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La nuova bolla

  • Lunedì, 08 Giugno 2015 13:28 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
08 06 2015

Demistificare i numeri, combattere il Jobs Act, costruire il sindacalismo sociale

Poco dopo la tornata elettorale, che ha avuto come protagonisti l'astensione e il naufragio del Partito della Nazione, arrivano i numeri tanto attesi: il rapporto ISTAT indica, nel mese di aprile, una lieve riduzione della disoccupazione (0,2%), e soprattutto di quella giovanile (che comunque supera il 40%). Se letti con maggiore attenzione, e raffrontati a quelli raccolti nelle ultime settimane, emerge un quadro di gran lunga diverso. È urgente dunque un'opera di demistificazione, capace di cogliere la verità del processo in atto e di indicare – a un'iniziativa di movimento che non si rassegna alla marginalità – i punti di attacco. Ciò che proviamo a fare nel breve testo che segue.

1. Il Jobs Act è la quinta riforma del mercato del lavoro realizzata in Italia negli ultimi quattro anni, anni segnati dalla più grave crisi economica e occupazionale del secondo dopo guerra. Ispirata al modello tedesco, e fortemente voluta dalla Commmissione Europea e dalla BCE (ricordate la famosa lettera del 5 agosto del 2011?), è dichiarata come la vera priorità da attuare dal governo Renzi, costantemente elogiata dalla governance globale (FMI in testa) e dalla stampa tutta (o quasi) per i risultati ottenuti. I dati diffusi dal ministero del Lavoro il 25 maggio scorso, e riguardanti l'andamento degli avviamenti, delle cessazioni e delle trasformazioni dei contratti di lavoro nel mese di aprile 2015, non ratificano di certo la “primavera dell'occupazione”. Dovrebbero essere analizzati, piuttosto, come il segno di una vera e propria “bolla occupazionale”, che sta prendendo forma nel mercato del lavoro italico.

E' evidente, infatti, che il leggero aumento (il saldo positivo è di 7 mila rispetto alla differenza tra avviamenti e cessazioni nel mese di aprile 2014) è l'esito della corsa delle imprese per assicurarsi incentivi fiscali e decontribuzione – 8.060 euro all'anno, per ogni lavoratore e per tre anni – prima che finisca il miliardo e 900 milioni disponibile dal 1 gennaio e previsto per il 2015 dalla Legge di stabilità. Con l'entrata in vigore, il 7 marzo, del decreto legislativo n. 23/2015 che ha dato attuazione alla delega, viene istituito il contratto a tutele crescenti, che trasforma la libertà di licenziare per le imprese in indennizzo economico, neutralizzando quel poco che rimaneva, dopo la Legge Fornero, della possibilità di reintegra. Con il sostegno dei più grandi gruppi editoriali (Ad aprile 210 mila contratti in più – Corriere della Sera, 26 maggio), di Confindustria e del Governatore della Banca d'Italia, si cerca di far passare il nuovo contratto come protagonista assoluto dell'inversione di tendenza nella crisi occupazionale italiana, segnata, come sappiamo, da tassi di disoccupazione sempre più drammatici.

Se osserviamo il saldo dello scorso aprile, scopriamo che i contratti sono più di 203 mila. Inoltre l'attenzione sulla dinamica del mercato del lavoro dipendente e parasubordinato, attraverso l'analisi dei dati amministrativi del sistema informativo delle Comunicazioni Obbligatorie, si sofferma sulla diminuzione dell'apprendistato e delle collaborazioni, in verità minima, valorizzando la crescita dei contratti a tempo indeterminato, forma maggiormente incentivata e conveniente. Della giungla degli oltre 475 mila contratti a tempo determinato – tipologia che continua a essere dominante nelle attivazioni con oltre 6 contratti su 10 – non si pubblicano e analizzano gli indici di flessibilità/precarietà, che corrispondono alla media dei contratti attivati per lavoratore. Tali dati ci farebbero scoprire, come avvenuto negli ultimi tre anni, una maggiore discontinuità nei rapporti di lavoro, indicando un aumento delle attivazioni di brevissima durata, ma anche delle posizioni plurime con orari di lavoro ridotti. Negli ultimi anni di crisi, infatti, oltre 4 contratti a tempo determinato su 10 hanno avuto una durata inferiore a un mese, per soddisfare esigenze temporanee, di pochi giorni, nei settori della sanità, dell'istruzione, degli alberghi e dei ristoranti.

