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"Matrimoni gay? Come l'Isis". La dichiarazione choc in Aula

  • Venerdì, 20 Febbraio 2015 11:01 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
20 02 2015

Si sono alzati in piedi, hanno girato le spalle alle associazioni in difesa per la famiglia e hanno abbandonato l'aula a metà discussione. È quello che hanno fatto in Commissione Giustizia i senatori Monica Cirinnà e Sergio Lo Giudice, durante l’ultima audizione per la nuova legge sulle unioni civili. Giovedì scorso erano state ascoltate le associazioni Lgbt e oggi su iniziativa del senatore Ncd, Carlo Giovanardi, è stato il turno delle associazioni in difesa per la famiglia tradizionale. Tra queste il Moige, Manif Pour Touis Italia e Comitati Sì alla Famiglia. Secondo quanto twittato dal deputato di Forza Italia, Lucio Malan, sarebbe stata la frase della dottoressa Dina Nerozzi, medico psichiatra, ad offendere la relatrice del ddl Cirinnà e il primo firmatario Sergio Lo Giudice: "Va chiarito che cosa vuol dire “vincolo affettivo” - avrebbe dichiarato la rappresentante dell’associazione Comitato Articolo 26. Io ho affetto per il mio cane ma che significa?".

I due senatori Pd hanno dunque abbandonano l’aula, mentre l’audizione ha continuato con gli interventi dei rappresentati delle associazioni. Federica Bonomi (Comitato di mamma ce n'è una sola) ha indicato il pericolo che questa legge possa riconoscere, non solo l’unione tra persone dello stesso sesso, ma anche "unioni multiple o fra specie diverse". Mentre Mario Binasco, docente di psicologia e psicopatologia dei legami familiari, della sezione italiana dell'Ecole Européenne de Psychanalyse, ha paragonato il ddl alla cellula terroristica dell'Isis: "Qualcuno pretende di negare la realtà e piegarla ad una regola astratta, con la stessa logica dei campi di concentramento, ma questo non é possibile. Il riconoscimento della forma matrimoniale con altro nome, previsto dal ddl Cirinnà, tende a distruggere il riconoscimento e l'appoggio sociale ai legami umani, quelli che prendono in conto le differenze e il futuro, come sono i legami familiari originari. Prevalgono istinti di morte. l'Isis non è poi molto diverso".

Si conclude così questa prima fase per uno dei ddl più discussi degli ultimi mesi. La settimana prossima il testo Cirinnà sarà votato e allora partirà la fase emendativa. La più pericolosa che potrebbe stravolgere o affossare il testo.

Ma questo non spaventa il senatore Lo Giudice: “Ognuno di questi passaggi sarà complicato e difficile, pieno di insidie e pericoli. Ogni emendamento rischia di comprometterlo, soprattutto su una maggioranza così ballerina. Però mi conforta il fatto che noi stiamo arrivando alla votazione sul testo base che nella condizioni date è un ottimo testo”.

Il premier Matteo Renzi pochi giorni fa durante la direzione nazionale del Partito Democratico ha auspicato la ricerca di “un punto di equilibrio tra di noi e con gli altri” proprio su questa legge che dovrebbe concludere il suo percorso entro marzo.

Simone Alliva

Huffingtonpost
03 01 2014

Ha ragione Matteo Renzi a porre tra le priorità anche la legge tra le unioni civili perché sarebbe bene evitare che su anche su questo terreno, come accaduto per quello elettorale, il Parlamento si trovi poi a dover rincorrere la Corte Costituzionale. Non ha alcun senso infatti parlare di moratoria dopo la sentenza 138 del 2010 della nostra Corte Costituzionale che ha autorevolmente sostenuto con un monito solenne al Parlamento che le stabili convivenze formate da coppie di persone omosessuali hanno diritto ad un pieno riconoscimento legislativo di un insieme di diritti e doveri, sulla base del valore che l'articolo 2 della Costituzione riconosce alle formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità.
 
