Più propaganda che occupazione

precarietà
Per sgomberare, ancora una volta, il campo da questi equivoci bisogna tuttavia leggere interamente il report sui dati provvisori di gennaio e quello sul quarto trimestre diffuso ieri dall'Istat. Ciò che conta infatti non è solo la "quantità" ma la "qualità" dell'occupazione, i soggetti e la durata del loro impiego. Si viene così a scoprire che l'aumento che fa fibrillare la maggioranza che ha votato il Jobs Act è prodotto da un boom del precariato così composto: c'è chi cerca una prima occupazione, chi ha un contratto a tempo parziale e chi ha dovuto accettare un part-time involontario, cioè i lavori accettati in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno.
Roberto Ciccarelli, Il Manifesto ...

L’Espresso
25 02 2015

E' vero, se a quest'ultima tornata i sindacati si sono espressi contro il Jobs Act, almeno loro, le partite Iva e i freelance, hanno avuto risposte: sul blocco dell'aliquota contributiva e sul regime dei minimi, grazie al milleproproroghe. Ma questo intervento non lo considerano risolutivo: "E' solo un provvedimento di urgenza che rimedia agli errori degli ultimi mesi", spiega Anna Soru, presidente di Acta . Tanti sono ancora i nodi aperti e proprio questo venerdì, il 27, le associazioni si sono date appuntamento a Roma per manifestare: non solo gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps, ma anche i tanti professionisti inquadrati negli ordini.

Quindi grafici, ricercatori, operatori del web, ma pure ingegneri, architetti, geometri, farmacisti, fino agli archeologi e agli archivisti. Ci saranno anche i giovani avvocati che a Natale scorso hanno lanciato la protesta dei selfie #ionomicancello, contro Cassa forense .

Un esercito di 1,4 milioni di lavoratori che finora hanno agito separatamente sta cercando di raccordare le proprie rappresentanze e stringere su una piattaforma comune. Ma le preoccupazioni non sono legate solo al proprio presente, cioè che reddito riesco a portare a casa e quanto mi resta in tasca al netto di tasse, contributi e spese varie. In tanti si chiedono quale sarà il futuro di questi professionisti che oggi hanno in gran parte tra i 30 e i 40 anni. Anche perché, se da un lato è vero che per il momento è stato bloccato l'aumento dei contributi dal 27,72 per cento fino al 33,72 per cento (ma il meccanismo ripartirà già dall'anno prossimo), dall'altro con il sistema contributivo si sa bene che meno versi, più basso sarà il tuo assegno pensionistico.

Il rischio, per chi ha carriere discontinue e un reddito che nei primi anni di attività non supera i 12-15 mila euro annui, è che la futura pensione sia molto bassa, si calcola in tanti casi perfino al di sotto dell'assegno sociale: tra i 300 e i 400 euro al mese. Gli autonomi però contestano il principio secondo cui l'unico modo per rimpinguare i propri conti previdenziali sia quello di aumentare i contributi: "Anche perché così finiamo strozzati, non possiamo né vivere né investire sul nostro lavoro – spiega Andrea Dili, di Associazione 20 maggio – Ipotizziamo che i contributi siano stati già portati al 30 per cento: per chi non rientra nel regime dei minimi, se applichi l'aliquota fiscale del 23 per cento, sei già al 53 per cento di incidenza sul tuo reddito. E' vero che poi con le detrazioni riscendi un po' sotto il 50 per cento, ma insomma così non andiamo da nessuna parte".

Non c'è una soluzione unica, perché l'esercito delle partite Iva è molto variegato: ci sono gli iscritti alla gestione separata Inps (circa 290 mila autonomi), ma poi a questi si aggiungono oltre un milione di professionisti che versano a ben 21 casse degli ordini. Esistono però tre richieste che accomunano tutti: riorganizzare il fisco, in modo che non sia penalizzante ma sostenga l'attività e la crescita; garantire adeguate prestazioni di welfare; istituire un meccanismo di solidarietà intergenerazionale, per cui chi oggi ha ricche pensioni garantite dal sistema retributivo aiuti chi domani potrebbe trovarsi con assegni molto bassi a causa del contributivo.