La liberalizzazione attuata dalla Legge Poletti ha istituzionalizzato l'intermittenza contrattuale e la condizione precaria, condizione che sta alla base delle difficoltà di molti a metter su un salario dignitoso, al di sopra della soglia di povertà. E proprio da coloro che vivono in un regime di working poor, d'altronde, si ottiene la disponibilità ad accettare un lavoro purché sia. Una temporaneità dimostrata dall'aumento delle cessazioni di 31.736 unità, sopratutto nel lavoro dipendente a tempo determinato: il silenzio su questi dati, neanche a dirlo, è trasversale. Un sistema “drogato” dunque attraverso gli sgravi contributivi previsti dalla Legge di stabilità, i bonus occupazionali e i tirocini attivati grazie ai fondi del programma europeo Garanzia Giovani che vanno a implementare le altre forme di incentivi e agevolazioni esistenti nella normativa nazionale, regionale e degli avvisi regionali/provinciali a valere sui fondi FSE/FESR 2007-2013, FSE/FESR 2014-2020, e sui fondi di bilancio regionale/provinciale. I destinatari di questi ultimi incentivi sono i giovani, le donne, i lavoratori over 50, i lavoratori in CIGS o in mobilità, i lavoratori svantaggiati. Un ingente flusso di fondi che costituisce l'asse portante del sistema di politiche di attivazione in Europa, improntate a «rendere le transizioni convenienti» nei «mercati del lavoro transitori» (SPO 2020). In sostanza la governance macroeconomica, strettamente connessa alla governance del mercato del lavoro, indica nei processi di precarizzazione e nelle fluttuazioni permanenti tra disoccupazione e «occupabilità» l'elemento centrale per uscire dalla crisi, rilanciare competitività, produttività e occupazione.

Ma cosa accadrà quando le “iniezioni” finiranno? Non è difficile immaginarlo, vista la facilità con cui le imprese possono licenziare attraverso la totale flessibilità in uscita. Gli incentivi sono a termine e il contratto a tutele crescenti si scoprirà per quello che è realmente: un'altra modalità di assumere in maniera temporanea, che ha alla base un ricatto costante e uno sfruttamento intensivo della forza-lavoro, per di più finanziando le imprese attraverso risorse pubbliche. L'incremento di 16.739 mila trasformazioni di contratti dal tempo determinato all'indeterminato, in questo senso, è una magra consolazione per il ministro Poletti: non si tratta di «contratti stabili», né riducono la precarietà sociale e lavorativa di milioni di soggetti.

2. La seconda gamba del Jobs Act è rappresentata dalla delega per il riordino del sistema degli ammortizzatori sociali che doveva praticare, nelle intenzioni del Governo, «l'universalizzazione delle tutele», incrementando le inique prestazioni di sostegno al reddito in caso di disoccupazione, applicando i principi della Flexsecurity indicati dalle strategie europee dell'occupazione degli ultimi quindici anni e dagli orientamenti integrati «per la crescita, l’occupazione e la coesione sociale» previsti dalla Strategia Europea 2020, lanciata dalla Commissione Europea. Obiettivo dichiarato: una maggiore flessibilità in entrata e in uscita nella gestione dei rapporti di lavoro, in cambio dell'ampliamento delle forme di sicurezza del reddito, attraverso un nuovo sistema di ammortizzatori sociali.

