iniziale

Due sessioni di workshop (3 ore l’uno)

Domenica 4 Ottobre (fino al primo pomeriggio):

Report dei workshop e assemblea generale

Workshop:

Ciascuno può proporre e organizzare un workshop. Consigliamo di costruire i workshop con almeno tre gruppi già in una dimensione transnazionale. Ogni workshop dovrà essere introdotto da un breve testo. Chi vuole organizzare un workshop, mandi una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. La scadenza per la preparazione dei workshop è il 7 Settembre 2015.

In linea con i contenuti del testo di convocazione, pensiamo che i workshop dovrebbero considerare alcuni temi generali come focus principale. Siamo interessati a discutere come le catene transnazionali della produzione e della distribuzione – e la loro combinazione con operazioni finanziarie – hanno trasformato la produzione e, quindi, come le lotte sul lavoro e gli scioperi debbano essere ripensati, compreso cosa significhi oggi organizzarsi all’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro. Pensiamo sia fondamentale affrontare il ruolo del lavoro migrante e della mobilità, il problema della precarietà e della disoccupazione e le trasformazioni del sistema di welfare come parte dell’organizzazione transnazionale del lavoro. Infine, crediamo sia un obiettivo importante del meeting discutere ed elaborare possibili rivendicazioni comuni. Intendiamo queste rivendicazioni più che come semplici rivendicazioni, come strumenti per organizzarsi e per promuovere una comunicazione transnazionale laddove lo sfruttamento e il comando producono divisioni e gerarchie.

Chi pensa di partecipare al meeting è pregato di mandare una mail all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro il 20 Settembre per aiutarci a organizzare il pernottamento e i pasti. La principale lingua di comunicazione sarà l’inglese, ma cercheremo di offrire traduzioni in altre lingue e per questo chiediamo di annunciare in anticipo se ci sarà bisogno della traduzione.

Connessioni precarie
13 07 2015

Pochi giorni fa la Regione Friuli Venezia Giulia ha varato una legge che garantisce un reddito minimo alle famiglie che vivono sotto la soglia di povertà. Questo passo mostra come il problema del reddito sia ormai progressivamente assunto dal sistema politico che ne fa una forma di controllo di una povertà sempre più diffusa. Questo intervento istituzionale investe e sempre più investirà il significato politico tanto del reddito quanto della povertà. Che cosa significa rivendicare il reddito nel momento in cui esso diviene una delle risposte istituzionali alla crisi? Che cosa significa assumere la povertà come categoria universale attorno alla quale organizzare la rivendicazione di un reddito? La domanda è tanto più urgente visto che la manifestazione di Libera contro la povertà del prossimo 17 ottobre sarà assunta dalla nascente coalizione sociale e non è indifferente ad alcuni settori di movimento.

Con la sua misura la giunta friulana, presieduta dall’impagabile Signora Serracchiani, sembra aver tenuto in scarsa considerazione le recenti dichiarazioni del suo caporeparto Matteo Renzi, che solo qualche settimana fa ha definito il reddito di cittadinanza una misura «incostituzionale» e «assistenzialista». Demolition Man, però, ha anche chiarito che il governo sta lavorando per prendere misure concrete contro la povertà e che queste misure sono previste per il prossimo anno (senza grande urgenza, quindi, e nella speranza che le «leggi naturali» del mercato e quelle che governano la vita riducano da sé l’entità del problema). Alla luce di questa puntualizzazione, la legge friulana non è poi così in controtendenza rispetto alla linea del grande capo: si tratta infatti di un contributo pro-tempore (al massimo di due anni consecutivi) per contrastare la miseria e favorire l’inserimento lavorativo di chi attualmente è fuori dal mercato del lavoro. 550€ mensili per non morir di fame. Un reddito della miseria, insomma.