Detto altrimenti: il Parlamento è inadempiente perché sulla base dell'articolo 2 della Costituzione ha il dovere di approvare una legge organica. La Corte segnala infatti che la tutela diretta che essa può fornire può essere solo di natura frammentaria, sulla base dei casi che le vengono concretamente all'esame, mentre una tutela organica può e deve essere perseguita in modo razionale solo dal legislatore.
Ovviamente il Parlamento ha un'ampia possibilità di scelta su quale legge approvare, ma non può esimersi dall'intervenire. Questo il passaggio chiave della sentenza:
"8. - L'art. 2 Cost. dispone che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Orbene, per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l'unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone - nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge - il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri.
Si deve escludere, tuttavia, che l'aspirazione a tale riconoscimento - che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia - possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio. È sufficiente l'esame, anche non esaustivo, delle legislazioni dei Paesi che finora hanno riconosciuto le unioni suddette per verificare la diversità delle scelte operate.
Ne deriva, dunque, che, nell'ambito applicativo dell'art. 2 Cost., spetta al Parlamento, nell'esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette, restando riservata alla Corte costituzionale la possibilità d'intervenire a tutela di specifiche situazioni (come è avvenuto per le convivenze more uxorio: sentenze n. 559 del 1989 e n. 404 del 1988). Può accadere, infatti, che, in relazione ad ipotesi particolari, sia riscontrabile la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale, trattamento che questa Corte può garantire con il controllo di ragionevolezza."
 
Dopo quella sentenza, che ha fugato ogni ragionevole dubbio di legittimità e che ha anzi denunziato l'omissione del legislatore per un compito che discende dalla Costituzione, nulla si è mosso a livello nazionale, se non l'iter parlamentare del progetto di legge sull'omofobia: quest'ultimo è certo importante per perseguire le discriminazioni più odiose, ma la sua importanza e urgenza è obiettivamente minore rispetto alle attese delle persone omosessuali di disporre in positivo di un insieme certo di diritti e doveri.

In tempi di evidente crisi dei legami sociali tutto ciò che contribuisce, anche con riconoscimenti giuridici, a rafforzare la tenuta complessiva della società deve essere valorizzato in modo coerente e tempestivo. Non si tratta infatti di meri diritti individuali, ma di un riconoscimento del valore delle formazioni sociali sia per le persone che le compongono sia per la tenuta complessiva della società, in una moderna declinazione della solidarietà sociale. La moratoria sarebbe solo la prosecuzione di un'omissione rispetto all'articolo 2 della Costituzione.

Questa priorità si può far valere dentro la maggioranza di Governo come sembrava sperare ieri Matteo Renzi? Non mi pare visto che in tutto l'arco parlamentare le obiezioni maggiori si concentrano nel partito di Alfano, mentre più disponibili sembrano i 5 stelle e una parte di Forza Italia. Allora si approvino subito con chi ci sta: in materie come queste se non ci si può accordare dentro la maggioranza nessun partner di Governo può certo porre veti a maggioranze diverse minacciando ritorsioni sull'esecutivo. Accadeva così persino nella cosiddetta Prima Repubblica.
Un luogo contro tutte le discriminazioni. Aprirà venerdì la Casa dei diritti voluta dal Comune. Dove per ora si potrà partecipare a dibattiti, conferenze, eventi. Ma da gennaio la Casa diventerà anche la sede di uno sportello informativo contro la violenza alle donne e di un altro per le seconde generazioni, oltre a ospitare, in modo continuativo, esperti pronti ad ascoltare chiunque si senta discriminato per il proprio genere e orientamento sessuale. ...

“Vi racconto cosa significa essere gay in Russia”

  • Lunedì, 02 Settembre 2013 12:17 ,
  • Pubblicato in Flash news
02 09 2013

di Alberto Sofia

La denuncia della comunità Lgbt: «Tutta colpa della legge contro la propaganda omosessuale. Violenze giustificate dal governo»

L’approvazione della controversa legge russa che vieta la “propaganda dell’omosessualità” ha causato un aumento delle aggressioni omofobe nel Paese, incoraggiando i gruppi di estrema destra ad intensificare le aggressioni ai danni della comunità Lgbt. A denunciarlo, come riporta il Guardian, sono le stesse associazioni che da mesi criticano la legge ribattezzata come “anti-gay“, oggetto di polemiche anche durante gli ultimi Mondiali di atletica leggera di Mosca.
 