Il decreto legislativo n. 22/2015 (Disposizioni per il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria e di ricollocazione dei lavoratori disoccupati) disciplina una sola prestazione di disoccupazione per i lavoratori dipendenti non estende, come dichiarato negli obiettivi della riforma, l'Assicurazione Sociale per l'Impiego, né ai parasubordinati né ai lavoratori autonomi. La NASpI, a decorrere dal 1 maggio, estendendo la platea dei potenziali beneficiari con requisiti di accesso meno stringenti dell'ASpI, penalizza sia per la durata che per la prestazione economica erogata i lavoratori dipendenti che hanno una storia contributiva e lavorativa intermittente, come ad esempio i dipendenti a termine, caratterizzati spesso da carriere molto frammentate con frequenti entrate e uscite dalla disoccupazione. Un esempio in questo senso, balzato agli onori delle cronache, è il dimezzamento dell'indennità di disoccupazione, con l'introduzione della NASpI, denunciato dai lavoratori stagionali turistici: oltre 300 mila in Italia tra camerieri, baristi, cuochi, pizzaioli, bagnini, ecc.

La delega indicava come obiettivo l'estensione dell'Assicurazione Sociale per l'Impiego (ASpI) anche ai lavoratori con contratto di Collaborazione Coordinata e Continuativa (Co.Co.Co.) e a Progetto (Co.Co.Pro.). Le dichiarazioni di Renzi furono chiare al riguardo: «dare diritti a chi non ne aveva mai avuti, ponendo fine alla vergognosa esclusione dei parasubordinati dalle misure di sostegno al reddito». Il decreto attuativo istituisce la DIS-COLL in relazione agli eventi di disoccupazione verificatisi a decorrere dal 1° gennaio 2015 e sino al 31 dicembre 2015. Nella realtà dei fatti, ha prevalso l'opzione della prestazione specifica per i lavoratori parasubordinati, con l'introduzione di una misura sperimentale per il 2015 e un finanziamento di 230 milioni di euro. La prestazione di tutela del reddito è prevista soltanto nel 2015, poiché nella legge delega si prevede il superamento dei contratti di collaborazione. Ma nel riordino delle nuove tipologie contrattuali, così come indicato nello schema di Dlgs in approvazione nel mese di Giugno, vengono eliminati i Co.Co.Pro, ma non le Collaborazioni Coordinate e Continuative. Questo significa che per il 2016 non è previsto nessun ammortizzatore sociale per i parasubordinati iscritti alla Gestione separata, nonostante versino annualmente migliaia di euro di contributi all'INPS, per di più in una cassa in attivo.

Il legislatore italico ha sempre escluso questa categoria dalla possibilità, sempre ammessa a parole, di estendere l'indennità di disoccupazione prevista per i lavoratori subordinati. Nel 2008 fu introdotto un trattamento di sostegno al reddito, caratterizzato dall'essere una tantum e non una prestazione continuativa. La Legge Fornero ha confermato l'impostazione precedente, modificandone in parte i requisiti e il calcolo dell'ammontare. Ma l'efficacia della prestazione, sin dall'introduzione, è stata limitata dai numerosi e restrittivi requisiti d'accesso, lasciando fuori dalla tutela la generalità dei lavoratori che si dichiarava di voler sostenere nei periodi di non occupazione. Nella DIS-COLL, targata Jobs Act, non sono più presenti il requisito della monocommittenza e i limiti di reddito dell'anno precedente. La prestazione, pur diventando continuativa, a differenza della precedente una tantum, dura al massimo 6 mesi (un quarto della durata della NASpI) e, dati i salari e l'intermittenza dei parasubordinati, è facile prevedere che anche l'importo della DIS-COLL sarà decisamente inferiore. Inoltre tale prestazione di sostegno al reddito, come sottolineato dalle proteste del Coordinamento dei ricercatori non strutturati, esclude le figure precarie dell'università, e un’interpretazione estensiva dell’INPS di tale norma non sembra essere all’orizzonte. Tutto questo anche se le aliquote previdenziali versate alla Gestione Separata dell’INPS, da parte di tutti i parasubordinati (collaboratori e non), coincidono. Al termine della DIS-COLL, i parasubordinati non beneficeranno di ulteriori sei mesi di assegno di disoccupazione (ASDI), come invece succederà nel caso dei lavoratori dipendenti se ancora disoccupati. Quest'ultima prestazione, istituita dal decreto attuativo a decorre dal 1 maggio è inedita per l'ordinamento italiano: simile alla prestazione tedesca Arbeitslosengeld II, non appartiene al sistema di assicurazione sociale per l'impiego, ma è finanziata dalla fiscalità generale, si tratta di una prestazione sperimentale per il 2015 con un limitato stanziamento di 200 milioni di euro.