Quanto al fisco, si chiede una riorganizzazione dei regimi dei minimi, che ad esempio non scoraggi chi vuole crescere: in tanti cercano in ogni modo di stare dentro la soglia del regime dei minimi, per evitare il balzo sproporzionato delle tasse quando li si supera, addirittura arrivando a rifiutare commesse aggiuntive. E ancora: poter detrarre integralmente le spese per i viaggi e la formazione, chiarire (oggi il meccanismo risulta confuso) chi deve pagare l'Irap e chi no. Acta propone un vero e proprio "patto fiscale": "Siamo disponibili alla piena tracciabilità e alla massima collaborazione con l'Agenzia delle entrate, ma ci si abbassi la pressione fiscale".

Il welfare è ancora uno dei grandi incompiuti per questa categoria: la malattia grave viene coperta solo per 60 giorni (vedi la battaglia che da mesi compie la lavoratrice autonoma Daniela Fregosi). La maternità è coperta, ma per il momento sei obbligata a lasciare completamente il lavoro, e questo può determinare la perdita del parco clienti: si chiede di eliminare questo vincolo. Il governo la settimana scorsa ha spiegato di voler accogliere la richiesta di estendere il congedo parentale anche ai padri, seppure le bozze dei decreti che circolano al momento non siano ancora chiare su questo punto. Manca infine tutto il capitolo degli ammortizzatori sociali: le partite Iva, a fronte dei contributi che versano, chiedono di poter accedere almeno a una copertura figurativa previdenziale dei periodi di non lavoro. Alcune associazioni si spingono a ipotizzare la possibilità di istituire un assegno di disoccupazione, ma questo certamente porrebbe poi il problema di dove reperire le risorse necessarie.

Infine la previdenza, la grande preoccupazione per il futuro. Per quanto riguarda la gestione separata Inps, che negli ultimi mesi in tanti hanno minacciato di abbandonare, le associazioni concordano nella richiesta di bloccare definitivamente il già programmato aumento dei contributi, e possibilmente scendere dall'attuale 27,72 per cento al 24,72 per cento, parificando l'aliquota a quella di commercianti e artigiani. Sul come rimpinguare gli assegni di domani a fronte di questo "sconto" oggi, le ipotesi sono diverse. Secondo Anna Soru, di Acta, bisogna riprendere una proposta di legge presentata nel 2009 dal fronte "bipartisan" di Giuliano Cazzola e Tiziano Treu, pensata perché si applicasse a tutti coloro che sono nel sistema contributivo, e non solo alla gestione separata Inps: "Prevede che al raggiungimento di 10 anni di contributi si maturi un assegno pari alla pensione sociale, da integrare poi con il rendimento derivante dal contributivo puro. Assicurerebbe un assegno futuro di almeno 700-800 euro".

Secondo Andrea Dili, di Associazione 20 maggio, invece si deve riprendere la proposta di Chiara Gribaudo (Pd), approvata come ordine del giorno in Parlamento sotto il governo Letta: "Si chiede di istituire un equo compenso per gli autonomi: perché se pure aumenti i contributi fino al 150 per cento, se hai un reddito basso la pensione sarà comunque bassa. L'equo compenso, di cui si è discusso di recente ad esempio per i giornalisti, dovrà essere quello indicato dal contratto nazionale per i dipendenti che svolgono lo stesso lavoro. Poi se sei bravo, quando offri la tua prestazione sul mercato potrai anche chiedere il doppio o il triplo, ma deve essere una base al di sotto della quale non si può scendere". Un'alternativa, in pratica, sia alle tariffe stabilite dagli ordini, che al salario minimo definito per legge dal governo, tanto che la stessa Consulta delle professioni Cgil si è espressa a favore di questa ipotesi.