AGGRESSIONI IN AUMENTO CONTRO I GAY IN RUSSIA - La nuova normativa, difesa da Vladimir Putin, rischia di gettare ombre anche sulle prossime Olimpiadi invernali che si terranno a Sochi all’inizio del 2014: già a Mosca non sono mancate le critiche per la legge che vieta la promozione di “relazioni sessuali non tradizionali” tra i minori. Secondo gli attivisti la nuova legislazione in vigore avrebbe incoraggiato i gruppi di destra ad  aggredire – verbalmente e fisicamente – la comunità Lgbt. Tra insulti sul web, gli attacchi per le strade e le continue discriminazioni, questi gruppi hanno preso di mira soprattutto gli adolescenti omosessuali. «Le ultime leggi contro la cosiddetta propaganda gay, sia quelle approvate a livello regionale che federale, hanno sostanzialmente legalizzato la violenza contro le persone Lgbt, perché questi gruppi di teppisti agiscono senza il timore di sanzioni. Quasi giustificati dalla deriva presa dal governo», ha spiegato Kochetkov, uno dei leader della comunità.

ATTACCHI CONTINUI – Almeno venti sono state le segnalazioni degli attacchi nelle ultime settimane: «La legge russa ha di fatto giustificato le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale», ha denunciato. Alcuni adolescenti sono stati ingannati attraverso conversazioni sui social network e adescati da gruppi di estrema destra, per poi venire aggrediti durante gli incontri: «Hanno cercato di attirarmi e farmi presentare a un incontro, ma ho subito scoperto l’inganno», ha rivelato un giovane omosessuale russo al Guardian. Così la comunità Lgbt resta confinata alla clandestinità, per timore di diventare vittima di aggressioni. Se a Mosca e San Pietroburgo la vita è complicata per gli omosessuali, peggiore è la condizione di chi vive nelle province più lontane, dove l’omosessualità resta “l’amore che non osa nemmeno sussurrare il suo nome”. Intanto, come ha svelato Salon, potrebbe essere Dmitry Isakov il primo russo condannato per aver violato la nuova normativa sulla propaganda dell’omosessualità. Rischia di venire punito soltanto per aver esposto durante una manifestazione nella città di Kazan un cartello che recitava: “Essere gay è amorevole e normale. Discriminare i gay e ucciderli è un crimine”. Se verrà condannato, l’uomo sarebbe costretto a pagare una multa di 5mila rubli, oltre a rischiare di finire in carcere, qualora fosse nuovamente fermato dalle autorità russe per motivi simili.

Notizie Radicali
29 03 2013

Il 26 marzo 2013 si è svolta a Parigi la Conferenza sui diritti delle persone lgbt in Europa, organizzata dal Governo francese con la collaborazione del Governo polacco.

Quella di Parigi, insieme alle prossime due di Brasilia e Katmandu, rappresentano le conferenze regionali promosse dall’ONU per monitorare l’andamento della Risoluzione 17/19 adottata dal Consiglio per i Diritti Umani il 15 giugno 2011[1], prima in assoluto prodotta da questo organismo sul tema della prevenzione e contrasto delle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere. Il 15 e 16 aprile prossimi ad Oslo (organizzazione a carico di Governo norvegese e Governo sudafricano) ci sarà la conferenza finale, che dovrà sintetizzare le indicazioni pervenute dalle conferenze regionali. Dopo questo appuntamento le procedure di monitoraggio e revisione continueranno in seno al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite per verificare la possibilità di reiterare la Risoluzione, eventualmente modificandola e implementandola.

Giova ricordare che questo percorso va in parallelo con quello attivato dal Consiglio d’Europa per la Raccomandazione sugli stessi temi adottata dal proprio Comitato dei Ministri nel 2010: finito il monitoraggio indipendente realizzato da ILGA Europe[2], e quasi concluso quello ufficiale del Consiglio stesso, sembra che entro l’anno si dovrebbero avere conclusioni in merito alla revisione, e l’eventuale ri-adozione da parte del Comitato. Questa Raccomandazione non va sottovalutata: certo non ha la forza di una vera e propria Convenzione, ma è stata sottoscritta da tutti i ministri europei e – soprattutto – i suoi contenuti sono saldamente ancorati nella giurisprudenza della CEDU che, per effetto di principi giuridici ormai acquisiti, hanno influenza diretta sulla giurisprudenza dei paesi che ne riconoscono la giurisdizione. Spesso lo dimentichiamo ma la sentenza della Corte Costituzionale e le sentenze della Corte di Cassazione italiane sui diritti delle coppie conviventi dello stesso sesso, non sarebbero state possibili senza precedenti pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di Giustizia dell’Unione europea .