Parlare di reddito della miseria non significa necessariamente sputare addosso al reddito garantito. Per chi conosce la miseria, infatti, 550€ al mese fanno la differenza tra 550€ e poco più di niente, e i numeri delle persone coinvolte in Friuli sono consistenti (si parla di 10mila persone). La misura potrebbe però indicare una direzione politica generale, dato che attorno alla parola magica del reddito si gioca una partita tutt’altro che irrilevante sia nel processo di ridefinizione della legislazione sul lavoro e del welfare sia per l’iniziativa politica dei movimenti.

Se la povertà diviene la condizione necessaria per accedere al reddito, dobbiamo chiederci: che cosa intendiamo quando parliamo di povertà? La risposta deve misurarsi con gli effetti di lungo periodo della crisi, che rendono sempre più difficile stabilire un confine netto tra chi lavora – e dunque almeno in linea di principio dovrebbe essere in grado di garantire la propria sussistenza – e chi non lavora e perciò non può farlo. I licenziamenti e la cassa integrazione a esaurimento, ma anche le riforme che hanno tolto a un’intera generazione sulla soglia dell’età pensionabile persino la possibilità di scegliere tra la precarietà e una pensione da fame hanno messo in scacco la vita di decine di migliaia di persone, ormai troppo in là con gli anni per rientrare nella favolosa categoria degli occupabili. Per loro, il reddito garantito offre sì una possibilità di scelta, ma tra alternative ancora più ristrette: la miseria (comunque, a scadenza) e una miseria ancora maggiore. Oltretutto, non si tratta di una scelta senza ulteriori prezzi. Il dispotismo neoliberale tratta la povertà come il fallimento di un percorso auto-imprenditoriale, erogando di conseguenza il reddito minimo garantito solo in cambio di una piena disponibilità al lavoro. Ciò significa che bisognerà accettare qualunque proposta passi per i centri per l’impiego, oppure prestare servizi di «volontariato», con l’effetto paradossale di far diventare il reddito l’anticamera del lavoro gratuito, quando non arriva a coincidere con un salario a sua volta misero, elargito quasi fosse carità. Contrariamente a ciò che la legge friulana per il reddito minimo suppone, questa quota di miseria non può essere più riassorbita attraverso un’integrazione nel mercato del lavoro diretta paternalisticamente dalle istituzioni assistenziali, tanto che il reddito rischia di essere una misura per calmierare gli effetti – tanto materiali quanto politici – di un processo neoliberale di riforma del sistema pensionistico, da portare avanti fino allo «smaltimento» ­di quegli individui che non hanno potuto mobilitare risorse private per risolvere il problema dell’annientamento del sistema previdenziale.

La crisi ha però fatto di peggio. La mobilità coatta tra un lavoro e un altro e l’intermittenza dei rapporti contrattuali vincolano la povertà al regime del salario, ovvero a una lotta costante per conquistarlo e per sfuggire a una condizione sempre possibile anche per chi lavora. Il salario, in altri termini, diviene una porta aperta verso la povertà e non una via d’uscita da essa. La povertà è sempre meno la condizione eccezionale di quanti sono esclusi dalla «cittadinanza» del mercato del lavoro e sempre più il risultato prevedibile di una precarietà ormai entrata pienamente a regime. In questa situazione, l’idea che per anni ha alimentato le più mature rivendicazioni del reddito di base, quella di un reddito contro la precarietà e il comando del lavoro, è completamente rovesciata. Proprio perché diventa un beneficio esigibile solo in cambio di lavoro, il reddito minimo garantito diventa esso stesso l’equivalente di un salario che risarcisce e garantisce la piena disponibilità al lavoro. Questo è il problema politico che abbiamo di fronte quando parliamo di reddito in rapporto alla povertà: si tratta davvero di uno strumento per politicizzarla o è soltanto un nuovo ammortizzatore sociale?