Entrambe le associazioni concordano sul fatto che le risorse necessarie dovranno venire non solo da un investimento della fiscalità generale su un settore che, vista la crisi del lavoro dipendente, può creare occupazione e sviluppo, ma anche dal contributo solidale delle generazioni che sono uscite con il sistema retributivo, come ha proposto tra l'altro Tito Boeri, oggi presidente dell'Inps: "Chi prende da tre volte in su rispetto alla pensione minima, potrebbe in parte restituirci quello che oggi diamo noi per pagare il suo assegno - dice Dili – Anche perché, come si sa, chi è uscito con il retributivo ottiene in prestazioni molto più rispetto a quanto ha versato".

Un esercito di autonomi e freelance, che conta circa 1,3 milioni di lavoratori in Italia, pronto a emigrare verso altre casse contributive: "Siamo stati tartassati sia sul piano previdenziale che fiscale da tutti i governi. E adesso abbiamo deciso di muoverci”

Una soluzione, quella della "solidarietà intergenerazionale", che Alessandro Trudda, docente di Matematica attuariale all'Università di Sassari, indica anche per tutte le casse professionali: "C'è un generale problema di sostenibilità delle Casse, alcune delle quali negli ultimi anni hanno introdotto importanti riforme strutturali, visto che non potevano reggere i costi del sistema retributivo, e giustamente hanno dovuto transitare verso il contributivo. Se prima un professionista ci metteva 3-4 anni a recuperare con il suo assegno quanto versato nell'intera sua carriera, e poi andava tutto a carico del sistema, oggi ci mette qualche anno in più ma in molti casi siamo ancora potenzialmente in squilibrio. Per i giovani che sono nel contributivo, al contrario la sostenibilità è assicurata, ma c'è il rischio di un assegno povero: e allora si deve incrementare attraverso altre leve. Una è sicuramente quella del contributo da parte dei più anziani, e questa mi sembra una delle rivendicazioni di chi scende in piazza. In altri casi si può utilizzare parte del costo aggiuntivo addebitato al cliente, in fattura, come 'contributo integrativo'".

Ma un suo ruolo può svolgerlo anche il governo, eliminando una anomalia tutta italiana, ovvero la doppia tassazione sul pilastro previdenziale obbligatorio: "Oggi tassato – conclude Trudda – prima a monte, sui rendimenti: al 26 per cento, quasi come se fosse un fondo speculativo. E poi successivamente, quando viene erogato l'assegno. Nel resto d'Europa l'imposizione fiscale interviene solo nel secondo caso".

Demansionati e precari

Charlie Chaplin
Via ai decreti attuativi del Jobs Act, e come si aspettavano i più critici, si rischia un aumento complessivo della precarietà: innanzitutto perché si liberalizzano, a fronte di un modesto risarcimento, i licenziamenti sia individuali che collettivi illegittimi. E poi perché si estende l'uso dei voucher (buoni lavoro, una sorta di "ticket restaurant" per prestazioni totalmente al di fuori del contratto), non viene cancellato il lavoro a chiamata, resta il tetto dei 36 mesi per i contratti a termine senza causale. Ancora: si dà l'ok al demansionamento, ovvero a una maggiore ricattabilità. Infine si cancellano il job sharing, gli associati in partecipazione e i cococò e cocoprò.
Antonio Sciotto, Il Manifesto ...

Il Jobs Act licenzia i collaboratori a progetto

Fine di un'epoca, dopo 10 anni spariscono i co.co.pro. Per i contratti a progetto già sottoscritti (poco più di mezzo milione con un reddito medio inferiore ai mille euro) il governo studierà una forma di transizione, che potrebbe prevedere anche la nascita di un nuovo modello contrattuale denominato "economicamente dipendente", ma non è escluso che venga data indicazione alle aziende di scegliere tra le altre forme di rapporto di lavoro in atto. Per quanto riguarda il tempo determinato, nonostante l'opposizione del sindacato, resta il limite dei 36 mesi
Olivia Posani, Giorno/Resto/Nazione ...

È giunto il momento di agire! #18M a Francoforte!

