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Anche i freelance si ammalano

  • Martedì, 29 Luglio 2014 08:49 ,
  • Pubblicato in Flash news

Minima&moralia
29 07 2014

Riprendiamo questo pezzo dal blog Furia dei cervelli.

di Roberto Ciccarelli

Daniela Fregosi ha rotto il silenzio. Sostenuta da Acta, l’associazione dei freelance, questa consulente e formatrice toscana di 46 anni ha iniziato una protesta a nome delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi colpiti da una grave malattia. Un tumore al seno, ad esempio, quello che l’ha colpita l’anno scorso facendo esplodere la vita insieme al suo lavoro. Dopo una lunga ricerca, raccontata sul blog Afrodite K (tumoreseno.blogspot.it), Daniela ha scoperto di avere diritto ad un’indennità di malattia pari a 13 euro netti al giorno, per 61 giorni, 794,46 euro in totale. Poi più nulla, perchè per lo stato non può durare più di 61 giorni.

Un lavoratore dipendente mantiene il suo stipendio e le spese della sua malattia vengono coperte dallo stato. Per un autonomo, invece, il risarcimento è irrisorio, non è prevista alcuna copertura pensionistica. In più dovrebbe versare l’anticipo sui contributi Inps, quelli previsti dalla gestione separata alla quale sono iscritti i freelance.

Daniela ha deciso di fare disobbedienza fiscale. Per sostenerla Acta ha lanciato una campagna di crowdfunding «per un’equa tutela della malattia» sul sito buonacausa.org. In poco meno di una settimana, mille persone hanno aderito versando quasi 1500 euro. L’obiettivo è raggiungere 5 mila euro per coprire le more e le eventuali spese legali. A sostegno di questa lotta per estendere il welfare universale agli autonomi c’è una petizione che ha raggiunto 50 mila firme. Ma all’orizzonte non si muove ancora niente. La politica impegnata tra riforme costituzionali e l’idea del centro-destra di abolire l’articolo 18 nella legge delega sul «Jobs Act».

«Con questa raccolta fondi Acta si sta sostituendo allo stato – afferma Daniela – È come il meccanismo delle società di mutuo soccorso dell’Ottocento, ma certo non dovremmo arrivare a questo. L’aliquota della gestione separata che dobbiamo versare è altissima rispetto al nostro reddito. Arrivare al mutualismo diventa una necessità perché quello che paghiamo è fuori dal mondo».

Il welfare degli autonomi potrebbe essere riformabile a costo zero. Ci vogliono poche mosse, semplicissime: ampliare il periodo di tutela oltre gli attuali 61 giorni; coprire tali periodi con i versamenti di contributi pensionistici figurativi; ridefinire l’indennità su valori sostitutivi del reddito usando come parametro il reddito percepito prima della malattia; equiparare la degenza ospedaliera a quella ospedalizzata quando si è sottoposti ad esempio alla chemioterapia. Infine, sospendere il pagamento delle tasse, o la loro rateizzazione, senza dovere pagare le more, nel caso di una grave malattia che impedisce ad una partita Iva di lavorare.
«Tutto questo non costa nulla- sostiene Daniela – Gli iscritti alla gestione separata, una delle poche gestioni Inps in attivo, versano lo 0,72% per l’indennità di malattia. Acta ha dimostrato che lo tato spende meno della metà di questo fondo. Vuol dire che ci sono già oggi i margini economici per dare più servizi a chi si ammala. Dipende solo dalla volontà politica di farle. Non ci sono scuse».

Questa battaglia non è solitaria, ma può essere molto dura. E Daniela lo sa. Equitalia è molto più di uno spettro. «Mi sono informata – continua – Ho capito che il punto di non ritorno non è quando arrivano le cartelle esattoriali con le more e gli interessi aggiuntivi, il famigerato aggio. Se non paghi da lì sei in pericolo perché ti possono anche pignorare verso terzi. Equitalia può andare dai miei fornitori e impedirgli di pagarmi. O può bloccare il conto corrente senza passare dal giudice».
In attesa di un cambiamento, Daniela conferma il suo «no»: «La mia disobbedienza fiscale è un gesto simbolico e vorrei che fosse uno stimolo per il governo». Il pensiero va alle centinaia di persone che l’hanno contattata sul blog: «Se non c’è Acta, una persona normale che non ha questo coraggio cosa può fare? Se non hanno un lavoro, o un parente, vendono la casa o l’attività per curarsi. Si rovinano per vivere. È orribile, non è giusto».