Vale la pena sottolineare, inoltre, che nonostante siano uscite le due circolari INPS riferite alla DIS-COLL e alla NASpI, rispettivamente Circolare n. 83 del 27 Aprile 2015 e Circolare n. 94 del 12 maggio 2015, la situazione è ancora completamente bloccata per evidenti ritardi e inadempienze procedurali dell'INPS. La mancanza di procedure interne per trattare le domande e iniziare l'istruttoria genera un vuoto temporale nell'erogazione che può durare anche diversi mesi. L'adeguamento da parte dell'INPS dei cosiddetti «flussi amministrativi e procedurali» (relazione programmatica INPS 2016-2018) paralizza le vite di migliaia di beneficiari delle prestazioni di sostegno reddito, nell'impossibilità di poter lavorare con contratti di lavoro, pena la sospensione o addirittura la perdita dell'indennità. L'unica alternativa per procurarsi un reddito utile a vivere è il lavoro sommerso e irregolare (più di un occupato su 10), incrementato in maniera rilevante perché funziona da camera di compensazione delle tantissime aziende che con la crisi avrebbero chiuso. L'Italia è dunque un paese, caso quasi unico in Europa, in cui le indennità di disoccupazione non sono erogate nel periodo in cui il soggetto avente diritto e richiedente si trova in questo stato (il tempo minimo effettivo, nonostante la normativa, si aggira dai 3 ai 6 mesi fino ad arrivare anche ad 8 mesi dalla richiesta, su questo non esistono dati ufficiali).

3. Cosa succederà ancora? Non è difficile intuirlo. Dopo il contratto a termine senza causale, quello a tutele crescenti, governo e imprese hanno un obiettivo preciso: eliminare il contratto nazionale collettivo. La rottura FIAT – FCA ha aperto il varco, Confindustria si accoda. In sostanza, un nuovo e radicale attacco al salario, oltre che al potere di coalizione. Con i contratti nazionali, infatti, salta la contrattazione sulla paga base, sostituita da un salario minimo legale. La fissazione di un salario minimo europeo, capace di contrastare il dumping che attraversa il continente, è pretesa irrinunciabile, intendiamoci. Ma il salario minimo in salsa Renzi, invece, potrebbe rivelarsi un disastro, un nuovo regalo ai datori. Altrettanto: non possiamo che vedere di buon occhio la marginalizzazione dei sindacati confederali, vera e propria iattura che ha impedito negli ultimi anni l'esplosione di un movimento trasversale contro le politiche di austerity; cosa diversa è pensare che la contrattazione aziendale, con peggiorative regole sulla rappresentanza (vedi le battute di Renzi sul sindacato unico), possa mettere in salvo le figure del lavoro precario e più ricattato.

Dal salario, al diritto di coalizione, fino al diritto di sciopero: questi sono gli obiettivi dell'offensiva neoliberale in corso, in Italia come in Europa. La nuova Legge tedesca contro il diritto di sciopero, fortemente voluta dalla SPD, è un esempio che potrebbe essere ripreso e seguito con zelo anche nel Bel Paese. Di certo a Renzi & co non manca la ferocia padronale. Come ha detto Marchionne, visitando con il premier gli stabilimenti di Melfi: «Renzi è come me, cattivo e determinato».