Anche in questo secondo caso ci sarebbe evidentemente un’utilità che potrebbe far respirare migliaia di uomini e donne (almeno in Friuli, poiché la freddezza dei calcoli e la spietatezza della necessità «tecnica» rischiano sempre di aspettarci al varco, soprattutto in regioni caratterizzate da tassi ben più alti di «povertà assoluta»). Si tratta, semmai, di provare a pensare (fuori dai decennali facili slogan e parole d’ordine di partiti, coalizioni, movimenti) che cosa significa considerare il reddito una risposta alla povertà se quest’ultima non è una condizione congiunturale ma strutturale e se non è una condizione omogenea ma segnata da differenze. Bisogna allora riconoscere che un reddito così inteso segna il definitivo tramonto del welfare, o meglio, la sua effettiva universalizzazione. Non si tratta dell’universalità dei bei tempi andati, quando il lavoro dava accesso a risarcimenti per lo sfruttamento conquistati con molte lotte. Si tratta semmai di un’universalizzazione neoliberale: il reddito diventa lo strumento per estorcere lavoro anche a chi è stato «rifiutato» dal mercato e ha subito il furto dei propri contributi, oppure una sorta di «prestito» da reinvestire secondo un criterio di auto-imprenditorialità (il nome nobile, carico di libertà e speranze, della disponibilità coatta al lavoro). Anche il welfare è ormai travolto da questa epocale eterogenesi dei fini: richiedere oggi un welfare universale rischia perciò di andare nella direzione di universalizzare soltanto la povertà, trattando l’uguaglianza come una comune condizione di necessità alla quale eventualmente sfuggire investendo su se stessi.

Ciò che questo reddito non conferisce, in ogni caso, è la forza di rifiutare il lavoro. Non si tratta semplicemente della possibilità individuale di sceglierne uno migliore, ma di quella generale di sottrarsi al destino di sfruttamento, che anzi diventa paradossalmente una condizione necessaria all’erogazione del reddito nell’attuale regime del salario. Oppure, esso rischia di presentarsi come misura del governo della mobilità che, costringendo chi ne usufruisce ad accettare un lavoro purchessia e ovunque sia, vincolerebbe i movimenti di precari, operai e migranti alle esigenze produttive d’impresa. Le caratteristiche precedentemente delineate alludono del resto, nel complesso, a una sorta di via italiana al tanto criticato Hartz IV tedesco.

Non è quindi più sufficiente chiedersi chi potrà beneficiare di questo reddito e a quali condizioni per allargarne le maglie. Bisognerebbe interrogarsi sui rapporti di forza che si definiscono attorno a questa rivendicazione. Per chi, come il Movimento 5 Stelle, fino a oggi ha portato avanti la bandiera del reddito all’interno delle istituzioni, l’obiettivo sembra essere quello di contestare il Jobs Act offrendo un correttivo all’altezza dei tempi, che tuttavia lascia campo libero all’attacco ai salari come pure al razzismo implicito nel riferimento al «reddito di cittadinanza» – una questione che i movimenti si ostinano a relegare in secondo piano. Un razzismo che, va chiarito, è solo ridimensionato ma non cancellato dall’estensione del beneficio, prevista da alcune proposte di legge, a chi – pur non avendo la cittadinanza italiana – abbia almeno due anni di residenza. Semmai, il principio di residenza adegua più drastici criteri di esclusione dei migranti agli imperativi del governo della mobilità e, al contempo, reintroduce la dimensione interna del razzismo istituzionale, facendo della residenza un criterio di cittadinanza. Così, è certamente possibile pensare che sui singoli territori le campagne per una legislazione regionale sul reddito aprano spazi imprevisti di mobilitazione e persino la possibilità di portare a casa qualcosa, rinsaldando legami comunitari contro la disgregazione di quelli sociali. Tuttavia, è altrettanto vero che proprio la dimensione locale in cui queste campagne si muovono pone un limite sostanziale alla possibilità di produrre una tensione nel generale quadro politico di sistematizzazione della precarietà che ha luogo sul piano nazionale e all’interno di un processo transnazionale. Rischiamo perciò di essere davvero troppo lontani dall’uso di classe delle istituzioni che si è intravisto in Grecia, ovvero al tentativo di agire all’interno di una contraddizione per indebolire la presa del capitale e far valere una situazione nazionale oltre lo Stato, trasformandola in un problema europeo, cioè in un’azione politica realmente transnazionale.