"Il Jobs Act? Peggio della riforma Fornero"

  • Martedì, 29 Aprile 2014 13:12 ,
  • Pubblicato in L'Intervista
Giacomo Russo Spena, Micromega
23 aprile 2014

La bocciatura del Jobs Act è sonora. Emiliano Brancaccio, docente all'Università del Sannio e promotore del "monito degli economisti" contro le politiche europee di austerity, è netto: "Negli ultimi vent'anni abbiamo assistito a un progressivo smantellamento delle tutele del lavoro. Il provvedimento del governo Renzi è il sequel di un film già mandato in onda tante volte. Non intravedo svolte di politica economica".

Jobs Act, la semplificazione che complica il lavoro

Il Fatto Quotidiano
17 04 2014

Davvero il decreto legge sui contratti a termine comporta una liberalizzazione semplificatrice? Dal punto di vista delle aziende aumentano solo le incertezze, almeno finché non sarà approvato dal Parlamento il testo definitivo. Conseguenze della semplificazione malfatta e moratoria legislativa.
Di Luigi Mariucci (Lavoce.info, 17 aprile 2014)

Un decreto dalle molte incertezze

Il decreto legge n. 34/2014 è stato criticato da più parti, oltre che nel merito, soprattutto per una questione di metodo, data l’evidente contraddizione tra liberalizzazione dei contratti a termine e introduzione di un contratto di inserimento “a tutele crescenti”come strumento di razionalizzazione delle forme contrattuali annunciato dal Jobs Act e ora previsto dal disegno di legge delega. Alla critica il Governo ha replicato invocando la politica dei due tempi: il decreto servirebbe ora a dare una “scossa”, per favorire assunzioni semplificate, il disegno organico si farebbe dopo, attuando la legge delega. Ma è proprio così? Davvero siamo di fronte a una liberalizzazione semplificatrice?

Mettiamoci nei panni di una impresa che voglia assumere con un contratto a termine. Il decreto dice che il primo contratto può essere stipulato senza causale e prorogato ovvero rinnovato sempre senza causale per otto volte fino a tre anni. È quello che il decreto dice ora: non si sa, però, cosa dirà fra qualche settimana quando sicuramente in sede di conversione qualcosa verrà cambiato, come ha annunciato lo stesso Governo. Forse è meglio attendere. Già questo è un primo effetto negativo della legislazione stop and go all’italiana: non si sa mai quale sia la normativa attendibile.

Ma nel caso si decida ugualmente di assumere c’è da chiedersi quale termine di scadenza sia meglio indicare: allo stato attuale si potrebbe assumere con un termine abbastanza lungo, ad esempio per quattro o sei mesi, dato che otto proroghe in tre anni danno ampio margine. Ma se poi, in sede di conversione, come già si dice, le proroghe vengono ridotte e si passa a un arco di tempo inferiore, il termine lungo non conviene: meglio due mesi, massimo tre. Ecco che la legislazione variabile produce un altro effetto negativo, la ulteriore frammentazione dei termini, che non serve né alle imprese che vogliano investire sul lavoratore e non solo averlo come usa e getta, né, tanto meno, ai lavoratori, che in quel periodo piuttosto che cercare di legarsi all’impresa cercheranno altre forme di impiego solo che ne abbiano l’opportunità.

Il decreto dice anche che si può assumere o prorogare senza causa per il primo contratto e per le stessa attività lavorativa: ma se quel lavoratore è stato già assunto in passato, quand’è il “primo” contratto, e come si calcolano le diverse forme di assunzione temporanea (lavoro a termine, somministrazione, altre possibili forme atipiche), si sommano o no? E che succede se nel frattempo tra una precedente assunzione e nuove proroghe c’è un cambio di mansioni?