Eppure, di fronte a un'offensiva senza precedenti, non sono mancate e non mancano le resistenze. L'ultima, di certo non per importanza, quella che vede la scuola tutta, dagli insegnanti precari e di ruolo agli studenti, battersi contro il governo e la sua riforma. Così come di grande rilievo è stato l'esperimento di sciopero sociale dello scorso autunno. Il problema delle pratiche, infatti, non può che farsi decisivo: in che modo rendere nuovamente efficace lo sciopero se non estendendolo alle figure che non possono scioperare o che, almeno nella forma, eccedono il lavoro di tipo subordinato? Così come decisivo è l'intreccio delle istanze programmatiche: è possibile separare la battaglia per il reddito di base, incondizionato e garantito dalla fiscalità generale, dalla riduzione dell'orario di lavoro? Si può efficacemente tutelare il lavoro autonomo e professionale senza difendere quello precario e lottare contro sotto-occupazione e lavoro gratuito? In questo senso, già a partire dal mese di giugno e passando per la mobilitazione promossa dalla “Coalizione 27 febbraio”, è necessario avviare una campagna di conflitto sugli ammortizzatori sociali, sul reddito di base e sull'estensione universale del welfare. Infine, la dimensione organizzativa: senza una pluralità di laboratori territoriali, di leghe, di coalizioni sociali, sarà impossibile ricomporre le resistenze, che pure ci sono, e generalizzarle. Questo sforzo organizzativo, che guarda nella direzione costituente di un inedito sindacalismo sociale, un multiverso sindacale capace di combinare conflitto e mutualismo, vertenze e cooperazione alternativa... questo sforzo deve essere fatto adesso. Con generosità, dedizione paziente, spirito collaborativo, mettendo da parte una volta per tutte perimetri, identità, ethos tribale. A breve, considerando gli smottamenti in Europa, oltre che in Italia, potrebbe essere troppo tardi.

Dinamo Press
18 05 2015

di Garantiamoci un futuro

Grazie alle mobilitazioni di precari e studenti il rimborso per il tirocinio con Garanzia Giovani nel Lazio è stato aumentato da 400 a 500 euro al mese. Una prima vittoria: solo la lotta paga.

Ci chiamano neet, giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. Siamo due milioni e mezzo l’unica Garanzia che abbiamo visto era di lavorare a meno di 3 euro l’ora! In questi mesi ci siamo mobilitati per denunciare lo stato di cose andando nei centri per l’impiego e occupando il centro Porta Futuro fino a ottenere un tavolo istituzionale con la Regione Lazio. All’assessore per il lavoro Lucia Valente abbiamo chiesto di innalzare il rimborso mensile per il tirocinio con Garanzia Giovani e intervenire per rimediare ai ritardi insostenibili nei pagamenti, frutto di inefficienze e di rimpalli fra la Regione e l’Inps.

Abbiamo vinto! La Regione Lazio ha innalzato l’importo del rimborso, che ora sarà di 500 euro al mese, il tetto massimo previsto dal programma! Il fallimento di Garanzia Giovani è ormai evidente a tutti: a fronte di un 1,5 miliardi di Euro di fondi europei investiti, le reali opportunità per i giovani sono esigue. Lo stesso Ministro Poletti è in difficoltà. I numeri dimostrano che la percentuale dei beneficiari che si sono iscritti è bassa e ancor più bassa è quella di coloro che hanno ricevuto un’offerta valida di formazione e tirocinio.

Insomma, le cifre sembrano proprio smentire l’assunto che buona parte della disoccupazione giovanile sia frutto del mancato incontro tra domanda e offerta e l’unica certezza è che i fondi stanziati andranno a riempire le casse dei soliti noti: agenzie del lavoro private ed enti di formazione. Lavorare 140 ore per 400 euro significa lavorare per meno di 3 euro l’ora: è questa la proposta del Governo per contrastare la disoccupazione giovanile?

Come sempre la lotta paga! Abbiamo ottenuto l’aumento e non ci fermeremo qui!