Il fatto che questa parola d’ordine del reddito occupi finalmente un posto rilevante nel dibattito politico-istituzionale e mediatico non è necessariamente il segno di una vittoria, così come il riconoscimento della povertà come condizione diffusa non significa puntare all’organizzazione di movimenti dei poveri. Significa piuttosto chiedere alla società, più o meno civile, di farsi carico del problema. Non è quindi un caso che questi primi esperimenti di «reddito minimo garantito» non siano l’effetto delle lotte, ma una concessione il cui scopo è quello di correggere i difetti più eclatanti di una condizione data. Si tratterebbe quindi di discutere quale via imboccare: se quella dell’inseguimento – per dettare correttivi e condizioni che chi ha in mano le redini del governo ha già dichiarato di non volere accettare – oppure il dislocamento del terreno dello scontro – per creare gli strumenti, i discorsi e le pratiche che permettano di partire dalle condizioni globali che producono la povertà, all’intreccio tra salario, mobilità e neoliberalizzazione del welfare. Pensare che l’ultimo anello della catena consenta di affrontare l’intera questione significa prendere l’effetto per la causa. Il problema è invece di tenere insieme il lato nascosto e quello visibile dello sfruttamento e cogliere la sua azione socialmente dispiegata.

Si tratta di una scelta che è destinata a pesare soprattutto sul piano dell’organizzazione. Anche per i sindacati che ora prendono in considerazione la rivendicazione del reddito – come la FIOM – questa rivendicazione rischia di trasformarsi in una specie di via di fuga dal problema, sempre irrisolto, di cogliere politicamente la connessione tra il lavoro e le condizioni politiche e sociali del suo sfruttamento. Anche in questo caso il rischio è chiedere un reddito universale per l’impossibilità e l’incapacità di mettere in discussione i rapporti di forza sul piano del lavoro e del salario. Ciò pone problemi non secondari a chi saluta con favore il proliferare di coalizioni e la possibilità di una loro reciproca ibridazione: su quale piano, infatti, questa potrebbe avvenire? A noi sembra che i terreni più interessanti e utili di connessione siano quelli che travolgono sul piano organizzativo, e non solo su quello retorico, i limiti dati non tanto delle appartenenze politiche o di gruppo, ma da una supposta rappresentanza sociale che attribuisce a certi sindacati una presenza in certi luoghi della produzione e del lavoro e ad altri soggetti la capacità di dare voce a istanze diverse. La direzione imboccata sembra però andare in direzione opposta. Così, una coalizione anche ampia di realtà associative sarà certamente disposta a mobilitare le forze della società civile per rivendicare se non questo reddito, almeno un reddito alle migliori condizioni. In che misura tutto questo possa effettivamente dare voce a milioni di precarie, migranti e operai che ogni giorno cercano di sfuggire alla loro povertà, lottando per il salario e praticando la mobilità per sfuggire al suo regime, è invece una domanda che resta aperta. Chiedere un reddito universale per aggirare l’enigma del salario è in fondo una strategia ancora lavorista, che presuppone che tutti debbano essere lavoratori in modo da poter avere tutti diritto a un reddito. Pensare di poter rispondere alla povertà con la concessione di un reddito, rischia di costruire la figura di un «povero» segnata dal bisogno, universale e omogenea, senza porsi il problema della sua diretta presa di parola. Il rischio, infine, è quello di abbandonare lo sciopero come progetto politico capace di produrre novità reali e rompere le gerarchie sociali – perché offre la possibilità di parola a chi altrimenti è messo in silenzio dalle condizioni oggettive in cui vive e lavora e perché mette realmente in discussione le appartenenze politiche e sindacali –, assumendo invece come propria principale controparte il sistema politico al quale chiedere reddito e risposte a nome della società.