I risultati della Conferenza di Parigi (come delle altre conferenze regionali) sono sostanzialmente il riassunto delle questioni ancora aperte (moltissime) che le associazioni coinvolte hanno ampiamente documentato. Non ci sono state, quindi, conclusioni politiche, anche se lo stesso giorno è stata resa nota una lettera aperta, firmata congiuntamente dalla ministra francese, da quella belga e da quella italiana, che esorta i paesi e le organizzazioni a non abbassare la guardia nella lotta per i diritti umani delle persone lgbt, e contro ogni forma di sessuofobia, omofobia e transfobia.
Una encomiabile dichiarazione pubblica che si aggiunge ai molti appelli di altissimo livello e di bassissimo impatto concreto (per il momento) che negli ultimi sei mesi si sono succeduti, da Ban-ki-Moon in giù (o in su, scegliete voi).
Anche l’inattesa presenza del Ministro Fornero (inattesa dai pochi italiani presenti come da tutte le altre associazioni europee) può essere interpretata come il bicchiere mezzo pieno o come quello mezzo vuoto: io non avevo, e non ho, alcun dubbio sulla sincerità delle parole e dell’impegno personale del Ministro. Ma non possiamo non constatare che i risultati son pochi, e certo non aiuta aver dovuto lavorare con un parlamento sostanzialmente estraneo a queste tematiche (lo dico in generale, fatte salve poche lodevoli eccezioni). Riuscirà, per esempio, il Ministro a formalizzare, nelle pieghe di un Governo in scadenza, con un proprio atto la Strategia nazionale contro le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere su cui UNAR ha lavorato e le associazioni hanno offerto il loro contributo? E come si fa a non mettere a confronto l’impegno francese con quello italiano? Negli ultimi cinque anni, per iniziativa del Governo Sarkozy che l’attuale Governo Hollande ha confermato e rilanciato, la Francia si è fatta protagonista dell’iniziativa a livello ONU per la cancellazione del reato di omosessualità, ed ha costituito un fondo (insieme a Norvegia e Olanda) per l’implementazione dei diritti delle persone lgbt nel mondo. E non parlo delle iniziative a livello nazionale, come la prossima approvazione della legge sul matrimonio egualitario, l’approvazione già avvenuta della Strategia nazionale per il superamento delle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere, e via elencando.[3]

Detto questo è bene non dimenticare i limiti degli organismi che si occupano di diritti umani: è sotto gli occhi di tutti come molti tra i paesi che fanno parte della Consiglio per i Diritti umani delle NU – e dello stesso Consiglio d’Europa – pur avendo sottoscritto le Convenzioni a cui tutti ci richiamiamo, se ne infischiano bellamente delle stesse e non solo continuano a sedere in organismi che dovrebbero censurare e denunciare il loro comportamento (qualche volta lo fanno, ma le conseguenze sono meno che blande) ma li dirigono anche e partecipano alle procedure di definizione dei lavori e dei documenti agendo, ormai in modo ufficiale, per limitarne l’applicazione. Si tratta di una realtà ben conosciuta da chi si occupa di diritti umani che negli anni hanno assistono ad una vera e propria escalation delle strategie difensive dei paesi che calpestano le dichiarazioni internazionali.

Oggi l’alleanza tra i regimi totalitari e fondamentalisti (le due caratteristiche vanno SEMPRE insieme) è palese sui temi che concernono le libertà personali di donne e persone lgbt, e può contare su una rete di ONG a cui non mancano nè risorse né competenze per limitare, in alcuni casi bloccare e ridurre al ridicolo, gli interventi e l’efficacia dell’azione internazionale. Un tale blocco coeso, saldato dall’influenza pervasiva delle confessioni religiose, cambia radicalmente lo scenario: non è detto che quanto è stato possibile solo due o tre anni fa oggi lo sia altrettanto. Questo rinnovato attivismo contro i diritti umani ha prodotto un autentico cavallo di Troia: la Risoluzione approvata dal Consiglio per i diritti umani il 21 settembre 2012 su una “migliore comprensione” dei valori tradizionali nell’ambito delle attività necessarie per la promozione dei diritti umani è l’atto formale che tenta di dare copertura legale a queste azioni e rappresenta anche visivamente il fronte dei paesi alleatisi sostanzialmente contro i diritti umani. [4]

Torno però sul tema dei diritti umani delle persone lgbt ed il ruolo degli organismi internazionali: la constatazione che quando parliamo di diritti delle persone lgbt stiamo parlando di diritti umani (concetto che pare incomprensibile ai politici italiani, ed è entrato non da molto nel dibattito giuridico italiano) è ormai acquisita in questi organismi. Questo è un risultato davvero epocale, che le associazioni lgbt (internazionali, nazionali e locali) devono saper difendere, implementare e utilizzare nel loro lavoro quotidiano. E dobbiamo agli estensori degli Yogyakarta Principles (2007) ed al lavoro di ILGA (e ILGA Europe) innanzitutto, l’azione di pressione e sensibilizzazione costante su questo tema.
Per chi crede nel diritto, infatti, questi passi sono fondamentali, niente affatto ultimativi ma essenziali per accompagnare non dico i destini dell’umanità, ma proprio la realtà di tutti i giorni del nostro vivere quotidiano. Si pensi all’impatto che ha avuto la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle patologie da parte dell’OMS!