In un momento in cui la disoccupazione giovanile sta raggiungendo il 44% gli stage i tirocini possono trasformarsi in uno strumento di ricatto e di lavoro povero, al pari di altre forme contrattuali: per questo riteniamo importante che sia riconosciuta l’esigenza di una retribuzione più dignitosa per chi, al di là della retorica sulla formazione, nei fatti sta svolgendo un lavoro.

Molta strada è ancora da percorrere e non ci fermeremo: sono 6500 i tirocini svolti nella Regione Lazio e appena 400 i rimborsi accreditati. Vogliamo garanzie e tempi certi sui pagamenti e vogliamo che siano mensili e non più bimestrali!

Jobs Act, il debutto è un flop

Il Jobs Act non ce l'ha fatta ad aggredire la disoccupazione, e va detto che per il momento anche gli incentivi alle assunzioni non mordono. I dati dell'Istat relativi a marzo (primo mese di vigenza del contratto a tutele crescenti, terzo per quanto riguarda gli sgravi) sono impietosi: il tasso dei senza lavoro, registra l'istituto di statistica, è tornato a salire in marzo: di 0,2 punti percentuali rispetto a febbraio, arrivando così al 13%. La risalita arriva dopo i cali registrati a dicembre e a gennaio, e la lieve crescita di febbraio. Si tratta del livello più alto dal novembre scorso (allora aveva segnato 13,2%).
Antonio Sciotto, Il Manifesto ...

l'Espresso
24 04 2015

Quando sono entrati nel locale che sulla carta ospitava la nuova azienda tessile, i carabinieri dell’Ispettorato del lavoro sono rimasti di sasso: non solo non c’erano i 49 dipendenti da poco ingaggiati (tutti a tempo indeterminato) ma nemmeno i macchinari. Nulla di nulla. Per l’impresa di Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta, solo le agevolazioni concesse dallo Stato sarebbero state vere. Centinaia di migliaia di euro da mettere in tasca grazie alle misure pensate per rilanciare l’occupazione.

Il governo festeggia con solennità le rilevazioni sul primo mese di vita del Jobs act. D’altronde i numeri, per quanto ancora parziali e suscettibili di variazioni, sembrano incoraggianti: 92 mila nuovi contratti attivati a marzo, un quarto dei quali a tempo indeterminato. «Merito della riforma del lavoro» esulta Palazzo Chigi. Ma non ci sono solo le luci. Perché per il modo in cui sono congegnati, gli incentivi a disposizione delle aziende rischiano di stimolare appetiti di tutti i tipi. Compresi quelli di chi sembra voler approfittare unicamente della possibilità di risparmiare su tasse e contributi previdenziali.

A Cinisello Balsamo, ad esempio, l’azienda Call&Call è intenzionata a chiudere lo stabilimento e dare il benservito a 186 operatori a tempo indeterminato del call center. Ma al tempo stesso, denunciano i sindacati, assumendo personale nelle altre sedi di Roma e Locri, che fanno capo ad altre srl del gruppo. Tutti dipendenti ingaggiati col contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs act, meno oneroso, e con gli annessi sgravi previsti per le nuove assunzioni: da 6 mila a 8 mila euro l’anno ciascuno. Una circostanza - la sostituzione dei vecchi contratti col nuovo - che l’Espresso aveva già paventato fra le possibili conseguenze della riforma del lavoro nel settore.

Andando a scavare si scopre tuttavia che, per quanto al momento isolati e numericamente poco rilevanti, i casi non mancano. Nemmeno nel Veneto ricco e produttivo. A Rubano, in provincia di Padova, a fine marzo la Industria confezioni - di proprietà del gruppo Ermenegildo Zegna - ha annunciato l’intenzione di chiudere lo stabilimento, che produce capispalla maschili di alta sartoria. Di conseguenza i 230 dipendenti (per lo più donne e con stipendi attorno ai 1.100 euro) avrebbero dovuto accettare di essere riassorbiti in uno degli altri impianti di Parma, Novara o Biella. Ovvero spostarsi a centinaia di chilometri da casa.