Connessioni Precarie
07 07 2015

di LAVORO INSUBORDINATO

Abbiamo già parlato del modo in cui il Jobs Act sta mettendo in atto concretamente quella generalizzazione della precarietà che ne fa una norma e non una condizione specifica. Abbiamo anche visto come il contratto a tutele crescenti sia niente più che un gioco di prestigio per far salire le statistiche sull’occupazione mentre permette quella che possiamo definire a tutti gli effetti una legalizzazione del lavoro nero (se non fosse che stipendi e salari sono più bassi), facendo della flessibilità un requisito necessario e sufficiente della forza lavoro. Voucher, tutele crescenti, drastica riduzione delle prestazioni sociali e della previdenza: più che lavoratori e lavoratrici flessibili si potrebbe dire «pieghevoli», da riporre all’occorrenza, come la nuova normativa sui licenziamenti consente.

Con il Jobs Act scompare infatti perfino la reintegra nel posto di lavoro. Si impone così un salto all’indietro rispetto alla possibilità per il lavoratore di controbilanciare il rapporto di forza con il datore di lavoro, se non altro per contrattare la propria liquidazione. L’art. 18 consentiva infatti, com’è noto, la reintegra al lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa o, in alternativa, il dipendente poteva accettare un’indennità. La reintegra annullava quindi il licenziamento e comportava il diritto del lavoratore alla ricostituzione del rapporto come se esso non fosse mai stato risolto. Inoltre il giudice, con la sentenza nella quale dichiarava inefficace o invalido il licenziamento, condannava il datore anche al risarcimento del danno subito dal lavoratore e quindi al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali riferiti al periodo intercorrente tra il licenziamento e la reintegra. Insomma, non è un caso che nel linguaggio giuridico il diritto del lavoro poteva essere definito come «elemento che resiste e che restringe lo sviluppo economico». Sappiamo che questo non ha impedito, negli ultimi vent’anni e più, la precarizzazione e la disoccupazione crescente, ma se non altro rappresentava l’unico e ultimo peso giuridico a favore del lavoratore nella bilancia delle regole di mercato.

Con la Fornero prima e con Poletti poi, al di là dei proclami e della prosopopea renziana, si sono distrutte gran parte delle tutele che cercavano quantomeno di «riequilibrare» i rapporti di forza nel mondo del lavoro; si deve sottolineare come i provvedimenti siano stati presi tentando costantemente di mascherare la loro vera natura tramite lo specchietto per le allodole del contratto a tutele crescenti. Difatti il carattere «crescente» delle tutele riguarda il fatto che più cresce l’anzianità di servizio e più elevata è la misura dell’indennizzo in caso di licenziamento (ma solo fino a un certo punto, visto che la legge fissa un tetto oltre il quale le «tutele» smettono di crescere).

Il nocciolo della questione sta in poco spazio, semplicemente si deve consentire al datore che voglia sbarazzarsi di un lavoratore anche per il motivo più insulso di inventare una qualsiasi ragione economico-produttiva affinché possa intervenire eliminando con il licenziamento l’ipotetica eccedenza. Se al datore di lavoro viene data la possibilità di licenziare agevolmente chi vuole nella maniera che più gli aggrada – sì da rimaner sempre fedeli a Marchionne – allora non ci vuole un esperto per capire che è superfluo discutere sul tempo indeterminato, quando la clessidra è ben salda nelle mani del padrone. Inoltre, il rigore delle sanzioni contro il padrone che licenzi senza giusta causa non influenza solo il problema specifico del licenziamento oppure la tutela della stabilità di reddito e occupazione per il singolo lavoratore. Tutt’altro. In questa cornice normativa viene azzerata la forza contrattuale del lavoratore sul luogo di lavoro, la sua libertà di espressione, la sua capacità di difendersi eventualmente da condizioni di lavoro insicure o lesive della sua dignità, la sua possibilità di attivarsi già nel corso del rapporto di lavoro per avanzare pretese collegate ai propri diritti di fonte legale o contrattuale, ovviamente la sua disponibilità ad attivarsi sindacalmente, oltre che a organizzare o prendere parte a lotte politiche più generali o di solidarietà con altri lavoratori.

