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L’Espresso
23 02 2015


Manca poco più di un un mese e poi, il primo aprile, i sei ospedali psichiatrici giudiziari attivi in Italia chiuderanno per sempre, ultimo capitolo della lunga transizione iniziata nel 1978 con la legge Basaglia.
Una passo atteso da tempo e che anzi, avrebbe già dovuto compiersi lo scorso marzo, salvo poi essere prorogato di un altro anno. Nonostante questo, però, sulla sorte dei malati-detenuti, c’è nebbia fitta e l’unica apparente certezza è che per loro cambierà poco o nulla.

Lo scorso 30 novembre, negli OPG italiani, risultavano detenute poco meno di 800 persone, più di 400 delle quali perfettamente dimissibili che, in base a quanto previsto dalla legge 81 del 2014, dovrebbero essere affidati ai dipartimenti di salute mentale delle Regioni di residenza.

Diverso invece il discorso per i non dimissibili, ossia per chi è considerato pericoloso per sé o per gli altri: a loro toccherà il ricovero nelle nuove REMS, residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza, strutture sanitarie che, in teoria, le regioni si sarebbero dovute preoccupare di preparare a partire dal 2008, o costruendole ex novo o riattando strutture esistenti. Solo che non lo hanno fatto.
Manicomi lager, il degrado delle strutture

“Nella migliore delle ipotesi le regioni sono in ritardo, nella peggiore non si vedrà nulla per anni - dice Michele Miravalle di Associazione Antigone, gruppo tra i più attivi nel monitorare la condizione di chi vive in carcere-e il risultato è che oggi, a 40 giorni dall’ora X, di Rems, in Italia, non si vede l’ombra.”.

Al ministero, in base a quanto si legge nella relazione trimestrale dello scorso settembre, disponibile sul sito del Ministero della Giustizia, sono arrivati piani, progetti, proposte (per una spesa complessiva di circa 88 milioni di euro) ma i tempi saranno lunghi, tanto che nella relazione stessa si legge testualmente: “Nonostante il differimento al 31 marzo 2015 del termine per la chiusura degli OPG, sulla base dei dati in possesso del Ministero della salute appare non realistico che le Regioni riescano a realizzare e riconvertire le strutture entro la predetta data”.

Quindi se il 31 marzo chiudono gli OPG e il primo aprile non aprono le Rems cosa succederà ai detenuti?
“Niente, o quasi: che le Rems dovessero sostituire gli OPG si sa dal 2008 e le regioni hanno avuto tutto il tempo e le proroghe per mettersi in regola - continua Miravalle - e comunque o non lo hanno fatto del tutto oppure comunque non sono riuscite a rispettare i tempi. E questo comporterà, di fatto, la non chiusura degli OPG che, in buona sostanza rimarranno operativi, sia per i dimissibili che per i non dimissibili, cambiando nome e poco altro, diventando strutture sanitarie e non più detentive, sulla scia di quanto in parte si verifica già da tempo a Castiglione delle Stiviere, in Lombardia e mettendoci una pezza, anche se le Rems sono e dovevano essere un‘altra cosa”.

Le Rems, almeno nelle intenzioni, dovrebbero essere strutture molto più piccole, espressamente terapeutiche, e presenti in ogni regione, cosa che evidentemente non sarà se ci si limiterà a un riciclo dei sei OPG esistenti.
E qui arriva il secondo snodo della faccenda, ossia l’intenzione da parte del Ministero della Giustizia di commissariare le regioni inadempienti, “Da parte del Governo - dicono da Via Arenula - c’è la ferma intenzione di dare attuazione concreta e definitiva al superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari entro l'annunciato termine del primo aprile 2015, senza ulteriori proroghe. Per questo sarà avviata la procedura di commissariamento per quelle Regioni che non sapranno garantire il completamento delle iniziative necessarie per la presa in carico dei soggetti dichiarati dimissibili e di quelli non dimissibili”.
In buona sostanza tutte, o quasi, rischiano il commissariamento ad acta.

“I ritardi- continua, Cesare Bondioli, responsabile OPG per il gruppo Psichiatria Democratica-sono da attribuire a vari fattori, primo tra tutti il fatto che molte regioni hanno presentato dei progetti faraonici che poi, giocoforza, hanno dovuto ridimensionare in corsa. Ad oggi solo quattro Regioni hanno dichiarato di essere in grado di rispettare la scadenza senza ricorrere al privato: Emilia Romagna, Campania, Calabria e Friuli Venezia Giulia, quest’ultima ricorrendo a strutture a gestione mista. Allo stesso modo, però, dieci regioni Veneto, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo Molise, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna e la Provincia Autonoma di Trento non sono state in grado di indicare un termine certo per la presa in carico dei propri internati. Una situazione che, anche sulla scia di quanto successo con la chiusura dei manicomi, l’ultimo dei quali ha chiuso i battenti con 20 anni di ritardo sulla Legge Basaglia, non lascia presagire niente di buono”.