  • Mercoledì, 18 Febbraio 2015 15:05 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
18 02 2015

Appello della Coalizione internazionale Blockupy verso la mobilitazione transnazionale contro l’apertura della BCE a Francoforte. Here the English version

Leggi anche l'appello Let's take over the party (ITA-ENG)

Il 2015 è iniziato con qualcosa di inaudito. Il popolo greco si è opposto a tutte le minacce provenienti dall’Europa eleggendo un nuovo governo di sinistra. È accaduto dopo 5 anni rovinosi, che hanno costretto la popolazione greca a una costante lotta contro la crisi umanitaria e la distruzione sociale. Questo governo è stato eletto per resistere alle istituzioni europee, per non accettare più le misure di austerità imposte alla gente. Noi appoggiamo la decisione del popolo greco di rifiutare la dottrina neoliberale che scandisce il solito ritornello «nessuna alternativa all’austerità». Questa decisione ci dà nuovo potere e apre la possibilità di un futuro differente, tanto più considerando altri importanti movimenti popolari come quello attivo in Spagna. Proprio in questi giorni per le strade di Madrid centinaia di migliaia di persone hanno detto a voce alta: «si può e si vincerà di nuovo!». Poco dopo, l’11 febbraio, in Grecia e in tutta Europa centinaia di migliaia di persone hanno riempito le piazze, lo stesso giorno in cui l’Eurogruppo ha aperto la rinegoziazione del debito greco. Si è scatenata così un’ondata transnazionale di solidarietà.

Questo senso di potere dà speranza a milioni di persone in Europa e incoraggia la resistenza contro il regime della crisi. La solidarietà per il popolo greco e per le sue decisioni democratiche non è solo un obbligo per noi, ma è anche un nostro comune interesse: l’interesse di chiunque in Europa lotta contro le logiche dell’austerità e per migliorare le proprie condizioni di lavoro e di vita. Per questo diciamo: è giunto il momento di agire! Per questo chiamiamo tutte e tutti, da ogni parte d’Europa, a unire le nostre forze transnazionali contro l’apertura della BCE il 18 marzo a Francoforte!

È vero, il regime della crisi europeo è cambiato nel corso del tempo: le riunioni di emergenza dell’UE sembrano essersi fermate e i paesi stanno lasciando il fondo di salvataggio dell’euro. Tuttavia, la pressione esercitata oggi sulla Grecia dimostra che ciò non significa affatto che l’Unione europea e le misure della BCE siano terminate. Il ricatto non si è fermato – tutt’altro. Le istituzioni europee reagiscono ogni volta che sono minacciate, rispondono a loro volta con le minacce e non esitano a riattivare dure misure di austerità. Contemporaneamente, ci troviamo di fronte a qualcosa che appare quasi normale: una nuova terribile normalità della precarietà e della povertà, divenuta realtà attraverso le politiche neoliberiste che sono state attuate durante la crisi. Queste misure si sono radicate saldamente nelle istituzioni statali e non sono soltanto temporanee. Esse favoriscono governi autoritari, sostengono l’ulteriore smantellamento della partecipazione democratica, l’attacco alle condizioni di lavoro, lo sfruttamento delle gerarchie costruite sul regime dei confini. Esse rimandano alla militarizzazione della politica interna ed estera, al crescente razzismo e all’estremismo di destra. In questi ultimi anni, la famigerata Troika e la governance neoliberista hanno aperto una strada a una nuova fase in Europa: un modello precario dei diritti sociali limitati, un modello di controllo e di competizione a cui noi rifiutiamo di abituarci!

Ora sentiamo le élite e i governi gridare forte – con la Germania in prima linea – contro la richiesta del popolo greco di fermare e invertire le privatizzazioni, contro le rivendicazioni di diritti sociali e di una tassazione che colpisca la ricchezza, contro il suo rifiuto di pagare un debito e un interesse che non ha causato. Le élite e i governi temono l’effetto domino che sta attraversando l’Europa; hanno paura che il loro «programma» di competitività e di controllo neoliberale imposto come modello europeo sia ora sul punto di sgretolarsi.