Si tratta di un indebolimento del potere contrattuale e politico dei lavoratori sia sul piano individuale sia su quello collettivo: il lavoratore oggi più che mai avrà il suo padrone, al quale venderà la sua prestazione contrattando al ribasso le condizioni lavorative. In questo senso, il Jobs Act sembra ispirato al licenziamento ad nutum (escluso nel 1966), ovvero una risoluzione del rapporto di lavoro in cui il datore di lavoro ha totale libertà di licenziamento salvo il preavviso e, nel caso della sua ingiustizia, il lavoratore non avrà più diritto di ritornare al posto di lavoro, ma solo ad un minimo risarcimento danni. Renzi e Poletti hanno concretizzato questa ispirazione prevedendo per l’appunto la monetizzazione del licenziamento ingiusto. Puntare su licenziamenti più facili e meno costosi non serve però, come è evidente anche al nostro Demolition Man, come lo ha definito il New Yorker, a creare occupazione, bensì ad aumentare il livello di insicurezza dei lavoratori e consentire così alle imprese la massima libertà. Infatti, secondo dati recenti del Ministero del lavoro, a maggio i contratti attivati al netto delle cessazioni, sul totale delle tipologie contrattuali sono solo 11896 rispetto a maggio 2014. I contratti a tempo indeterminato sono meno dell’1% dei nuovi contratti.

Il dato rilevante è che con l’eliminazione dell’art. 18, è venuta in luce un’importante aporia del nuovo sistema, ovvero la coesistenza di due regimi di tutela applicabili ai lavoratori in caso di licenziamento. Un primo regime, quello garantito ancora dalla presenza dell’art. 18, per gli assunti prima del 7 marzo 2015 e un secondo per gli operai, impiegati o quadri, assunti dopo il 7 marzo 2015. I lavoratori che rientrano nel primo regime hanno diritto, in caso di licenziamento illegittimo, a un risarcimento tra 12 e 24 mensilità e, se le ragioni risultano manifestamente infondate, il giudice può ancora ordinare la reintegra; per quelli che ricadono nel secondo è prevista solo un’indennità pari a 2 mensilità per ogni anno di servizio.

Ora si capisce meglio perché l’art. 18 è stato individuato come la causa certa e unica di tutti i mali del sistema economico-sociale italiano: la sua presenza, stando a quanto denunciato dal governo, è sempre stata l’unica determinante del nanismo delle nostre imprese, della loro scarsa competitività sui mercati, della precarietà, dei pochi investitori internazionali. Tradotto: il datore doveva pagare un bel po’ di quattrini se pensava di gestire i lavoratori come schiavi alla propria mercé, sicché la pena pecuniaria e la reintegra costituivano un buon deterrente a eventuali soprusi datoriali. Tuttavia, non si può ignorare che anche quando era in vigore, l’art. 18 aveva poca presa (il caso FIAT insegna). A lungo è però servito come modo di far sentire alcuni più sicuri e perciò non precarizzati. Di fatto, se all’inizio ha protetto i lavoratori, poi ha permesso che la precarizzazione se lo mangiasse poco alla volta.

Il Jobs Act porta a compimento esattamente questo più lungo processo di precarizzazione e di individualizzazione del rapporto di lavoro, dove al criterio dell’occupabilità viene imposto al lavoratore anche quello della disoccupazione intermittente, ma ha anche dato vita a una significativa frattura nel nostro ordinamento, poiché alla sua entrata in vigore è conseguita la coesistenza di due distinte discipline limitative dei licenziamenti, che danno vita al paradossale effetto di determinare l’applicazione a uno stesso licenziamento, attuato nell’ambito della medesima procedura e nei confronti di dipendenti con anzianità variabili appena di pochi giorni l’uno dall’altro, di tutele totalmente differenziate.