Comunque, si può obiettare che c’è da stare tranquilli perché ora è fissato un limite massimo di assunzioni a termine nel 20 per cento dell’organico, questa è una cosa sicura. Già, ma come si calcola la percentuale? Nel 20 per cento vanno incluse anche le assunzioni interinali e nell’organico vanno calcolati anche i contratti di collaborazione o le partite Iva? E che accade se il contratto di categoria stabilisce una limite inferiore? Siamo poi sicuri che la legge dia un colpo di spugna ai contratti vigenti? E se per caso l’impresa ha superato quel limite non essendo prima soggetta a vincoli quantitativi, deve licenziare i lavoratori temporanei in soprannumero? E se con le varie proroghe accade che una lavoratrice entri in maternità, siamo sicuri che non riassumendola non si incorra in un atto discriminatorio? Ed è proprio vero che tutta questa bella liberalizzazione mette al riparo dal contenzioso giudiziario? Non è che il lavoratore assunto senza causa e prorogato invoca la direttiva comunitaria che vieta le reiterazioni abusive dei contratti a termine, per la quale le assunzioni “sono di norma a tempo indeterminato” e si finisce alla Corte di giustizia europea? È bene tenere presente che quella direttiva è scritta in inglese, quindi non ha bisogno di essere “traducibile”, è comprensibile in tutte le lingue europee. L’elenco delle incertezze interpretative potrebbe continuare a lungo: basta vedere quanto hanno detto non i sindacati, ma gli esperti e gli operatori nelle audizioni alla Commissione lavoro della Camera per rendersene conto.

La questione dell’apprendistato

Si dirà, ma c’è pur sempre il buon contratto di apprendistato, molto conveniente sul piano contributivo e retributivo, ora semplificato, senza più l’obbligo del piano formativo scritto, della formazione trasversale e del vincolo di assunzione di almeno il 30 per cento di apprendisti come condizione per assumerne di nuovi. Già, ma è molto probabile che qualcuno di questi obblighi sia reintrodotto in sede di conversione parlamentare perché ci si è resi conto che un apprendistato senza formazione assomiglia come una goccia d’acqua ai vecchi contratti di formazione lavoro, a suo tempo caduti sotto la scure delle autorità comunitarie.

Meglio aspettare, quindi, e alla faccia della “scossa” o non si assume o si assume con un termine il più breve possibile.

Queste sono le conseguenze della semplificazione malfatta, della semplificazione che complica, già largamente sperimentata negli scorsi dieci anni nella caotica legislazione sul mercato del lavoro, sempre annunciata in nome della flessibilizzazione e della liberalizzazione. Meglio tenerlo presente, anche per non ripetere l’errore a scala più grande, quando si tratterà di attuare la legge delega che annuncia il vasto programma del codice del lavoro naturalmente “semplificato”. Forse è il caso di stare a vedere se i provvedimenti economici del Governo producono qualche risultato in termini di crescita della domanda e, nel frattempo, dare corso a una sana moratoria legislativa ovvero a una più approfondita riflessione.

Renzi, il jobs act e la precarietà infinita

  • Sabato, 22 Marzo 2014 10:09 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Chiara Saraceno, Ingenere
17 marzo 2014

Ancora una riforma che, in tema di lavoro, punta solo a una ulteriore flessibilizzazione dei contratti. Le conseguenze saranno gravi per i giovani e per le donne. Ecco perché.

Anche Renzi, come chi lo ha preceduto, sembra ritenere che il problema principale del mercato del lavoro in Italia sia la rigidità dei contratti di lavoro, non la carenza di domanda.

I freelance invisibili

  • Lunedì, 17 Marzo 2014 07:44 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Dario Banfi, pagina 99
15 marzo 2014

La prospettiva che il Governo ha adottato mercoledì, con il decreto legge sulle misure fiscali per il lavoro, è decisamente conservativa, miope e oggettivamente sbagliata. Al netto delle modalità della presentazione, il premier Renzi non ha saputo innovare di una virgola il metodo già definito dal suo predecessore, alzando soltanto la posta su un jackpot da 10 miliardi, accumulato per altro grazie allo sforzo di un Paese intero. ...

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