Uno dei principali agenti del ricatto e della normalizzazione dell’austerità, del bastone e della carota, è proprio la BCE. Con la Commissione europea e il Fondo monetario internazionale, essa è parte integrante della scellerata Troika che, insieme al Consiglio dell’Unione europea, ha promosso l’austerità e le privatizzazioni, con il conseguente impoverimento e la precarietà di gran parte delle popolazioni in Europa. Chiedendo di non accettare i titoli greci come garanzia per i prestiti della banca centrale, la BCE impone la continuazione della politica di austerità, prendendo direttamente e chiaramente le parti del governo tedesco.

Per questo Blockupy fa ancora una volta appello per ampie azioni transnazionali contro la BCE, proprio quando sarà inaugurata la sua nuova sede a Francoforte il 18 marzo. Una torre alta 185 metri, simile a una fortezza circondata da una barriera di sicurezza e da un fossato, un simbolo di potere che è costato la cifra sbalorditiva di 1,3 miliardi di euro. Il nostro appello per forti, diffuse e vivaci proteste europee lanciato mesi fa ha già lasciato il segno: la BCE ha annunciato che il gran gala previsto inizialmente sarà ridimensionato in un semplice brindisi. Tuttavia, il numero degli ospiti non ci ha mai interessato. La nostra protesta comporta una critica radicale del suo lavoro – la progettazione, l’esecuzione e la normalizzazione delle misure di austerità.

Sappiamo che Francoforte è il posto giusto per ritrovarci – precari, migranti, operai, attivisti sociali, forze di emancipazione. Sappiamo che non saranno i governi di sinistra a risolvere tutti questi problemi: la vera dinamica inizia nelle strade e nelle piazze, tra i gruppi e le associazioni, all’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro come una dinamica sociale. Non ci limiteremo a dimostrare la nostra solidarietà al popolo greco e verso la sua decisione democratica, ma chiariremo anche che non c’è alcun conflitto di interessi tra la gente in Europa. Questa lotta riguarda tutti i popoli in Europa e le lotte, in Grecia e altrove, hanno aperto la strada per tutti noi!

Se non ora, quando? Più rumorosi e forti che mai, facciamo appello per realizzare azioni transnazionali il 18 marzo davanti alla BCE a Francoforte! Il 18 marzo è il momento giusto per convergere a Francoforte, per intensificare i nostri sforzi e per fare in modo che tutti si uniscano alla lotta. Questo è il momento per essere li fulcro della lotta transnazionale dentro e contro il ventre della bestia. Questo è il momento per giudicare la BCE responsabile per le sue politiche e pretendere con forza una direzione politica diversa. Il 18 marzo è tanto la nostra occasione quanto la nostra responsabilità di costruire una comune ed efficace forza dal basso: se loro vogliono il capitalismo senza democrazia, noi vogliamo la democrazia senza il capitalismo.

Il 18 marzo ci prenderemo le strade e le piazze di Francoforte, intorno al nuovo edificio della BCE e nel centro della città con migliaia di persone provenienti da tutta Europa. Ci incontreremo di mattina intorno alla BCE per mettere in campo azioni di disobbedienza civile per bloccare la sua autocelebrazione, interrompendo la normale giornata di lavoro. Sono attività pensate per la partecipazione di massa, costruite con un consenso comune, per questo ognuno è invitato a partecipare. Seguirà poi nel pomeriggio una forte, colorata e vivace manifestazione.

Unisciti all’azione, unisciti ai blocchi della BCE al mattino, ai presidi e alla manifestazione nel pomeriggio: prima abbiamo preso Atene, ora tocca a Francoforte!

Coalizione internazionale Blockupy

Per maggiori informazioni, visita il sito di Blockupy: quanto più ci avviciniamo al 18 marzo, quanto più saranno dettagliate le informazioni che troverai sulle attività, i trasporti e l’accoglienza, il programma del presidio e della manifestazione e molto altro. Per chiedere chiarimenti si può scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o collegarsi su Twitter (@blockupy #18M) e Facebook

Tratto da blockupy.org/en

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