Qualora ci trovassimo nella situazione, non certo poco probabile e appena richiamata, potrà dunque accadere che due lavoratori coinvolti nella stessa procedura e licenziati dopo aver adottato gli stessi criteri di scelta si trovino – nell’ipotesi in cui tali criteri siano applicati scorrettamente a entrambi – a godere l’uno, della tutela reintegratoria (il vecchio assunto) e l’altro di un pressoché inutile indennizzo economico.

Oltre a questo, devono sommarsi anche gli effetti sistemici provocati dalla nuova disciplina sui comportamenti che terranno gli imprenditori: la notevole convenienza dei nuovi rapporti di lavoro (per l’effetto combinato tra incentivi economici e regime dei licenziamenti meno oneroso) potrebbe indurre le imprese a porre in essere strategie che mirano alla più rapida sostituzione dei vecchi con i nuovi assunti con il rischio sicuro che il futuro più prossimo porti con sé un aumento dei licenziamenti di coloro che hanno un’anzianità più elevata e una logica «usa e getta» per i più giovani.

Oggi, a qualche mese dall’entrata in vigore del Jobs Act, il premier si affretta a dare i numeri che dovrebbero dimostrare la crescita dell’occupazione, tacendo completamente sul fatto che il numero di contratti a tempo indeterminato è aumentato di poco e solo grazie ai consistenti sgravi contributivi previsti dalla recente legge di stabilità per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel 2015. Non solo la nuova disciplina sui licenziamenti sancisce il criterio di una forza lavoro just in time e produce sul lungo periodo una disoccupazione ancora più priva di tutele per via dei tagli ai sussidi, ma rappresenta la leva con cui questo governo ha disinnescato il conflitto sociale, alzando al massimo il livello di ricatto, per fare dello sciopero un miraggio sempre meno plausibile. I sindacati di fronte a questo risultano sempre più inermi e quelli che non lo sono corrono costantemente il rischio di essere messi da parte per via legislativa, come accade oggi in Germania.

Di fronte all’annuncio ufficiale dell’abolizione definitiva di ogni protezione contro il licenziamento selvaggio, però, non stupirebbe se gli effetti tardassero a farsi sentire. Per alcune generazioni di precari, in effetti, l’arma del mancato rinnovo, l’impiego tramite voucher – che rende i lavoratori dei semplici accessori –, le partite IVA fittizie, come pure la limitazione delle possibilità di godimento di sussidi di disoccupazione, hanno contribuito in questi anni a rendere la nuova disciplina sui licenziamenti storia già sentita. Il provvedimento estende ora a ulteriori categorie di lavoratori il criterio della flessibilità in uscita, ovvero di licenziabilità totale. In più, con la presenza di un doppio statuto di tutele per gli assunti pre- o post-7 Marzo, si rende ancora più esplicita la volontà di frammentare ulteriormente il mercato del lavoro, dietro una retorica di semplificazione. Semplificazione e risparmio sono ottenuti davvero, ma come al solito a costo di incidere pesantemente su salario, reddito, e tutele sociali legate al lavoro e non. In questo panorama, non solo italiano ma almeno europeo, c’è bisogno di sciopero, ma prima è necessario ricostruire un terreno comune di ragionamento e di esperienza, dove le lotte esistenti sul lavoro e per il salario, il reddito, il welfare, il miglioramento delle condizioni di lavoro, possano uscire dal proprio isolamento e dove possano darsi le condizioni di un effettivo rafforzamento dei lavoratori e delle lavoratrici.

Jobs Act, ecco i numeri che sgonfiano la propaganda

Precarietà-DisoccupazioneI dati sull'occupazione pubblicati ieri dall'Istat sono un bagno di realtà per il governo Renzi che non passa giorno senza millantare l'efficacia delle proprie riforme.
Marta Fana, Il Manifesto ...

Privacy addio

Tutta colpa loro. Sono i geniali, potentissimi, maledetti smartphone, e i computer dai quali ormai dipende la nostra vita. È grazie a loro se siamo circondati, esposti, inermi. L'ultimo attacco viene dall'appendice finale del Jobs act.
Guido Castellano e Marco Morello, Panorama
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