La Campagna LasciateCIEntrare visita il CAS di Pedivigliano (Cs)

  • Martedì, 29 Settembre 2015 06:24 ,
  • Pubblicato in Flash news

Melting Pot
29 09 2015

In data 23 settembre 2015 ci siamo recati presso il C.A.S. di Pedivigliano (CS), gestito dalla Cooperativa Sociale Calabria Assistenza Onlus di Angelo Barbiero. Il centro, attivo dal mese di giugno 2015 per affido diretto in seguito ad “emergenza” sbarchi da parte della Prefettura di Cosenza, ospita attualmente 25 persone richiedenti asilo di nazionalità nigeriana. All’arrivo ci è stato consentito di entrare nella struttura e di parlare con il responsabile del centro e con i migranti.

Dal colloquio intrattenuto con il figlio del gestore, è emerso che non è stata tuttora formalizzata con la prefettura la convenzione per la messa a disposizione di posti straordinari per la prima accoglienza dei cittadini stranieri temporaneamente presenti sul territorio.

L’ente gestore lamenta una serie di difficoltà dovute all’anticipazione delle spese per la gestione del centro. Innumerevoli le richieste e i reclami da parte dei richiedenti asilo con i quali abbiamo parlato.

Secondo quanto riferito dagli stessi, vengono accompagnati all’ospedale solo nei casi urgenti, non risultano essere stati iscritti al S.S.N. né è garantita loro l’assistenza medica di base o psicologica. Uno dei ragazzi zoppica in maniera vistosa, ha difficoltà a stare in piedi. Ci racconta: “sono caduto 3 giorni fa dalla bicicletta e da allora nessuno si è preoccupato di accompagnarmi da un medico, voglio andarmene di qui, non ce la faccio più”.

M. seduto al suo fianco manifesta problemi nella zona cervicale, ci racconta che solo una volta, all’arrivo, è stato accompagnato al pronto soccorso dove gli è stata prescritta e mai somministrata una terapia a base di Muscoril.

Il responsabile dichiara che nel centro operano tre volontari appartenenti ad un’associazione locale. Gli stessi svolgono ruoli diversi, non specificati. Non sono presenti mediatori culturali né operatori legali. L’insegnamento della lingua italiana è affidato a due operatrici.

Le persone intervistate lamentano la mancata distribuzione di vestiario, fatta eccezione per donazioni sporadiche da parte della chiesa o degli abitanti di Pedivigliano. Alcuni ci mostrano le ciabatte usurate e riferiscono che si tratta delle uniche calzature a loro disposizione. Lamentano, inoltre, la mancanza di acqua calda e il guasto di alcuni servizi igienici. I migranti dormono all’interno di camere costituite da 4/5 posti. In una delle camere sono sistemati 3 uomini e due donne.

Chiediamo di potere parlare con l’unica delle due che al momento è presente all’interno del centro.

S. ci chiede di avvicinarci a lei ed in privato ci supplica di portarla via. Un mese fa ha dichiarato al gestore di avere 16 anni, così come lo stesso conferma. Risulta, inoltre, che la polizia è al corrente del fatto che la ragazza sia minorenne, secondo quanto riferito dal gestore e confermato in seguito dalla Garante per i Diritti dei Minori, Onorevole M. Intrieri, alla quale abbiamo tempestivamente comunicato la gravità della situazione. S. è ospite del centro assieme al fratello maggiore, al momento ricoverato presso l’Ospedale Civile di Cosenza per motivi che non ci è dato sapere.
Quello che ci sorprende è che questo stato di cose appaia assolutamente normale per coloro che gestiscono la struttura! L’Onorevole Intrieri ha richiesto il trasferimento urgente della minore, accompagnata in serata da organi di polizia presso struttura idonea. In serata è stata trasferita anche l’altra donna.

Lungi dal criminalizzare i singoli presenti nel centro, riteniamo che le Prefetture dovrebbero porre una maggiore attenzione alla collocazione delle persone nel rispetto della differenza di genere.

Sono troppi i casi di soggetti vulnerabili che rimangono del tutto abbandonati a sé stessi, che non riusciranno mai a superare quanto subito nei propri paesi o durante il viaggio e rischiano ancora una volta nella “civile” Europa di rivivere le stesse persecuzioni da cui sono fuggiti. Quello stesso paese che dovrebbe rappresentare un luogo sicuro, ma che continua,invece, a trattare le persone come pacchi da vendere.

NOTA della campagna - Per ragioni di tutela e riservatezza non tutti gli elementi riscontrati durante la visita sono stati resi pubblici.

La Repubblica
16 02 2015

Ibrahim si è tagliato le vene all'altezza dell'incavo interno del gomito del braccio destro. Mostra la ferita sanguinante con grossi punti che la ricuciono. Ricorda le bocche cucite, la protesta che circa un anno fa portò alla ribalta nazionale le drammatiche condizioni del Centro di identificazione ed espulsione più grande d'Italia, quello di Ponte Galeria, a Roma. Un ammasso di ferro e cemento che si trova accanto alla Nuova Fiera di Roma, vicino all'aeroporto di Fiumicino. Ibrahim ha solo 19 anni e viene dal carcere, dove ha interamente scontato la sua pena, come tutti gli ex detenuti passati allo status di "trattenuti", cioè "ospiti" non più reclusi, formalmente. Devono essere identificati e rimpatriati. Nella metà dei casi questo non avviene.