Soluzione che ai sindacati è persa come un grimaldello per accedere alle agevolazioni: «Se un lavoratore rifiuta lo spostamento scatta il licenziamento per giusta causa e a quel punto l’azienda è libera di assumere col nuovo contratto e di usufruire della decontribuzione» afferma Angelo Levorato della Femca-Cisl. Adesso, dopo un duro confronto iniziale, sul tavolo c’è la possibilità di ricorrere ai contratti di solidarietà e di lavorare 4 ore al giorno, ipotesi che non porterebbe alla società alcun beneficio dalle nuove norme. Ma se la trattativa fallisse, lo spettro del trasferimento tornerebbe di nuovo in campo.

In qualche caso anche le stabilizzazioni possono riservare sorprese. A Lodi le Industrie cosmetiche riunite (Icr) a partire dal prossimo autunno internalizzeranno 180 lavoratori che lavorano da anni per la società ma che finora erano alle dipendenze di alcune cooperative. Prima dell’agognata meta, però, per tutti quanti sono previsti sei mesi con un contratto a somministrazione di un’agenzia interinale. Esattamente il periodo di tempo senza posto fisso richiesto a un neo-assunto perché un’azienda possa beneficiare di una decontribuzione triennale. In questo modo, calcolano i sindacati, l’Icr risparmierà 1 milione di euro l’anno mentre i lavoratori, che prima erano inquadrati a tempo indeterminato col contratto collettivo del settore chimico, perderanno le garanzie di cui godevano. «E potranno essere licenziati più facilmente» spiega il segretario generale della Uil di Brescia, Mario Bailo: «La legge Fornero prevedeva da 12 a 24 mensilità per i licenziamenti individuali. In tal caso invece, azzerando l’anzianità di servizio, dopo un anno potrebbero essere mandati via con la corresponsione di appena 4 mesi di stipendio».

Si verificherebbe, cioè, proprio ciò che uno studio del Servizio politiche territoriali della Uil aveva messo in luce: il rischio che licenziare sia vantaggioso. Del resto il timore di peggiorare la propria situazione contrattuale a causa di una nuova assunzione agita in queste settimane anche i 50 lavoratori in esubero del Maggio fiorentino. Per i dipendenti del teatro è previsto l’assorbimento in Ales, la società per azioni di proprietà del ministero dei Beni culturali. Solo che così tutti quanti perderebbero i diritti acquisiti con gli anni di servizio e così le organizzazioni sindacali hanno chiesto un’apposita deroga al Jobs act.

Tutto questo è però nulla rispetto a quanto si è iniziato a vedere in alcuni cantieri edili e nel settore delle costruzioni, zone di frontiera per eccellenza sul terreno dei diritti dei lavoratori: qui nemmeno le tutele crescenti sembrano essere abbastanza convenienti. «Dopo l’offerta di contratti di lavoro romeno che abbiamo scoperto a Modena , in alcune realtà della Lombardia stiamo assistendo a un’esplosione dei voucher» dichiara Marinella Meschieri, della segreteria Fillea-Cgil. E la differenza non è di poco conto: 7 euro e 50 centesimi netti l’ora, grosso modo la metà di quanto previsto dal minimo tabellare. Ma soprattutto niente tfr, tredicesima, ferie maturate né scatti di anzianità.

E il modo in cui la legge è scritta ci ha messo del suo, sostiene Meschieri: «Prima i buoni potevano essere utilizzati solo per i lavori “occasionali”. Ma il Jobs act ha tolto questo termine e adesso temiamo che possano diventare una consuetudine». Così il sindacato, che ha avviato un monitoraggio sulla questione, ha diramato alle sedi sul territorio la disposizione di segnalare tutte le anomalie riscontrate nei cantieri o segnalate dai lavoratori.