La Stampa
20 11 2014

Un giudice del Texas si è rifiutato ieri sera di rinviare l’esecuzione di un condannato a morte affetto da disturbi mentali, nonostante numerosi appelli contro l’esecuzione, prevista per il prossimo tre dicembre con un’iniezione letale.

Scott Panetti, questo il nome del condannato, che da 30 anni soffre di schizofrenia, aveva ottenuto il sostegno di diverse organizzazioni specializzate nella salute mentale - come l’associazione degli psichiatri americani - ma anche di ex giudici, pubblici ministeri, pastori evangelici e vescovi.

Anche l’Unione europea aveva scritto al governatore del Texas, Rick Perry, per chiedere clemenza perché «l’esecuzione di persone malate di mente è in contrasto con i criteri ampiamente riconosciuti dei diritti umani», secondo la normativa internazionale e la Costituzione americana.

Ma in un documento di una pagina, il giudice distrettuale Keith Williams si è rifiutato di rinviare l’esecuzione, come avevano chiesto gli avvocati di Panetti per eseguire una perizia psichiatrica e determinare se il loro assistito è penalmente responsabile.

Panetti, che è stato condannato a morte nel 1995 per l’omicidio dei genitori della sua ex compagna, è stato ricoverato una decina di volte per allucinazioni ed episodi psicotici. Al processo, l’uomo si era presentato in abiti da cowboy e aveva chiamato come testimoni il Papa, John F. Kennedy e Gesù Cristo.

Non è l'unica psichiatra vittima di un sistema che tratta la salute mentale con disinteresse. Altri colleghi prima di lei sono morti sul luogo del lavoro, impegnati in servizi di trincea a fronteggiare la violenza di squilibrati. ...

Matti da slegare (Giorgio Sturlese Tosi, Panorama)

Per alcuni pazienti, invece, sarebbe stato un incubo, al pari delle loro patologie: questo, almeno, sostengono i firmatari dell'esposto, pazienti o parenti di pazienti ricoverati lì fino al 2011. ...
19 04 2013

Il giornalista di Radio 24 racconta la sua esperienza con Tommaso, 14 anni, nel libro "Una notte ho sognato che parlavi" (Mondadori). "Non può mai restare da solo, perché può succere di tutto. Si fa male o distrugge le cose". E spiega: "Lo Stato passa terapie inutili"

Papà è la parola: desiderata, inseguita, mai arrivata perché Tommy non l’ha mai pronunciata. E il suo innominato papà allora l’ha sognata. “Una notte ho sognato che parlavi” (Mondadori) è una spudorata dichiarazione d’amore di un papà per suo figlio Tommaso, 14 anni di silenzio chiuso in una malattia che noi chiamiamo autismo e della quale sappiamo molto poco. Gianluca Nicoletti, giornalista e scrittore, ci ha messo tutto: furia, dolcezza, ironia, rabbia, stupore, affetto. E un ingrediente rarissimo: la sincerità.

Deve essere un’esperienza violenta scrivere un libro sulla malattia del proprio figlio.
Per me è stata una doppia violenza, dovevo contraddire una sorta di immagine che mi ero cucito addosso in questi 35 anni di professione. Passo per un cinico osservatore di fenomeni della contemporaneità… poi faccio un libro da cui esco come fossi Madre Teresa… Questo però è secondario. Il mio editor ha insistito molto: mi ha convinto l’idea di parlare di questo argomento in maniera concreta.

Il racconto mette a nudo la sua vita e quella di suo figlio in modo assoluto.
L’ho scritto come se raccontassi a un amico o a un collega. Ho cercato di non omettere nulla, anche i particolari: c’è più cinismo che richiesta di commiserazione. È la mia quotidianità. Credo sia civilmente indispensabile che di autismo si parli in maniera concreta e non più fantasiosa. C’è una sofferenza indicibile: in Italia gli autistici sono 400 mila. Credo che ora i miei colleghi abbiano capito perché sono perennemente di corsa, perché preferisco lavorare da casa. È stato un po’ un coming out.

In famiglia erano d’accordo?
Io e mia moglie siamo una coppia abbastanza atipica, non facciamo quadretti d’amore eterno. Viviamo con realismo e concretezza la fatica quotidiana. Abbiamo una famiglia complessa e due lavori molto impegnativi. Da anni ci siamo organizzati in turni, lei lavora il pomeriggio fino alla sera tardi, io mi sono organizzato per fare la radio la mattina. Ho scritto di notte, quando tutti dormivano.