Giovani vite bruciate. Rachid ha vent'anni, è marocchino. Anche lui si è tagliato le vene nello stesso punto. Poi ha ingoiato due pezzi di lametta. Lo dice con noncuranza. Mostra lo stomaco: "ce li ho ancora qui", dice. Arrivato in Italia all'età di tredici, scappò da una comunità di accoglienza per minori di Agrigento. Aveva creduto ai suoi connazionali che, per telefono, gli raccontavano di una vita ricca e bella nel Nord Italia e lo spinsero a fuggire. Ma arrivato a Modena, è finito come migliaia e migliaia di altri minori soli, nella tratta di minori a fini di spaccio di droga. Ha fatto il carcere. Ora è nel Cie. A soli vent'anni il futuro appare bruciato, più di quella frontiera che bruciò da piccolo (da harraga come si dice in arabo).

Autolesionismo, scabbia e disagi psichici. Mohammed invece ha mangiato un pezzo di ferro grande quanto l'indice e il pollice insieme. Ce l'ha dentro da una settimana. "Mi hanno detto che devo andare in bagno e buttarlo fuori, ma niente". Arrivato meno di due anni fa, non ha avuto guai con la giustizia. Lavorava in nero per un egiziano che ha un autolavaggio sulla Magliana. L'hanno preso e buttato in gabbia. Il suo sfruttatore è libero e impunito. Un altro ragazzo mostra una cartella clinica di pronto soccorso dell'ospedale Vannini del 3 febbraio, in cui c'è scritto che il 118 l'ha soccorso per trauma cranico mentre era in stato di fermo all'ufficio immigrazione. Un altro ancora mostra una diagnosi di psicosi che lo affligge. Un giovane che sostiene di avere 17 anni parla solo francese. È rinchiuso con altri sette uomini in una cella. Sono in isolamento per sospetta scabbia, perché condividevano la gabbia con altri due trattenuti che l'hanno effettivamente avuta. Materassi per terra. Lenzuola di carta lacere. Riscaldamenti rotti. Bagni allagati. Mura ammuffite. Gabbie ancora annerite dalla rivolta del febbraio 2013. Scene di vita quotidiana nei Cie. Una vita da 29 euro al giorno a persona, pagati dallo Stato alla cooperativa che lo gestisce. A un anno dalle bocche cucite, dalle lettere al Papa e al presidente della Repubblica, niente sembra essere cambiato a Ponte Galeria. Anche se il trattenimento massimo è diminuito da un anno e mezzo a tre mesi.

Appello al sindaco Marino per chiuderlo. "Chiediamo a Ignazio Marino, come sindaco e come medico, di visitare al più presto questa struttura e di mobilitarsi per chiederne la chiusura immediata, anche nella veste di autorità sanitaria locale - hanno dichiarato i Radicali di Roma dopo una visita - Oltre ai tentativi di suicidio e agli atti di autolesionismo, che sono ormai all'ordine del giorno, a Ponte Galeria persistono infatti casi di scabbia e di altre patologie dovute alla promiscuità e alle condizioni disumane in cui sono costretti a vivere gli ospiti del centro". La delegazione era composta, tra gli altri, dal consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi e dal segretario di Roma, Alessandro Capriccioli. La visita è stata organizzata dalla campagna LasciateCIEntrare, che chiede la chiusura dei Cie perché "inutili" e l'applicazione di misure alternative alla detenzione amministrativa.

Appalti milionari. L'appalto triennale fino al 2017 costerà oltre 8 milioni di euro solo per la gestione data agli ex gestori del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, la cordata Gepsa - Acuarinto, formata da un'associazione culturale di Agrigento e dalla francese Gepsa (Gestion etablissements penitenciers services auxiliares), che fa capo a Cofely Italia, società del gruppo Gdf-Suez, multinazionale dell'energia. Attualmente i migranti rinchiusi sono 73, di cui 18 donne su una capienza di 364. Gli stessi soggetti gestiscono da gennaio anche il Cie di Torino, dove l'appalto è per 37 euro a persona trattenuta al giorno. Hanno vinto al ribasso su base d'asta di 40 euro ed erano gli unici concorrenti. "A Torino abbiamo trovato 20 migranti - dice Gabriella Guido, portavoce di LasciateCIEntrare che li ha visitati entrambi - lì il contratto prevede che per il primo mese venga pagata la quota per le presenze effettive di trattenuti, ma dal trentunesimo giorno di gestione si passa al corrispettivo della metà della capienza del centro anche se i trattenuti effettivi sono di meno". La capienza ufficiale a Torino è di 180 posti. "Visti questi numeri esigui, ci chiediamo a che servono strutture che hanno più personale dell'ente gestore e forze dell'ordine che trattenuti - continua Guido - il Cie ormai ha solo la funzione di dipingere il migrante come una persona pericolosa per la società davanti all'opinione pubblica".

A Bari un morto. Oltre al tempo di trattenimento, è stato ridotto anche il numero dei Cie attivi, passati da 13 a 5, con Milano, Bologna e Gradisca che vengono usati al momento per l'accoglienza dei profughi in arrivo e non più per la detenzione e i rimpatri. Sono state chiuse anche le sezioni femminili, ultima quella di Torino, per cui l'unica sezione per le donne resta quella di Roma. Ciò nonostante, nei Cie si continua a morire giovani. L'ultimo in ordine di tempo è Reda Mohammed, 26 anni, che nel Cie di Bari è deceduto per "arresto cardiorespiratorio irreversibile" lo scorso 7 febbraio.

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