Il secondo grande risultato ottenuto in questi anni è l’aver ottenuto il pieno riconoscimento delle associazioni lgbt: faceva un certo effetto a Parigi (ma accadrà lo stesso nelle conferenze successive) vedere sullo stesso livello tanti ministri, alti funzionari delle organizzazioni internazionali e delle loro agenzie e i rappresentanti di ILGA Europe, Transgender Europe e molte singole associazioni. Non sono particolarmente sensibile alle manifestazioni di eccessivo giubilo per essere stati finalmente accettati al tavolo dei potenti, ma di certo questo riconoscimento è una opportunità che deve essere utilizzata al meglio. E così è stato a Parigi dove non è stato concesso alcuno sconto ai rappresentanti dei paesi presenti, puntualmente incalzati da fatti e numeri precisi, che spogliati dagli orpelli delle dichiarazioni di principio hanno una forza argomentativa potente.[5]

Detto questo come non provare imbarazzo (fastidio e magari qualche cosa in più) quando si ascolta il Ministro della Giustizia della Serbia che “dimentica ” che nel suo paese i Pride non si possono svolgere, o quando parla un esponente del governo ucraino (a Parigi nelle vesti di Paese che detiene la presidenza di turno dell’OCSE) che fa finta di non conoscere la politica apertamente discriminatoria del suo Governo? Anche questi sono i limiti della liturgia ONU, solo parzialmente compensata dal fatto che avendo ILGA spinto per far invitare i rappresentanti delle associazioni di quei paesi, le loro signorie han dovuto rispondere (in genere balbettando) alle puntuali argomentazioni presentate.

E soprattutto: come non sottolineare la gravità del non essere riusciti a organizzare una Conferenza regionale in Africa? Nessun paese africano se l’è sentita, nemmeno il Sud Africa, che pure co-organizza l’appuntamento di Oslo (e sarà davvero interessante capire come giustificheranno questa ingombrante assenza proprio i sudafricani che furono i primi firmatari della Risoluzione del 15 giugno 2011).
Sappiamo che i difensori dei diritti umani in Africa vivono anni difficili, sotto il fuoco incrociato della poca incisività delle organizzazioni istituzionali e gli effetti, devastanti, della propaganda anti colonialista avviata da africani per lo più residenti nei paesi occidentali ed oggi diventata argomento comune sulle labbra di rappresentanti di ONG e Istituzioni. Aver acconsentito a ridurre i diritti umani alla stregua di una qualsiasi strategia di marketing per imporre il modello economico e sociale neo-colonialista è la colpa principale di tutto l’Occidente, che ancora non riesce ad uscire dai propri complessi di colpa per le orrende malefatte del passato. Ed il balbettio di molti degli attivisti e delle organizzazioni su questi temi non fa che legittimare tali tesi, con tutte le conseguenze nefaste che questo comporta.
Anche io penso che le strategie di coinvolgimento dei paesi africani debbano far tesoro della storia e delle tradizioni locali. E che dobbiamo fare tutti gli sforzi necessari per oltrepassare il muro che ormai si erge tra culture locali e culture democratiche sui costumi sessuali e le libertà personali. La grande campagna contro le mutilazioni genitali femminili promossa dal Partito radicale transnazionale e transpartito, coronata da un primo importante successo proprio all’ONU, sta lì a dimostrare che è possibile demolire false culture e drammatiche consuetudini. Non è ne facile ne breve, ma è l’unica strada che abbiamo per avviare il cambiamento che possiamo attivare.

Anche di questo parleremo a Napoli, durante il VI Congresso dell’Associazione radicale certi diritti, che dedica una tavola rotonda nel pomeriggio di sabato 6 aprile questi temi[6], nella speranza, anzi nella volontà di trovare le forze per poter continuare le nostre iniziative anche a livello internazionale.

*Presidente Associazione radicale Certi Diritti

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