C’è una definizione quasi spietata: “Un figlio nato orfano”. Perché?
Sono figli di cui non hai mai la certezza che ti considerino un genitore. Come i grandi amori non consumati: ecco con un figlio autistico è difficile consumare un atto d’amore genitoriale. Il rapporto con mio figlio è tutto di atti materiali, di protezione. Anche rispetto alla possibilità che lui mi faccia del male. C’è una disperata ricerca di tracce, di fili sottili – a volte immaginari, a volte concreti – per trovare una dimensione parallela alla mia e alla sua dove ci si possa incontrare. È un esercizio quotidiano, faticosissimo.

Il libro nasce in un momento choc, quando Tommy diventa adulto.
È stato un passaggio improvviso: avevo un bambino quando sono partito per il mare e un uomo quando sono tornato. Cambia tutto: un uomo con comportamenti da bambino è difficilissimo da gestire, perché è un essere ibrido che non esiste nella classificazione dei generi umani che conosci. Un gigante aggressivo, con un’interiorità profondissima che tu puoi sondare come chi vaga nella nebbia. Poi ci sono le chiusure, totali, improvvise. E tu non sai quando, perché accadono.

Una vita perennemente all’erta.
Un po’ come un latitante. Ha una città nella quale confondersi e nascondere i segni della sua diversità, ma deve fare una vita il più possibile simile a quella degli altri. Ha un segreto che pesa sulla testa e deve sempre stare con la pistola pronta. È quello che succede a me. Mio figlio non può star solo un istante: nel secondo che sta solo può succedere di tutto. Si fa male, apre il cassetto dei coltelli, distrugge qualcosa.

E quando non siete insieme?
Quando mi chiama mia moglie mi viene sempre il batticuore. Lei in questo momento è molto più esposta di me perché lui è fisicamente preponderante. Pochi giorni fa a Vicenza un’insegnante di sostegno e un’operatrice di una cooperativa sociale sono state arrestate per maltrattamenti su un alunno autistico. Bisogna che si prenda atto della gravità dell’autismo. L’Istituto superiore di sanità ha emanato le linee guida, sono le più verificate e utili: devono diventare un dato acquisito dalle istituzioni. Oggi per assurdo lo Stato passa terapie inutili e quelle che servono le famiglie se le devono pagare da sole. Bisogna spendere bene i soldi. L’esempio di Vicenza ci dice che è inutile pagare persone che non hanno la necessaria preparazione. Basterebbe una gestione attenta e mirata delle risorse che già ci sono. Tra mezz’ora vado in Comune per vedere se almeno sono riuscito a ottenere uno spazio…

…Insettopia, giusto?
Sì, la mia idea di un luogo dove le persone come Tommy possano avere un’esistenza serena e sicura (nel libro Insettopia è la “la città felice dei ragazzi autistici”, ndr). Il guado è il dopo. Quando i genitori non ce la fanno più, loro e i figli diventano materiale da discarica, residui umani. Finiscono in istituti e un autistico, quando smetti di stimolarlo, regredisce e la vita finisce. Ripeto: lo Stato fornisce un’assistenza inutile. Gli operatori non formati costano quanto operatori capaci: chi conosce la patologia conosce i sintomi e sa come intervenire, sa gestire e prevenire l’ansia.

Tommy un giorno si è rifiutato di andare nella vostra casa in Abruzzo. Era il giorno prima del terremoto.
Io non avvalorerò mai la teoria per cui gli autistici sono gli ambasciatori della nuova era dell’Acquario. Una cosa è vera: hanno una sensibilità incredibile per i particolari.

Come la capacità di riconoscere uno scatolone tra cento uguali?
Durante il trasloco c’era una parete intera di scatoloni perfettamente uguali, avevamo impacchettato tutto giorni prima. Lui cercava una cassetta, mi ha indicato uno scatolone nel mucchio: era proprio lì. Non è una facoltà paranormale, è che ha una straordinaria capacità di memorizzare i particolari. E sì, si è rifiutato di muoversi da Roma quella volta del terremoto, forse ha sentito lo sciame sismico. È una strana malattia, molto legata alla suggestione, su questo sono nate leggende. Però è vero che mio figlio sente i miei stati d’animo, in modo accentuato. E se vuole riesce a rendermi straordinariamente sereno. Come nessun altro al mondo.

Avete un altro figlio più grande.  Com'è il rapporto tra i fratelli?
Per il fratello maggiore è un tradimento perenne. Non riesci a essere sufficientemente attento ai problemi del più grande, che già vive una grande solitudine in famiglia. L’ho capito tardi.

E come l’avete risolto?
Ci siamo divisi i ruoli, io mio occupo più di Tommy, mia moglie più del figlio maggiore. L’ideale sarebbe – accade in altri luoghi più civili di Roma – che tuo figlio potesse trascorrere con altri ragazzi e operatori il weekend in campagna, per esempio. Una volta all’anno Tommy va in settimana bianca. Lui è felicissimo. E noi così ubriachi di libertà che alla fine non usciamo nemmeno di casa.

Silvia Truzzi

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