Una casistica varia, quella pensata per approfittare delle agevolazioni introdotte dal Jobs act, che non meraviglia il segretario confederale Uil Guglielmo Loy, che aveva già denunciato i rischi insiti nella modalità con cui gli incentivi sono stati concepiti per le imprese: «Il risparmio sui contributi previdenziali per le società è sproporzionato rispetto al costo di un licenziamento illegittimo. E gli incentivi, anziché essere selettivi, premiano tutti». Il risultato è che diventa impossibile distinguere fra chi vuole davvero creare occupazione, chi si limita a fare ristrutturazioni aziendali che avrebbe messo in atto comunque e chi punta solo a una tattica “mordi e fuggi” per pagare meno tasse. Proprio come nella notte di Hegel, in cui “tutte le vacche sono nere”.

Paolo Fantauzzi

La Repubblica
22 04 2015

La storia arriva da Cinisello Balsamo e l’azienda è la Call&Call Milano srl, un call center che si occupa dei servizi di customer care per tre importanti società finanziarie e bancarie italiane

Chiudere lo stabilimento alle porte di Milano, mandare a casa 186 persone e nel frattempo assumerne altre fra Roma e la Calabria approfittando delle agevolazioni previste dalle nuove norme inserite nel Jobs act. Ottenendo così un doppio risultato: prendere giovani con contratti meno costosi e più flessibili e ottenere gli sgravi fiscali del governo. La denuncia arriva dalle categorie del settore comunicazione di Cgil, Cisl e Uil.

La storia arriva da Cinisello Balsamo e l’azienda è la Call&Call Milano srl, un call center che si occupa dei servizi di customer care per tre importanti società finanziarie e bancarie italiane: Ing Direct, Agos Ducato e Fiditalia. Il gruppo Call&Call nasce nel 2002 proprio a Cinisello (dove tuttora risiede la holding): da qui la società si espande su tutto il territorio nazionale e oggi ha in tutto 2.500 dipendenti e fattura 57 milioni all’anno, come si legge sul sito della stessa società. Solo che il 10 aprile scorso il consiglio di amministrazione dell’azienda ha aperto la procedura di licenziamento collettivo per la chiusura del sito.

Già da luglio il personale di Cinisello era in contratto di solidarietà di tipo difensivo, riuscendo così a evitare il licenziamento di 41 persone. «Ma con una mossa spregiudicata — dice Sara Rubino (Slc Cgil) — la proprietà, senza aver mai comunicato le difficoltà legate alla gestione del contratto di solidarietà, ha dirottato parte del flusso di lavoro su altre sedi del gruppo, anche assumendo nuovo personale con il contratto a tutele crescenti e senza averci dato risposte rispetto a ciò che già vedevamo e di cui chiedevamo informazioni».

Ma come fa un’impresa che attiva la legge 223, cioè la procedura per i licenziamenti collettivi, ad assumere contemporaneamente nuovi lavoratori in altre zone d’Italia? «Il sistema sta in piedi perché Call&Call ha costituito più società, come in un gioco di scatole cinesi: c’è Call&Call Milano srl, Call&Call La Spezia srl, Call&Call Lokroi srl», spiega Adriano Gnani (Uilcom Uil). Quindi quella milanese può risultare effettivamente in crisi, a differenza di quella di Roma, o di Locri, o della Spezia. La perdita annuale su Cinisello sarebbe di 500mila euro: «Colpa dei costi eccessivi del lavoro, secondo l’azienda. Questo nonostante lo stipendio medio degli operatori sia sui 1.200 euro mensili, che però con i nuovi assunti possono scendere a 1.000».

La versione della holding è che «negli ultimi anni ci sono state perdite di esercizio significative non più sostenibili a seguito di un calo delle commesse e in presenza di costi generali incompatibili con il nuovo contesto di mercato, soprattutto per una fra le pochissime imprese del settore che ha scelto di non spostare lavoro italiano in offshoring e, dunque, non ha potuto mediare l’incidenza del costo del lavoro ricorrendo alla delocalizzazione. Da qui la necessità non più rinviabile di attivare la procedura di mobilità, trattandosi di una situazione strutturale e non congiunturale». Già lo scorso 10 aprile i lavoratori avevano reagito alla comunicazione con uno sciopero: adesso l’intenzione è trasformare una vertenza locale in una questione che riguardi nel complesso la società.

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